Anno I, 1959, Numero 2, Pagina 80

 

 

DE GAULLE E IL RITORNO
DEL NAZIONALISMO
 
 
E’ tornato il tempo dei grandi riti nazionali. Portato in Italia dalle memorie del 1859 De Gaulle ha visitato i luoghi «sacri» del «Risorgimento» italiano; e tra fiumi di retorica noi abbiamo rivisto le parate militari celebrative. Questi riti del Dio moderno, la nazione, si compongono di tre elementi egualmente irrazionali. In primo luogo stanno i grandi personaggi storici. Costoro, circondati da turbe osannanti mentre sfilano le loro armi ed i loro soldati, si ubriacano di potere,[1] e si sentono davvero l’incarnazione mistica delle loro nazioni. In secondo luogo stanno le turbe: turbe di uomini pressati fisicamente l’uno contro l’altro, annullati dalla maestà del grande personaggio e del suo apparato di forza, che si ubriacano di servilismo e si sentono gregge. In terzo luogo stanno i soldati che faticano virilmente e, disposti all’automatismo dall’inquadramento ed al ritmo della marcia, si ubriacano di devozione per l’incarnazione mistica delle loro fatiche e si sentono animali efficienti, pronti ad uccidere e a morire. In realtà le nazioni, fatte per dividere gente della stessa civiltà, hanno il loro fondamento obiettivo negli eserciti, cioè nella parte più feroce del potere politico, ed il loro fondamento psicologico nelle ubriacature collettive nelle quali chi comanda diventa padrone, e chi ubbidisce schiavo.
Certamente il 23 giugno a Milano né i grandi personaggi, né le turbe, né i soldati ricordavano che la bellissima Francia e la bellissima Italia che sfilavano per corso Sempione furono pochi anni fa per i loro «figli» la rabbia della guerra civile, la disperazione di paesi sconvolti da eserciti stranieri, la miseria dell’accattonaggio per avere dagli americani i dollari necessari per uscire dal marasma economico. E nemmeno pensavano che quei fucili e quei carri armati, nell’era delle bombe H e dei missili, sono il simbolo della nostra impotenza e non della nostra potenza. Corso Sempione era il 23 maggio un quadro di delirio e di oblio, ed il quadro era dominato da De Gaulle. Il nazionalismo italiano, debole quanto è debole l’Italia, ha sempre avuto bisogno di tenere sulla scena un grande protettore, ed oggi più che mai ha importanza solo come effetto, non come causa.
Secondo Mauriac, che ha avuto l’ottusità di dire questa cosa agli «amici italiani», De Gaulle è un «uomo della provvidenza». Chi sia in realtà De Gaulle, ce lo dice lui stesso: «Per tutta la vita, mi sono fatto una certa idea della Francia. Ciò che v’è in me di affettivo immagina naturalmente la Francia come la principessa della fiaba o la madonna degli affreschi murali, votata ad un destino eminente ed eccezionale. Ho, d’istinto, l’impressione che la Provvidenza l’abbia creata per dei successi compiuti o delle sventure esemplari. Se avviene che la mediocrità segni, pertanto, i suoi fatti e le sue gesta, ne provo la sensazione di una assurda anomalia, imputabile alle colpe dei francesi, non al genio della patria. Ma anche il lato positivo del mio spirito mi convince che la Francia non è realmente se stessa che al primo posto; che, sole, le vaste intraprese sono capaci di compensare i fermenti di dispersione che il suo popolo porta in se stesso; che il nostro paese, come è, tra gli altri, come sono, deve, a rischio di pericolo mortale, mirare alto e tirare diritto. Alle corte, secondo me, la Francia non può essere la Francia senza grandezza».[2]
L’autoritratto è perfetto. Forse uno psicanalista potrebbe dirci che se si parlasse della Francia con il genere maschile, come si fa con le immagini di John Bull e di Zio Sam per l’Inghilterra e per l’America del Nord, invece che con il genere femminile, questa costruzione non potrebbe reggere. Ad ogni modo, a noi interessa costatare che funzione ebbe il personaggio De Gaulle nel 1940 e che funzione ha oggi. Ci basta, a questo scopo, farlo ancora parlare. Il 18 giugno 1940 diceva: «Credetemi, a me che vi parlo in conoscenza di causa e vi dico che niente è perduto per la Francia. Gli stessi mezzi che ci hanno vinto possono far venire un giorno la vittoria. Perché la Francia non è sola! Essa non è sola! Essa non è sola! Essa ha un vasto Impero alle sue spalle. Essa può fare blocco con l’Impero britannico che tiene il mare e continua la lotta. Essa può, come l’Inghilterra, utilizzare senza limiti l’immensa industria degli Stati Uniti. Questa guerra non è limitata allo sventurato territorio del nostro paese. Questa guerra non è decisa dalla battaglia di Francia. Questa guerra è una guerra mondiale. Tutte le colpe, tutti i ritardi, tutte le sofferenze, non impediscono che ci siano, nell’universo, tutti i mezzi per schiacciare un giorno i nostri nemici. Fulminati oggi dalla forza meccanica, potremo vincere nell’avvenire con una forza meccanica superiore. Questo è il destino del mondo».[3]
