Anno II, 1960, Numero 5, Pagina 282

 

 

L’ULTIMO RILANCIO OVVERO L’ULTIMA CADUTA DELL’EUROPA
 
 
Con la straordinaria regia che ormai lo contraddistingue, il generale De Gaulle ha deciso di mettere in scena l’idea dell’Europa politica. Per quanto strabiliante ciò possa apparire, sembra che egli voglia fare anche questa volta il protagonista e che si sia scelto come controfigura il suo primo ministro Michel Debré.
In complesso c’è poco da stupirsi, anche se nessuno si è dimenticato il loro passato brillantemente antieuropeo e antifederalista, perché ormai si sa che la politica europea è un fiore che qualsiasi uomo politico ama mettersi all’occhiello quando arriva al potere. E poi, questa volta più che mai, lo scenario è da commedia e non da cosa seria. Sebbene non molti mesi fa il Ministro del Turismo Folchi, allora sottosegretario agli affari esteri, si dichiarasse convinto che era giunto il momento di sdiplomatizzare l’Europa, noi ci siamo vieppiù abituati a vederla passare attraverso i canali della diplomazia degli Stati, anzi meglio, della diplomazia dei governanti, di quella nuova specie di reggitori politici, che la crisi della democrazia ha fornito all’Europa, di cui De Gaulle e Adenauer sono gli esempi migliori.
E’ straordinaria la somiglianza che si può riscontrare tra questi due uomini: a parte il fatto che sono entrambi cattolici, sono tutti e due arrivati al potere in modi anormali, l’uno per merito degli alleati, l’altro per merito delle circostanze. Come giustamente scrive P.M. De La Gorce,[1] trovandosi per la prima volta a Colombey-les-deux-Eglises «les deux hommes se retrouvèrent dans la propriété du général comme deux châtelains se rendent visite l’un à l’autre. Ils découvrirent qu’ils avaient beaucoup en commun: un certain pessimisme historique, la conviction d’etre les saveurs de leur peuple, le désir de laisser à leur gouvernement le soin d’administrer sagement les finances du pays, afin qu’eux mêmes puissent se consacrer aux grandes tâches de la politique mondiale, seul sujet véritablement digne d’intérêt… Ils jugèrent l’un et l’autre que la réconciliation définitive de leurs deux «vieux pays» était une tache historique à leur mesure et que le salut de la «vieille Europe», face aux géants nouveaux, était leur souci commun». Questo è lo stato d’animo di tondo dei colloqui del Rambouillet, nuovo e strano tipo di diplomazia personale, colloquio tra «saggi» lontano, e il più delle volte all’insaputa, dei loro rispettivi governi, dei quadri diplomatici, degli esperti.
Questa è la tâche historique che sembrano essersi assunta i due capi di Stato, e della cui sincerità, almeno per quanto riguarda Adenauer, non possono esserci dubbi.[2]
Ora vediamo con quali mezzi il generale De Gaulle propone di raggiungere i fini «storici» posti. Noi non neghiamo che il generale De Gaulle e Adenauer siano dei grandi uomini politici, ma a proposito del secondo si è già rilevato su questa rivista come spesse volte i «grandi politici» sappiano coi mezzi di potere esistenti creare le combinazioni più efficienti, cioè le linee politiche migliori relativamente a quei mezzi, ma non sappiano creare nuovi mezzi di potere se questi sono inadatti o insufficienti.[3]
Così sia Adenauer che De Gaulle, sebbene in modo differente, non hanno a disposizione per fare una politica europea che i loro «vecchi Stati», dotati ognuno di una politica nazionale, spesso divergente, che loro stessi, con o senza intenzione non importa, contribuiscono a spingere sempre più lontano. Partendo da queste basi, non si sottrae la Germania, e l’Europa tutta, dal suo pericoloso fato, ma al massimo si può rallentarne la caduta. Non si può nel contempo servire una politica di grandeur nazionale o di ricostruzione nazionale e una politica di unificazione europea, senza sacrificare quest’ultima in favore della prima. Di questa contraddizione è imbevuta tutta la politica europeistica del dopoguerra e ancora di più le sue ultime manifestazioni.
Che cosa propone in sostanza De Gaulle? Riunioni periodiche tra i capi di Stato dei Sei, i ministri degli esteri e i ministri specializzati. Per preparare queste riunioni un Segretariato politico permanente, con sede evidentemente a Parigi e commissioni specializzate, di cui una consacrata agli affari economici (che questa ultima non debba prima o dopo interferire con l’azione del MEC è chimerico e puerile). In più, non un’Assemblea, anche solo consultiva, eletta a suffragio universale che sa (ahimé solo di nome) di parlamentarismo, ma, tipico stile del generale, un referendum per dare la possibilità alle popolazioni di dimostrare il loro favore all’idea dell’Europa. Inaudito, ma siamo arrivati a questo punto.
Questo rilancio, così «originale», arriva in un momento particolarmente delicato della politica europeistica. Da alcuni mesi gli «europeisti» che circolano sempre nei parlamenti e nelle anticamere dei ministeri, quelli che non si sono ancora stancati di pestare da anni acqua nel mortaio, avevano portato avanti due progetti: uno di fusione degli esecutivi delle comunità esistenti: Carbone e Acciaio, Comunità Economica, Euratom, creando così una concentrazione di poteri a loro avviso più rispettabile, e, secondo, l’elezione parziale a suffragio universale dell’Assemblea delle Comunità (progetto Dehousse). Non è necessario aggiungere che costoro si sono visti ancora una volta sbattere la porta in faccia dalle nuove proposte. In fondo è giusto che sia così: i pavidi, gli ingenui e i trafficoni non meritano di più. Forse nella confusione generale questo è l’unico risultato degno di nota della nuova boutade di De Gaulle. Dopo l’incontro di Rambouillet il linguaggio che la stampa, specialmente quella francese, ha adoperato per commentare l’avvenimento, è un esempio abbastanza chiaro dell’ambiguità e della confusione che regna nell’opinione pubblica dopo tutti questi rilanci e contro-rilanci. Ad esempio L’Express del 4 agosto 1960, scrive a proposito dei diversi tentativi di unificazione in lizza: «Pour les uns il s’agissait de fusionner les trois communautés européennes existantes, leur exécutif commun devenant de ce fait une autorité supranationale. L’Assemblée commune devant laquelle cet exécutif serait responsable pourrait meme…, être élue au suffrage universel… Ni le Général De Gaulle, ni M. Debré, n’en veulent… ils ont envisagé une autre voie possible,… la constitution d’organismes politiques communs au sein desquels serait «coordonné» l’action des différents gouvernements. Ainsi l’intégration serait écartée; c’est une «Confédération européenne» qui prendrait forme».
