Anno I, 1959, Numero 3, Pagina 158

 

 

IL RAPPORTO N. 6 DEL COMITATO PER LO SVILUPPO DELL’OCCUPAZIONE E DEL REDDITO
 
 
Il Comitato per lo sviluppo dell’occupazione e del reddito («Comitato Saraceno»), su richiesta del presidente del Consiglio dei ministri, ha preso in esame i progressi compiuti dall’economia italiana nel quadriennio 1955-58, e li ha commisurati agli obiettivi indicati nello Schema Vanoni. Il rapporto n. 6 di tale Comitato, pubblicato ufficialmente il 24 giugno, contiene i risultati dell’esame.[1] Il rapporto rileva anzitutto che «per il conseguimento degli obiettivi indicati, lo Schema poneva come condizione necessaria, sebbene non sufficiente, il raggiungimento di un tasso annuo di aumento del reddito non inferiore in media al 5% annuo. Orbene, questa condizione è stata osservata: dato che nel quadriennio 1955-58 il reddito nazionale si è accresciuto del 22,5%, vale a dire in ragione del 5,2% medio annuo». Fatto questo rilievo, il rapporto, esamina «i quattro fenomeni fondamentali sui quali una azione ispirata allo Schema si proponeva di influire: l’occupazione, gli investimenti, la bilancia dei pagamenti e il divario economico tra il Nord ed il Sud», e tira le seguenti conclusioni:
a) Occupazione. Si costata un leggero scarto in meno tra gli obiettivi dello Schema ed i risultati conseguiti. Lo Schema prevedeva un aumento netto dell’occupazione (all’infuori del settore agricolo) di 3.200.000 unità, vale a dire di 1.280.000 unità per il primo quadriennio supponendo un miglioramento uniforme. L’aumento effettivo è stato di 1.000.000-1.100.000 unità. Questo aumento supera di 600-700.000 unità l’incremento naturale delle forze di lavoro, e farebbe pensare ad un notevole assorbimento della disoccupazione strutturale. Però la situazione è diversa. Lo stesso rapporto, nella parte dedicata alla revisione dello Schema sulla base dei nuovi dati economici, osserva: «l’offerta di lavoro che si prevede di dover soddisfare si profila più rilevante di quanto indicato nello Schema». Ciò equivale a dire che per fare il punto sulla situazione della disoccupazione strutturale bisogna paragonare l’occupazione attuale con la domanda effettiva di lavoro, e non con le cifre dello Schema, che non tenevano abbastanza conto della disoccupazione tecnologica, della diminuzione dell’occupazione agricola, e del fatto che, essendo in Italia piuttosto bassa la proporzione tra popolazione in età di lavoro e popolazione attiva, si deve far fronte ad un aumento della domanda di lavoro determinato dalla crescente tendenza alla ricerca di un’occupazione da parte della popolazione in età di lavoro attualmente «non attiva» sotto lo stimolo della modificazione dell’ambiente sociale. Tenendo presenti queste osservazioni, le cifre 1STAT della disoccupazione e della sotto-occupazione, ed altre fonti, non si è lontani dal vero se si dice che, grosso modo, la disoccupazione strutturale non è peggiorata, ma non è nemmeno migliorata, perlomeno in modo sensibile.[2]
b) Investimenti. Lo Schema prevedeva un saggio annuo di aumento degli investimenti del 7,8%. In realtà si è avuto un saggio del 6,8%, ma, come il rapporto mette in evidenza, ciò corrisponde ad un saggio dello 11,5% nelle abitazioni, del 4,1 % nei settori propulsivi, e del 6,1% nelle industrie e servizi, rispettivamente contro il 6,5%, il 7,3% e lo 8,9% dello Schema. In sostanza «il crescente flusso del nostro risparmio è stato assorbito dall’edilizia per abitazioni in misura molto maggiore di quanto previsto dallo Schema; e così il saggio di aumento dei soli investimenti direttamente produttivi sarebbe stato addirittura inferiore allo stesso saggio di aumento del reddito».
c) Bilancia dei pagamenti. «Nel settore della bilancia dei pagamenti si sono senza dubbio conseguiti i risultati più brillanti. L’obiettivo della diminuzione di un deficit, che era giudicato di carattere strutturale, è stato sostanzialmente conseguito dall’economia italiana già nel 1957, cioè nel terzo anno dello Schema. Se si considerano l’entità delle riserve valutarie esistenti e l’ulteriore rafforzamento dell’equilibrio conseguito dopo il 1957 e tuttora in corso, è da ritenere che, fermo restando s’intende il tradizionale indirizzo della nostra politica monetaria, la bilancia dei pagamenti non pone più problemi di carattere strutturale».
