Anno II, 1960, Numero 2, Pagina 116

 

 

LE ELEZIONI EUROPEE DEGLI «EUROPEISTI»
 
 
Tra i testi firmati a Roma il 25 marzo 1957 per l’istituzione della Comunità Economica Europea e della Comunità Europea dell’Energia Atomica, ne figura uno dal titolo «Convenzione relativa a talune istituzioni comuni alle Comunità Europee». L’art. 2 di questo testo, in sostituzione di quanto previsto dall’art. 21 del Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, dispone: «L’Assemblea elaborerà dei progetti intesi a permettere l’elezione a suffragio universale diretto, secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati Membri. Il Consiglio, deliberando all’unanimità, stabilirà le disposizioni di cui raccomanderà l’adozione da parte degli Stati Membri, conformemente alle loro rispettive norme costituzionali».[1] In altri termini, quando furono istituite le Comunità in questione, si decise che tali Comunità, più quella già esistente del Carbone e dell’Acciaio, avrebbero avuto la stessa Assemblea, e si decise inoltre che tale Assemblea avrebbe dovuto in futuro essere eletta a suffragio universale diretto, invece che nominata dai Parlamenti nazionali come disposto dal Trattato della C.E.C.A. E si decise anche che la stessa Assemblea avrebbe elaborato il progetto per la propria elezione diretta, progetto che sarebbe stato successivamente esaminato dal Consiglio dei ministri nazionali delle Comunità, e quindi proposto con parere unanime per l’adozione agli Stati membri.
A quanto pare, la prima parte di questo cammino a rovescio è stata compiuta. Diciamo a rovescio perché si tratta di Assemblee che fanno progetti e non leggi, fatto che riduce le loro discussioni a chiacchiere inutili, ed il loro stesso carattere a quello di «parlatoi» anziché di parlamenti. In ogni modo, un Gruppo di Lavoro dell’Assemblea ha elaborato il «Progetto di Convenzione per l’elezione a suffragio universale diretto dell’Assemblea Parlamentare Europea», e la Commissione politica della stessa lo ha approvato quasi all’unanimità. A puro titolo di curiosità diremo che secondo tale progetto: a) i membri dell’Assemblea saranno 426, b) a correzione del criterio proporzionale Francia, Germania ed Italia avranno lo stesso numero di membri, il Belgio e l’Olanda egualmente, ed inoltre circa doppio rispetto a quello che risulterebbe applicando il principio della proporzione tra ammontare della popolazione e numero dei mandati, e così il Lussemburgo, c) un terzo dei membri della Assemblea, vale a dire 142 persone, continuerà ad essere eletto dai parlamenti nazionali, d) non ci sarà incompatibilità tra il mandato nazionale ed il cosiddetto mandato europeo.
Questo progetto è stato giudicato dagli «europeisti» un capolavoro di alta politica. Non ci pronunciamo, e ci limitiamo a mettere in evidenza un fatto: l’Assemblea non avrà alcun potere legislativo, e non potrà né sostenere né rovesciare governi perché a livello europeo non esiste il meccanismo istituzionale di formazione del governo. Basta tener presente questo solo fatto per poter tirare le seguenti conclusioni:
1) Quando gli «europeisti» si occupano dell’Europa si comportano in un modo che sarebbe giudicato stolto persino da un pazzo. Normalmente, il metodo impiegato per realizzare le Comunità Europee consiste nell’elaborare delle caricature degli Stati: gli Stati hanno un parlamento, le Comunità hanno un parlatoio; gli Stati hanno un governo, le Comunità hanno una Commissione, e via dicendo. Ma, nei casi-limite, gli «europeisti» vanno più in là.
