Anno II, 1960, Numero 5, Pagina 287

 

 

LA PADELLA O LA BRACE
PRIME AVVISAGLIE
 
 
I gravi incidenti tra dimostranti e forze dell’ordine verificatisi a Genova, Roma, Reggio Emilia, Palermo e Catania, tra gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio, nel corso dei quali hanno trovato la morte otto dimostranti ed in seguito ai quali è caduto il governo Tambroni e si è costituito il terzo gabinetto Fanfani, hanno messo alla ribalta nel modo più chiaro quelli che diventeranno con ogni probabilità i due protagonisti dell’agone politico italiano: il comunismo e l’autoritarismo di destra. Via via che gli Stati Uniti saranno costretti per mantenere le loro posizioni nel mondo a preoccuparsi sempre meno dei principi democratici accettati dai loro alleati, via via che si rivelerà sempre meglio l’impossibilità di trovare sul piano nazionale una soluzione ai nostri problemi economici e sociali di fondo e che di conseguenza avanzerà sempre più il processo in atto di decomposizione della democrazia, l’unico solido baluardo contro il totalitarismo comunista e atto a mantenere saldamente l’Italia in seno all’Occidente diventerà l’autoritarismo di destra. Sulle spoglie della decomposta democrazia, nell’atmosfera asfittica di una situazione senza esiti, prenderanno posizione i due veri protagonisti della lotta politica italiana. Tambroni e Pajetta hanno recitato ottimamente l’anteprima, ma i più, ipnotizzati dai vecchi termini fascismo-antifascismo, non se ne sono neanche accorti.
Lo sfondo internazionale in cui sono avvenuti. i suddetti scontri di Genova, Roma, Reggio Emilia, Palermo e Catania, era caratterizzato dal vistoso arretramento del prestigio degli Stati Uniti nel mondo e dalla campagna propagandistica antiamericana condotta dal blocco comunista. La goffaggine della condotta tenuta dal Presidente Eisenhower e dal dipartimento di Stato americano durante l’incidente dell’U-2 aveva solidamente aiutato Kruscev nella sua campagna di insulti e di invettive dirette contro l’America. Le dimostrazioni di piazza e l’abbattimento del regime di Syngman Rhee nella Corea del sud, le dimostrazioni di piazza e il colpo di Stato dei militari in Turchia avevano segnato la caduta di due governi che erano stati fino allora più o meno caldamente appoggiati dagli Stati Uniti; le grandi dimostrazioni di Tokio contro il nuovo patto nippo-americano con la clamorosa sospensione del viaggio del Presidente Eisenhower nella capitale giapponese avevano scosso ancor più fortemente il prestigio e la posizione internazionale degli Stati Uniti. Inoltre, i fatti della Corea del sud, della Turchia e del Giappone avevano mostrato da un lato l’efficacia delle dimostrazioni di piazza e dall’altro anche la buona riuscita di un colpo di Stato. Mentre l’arretramento della forza nordamericana nel mondo dava una più larga libertà di gioco alle estreme politiche in Italia, queste ultime potevano trovare anche buoni modelli per la loro azione nei recenti avvenimenti internazionali.
La scintilla fu data dalla decisione da parte dei dirigenti del M.S.I., con il consenso del ministero dell’interno, di tenere il Congresso del partito a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, nel Teatro Margherita, situato a pochi passi dal Sacrario dei Caduti per la Resistenza. La decisione, presa nel momento in cui il M.S.I. era giunto alla semi-riconosciuta onorabilità parlamentare con l’appoggio al governo Tambroni, sollevò il malumore e le reazioni di quasi tutte le parti politiche che avevano partecipato alla lotta di liberazione e di larghi strati della popolazione genovese, che aveva sofferto non poco durante la Repubblica di Salò e che vanta una solida tradizione di antifascismo. Per quanto i dirigenti neofascisti abbiano poi negato l’intenzione di sfidare gli ideali della Resistenza e abbiano asserito che soltanto circostanze di altra natura li avevano portati a stabilire a Genova e nel teatro Margherita il loro Congresso, è difficile ritenere che essi non volessero mostrare all’opinione pubblica almeno il completo ritorno nell’ambito della onorabilità politica e morale. Ciò è confermato dalla notizia secondo la quale i missini avrebbero in un primo tempo indicato nella rosa di città proposte per tenervi il Congresso anche Bolzano; e, inoltre, dall’annunciata presenza al Congresso di Genova dell’ex-Prefetto repubblichino del capoluogo ligure, Basile. In ogni modo, qualunque fosse l’intenzione dei maggiorenti del M.S.I., il sentimento antifascista largamente diffuso nella popolazione genovese reagì con un vigore ed una forza difficilmente prevedibili alla vigilia dei primi scontri più violenti.
