Anno II, 1960, Numero 3, Pagina 173

 

 

LA NAZIONE, IL FETICCIO IDEOLOGICO
DEL NOSTRO TEMPO
 
 
Se si ammette che il carattere proprio della «nazione» non è la lingua, né il possesso di un territorio, né la tradizione, né la razza, come risulta dal fatto che questi elementi sono troppo vaghi (tradizione), o retrospettivi (possesso del territorio), o incomprensibili (razza), o non sempre presenti (lingua) là dove esistono individui che sentono di appartenere ad una nazione; e se si ammette inoltre che la «nazione» in senso specifico è un fatto ideologico, si possono tirare delle conseguenze importanti.[1]
Cominciando, si può stabilire un criterio per giudicare il grado di nazionalismo. Il sentimento nazionale — secondo quanto affermiamo — è il riflesso ideologico dei legami del cittadino con il proprio Stato nazionale. Di conseguenza il sentimento nazionale diventa tanto più forte ed esclusivo quanto più questi legami aumentano in estensione (numero dei cittadini effettivamente coinvolti) e profondità (quantità di attività umane collegate allo Stato). Si può descrivere con maggiore precisione questa relazione nel modo seguente. Quando tutti i cittadini partecipano alla vita nazionale, ed un numero sufficiente di attività umane importanti cade sotto la competenza dello Stato, l’interesse del gruppo considerato come bene supremo diventa per tutti il criterio per giudicare tali attività (che legano anche psicologicamente il cittadino alla nazione). In tal caso queste attività non vengono più giudicate soltanto per il loro valore specifico — ad esempio l’attività economica in termini esclusivamente economici — ma vengono valutate anche per i servizi che possono rendere alla nazione, ossia per il loro valore nazionale. E non basta. In caso di conflitto tra il valore specifico di una certa attività, ed il valore nazionale, il valore nazionale prevale (si manterranno ad esempio mediante il protezionismo aziende non competitive, ma necessarie per la sicurezza o la gloria della nazione). Nella misura in cui lo Stato aumenta le sue competenze, cresce il numero delle attività umane cui si applica tale scala di valori. Naturalmente, se le competenze dello Stato finiscono col coprire gli aspetti più importanti della vita sociale, e riguardano anche la scuola, la cultura, la religione, e così via, il nazionalismo, proprio per l’estensione della sua scala di valori a tutte queste attività, finisce col diventare esclusivo, livellatore, totalitario, e trasforma davvero, come afferma Namier, il gruppo nazionale in un’orda.[2]
In definitiva ad un forte nazionalismo corrisponde una inversione delle scale di valori che emergono spontaneamente dalle diverse esperienze umane e la subordinazione di tutti questi valori al valore nazionale. A questo punto è importante osservare che questa inversione delle scale di valori determinata dalla coscienza nazionale si constata anche nell’azione di individui che non ne sono consapevoli, e credono invece in buona fede di osservare la scala di valori tipica della loro professione, del loro partito politico e via dicendo. Ciò dipende dal fatto che la realtà nazionale nel suo carattere specifico non è, come abbiamo detto, una realtà linguistica o etnica e così via, ma una realtà ideologica. La coscienza nazionale è una coscienza ideologica e pertanto, secondo la vecchia terminologia hegeliano-marxista, comporta l’automistificazione, il ritenere naturale, o necessario, o universale, e comunque assolutamente buono, ciò che è semplicemente storico e contingente.