d) Progresso economico del Mezzogiorno. «La politica di sviluppo svolta nel Mezzogiorno ha dato luogo in quella regione ad un aumento di reddito molto maggiore che nel passato; nello stesso periodo però la congiuntura molto favorevole di cui ha beneficiato l’economia mondiale ha dato un grande impulso allo sviluppo economico delle sole provincie dove è situata gran parte dell’industria italiana. Ed è così che le proporzioni in cui il reddito nazionale si riparte tra Nord e Sud sono rimaste nel complesso invariate ad onta dell’indubitato progresso che l’azione pubblica ha determinato nel Sud».
Il rapporto esamina in seguito i mutamenti economici intervenuti dopo la presentazione dello Schema, la validità attuale delle scelte allora formulate, e le nuove prospettive ed i nuovi obiettivi della politica economica italiana. Ma vale la pena di fermarsi sulla parte che abbiamo riassunto, perché questa parte mette in evidenza i dati fondamentali del problema sociale italiano.
1) Dal rapporto risulta che i governi italiani del dopo guerra hanno seguito una politica conservatrice. Infatti essi hanno realizzato l’obiettivo «conservatore» dello Schema: il pareggio della bilancia dei pagamenti; ma hanno mancato l’obiettivo «progressista» del medesimo: una politica degli investi menti rivolta a modificare la struttura dell’economia italiana.
2) Questa politica corrisponde ad un equilibrio sociale nel quale il governo interviene solo per evitare avventure, mediante una politica monetaria «classica», mentre l’effettiva direzione economica resta al compromesso tra gli economicamente forti.[3]
3) Tale equilibrio, che nelle sue linee di fondo è permanente nella storia dello Stato italiano, non è in grado di eliminare i mali sociali italiani. Infatti, nonostante il periodo di alta congiuntura del quadriennio considerato, la disoccupazione strutturale ed il divario Nord-Sud sono rimasti praticamente invariati.
4) La responsabilità politica del mantenimento di questo equilibrio è soprattutto della «sinistra». E’ naturale che la «destra» si preoccupi solo di evitare avventure e tenda a perpetuare la status quo sociale, mentre è patologico che la «sinistra» non riesca a scalfirlo seriamente. Questa responsabilità diventa ancora più grave se si tiene presente che la situazione sociale, profondamente cattiva, non dà luogo da parecchio tempo ad agitazioni sociali tali da mettere in crisi, o perlomeno in allarme, il potere politico. In sostanza nel dopoguerra la «sinistra» ha assolto una funzione di copertura della conservazione, perché ha tenuto ancorate le forze sociali che avrebbero interesse a rompere l’equilibrio economico ad una lotta politica — quella per il potere italiano — che non consente a tali forze di divenire maggioranza e governo, per il semplice fatto che l’Italia non costituisce un quadro economico capace ad un tempo di accrescere la produttività del lavoro e di assorbire l’offerta del lavoro.
Questi quattro punti, che corrispondono ad accertamenti di fatto e non a valutazioni ideologiche, dovrebbero essere seriamente meditati da coloro che hanno sempre in bocca le parole «sociali». Ad ogni modo noi li riprenderemo in esame più ampiamente, per non lasciar tregua ai troppi Padri Zappata che tanto a destra, quanto al centro, quanto a sinistra infestano la scena politica italiana.
 
Mario Albertini


[1] Cfr. «Mondo Economico» del 22 agosto 1959 (supplemento).
[2] I dati ISTAT danno un totale di 1.583.000 (al 20 gennaio 1959) e di 1.183.000 (al 20 aprile 1959) tra disoccupati e persone in cerca di prima occupazione, ed alle stesse date rispettivamente un totale di 1.049.000 e di 1.183.000 persone non appartenenti alle forze di lavoro con attività lavorativa occasionale. Per valutare queste cifre bisogna tener presente che in Italia il rapporto tra popolazione in età di lavoro (tra i 15 ed i 64 anni inclusi) e popolazione attiva (occupata o no) si calcola al 65% circa, mentre ad esempio questa percentuale è quasi del 73% in Gran Bretagna ed in Germania.
[3] Tra questi economicamente forti ci sono tanto imprese private quanto imprese statali. Non ha pertanto alcun senso descrivere questo equilibrio con gli antiquati termini ottocenteschi del liberismo, ma bisogna piuttosto considerare il carattere di una economia a metà oligopolistica, ed a metà arcaica, in un mercato ormai ristretto.

 

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