I comunisti s’impadronirono prontamente della situazione: essi misero immediatamente in campo la potente ed organizzata forza d’urto delle loro squadre, ingrossarono la lotta a livello nazionale, attaccarono decisamente l’equilibrio politico esistente. Benché non mancasse tra loro qualche autorevole dissenziente, essi colsero l’occasione per creare tumulti, al fine di conseguire i loro due scopi principali: aumentare il disagio politico internazionale degli Stati Uniti d’America, e tentare di separare da questi ultimi i paesi loro alleati e più vicini al mondo comunista, in politica estera; far naufragare, in un fronte popolare sotto l’intangibile insegna dell’antifascismo, la lentissima operazione del distacco dei socialisti nenniani dal P.C.I. e della cosiddetta apertura a sinistra, in politica interna. I precedenti esempi verificatisi in altri paesi, della buona riuscita delle dimostrazioni di piazza li rendevano fiduciosi e più audaci.
Di fronte ai comunisti, fece brevemente ma chiaramente capolino l’autoritarismo di destra. Esso non era costituito, né ispirato, dai missini. Questi non rappresentavano certamente, e non rappresentano, un serio pericolo per la democrazia in Italia: essi hanno un seguito modesto e non suscettibile di allargamenti, e soprattutto non hanno una salda direzione politica e una decisa linea d’azione rivoluzionaria. Sembra inoltre che, negli intendimenti di un largo settore del partito, il Congresso di Genova dovesse essere contrassegnato dal tentativo di conciliazione con i principi democratici. In realtà i missini, in tutta questa vicenda, tennero un comportamento piuttosto sommesso e piegarono il capo. La vera destra autoritaria non ebbe il loro volto: essa si manifestò in quello del Presidente del Consiglio T ambroni. Il malcelato disprezzo per il Parlamento, i velati appelli al «paese reale», l’ostinatezza e la pertinacia nel desiderio di prendere e di mantenere il potere avevano già preannunciato il carattere dell’uomo. Le dure disposizioni trasmesse alle forze dell’ordine dopo gli incidenti avvenuti a Genova, e la rinnovata tenacia con cui egli tentò più tardi di mantenersi al potere, completarono il quadro. Il «governo forte», l’autoritarismo di destra, trovò i suoi esponenti nel solo luogo in cui poteva trovarli, nel padellone del partito di maggioranza. Non essendovi in Italia una forza di destra capace, almeno per ora, di un’azione rivoluzionaria o di un colpo di Stato, la via verso l’autoritarismo di destra è segnata dal lento, discontinuo e apparentemente impercettibile modificarsi degli uomini e delle posizioni del governo. Tambroni lo ha mostrato in modo eccellente. E non gli sono mancate le adesioni egli incoraggiamenti: tutta una parte della destra politica ed economica italiana si è improvvisamente riconosciuta nella personalità del Capo del governo.
I componenti della vecchia coalizione di centro sono corsi ai ripari il più presto che hanno potuto: la «difesa della democrazia» è divenuta più importante di tutti i precedenti contrasti. In tal modo è nato il nuovo governo monocolore presieduto dall’on. Fanfani, in cui hanno trovato posto tutti i notabili e tutti gli ex-Presidenti del Consiglio democristiani. Ad eccezione di uno, benché sia stato invitato. Per una questione di «elementare dignità», Tambroni ha rifiutato: egli ha ormai qualificato univocamente e in modo preciso la sua posizione. Così, mentre i democratici di sinistra più ossessionati da un antifascismo fuori di moda presentano donchisciottescamente una proposta per lo scioglimento del M.S.I.; il totalitarismo di sinistra e l’autoritarismo di destra si ritirano quietamente nell’attesa di altri momenti propizi. L’immobilismo che la lenta operazione dell’apertura a sinistra e l’attesa per essa sono in grado di consentire entro certi limiti potranno far durare ulteriormente anche molto a lungo l’attuale equilibrio politico in Italia. Ma l’atteggiamento più spregiudicato degli Stati Uniti, o una minore influenza di essi in Europa, da un lato, e la caduta delle speranze nell’efficacia dell’apertura a sinistra per risolvere i problemi economici e sociali di fondo, dall’altro, porteranno con ogni probabilità la situazione alla sua nuda realtà. L’autoritarismo di destra e il totalitarismo di sinistra saranno allora gli avversari scoperti sul campo. O la padella, o la brace.
 
Mario Stoppino

 

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