Anno I, 1959, Numero 1, Pagina 41

 

 

«L’ALTO ADIGE É E RESTERÀ TERRA ITALIANA»
 
 
Leggendo in questi giorni buffonate di questo genere non ci venivano in mente i fascisti, anche se gli spettri del passato sono tornati di moda in questa Italia che ha scoperto ancora una volta la sua civiltà bimillenaria. Ci veniva in mente una severa meditazione di Luigi Einaudi sugli Stati dell’Europa continentale, che vogliamo riportare per intero: «Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire. Le esitazioni e le discordie degli Stati italiani della fine del quattrocento costarono agli italiani la perdita dell’indipendenza lungo tre secoli; ed il tempo della decisione, allora, durò forse pochi mesi. Il tempo propizio per l’unione europea è ora soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà. Siamo sicuri che i fattori avversi agli ideali di libertà non acquistino inopinatamente forza sufficiente ad impedire l’unione; facendo cadere gli uni nell’orbita nord-americana e gli altri in quella russa? Esisterà ancora un territorio italiano; non più una nazione, destinata a vivere come unità spirituale e morale solo a patto di rinunziare ad una assurda indipendenza militare ed economica».[1]
Tale è, in realtà, la nostra condizione storica. Alla fine del quattrocento stava sorgendo l’equilibrio europeo basato sugli Stati-nazione, e gli Stati-regione scomparvero. Oggi è sorto l’equilibrio mondiale basato sugli Stati-continente, e gli Stati-nazione stanno per scomparire. Chiamando le cose con i loro nomi, ciò significa proprio che l’Italia cesserà di esistere come entità indipendente. Il processo, del resto, si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Se vogliamo sapere che cosa può accadere di grave agli italiani nel prossimo futuro non aspettiamo nessuna notizia da Roma, ma leviamo lo sguardo su Washington e su Mosca. Però da Roma qualche cosa ci arriva. Ci arriva l’idea che in questa Italia, che non sa nemmeno quanti anni di vita semi-indipendente le restano, «l’Alto Adige è e resterà terra italiana ». Il nostro è tempo di pecore matte.
Senza curarci di loro, dopo aver parlato della prospettiva storica dei fatti «italiani», possiamo esaminare che cosa è accaduto nell’«Alto Adige». Il Sud Tirolo (Alto Adige soltanto per il provincialismo italiano) è etnicamente e linguisticamente tedesco, particolaristico e tirolese per stato d’animo e tradizioni.[2] Giuridicamente è italiano per diritto di conquista dalla fine della prima guerra mondiale. Alla fine della seconda guerra mondiale il governo italiano, che voleva Trieste per motivi di nazionalità, pretese di tenere il Sud Tirolo per il diritto della forza e, poiché era effettivamente più forte dell’Austria, impose il suo punto di vista. Tuttavia il governo italiano doveva in qualche modo rispettare i «principii democratici», e perciò De Gasperi promise a Byrnes, e convenne con Gruber, l’autonomia dei sudtirolesi. L’accordo De Gasperi-Gruber, recepito dal trattato di pace italiano, è assolutamente esplicito a questo riguardo. Infatti l’art. 1 dice: «Gli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano e quelli dei vicini comuni mistilingui della provincia di Trento godranno di completa eguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua italiana nel quadro delle disposizioni speciali destinate a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca »; e l’art. 2 dice: «Alle popolazioni delle zone sopra dette (gli abitanti della provincia di Bolzano e dei comuni mistilingui della provincia di Trento, e non quelli delle province di Bolzano e di Trento) sarà concesso l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo autonomo, nell’ambito delle zone stesse. Il quadro nel quale detta autonomia sarà applicata sarà determinato consultando anche elementi locali rappresentanti la popolazione di lingua tedesca».