Erano affermazioni sensate. I nazionalisti di vista corta non vedevano che la Francia e la Germania. Battuta, come nel 1870, la Francia, pareva loro che si dovesse accettare la sconfitta, rispettare gli accordi per salvare il salvabile, ed aspettare il lontano futuro della rivincita. De Gaulle, nazionalista di vista lunga, comprese che la guerra non riguardava soltanto la Francia e la Germania ma il mondo intero, e quindi che il destino dei francesi sarebbe stato deciso non dalla battaglia di Francia ma dall’esito della guerra. Però il suo obiettivo era il ritorno ad una situazione nella quale fosse possibile ai francesi di decidere da sé del loro destino. l francesi, respingendo nel 1954 la fusione militare e politica con la Germania e gli altri paesi della «Piccola Europa» lo hanno seguito; e oggi pensano, con De Gaulle, in questo modo: «L’unità francese si spezzava. Agli occhi del mondo la Francia sembrava sul punto di dissolversi. I governanti… si trovavano di fronte a problemi enormi… pacificare l’Algeria, far sì che essa sia per sempre corpo ed anima con la Francia, organizzare su base federale i legami della nostra metropoli con i popoli associati dell’Africa e del Madagascar, stabilire sulla base della cooperazione i nostri rapporti con il Marocco, la Tunisia e gli Stati dell’Indocina. Nel mondo occidentale al quale apparteniamo, senza limitarci ad esso, prendere un posto che ci sia proprio, allo scopo di servire sia il paese sia la sicurezza. All’interno, compiere lo sforzo molto grave di riequilibrare le nostre finanze e la nostra economia, senza il quale il nostro paese cadrebbe in una irrimediabile catastrofe, ma grazie al quale esso vedrà schiudersi l’orizzonte della prosperità… Tutto ciò non è troppo per noi?… No, ciò non è troppo per la Francia, per questo paese meraviglioso…».
Un anno è passato da questo discorso del 13 giugno 1958. I problemi enormi che hanno travolto i partiti democratici francesi sono ancora insoluti, perché sono enormi anche per De Gaulle, perché sono enormi per la Francia sola sulla quale il «Generale» ora punta disperatamente. Il solo problema dell’Algeria, dal solo punto di vista economico, va molto al di là delle possibilità francesi.[4] De Gaulle ha ormai soltanto la funzione di tener fermi i francesi nella prigione nazionale, nella sospensione assurda tra la dissoluzione incombente ed il mito del paese meraviglioso di domani, mentre il declino della Francia (come degli altri paesi europei) rispetto alla Russia e all’America si fa giorno per giorno più grave, e mentre la possibilità delle singole nazioni europee di decidere da sé del loro destino diventa sempre più una favola ridicola e tragica. A Ginevra si discute il Problema della Germania, in sostanza quello della sicurezza dell’Europa, e gli unici interlocutori efficaci sono gli U.S.A. e l’U.R.S.S.
Eppure, contro l’evidenza stessa, sull’onda del nazionalismo rinascente, coloro che vogliono restare sempre a galla vanno dicendo che De Gaulle non solo salverà la Francia, ma addirittura unirà l’Europa. A questo proposito vale la pena di ricordare che significato ha per De Gaulle, dal 1940, la questione dell’unità europea. Tutti sanno che nel 1940 Churchill fece alla Francia che stava per cadere la proposta di una unione politica permanente. Pochi conoscono il retroscena, e la funzione, del fatto. Ascoltiamo ancora De Gaulle. Il 16 giugno 1940 egli era a Londra. Il governo francese, incerto tra la capitolazione e la continuazione della guerra in Africa, lo aveva incaricato di studiare con il governo inglese l’imbarco delle truppe francesi dai porti della Bretagna. Il mattino di quel giorno De Gaulle