Noi non riusciamo a capire come per effetto magico della fusione tre comunità non sovrannazionali possano generarne una sovrannazionale, è veramente la quadratura del circolo. Neppure riusciamo a capire come una «coordinazione intergovernativa» possa dar luogo a una Confederazione: la partenogenesi dell’unione tra Stati. In realtà la confusione di linguaggio è sempre sintomo di confusione d’idee.[4] Se vogliamo trovare un criterio per capire la politica europea dei nostri Stati, per lo meno di quelli che ancora la fanno perché ad esempio il governo italiano è completamente morto ad iniziative di questo genere, bisogna che andiamo a vedere a quale politica nazionale serve la politica europea. Allora vedremo come molto spesso serva a coprire politiche nazionali contrastanti e divergenze di fondo, che comunque essa non è capace di appianare. La posizione di De Gaulle è abbastanza chiara. Egli riesce a far fronte alla crescente opposizione all’interno, nella misura in cui aumenta il suo prestigio all’esterno. Fallito il tentativo di creare un direttorio a tre nella NATO, egli vuole portare la Francia alla guida dell’Europa, creare con questa una terza forza mondiale se non equidistante tra i due blocchi, per lo meno capace di imporre le condizioni della alleanza agli USA. Con questo egli crede di rafforzare la NATO, liberandola dall’impotenza e dalle incertezze della politica di Eisenhower; ma, non riuscendo a dominare l’anarchia in Europa, finirà per indebolirla.
A.P. Lentin scrive su France Observateur del 3 agosto: «Dans son esprit, le secrétariat politique permanent ne peut siéger qu’à Paris, et il n’est pas question d’autre part, pour lui, sur le plan stratégique, d’abandonner sa conception d’une «force de frappe» purement française au profit de celle d’une «force de frappe européenne».[5] Sullo stesso numero, Christian Hébert: «Mais pour s’assurer ce rôle de leader qu’il revendique, le Président de la République a besoin d’un soutien politique, économique et financier qu’il pense ne pouvoir trouver qu’en Europe et plus spécialement en Allemagne occidentale. Il s’agit, en effet, non seulement de bénéficier du prestige et de l’influence d’un pays exceptionnellement prospère, mais aussi de trouver dans le potentiel économique allemand et dans les ressources du budget fédéral les possibilités matérielles d’accélérer la fabrication de la bombe H et de constituer la fameuse «force de frappe». Per fare questo il Generale non può che andare contro gli interessi della Inghilterra, sempre sospettosa di fronte a qualsiasi forma di egemonia continentale e non può che ridurre all’impotenza le Comunità Europee e specialmente l’Euratom, in cui la Francia è una inter pares e non prima inter pares. In più De Gaulle ha bisogno di una copertura europea alla sua politica in Africa e in Algeria in particolare, politica che, dopo il voluto fallimento dei colloqui di Melun, ha mostrato il suo vero volto tutt’altro che pacifico.
Questa politica potrebbe arrivare ad avere successo, se la Germania Federale non ne seguisse una differente. E’ sintomatico che subito dopo i colloqui del Rambouillet, Adenauer, spinto da Erhard e relativi gruppi economici rappresentati, abbia invitato Macmillan a Bonn, per tranquillizzare le apprensioni britanniche. Il tentativo, poi, di creare un nuovo equilibrio di forze all’interno della NATO, poteva aver successo nel prospettarsi della distensione, ma non lo può avere ora in un rinnovato momento di tensione, che De Gaulle e Adenauer stessi hanno contribuito a creare.
Ancora, se per costruire la bomba H Parigi ha bisogno dei tedeschi, per la difesa di Berlino e per la riunificazione Bonn ha bisogno soprattutto degli americani. L’intreccio delle politiche nazionali dei diversi Stati non produrrà mai una politica di costruzione europea, perché queste in situazioni normali sono per loro natura divergenti. Assume forza di dimostrazione il fatto che, nonostante le reciproche insistenze, mai Bonn si è dimostrata disposta a coprire la politica francese in Algeria e Parigi, dopo aver dichiarato di considerare definitivi i confini dell’Oder-Neisse, si è sempre rifiutata di appoggiare le rivendicazioni della Germania per Berlino e per le zone dell’Est e anzi ha recentemente perfino consigliato prudenza ad Adenauer in merito alla convocazione del Bundestag a Berlino per non irritare gli animi.
Per queste ragioni, non solo non crediamo nel nuovo rilancio, ma non crediamo neppure che De Gaulle e Adenauer si siano messi d’accordo a Rambouillet. Se da questa iniziativa dovesse uscire qualche cosa, sarà ancora una formula vuota, che non solo non corrisponderà alle intenzioni del suo autore, ma non potrà avere nessun contenuto positivo. «Europa: da un castello a un altro» è il titolo dell’editoriale dell’Express, che abbiamo citato. L’Europa non è nata in un castello, aggiungiamo noi: per noi non potrà nascere che sulle piazze.
 