Chi crede in una ideologia non sa che la rappresentazione della società contenuta nella sua ideologia è un semplice riflesso psicologico, a metà vero ed a metà falso, della situazione di potere; e ha invece ferma fiducia nella corrispondenza di tale rappresentazione con la realtà. Per questa ragione l’uomo ideologico vive in un mondo immaginario, o per meglio dire in un mondo nel quale gli aspetti concreti della situazione di fatto sono presenti nella sua mente, ma in un modo completamente deformato e idealizzato. Ad esempio, nel caso della nazione, l’individuo dotato di sentimento nazionale italiano crede davvero (del resto sulla scorta di ciò che gli viene insegnato a scuola) che la cerchia delle Alpi, se non è proprio sacra e creata da Dio per segnare i confini della patria, sia perlomeno qualche cosa di naturale, di intangibile, e non semplicemente il mobile punto di arrivo di un certo tipo di organizzazione sociale — lo Stato nazionale — destinato, come ogni fatto storico, ad essere superato; allo stesso modo, egli crede che il suo essere italiano sia una condizione etnico-linguistico-culturale-giuridico-politica che ha un fondamento naturale nella storia, e che non può essere messa in discussione, e facilmente mutata, come la condizione di liberale, socialista o conservatore, perché riguarderebbe non si sa quale carattere fondamentale della sua personalità; e nasconde così a sé stesso che un secolo e mezzo fa questa condizione non esisteva, come non esisterà certamente in un avvenire non lontano, perché l’evoluzione economica e politica dell’umanità imporrà nel futuro raggruppamenti sociali molto più ampi di quelli del passato.
Per questo diaframma fra la sua rappresentazione del mondo ed il mondo l’uomo ideologico non si rende conto con precisione né di quel che fa, né dei valori cui effettivamente si adegua. Si deve appunto a questo fatto l’osservanza del valore nazionale come supremo anche da parte di individui che, nelle loro esplicite professioni di fede, affermano la priorità dei valori liberali, o sociali, o cristiani, o quali altri si vogliano, sul valore nazionale. In effetti un socialista che abbia accettato come accade normalmente la via nazionale del socialismo e svolga la sua azione politica esclusivamente nel quadro nazionale, si stupirebbe se gli si contestasse che in tal modo egli ha messo il valore nazionale al di sopra del valore sociale. Ma la contestazione è vera perché questo socialista, se vive in uno Stato industrializzato, si batte politicamente per migliorare la situazione dei lavoratori connazionali, che sono ormai dei privilegiati, e non si occupa, se non platonicamente e nella insignificante misura consentita dalla politica estera, del miliardo e mezzo di uomini che vivono al livello della fame o sotto questo livello. Allo stesso modo il liberale fedele alla nazione sacrifica, a favore della sicurezza o della potenza dello Stato, le libertà economiche e le libertà individuali; ed il cristiano, per gli stessi motivi, addirittura il carattere divino della persona umana ogni volta che vede nello straniero un nemico; ed entrambi generalmente non si rendono conto di essere prima nazionalisti, e poi liberali o cristiani.
Questa mistificazione non costituì un grave pericolo nell’Ottocento soprattutto per due motivi: a) nell’Ottocento una parte cospicua dei membri degli Stati nazionali non aveva coscienza nazionale o l’aveva addirittura antinazionale,[3] e le competenze degli Stati erano molto minori di quelle attuali. In altri termini, i legami nazionali non riguardavano tutta la popolazione ed erano poco profondi: di conseguenza la ideologizzazione nazionale della società era bassa e restava perciò un ampio margine di affermazione alle scale di valori emergenti dalle diverse esperienze umane, che erano indipendenti dalla nazione e/o fronteggiavano comunque un valore nazionale relativamente debole. b) Non solo l’integrazione nazionale era minore, e quindi molte attività umane si svolgevano liberamente in un quadro supernazionale senza alcun intervento dello Stato, ma, nei limiti in cui tale integrazione esisteva, essa non costituiva un fattore di ristagno. Dato il grado di sviluppo della scienza, della tecnica, dell’economia e della divisione del lavoro di un secolo fa, le dimensioni degli Stati nazionali erano infatti generalmente molto più grandi delle dimensioni ottime dello sviluppo economico, del quadro necessario per disporre di mezzi sufficienti per la ricerca scientifica, ed in genere delle dimensioni di allora della effettiva ed efficace interdipendenza delle attività umane che erano già controllate dallo Stato. Per questa ragione anche tali attività non erano frenate nel loro sviluppo.
