IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno II, 1960, Numero 1, Pagina 42

 

 

L’«AVANTI» E ANDREOTTI
SUL PROBLEMA MILITARE, CON UN PARERE DI KUBY
 
 
Secondo l’Avanti[1] il ministro Andreotti avrebbe proposto al recente Consiglio della NATO di sostituire gli attuali eserciti nazionali fondati sulla coscrizione militare obbligatoria con eserciti nazionali di mestiere. A questa tesi l’Avanti oppone che l’esercito di mestiere diverrebbe per un paese democraticamente debole come l’Italia una pericolosa forza politica autonoma, mentre l’esercito uscente dalle leve annuali essendo più legato al popolo offrirebbe assai maggiori garanzie dal punto di vista democratico.
Non sappiamo, ed in fondo ha poca importanza sapere se effettivamente o no Andreotti abbia fatto questa proposta. E’ un fatto che in tutti i paesi europei è da tempo aperto un dibattito circa la convenienza di passare o meno all’esercito di mestiere. Ma il problema non si pone nei termini in cui lo formula l’Avanti. Sia l’esercito di leva che quello di mestiere sono stati e possono essere in circostanze differenti strumenti docili del potere civile o riottose forze politiche autonome, a seconda che servano o non servano effettivamente alle esigenze militari del relativo Stato. Nel primo caso il senso di onore e di dovere del soldato si afferma nel servire fedelmente, nel secondo l’esercito invade sempre in un modo o nell’altro la sfera del potere civile.
La questione è perciò se oggi si possa seriamente concepire un esercito nazionale, adibito essenzialmente alla difesa della nazione. Poiché su questo punto l’Avanti e l’on. Andreotti sono sostanzialmente d’accordo, li invitiamo a riflettere sulle seguenti pagine che estraiamo dal libro di Erich Kuby, Das ist des Deutschen Vaterland – 70 Millionen in zwei Wartesälen (Stoccarda, Rovohlt, 1959). Erich Kuby, noto in Italia come autore di Rosemarie, è uno dei più vivaci e non conformisti pubblicisti della Germania occidentale. Ecco il suo parere sull’esercito nazionale tedesco:
«In America si è da tempo compreso che le condizioni in cui il soldato del futuro deve essere pronto a combattere sono tali da esigere il suo distacco sistematico dalle sue relazioni civili, nella misura in cui queste si riferiscono ad uno Stato nazionale. Per lui la patria svanisce lontana dietro un orizzonte militare che abbraccia il mondo intero. L’idea che egli possa svolgere come soldato un ruolo politico in questa patria non esiste per lui nemmeno come vaga possibilità. Nell’educazione di questo tipo di soldato sta oggi la garanzia che l’esercito non finisca col manipolare lo Stato. Rispetto alla patria il soldato deve avere lo stesso rapporto che il marinaio ha rispetto al porto: è il luogo ove egli si riposa. Comlancent, Acclant, Cincsouth, Constrkforsouth, Chancom, Saceur, Cincent, o comunque altro si chiamino in sigla i comandi della NATO, sono queste le componenti della lingua che parlerà il soldato del futuro. Per lui non si tratta di difendere la terra dei padri ma di difendere gli spazi entro i quali è ancora possibile pensare ad una difesa con qualche probabilità di vittoria. I suoi Comandi sono come isole internazionali distribuite secondo criteri militari sul territorio che egli considera come il «suo» territorio. In questo tipo di soldato è rimasto il romanticismo del mestiere militare — e se nel mondo militare si vuoi fare qualcosa di serio dubito assai che sia possibile fare a meno di un certo romanticismo. Dove questo tipo di soldato è già apparso e viene educato, c’è anche una nuova etica del mestiere militare: la sua legge morale moderna si chiama perfezione — una perfezione che impone una vera e propria trasformazione dell’uomo, entro i modesti limiti fra cui Dio ci permette di manovrare nel campo psichico, morale e fisico. In questa perfezione ogni tradizione militare nazionale si dissolve perché diventa ridicola.
Non vorrei veder fraintesa questa breve descrizione del soldato moderno, quale io lo vedo e quale esiste già dove non si coltivano baggianerie tradizionalistiche. Non vorrei che si credesse che penso ad una specie di lanzichenecco del XX secolo. Anche il lanzichenecco, come il soldato moderno, era senza dubbio un soldato senza sentimento nazionale, ma egli serviva chiunque lo pagasse; aveva un suo onore, ma si trattava di un onore puramente soldatesco, privo di qualsiasi colorazione politica. Il soldato del XX secolo è invece un combattente per un sistema di valori (Weltanschauungskämpfer). Il suo legame con la concezione del mondo, con il modo di vivere che egli difende non può essere inferiore al legame che, ad esempio, il soldato del 1914 aveva ancora con la sua patria.