incontrò Corbin e Monnet, che gli avrebbero detto: «Noi sappiamo che lo spirito d’abbandono progredisce rapidamente… Ci si avvicina agli ultimi momenti. Il Consiglio dei ministri deve riunirsi a Bordeaux nella giornata e, secondo la verosimiglianza, questo Consiglio sarà decisivo. Ci è parso che una specie di colpo da teatro, che getti nella situazione un elemento completamente nuovo, sarebbe tale da cambiare lo stato degli spiriti e, in ogni caso, da rafforzare Paul Reynaud nella sua intenzione di prendere la strada di Algeri. Noi abbiamo dunque preparato con Sir Robert Vansittart, Segretario permanente del Foreign Office, un progetto che sembra saisissant. Si tratterebbe di una proposta di unione della Francia e dell’Inghilterra che sarebbe solennemente rivolta dal governo di Londra a quello di Bordeaux. l due paesi deciderebbero la fusione dei loro poteri pubblici, la messa in comune delle loro risorse e delle loro perdite, in breve il collegamento completo tra i loro rispettivi destini. Davanti ad un tale passo, fatto in tali circostanze, è possibile che i nostri ministri vogliano prendere respiro e, almeno, differire l’abbandono. Ma bisognerebbe che il nostro progetto fosse adottato dal governo britannico. Voi solo potete ottenere ciò da Churchill…».
De Gaulle continua: «Esaminai il testo che mi avevano portato. Mi apparve subito che ciò che aveva di grandioso escludeva, in ogni modo, una realizzazione rapida. Saltava agli occhi che non si poteva, con un semplice scambio di note, fondere insieme, nemmeno in teoria, l’Inghilterra e la Francia, con le loro istituzioni, i loro interessi, i loro Imperi, supponendo che ciò fosse desiderabile… Ma, nell’offerta che il governo britannico avrebbe rivolto al nostro, ci sarebbe stata una manifestazione di solidarietà che avrebbe potuto avere un reale significato. Soprattutto pensai, come Corbin e Monnet, che il progetto era in grado di dare a Paul Reynaud, nell’estrema crisi nella quale era immerso, un elemento di conforto e, rispetto ai suoi ministri, un argomento per la tenacia. Accettai dunque di adoperarmi presso Churchill perché lo facesse proprio».
Churchill accettò il progetto: «Parlai a Churchill del progetto d’unione dei due popoli «Lord Halifax me ne ha parlato, mi disse. Ma è un boccone enorme» — «Certamente, risposi. Anche la realizzazione richiederebbe molto tempo. Ma la manifestazione può essere immediata. Al punto in cui sono le cose, nulla di ciò che potrebbe sostenere la Francia e mantenere la nostra alleanza dovrebbe essere trascurato da voi». Dopo qualche discussione, il Primo Ministro si allineò alla mia opinione. Egli convocò subito il Gabinetto britannico… Nel frattempo, io avevo telefonato a Paul Reynaud per avvertirlo che speravo di rivolgergli, prima di sera e d’accordo con il governo inglese, una comunicazione molto importante. Egli mi rispose che di conseguenza rimandava alle 17 la riunione del Consiglio dei Ministri. «Ma, aggiunse, non potrei ritardarla ulteriormente».[5]
Come tutti sanno la proposta giunse a tempo. Ma non servì a nulla. In quel Consiglio dei Ministri Reynaud diede le dimissioni; e la Francia capitolò. Sia De Gaulle che Churchill avevano visto in quel progetto soltanto un mezzo per rafforzare in Francia il partito della resistenza. Probabilmente il processo delle cose sarebbe andato più avanti, scavalcando gli stessi protagonisti. Invero è ragionevole pensare che, per la sua enorme portata e per le circostanze di fatto, quel progetto si sarebbe realizzato contro le stesse intenzioni dei suoi astuti promotori. In tal caso, sulla base di un nucleo federale anglo-francese, il problema europeo del dopoguerra sarebbe stato quello delle successive adesioni dei vecchi Stati nazionali alla Federazione così costituita.
Le cose sono andate diversamente, e l’episodio ci serve ormai soltanto per giudicare gli uomini che lo vissero, ed in particolare per giudicare l’«europeismo» di De Gaulle. Ma l’episodio ha anche un valore di simbolo. Allora per la prima volta fu battuta la via tenuta nel dopoguerra da quasi tutti gli uomini politici nazionali che si sono occupati dell’unità europea soltanto per conseguire risultati nazionali e, come allora, né hanno conseguito tali risultati, né hanno realizzato l’unità europea.