La mistificazione nazionale costituisce invece nel nostro tempo un grave pericolo. Nel nostro tempo la dimensione dell’effettiva interdipendenza dei rapporti umani, nel campo economico come in molti altri campi, ha superato nettamente le dimensioni degli Stati nazionali classici. Ma questo processo è stato accompagnato, nell’ordine statale, da un processo inverso. Gli Stati nazionali hanno infatti nel contempo aumentato costantemente le loro competenze, e quindi costretto entro il loro quadro ormai soffocante un grande numero di attività umane; ed hanno per questa stessa ragione rafforzato l’ideologizzazione nazionale della società, impedendo agli individui di rendersi conto di quanto accadeva. Gli Stati nazionali costringono effettivamente gli individui a spendere le loro energie ad un livello di rendimento molto più basso di quello ottimo in campi decisivi dell’azione umana: quello scientifico, quello economico e così via. Ad esempio Maurice Allais ha calcolato che per la sola differenza delle dimensioni del mercato la produttività generale del lavoro in Francia è la metà di quella americana.[4] Ma questo ostacolo — lo Stato nazionale — è difficilmente superabile proprio perché esso si traduce, nella coscienza degli individui, nella nazione; e la nazione è un fatto ideologico che produce, nella mente degli individui che non si sforzano di uscire dallo stato psicologico nazionale rompendo i loro legami con il potere politico nazionale, la convinzione che la loro condizione nazionale sia naturale ed immodificabile. E’ evidente che i cittadini di Stati piccoli o medi confinanti potrebbero, mediante la costituzione di federazioni regionali, raggiungere, al pari degli U.S.A. e dell’U.R.S.S., le dimensioni ottime del processo politico ed economico, ma questa constatazione si produce difficilmente, o non raggiunge una forza pari alla sua evidenza, perché incontra la diffusa convinzione secondo la quale la condizione nazionale sarebbe una specie di stato naturale, e non una situazione prodotta dagli uomini e modificabile dagli uomini.
Questa convinzione — che se non sarà superata condannerà alla decadenza economica e spirituale gli abitanti degli Stati piccoli e medi — costituisce il più grave fattore di squilibrio del mondo contemporaneo, nel quale sono cadute le barriere tenute in piedi dal vecchio sistema europeo, e dal limitato sviluppo della scienza. Il sistema mondiale degli Stati e la rapida evoluzione della scienza e della tecnica, stanno unificando il mondo e producendo dappertutto l’aspirazione a vivere al massimo livello delle possibilità umane. Questa spinta grandiosa non può evolversi soddisfacentemente se non si tradurrà, sul piano politico, in un sistema di grandi federazioni continentali, e successivamente nella federazione mondiale. Per questa ragione la individuazione del carattere ideologico della nazione, e la correlativa possibilità di demistificare la giustificazione ideologica dello Stato nazionale, può avere nel nostro tempo una importanza perlomeno pari a quella che ebbe nel secolo scorso la demistificazione della giustificazione ideologica del capitalismo. In realtà i frutti che si potrebbero ottenere associando politicamente gli uomini al livello continentale non sarebbero certo inferiori a quelli che si ebbero nel secolo scorso mediante le associazioni operaie, che permisero ai prestatori di lavoro di disporre di un potere economico e politico per far fronte al potere economico e politico dei datori di lavoro.
 