Per i grandi imperi l’alternativa fra combattente per un sistema di valori e combattente per la patria non si pone probabilmente mai in tutta la sua acutezza. Per l’americano e per il russo non è pura illusione credere che egli difende anche la patria quando difende la «libertà» o il «comunismo». Le due grandi potenze hanno costituito intorno a sé sistemi difensivi mondiali per proteggere se stesse; e dai dibattiti politici che si svolgono in America, apprendiamo che l’affermazione americana secondo cui il mondo occidentale difende la propria libertà è talvolta sentita come una ipocrisia, ed è considerata più onesta la tesi secondo cui il mondo occidentale difende l’esistenza della propria potenza protettrice. Tuttavia nessuna delle due tesi è per sé giusta, poiché il rapporto è ambivalente e i due momenti sono diventati inscindibili. L’America può dare ai suoi soldati un doppio armamento spirituale: quello convenzionale-nazionale e quello moderno-ideale; ma neanche l’America può permettersi di pensare — come invece abbiamo pensato noi tedeschi — di mettere nella testa del soldato solo la tesi che egli difende la patria, poiché un americano moralmente armato con questa tesi si abbandonerebbe rapidamente a dubbiose meditazioni circa le ragioni per cui egli deve restarsene per anni a Pirmasens.
Il nostro governo, i nostri fautori del riarmo, i nostri uomini politici e i nostri ufficiali vivono in un paese la cui posizione e la cui piccolezza escludono la difesa della patria, la cui storia mostra che il suo patriottico esercito è fin troppo propenso a far politica, il cui più recente passato militare nel Terzo Reich e le cui esperienze del primo dopoguerra imponevano più che in qualsiasi altro paese una rottura radicale con la tradizione. Invece tutti costoro si danno da fare per metter su proprio un esercito nazionale; ed il nostro ministro della difesa gira per il paese promettendo che quest’esercito garantirà effettivamente la sicurezza per il nostro popolo.
Se si fosse cercato di formare un combattente per un sistema di valori, staccato dal terreno nazionale, e che avesse scorto il proprio onore nella perfezione tecnica, si sarebbe facilitata la soluzione di tutti i problemi di riarmo che si presentano nella Repubblica Federale Tedesca. L’esercito che corrisponde a questo tipo è però il contingente nel quadro di una macchina militare internazionale. Se la NATO dovesse mai diventare un elemento fondamentale di questa macchina, l’esercito tedesco così come è oggi non potrebbe sussistere…
…Comunque a noi è stato dato il permesso di costruire un esercito nazionale fondato sul servizio militare obbligatorio, il che rende necessario il più stretto legame possibile dell’esercito con la nazione, con lo Stato, con la società. Il nostro esercito nazionale è bensì immesso in una organizzazione militare internazionale, ma è in sé stesso un corpo che può sviluppare una potenzialità militare solo nella misura in cui gli si dà a credere che il suo scopo è la difesa della patria. In tal caso diventa però ineluttabile che in un tale esercito tornino in onore le tradizioni prussiano-tedesche, completate da alcuni accenti ad esse aggiunti dal Terzo Reich. Altrimenti, su che cosa mai potrebbe poggiare idealmente quest’esercito? Questi soldati che non sono stati collocati sulla scena militare mondiale, ma che si sentono dire che questo piccolo paese, la Repubblica Federale, è il loro campo d’azione, devono ben cercare un sostegno nel popolo, nello Stato e nella tradizione, e nessuno può ancora pensare che la Repubblica Federale Tedesca sia capace di sviluppare un senso dello Stato che sia altra cosa che non la prosecuzione del senso dello Stato inoculato nei tedeschi da Bismarck».
Il lettore attento si sarà accorto che non si tratta semplicemente del problema militare tedesco: mutato nomine de te fabula narratur.
 
Altiero Spinelli


[1] Cfr. sull’Avanti del 18 dicembre 1959, l’articolo L’esercito di Andreotti.

 

 

 

 

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