Alessandro Cavalli


[1] L’Express, 4 agosto 1960.
[2] La Stampa del 10 agosto 1960 riporta una frase di un’intervista concessa da Adenauer a Paris-Match che dice: «Dobbiamo integrare l’Europa per sottrarre la Germania al suo pericoloso fato». E’ sintomatico come questa frase non compaia nel testo ufficiale dell’intervista sottoscritto dal Cancelliere. Certe cose non possono passare attraverso le maglie dell’informazione nazionale.
[3] Questo invero, necessitando un rivolgimento della situazione di potere, è il compito di quelle forze politiche che stanno lontano da esso e che si preparano alla sua conquista.
[4] Si leggano, per portare un altro esempio, queste righe riportate da una corrispondenza da Bonn, in Le Monde del 10 agosto 1960, che illustrano un progetto tedesco, in cui spicca la proprietà con cui son impiegati i termini integrazione e federazione: «Toujours selon les partisans de cette thèse, ce plan consisterait à créer avec la Grande-Bretagne une fédération politique de l’Europe, peut-être par l’intermédiaire de l’Union de l’Europe Occidentale (U.E.O.). Créée avec la participation de la Grande-Bretagne après l’échec de la C.E.D., l’U.E.O., qui se consacrait jusqu’ici à des tâches militaires, étendrait son activité au domaine politique, et permettrait de surmonter l’opposition entre les blocs économiques des Six et des Sept. Il ne serait plus question d’intégration européenne, mais de fédération». Molto più chiaro e esplicito invece, Michel Debré nel suo discorso in Parlamento, (Le Monde: 27 luglio 1960): «Les nations européennes doivent clairement affirmer leur solidarité. Il s’agit d’abord d’assurer, par la coopération organisée des gouvernements, autorités légitimes et responsables des nations, une action commune dans certain domaines essentiels».
[5] A proposito della force de frappe merita di essere ricordato l’intervento del deputato socialista Arthur Conte a Palazzo Borbone: «Il nous faut, d’autre part, parfaire la construction européenne. Là-dessus, nous ne sommes pas d’accord avec le gouvernement. La sainte alliance ne suffit plus, ou alors on va contre le vent de l’histoire. L’Europe sera intégrée ou il n’y aura pas d’Europe. Notre conception correspond à l’idée que nous nous faisons de notre sécurité. Pour renforcer celle-ci comme pour alléger les charges qui pèsent sur la population laborieuse, combien préférons-nous une force de frappe européenne à une force de frappe nationale!». (Applausi sui banchi socialisti, M.R.P., radicali e di una parte della destra) (Le Monde del 27 luglio 1960). Che nel parlamento francese sia rimasto ancora un discreto numero di sinceri europei lo dimostrano anche le numerose risposte affermative che il C.P.E. sta ricevendo dai parlamentari francesi in merito alla presentazione del trattato per la convocazione dell’Assemblea Costituente.

 

 

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