Anno II, 1960, Numero 4, Pagina 225

 

 

IL COMITATO AMERICANO PER L’EUROPA
UNITA CHIUDE I BATTENTI
 
 
Il Presidente del Comitato Americano per l’Europa unita, signor W.C. Foster, ha recentemente inviato al presidente del Movimento Europeo, signor Robert Schuman, una lettera nella quale, dopo aver costatato che esiste oggi un European momentum che mancava dieci anni fa, che l’integrazione europea è un unfinished business, che restano ancora molti importanti compiti per le organizzazioni europee, che gli americani sono oggi più che mai favorevoli all’unificazione europea, annunzia, con una apparente illogicità, che il Comitato Americano sospenderà prima della fine della prossima estate le sue attività, intese ad informare gli americani degli sforzi europei, ad incoraggiare e ad assistere gli europei stessi nel loro lavoro.
La spiegazione di questa contraddizione si trova nella stessa lettera quando si legge: «Quindi restano ancora molti importanti compiti per le organizzazioni europee con cui abbiamo collaborato e noi riteniamo possibile che il Comitato Americano possa tornare in azione se successivi sviluppi renderanno ciò desiderabile. Conseguentemente, benché i nostri uffici di New York e Parigi saranno, nel corso di questa estate, chiusi, noi ci proponiamo di sospendere le nostre attività ma non di sciogliere il Comitato e siamo pronti ad organizzare i legami necessari fra il nostro Comitato Esecutivo e quegli organi di associazioni che ancora agiscono in Europa».
In parole povere: il Comitato Americano si è accorto con non pochi anni di ritardo che il Movimento Europeo ha praticamente cessato di agire. L’ultimo suo atto politico è stato compiuto nell’ottobre del 1953 quando ha organizzato il secondo congresso dell’Aja. Gli americani hanno impiegato sette anni per accorgersene.
Questa malinconica conclusione di rapporti di amicizia e di sostegno che duravano da anni ci induce ad alcune considerazioni. Che in America abbia potuto costituirsi, lavorare e raccogliere somme non indifferenti un Comitato in favore dell’unità europea, è cosa che fa onore al popolo americano, e il Movimento Europeo non ha da vergognarsi di questi aiuti, che sono stati una grande prova di solidarietà democratica. Vergognarsi deve invece del modo insulso con cui esso ha sprecato gli aiuti ricevuti, poiché, anziché adoperarli come capitale iniziale destinato a metter su una forza politica europea capace di vivere poi da sé, ha messo su quella nota baracca destinata a permettere ai politicanti nazionali di tenere discorsi domenicali europei, baracca che non è mai stata capace di vivere senza aiuti del Comitato Americano e contributi governativi. Salvo il breve periodo 1952-53 in cui il Movimento Europeo ha esercitato una funzione di guida nella lotta europea, grazie all’alleanza del suo presidente di allora, P.H. Spaak, con i federalisti, durante tutto il resto della sua vita esso è riuscito sapientemente ad essere sempre alla coda degli avvenimenti, ed ha costituito un freno, assai più che uno sprone, alla lotta per l’unità europea. Per limitarci ad un solo esempio di questo atteggiamento basti citare la relazione sulla composizione dell’Assemblea Europea in caso di elezioni, presentata recentemente da Maurice Faure, a nome del Gruppo di lavoro Déhousse, all’Assemblea parlamentare. «Quanto alle discussioni sul numero totale dei membri dell’Assemblea — dice l’on. Faure — contrariamente alla proposta del Comitato d’azione del Movimento Europeo, il Gruppo di Lavoro ha sempre ritenuto che la parte eletta dovesse costituire la maggioranza dell’Assemblea. In tal modo si rispetterebbe il principio elettivo iscritto nei Trattati nonché la regola democratica». In realtà il Gruppo di lavoro ha violato tanto il principio elettivo quanto la regola democratica, stabilendo che un terzo dell’Assemblea sarebbe stato riservato ai beati possidentes scelti dai parlamenti nazionali. Ma nel far ciò ha potuto prendersi il gusto di dare una lezione di democrazia al Movimento Europeo, che non aveva nemmeno osato tanto!
 
Altiero Spinelli

 

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