 

 Mario Albertini

 


[1] I benpensanti troveranno che esageriamo. Li invitiamo pertanto a leggere Le style du Général di Jean Fançois Revel (Julliard, Parigi, 1959). Revel analizza il linguaggio di De Gaulle e cerca di ritrovare attraverso l’uso dei suoi termini certe costanti del suo pensiero. Per quanto svolta in chiave ironica l’analisi è seria e moderna, e mette in evidenza una visione del mondo ed un modo di pensare che qualunque persona giudicherebbe folli se, invece di essere riferiti a De Gaulle, fossero riferiti all’uomo comune. Ne diamo qualche esempio. De Gaulle su se stesso: «Sono sicuro che tutti quelli che, di generazione in generazione, hanno ben servito la Francia (ivi compresa, naturalmente, Giovanna d’Arco)… tutti costoro, ne sono sicuro, se vivono ancora, mi approvano, e, se sono morti, presentirono ciò che sarebbe stato detto un giorno in loro nome», «Mostaganem, grazie, grazie dal profondo del cuore, cioè dal cuore di un uomo che sa che porta una delle più pesanti responsabilità della storia». De Gaulle sulla Francia: «Io dico dunque vocazione della Francia, e — voi ne siete testimoni (la folla di un suo discorso a Bourges) — anche le speranze, io lo credo, che portano verso di noi più di due miliardi di esseri umani sulla terra», «Il mondo desidera, anche se talvolta ostenta il contrario, di vederci assolvere il ruolo che ci tocca, perché sente che ciò sarà a vantaggio di tutti gli uomini», «E’ la base sulla quale noi dobbiamo costruire il nostro avvenire di popolo moderno… di cui l’universo ha bisogno per parare il cataclisma», «Noi potremo costituire… una grande comunità umana, cioè francese».
[2] Charles De Gaulle, Mémoires de guerre, L’appel, Plon, Parigi, 1954, p. 5.
[3] Charles De Gaulle, op. cit., pp. 331-2.
[4] Cfr. ad esempio Raymond Aron, L’Algérie et la République, Plon, Parigi, 1958. Aron non è «uomo di sinistra», e non ha partiti presi. Esamina semplicemente la questione nei suoi dati reali, e giunge a conclusioni accettabili da qualunque persona di buon senso non fuorviata da preconcetti ideologici.
[5] Charles De Gaulle, op. cit., pp. 80-84.

 

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