Mario Albertini


[1]Evidentemente fanno parte della situazione di potere anche elementi come il comportamento linguistico, il territorio, le tradizioni e persino la razza (nella misura in cui esistono individui che credono al mito razziale). Ma questi elementi sono solo in parte autonomi (ed allora costituiscono le «nazionalità spontanee» che non si collegano al potere politico e non hanno nulla a che vedere con le nazioni moderne), e per il restante sono dei prodotti dell’attività dello Stato (anche la lingua, specie per quanto riguarda la sua estensione a tutto il territorio nazionale). In ogni modo questi elementi divengono fatti politici, e si traducono nella mente dei cittadini nell’idea della «nazione» solo in quanto entrano a far parte della situazione di potere, e non per il misterioso effetto, non rintracciabile storicamente, di una matrice «nazionale» di tutti i comportamenti umani, matrice che gli storici nazionali collocano vagamente in tempi nei quali gli individui non sapevano assolutamente di appartenere alla nazione francese, o a quella italiana e via dicendo, e nei quali non esistevano nemmeno queste espressioni. A questo proposito vedi l’edizione riveduta del volume Lo Stato nazionale di Mario Albertini, di prossima edizione presso l’editore Giuffré, Milano.
[2]Evidentemente negli Stati decentrati, o meglio ancora negli Stati federali, il nazionalismo è meno forte perché le attività umane collegate al potere politico non sono regolate soltanto dal governo centrale, ma anche dai governi (o poteri) locali, e determinano così diversi centri di riferimento, diversi lealismi, che spezzano il blocco psicologico monolitico degli Stati unitari accentrati. Ciò vale in particolare per la scuola e la cultura. Se il governo che ha la competenza della politica estera e militare ha anche la competenza scolastica, finisce col valersene per educare i cittadini al culto della nazione, vale a dire dello Stato, mediante grossolane deformazioni culturali che non sono apparse e non appaiono scandalose nemmeno a coloro che ritengono che il valore della cultura sia la verità. Queste osservazioni sugli Stati decentrati e federali sono confermate dalla situazione dei paesi anglosassoni, la Gran Bretagna e gli USA, il cui nazionalismo è rimasto abbastanza modesto nonostante il grande incentivo risultante dal fatto di essere, l’uno nel secolo scorso e l’altro nel nostro, la prima potenza mondiale. In definitiva la nazione tipica ha come sostrato di potere lo Stato burocratico moderno di tipo unitario ed accentrato.
[3]Nella seconda metà dell’Ottocento, ed ancora all’inizio del Novecento in molti casi, la nazione era un valore messo in discussione, e sovente negato, soprattutto dai due grandi gruppi politici che stentavano ad inserirsi nello Stato nazionale: i cattolici ed i socialisti. Indubbiamente quando nel 1847 Padre Luigi Taparelli d’Azeglio scrisse, nell’opuscolo Della Nazionalità, che la nazione è un bene relativo e che in suo nome non si dovrebbero combattere guerre fratricide; ed in genere quando egli affermava che non è affatto necessario che Stato e nazione coincidano, esprimeva opinioni molto più vicine al cristianesimo di quelle dei cattolici che si sono fatti servitori, in pace ed in guerra, dello Stato nazionale, mettendo così al primo posto nella scala dei valori umani l’uomo connazionale, ed al secondo posto l’uomo fatto a somiglianza di Dio che si deve uccidere persino se è cristiano, persino se è cattolico, quando lo Stato al quale appartiene si trova in guerra col proprio. I socialisti erano ancora più drastici dei cattolici. Avevano educato i loro militanti a sentire ed a pensare in modo antipatriottico: tra gli operai di cinquant’anni fa erano frequenti coloro che dileggiavano la bandiera nazionale, beffavano nei loro canti la patria con espressioni come porcassa Italia, e consideravano le prestazioni fatte allo Stato, a cominciare dal servizio militare, come un servizio reso alla classe dominante, la borghesia. Il forte accento messo sul valore sociale induceva naturalmente i socialisti a sentirsi solidali non con i connazionali borghesi, ma con i proletari di tutto il mondo, e pertanto a giudicare nazionalismo e patriottismo come trucchi della borghesia, mezzi per dividere gli operai, indebolirli e batterli.
[4]Cfr. Maurice Allais, «Les perspectives économiques de l’unification européenne», in Annales des Mines, maggio 1959. Basta questo solo dato per stabilire obiettivamente che i dirigenti socialisti francesi (e parimenti quelli italiani, tedeschi, ecc.), per il solo fatto che si occupano esclusivamente della lotta politica nazionale e della pianificazione nazionale e non si battono per l’istituzione immediata della Federazione dell’Europa continentale occidentale, danneggiano gravemente i lavoratori dei loro paesi al solo scopo di mantenerli francesi, italiani e tedeschi, cioè nazionali.

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