Quando Pleven e Schuman si misero in mente di fare un esercito europeo, erano seriamente convinti che si poteva fare questo esercito lasciando intatta la sovranità assoluta degli Stati nazionali (che sarebbero però rimasti con la sovranità assoluta ma senza l’esercito), e non attribuendo alcun potere reale al Commissariato che l’avrebbe avuto alle sue dipendenze (avremmo avuto pertanto un esercito europeo senza uno Stato europeo). Il Gruppo di Lavoro che ha elaborato il progetto di elezioni dirette ha avuto una idea ancora più assurda: ha addirittura immaginato che si possa montare il grandioso meccanismo della consultazione elettorale europea, che dovrebbe corrispondere alla messa in moto del meccanismo di formazione del potere politico a livello europeo secondo la legittimità democratica, al solo scopo di eleggere una Assemblea che non avrà alcun potere.
2) A questo punto coloro che considerano realistica la lotta politica nazionale, e astratta quella europea, potrebbero osservare che le critiche dei federalisti agli «europeisti» sono ragionevoli, ma che sia gli uni che gli altri hanno un grave torto, quello di occuparsi del problema europeo, cioè di una questione che non avrebbe realtà concreta, e non presenterebbe pertanto alcun interesse politico. Ascoltiamo uno di costoro, un eminente politico nazionale, mentre si occupa dello Schema Vanoni, del Rapporto Saraceno e così via, vale a dire dei problemi della pianificazione economica italiana: «Anche il quadro internazionale e soprannazionale della politica economica sollecita l’intervento programmatico del potere pubblico. L’integrazione economica su scala continentale e mondiale è oggi necessaria per superare la contraddizione fra quelle che sono le dimensioni tecnologiche ottime dell’azienda in alcuni settori e quelle che sono le dimensioni nazionali degli investimenti e dei consumi e quindi le esigenze nazionali dello sviluppo equilibrato: in altri termini è su scala internazionale che l’equilibrio può essere ottenuto senza sacrificare il progresso tecnico. Ma questo risultato è compromesso e capovolto se i poteri economici e politici (quali? n.d.r.) soprannazionali sono in mano ai monopoli privati. Più che mai nel Mercato Comune gli strumenti del potere pubblico devono essere dominanti ed efficienti». Ma allora il problema europeo è serio, tanto che Antonio Giolitti (questo testo è suo: cfr. sull’Avanti! del 24 marzo 1960, l’articolo Quale benessere?) pretende addirittura che l’Assemblea del MEC, priva com’è di potere legislativo, attui una pianificazione economica, vale a dire faccia delle leggi efficienti, e che la Commissione dello stesso, priva com’è di potere esecutivo, le imponga, cioè sia «dominante».
I federalisti (da lungo tempo), e Giolitti, rilevano la contraddizione tra dimensione nazionale dell’economia e dimensioni ottime dello sviluppo economico, dopodiché Giolitti si batte politicamente solo nel quadro italiano e perciò si occupa concretamente solo della pianificazione nazionale e si aspetta — non si sa da chi — che ce ne sia anche una soprannazionale senza nemmeno chiedersi quale parlamento supernazionale farà le leggi necessarie e quale governo supernazionale le eseguirà, mentre i federalisti si battono per creare questo parlamento e questo governo, e quindi per la costituente.[2] E’ realista Giolitti, che vuole governare l’Europa dei Sei senza parlamento e senza governo, o sono realisti i federalisti?
 
Mario Albertini


[1] Si tratta della ripetizione, quasi con le stesse parole, del terzo comma dell’art. 138 del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea.
[2] Il Movimento Federalista Europeo, in collegamento con gli organi del Congresso del Popolo Europeo, dopo la presentazione ai parlamenti nazionali del progetto di trattato per la convocazione dell’Assemblea Costituente Europea, sta sviluppando una azione di propaganda ed una pressione diretta sui parlamenti per far sì che essi prendano posizione su questo progetto. Quale sarà la posizione di Giolitti, che desidera che gli «strumenti del potere pubblico» nel Mercato Comune siano «dominanti ed efficienti»?

 

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