Il governo italiano però non rispettò l’accordo, ed istituì la regione Trentino-Alto Adige[3] nella quale gli abitanti di lingua tedesca sono di nuovo una minoranza, e perciò non autonomi, e si limitò a concedere alcune autonomie a livello provinciale. Non ha importanza qui stabilire se esso non poté imporre sino in fondo la pretesa di negare qualsiasi autonomia ai sudtirolesi o se, come è più probabile, la temeva, e perciò volle sottoporla al massimo possibile di controlli. Importa il fatto che ne venne fuori un mostro giuridico di difficilissima attuazione: una regione autonoma nella quale le province sono autonome e le rispettive competenze (legislative ed esecutive) non derivano dalla naturale distribuzione di compiti tra la regione e le province, ma sono formalmente dettate dall’esigenza di assicurare agli abitanti di lingua tedesca la salvaguardia del loro carattere etnico. Questo mostro giuridico è servito al governo italiano per concedere soltanto goccia a goccia in linea di fatto ciò che aveva concesso in linea di diritto. Nonostante la energica azione politica sudtirolese lo statuto della regione Trentino-Alto Adige, soprattutto per quanto riguarda le competenze delle province (e quindi una limitata autonomia dei sudtirolesi) è ancora largamente inattuato. La crisi recente, durante la quale il governo italiano ha detto di essere esclusivo giudice dell’esecuzione di un trattato internazionale, è sorta proprio sulla base di una questione di applicazione dello statuto.
Lo statuto (art. 5, comma 11) conferisce alle province l’autonomia in materia di case popolari. Nell’agosto scorso la Provincia di Bolzano fece un tentativo di regolare questa materia redigendo una apposita proposta di legge, che fece la spola tra Bolzano e Roma, sinché il governo italiano la bocciò. Contemporaneamente il governo italiano autorizzò lo stanziamento di venticinque miliardi per l’edilizia popolare in nove città italiane, e comprese tra queste città Bolzano, cui assegnò due miliardi e mezzo. In altri termini, mentre i sudtirolesi stavano reclamando un loro diritto, il governo italiano sovrappose all’esercizio di questo diritto, previsto dallo statuto, le legge e l’amministrazione italiana. Il lettore che per avventura ritenga la questione trascurabile non ha che da recarsi a Bolzano, dove vedrà due città: la città vera, tedesca; e l’artificiale città nuova, retorica e fascista, fatta dai fascisti per popolare forzosamente Bolzano di italiani.
Questi i fatti, che la maggior parte degli italiani ignora perché quasi tutta la stampa italiana li ha tenuti nascosti. Dobbiamo ancora chiederci con quali punti di vista debbano essere visti. A nostro parere, due punti di vista si impongono:
1) E’ ridicolo fare ai nostri giorni della questione del Sud Tirolo una questione nazionale italiana; un po’ meno, ma sempre ridicolo, farne una questione nazionale austriaca. Il problema del Sud Tirolo dovrebbe essere visto secondo l’idea dei diritti delle minoranze. L’obiettività impone di dire che sino ad ieri i sudtirolesi si attennero a questo criterio, e fecero soprattutto una politica di difesa dei loro diritti di minoranza. Naturalmente ci furono anche eccessi di nazionalismo austriaco ma tali eccessi, non deliberati da dirigenti responsabili in sede responsabile, riguardavano il contorno dei fatti piuttosto che la loro natura, e furono comunque preceduti dalla deliberata e costante provocazione nazionalistica italiana ufficiale che impone ai tedeschi riti cari alla boria italiana in occasione delle sacre feste nazionali. Se, dopo aver giudicato la politica dei sudtirolesi, con lo stesso criterio giudichiamo quella degli italiani, dobbiamo dire che il rispetto dei diritti delle minoranze (al di fuori del quale la democrazia non significa più nulla) avrebbe dovuto portare all’istituzione della regione autonoma del Sud Tirolo, e possiamo misurare l’abisso che separa lo Stato italiano da un condotta democratica rilevando la distanza che corre tra questa soluzione, e la condotta dei governi italiani nel dopoguerra.
2) Maiora premunt: gli italiani di buon senso non si aspettano dal governo italiano la difesa della frontiera del Brennero (a che servirebbe se noi siamo difesi dai missili americani, e non dall’esercito italiano?), ma il mantenimento della pace e la soluzione dei problemi economici e sociali. Il governo italiano confessa, con i trattati del MEC e dell’Euratom, che lo sviluppo economico ed i connessi problemi sociali non sono perseguibili nel quadro del mercato italiano ed esigono l’integrazione economica europea, non compatibile con una somma di divergenti politiche nazionalistiche. Però, messo di fronte non ad una cessione di sovranità (inevitabile se si vorrà davvero raggiungere l’integrazione economica), ma soltanto ad una delega di sovranità ad un piccolo gruppo etnico, tira fuori la voce grossa" e fa della esclusiva «italianità» (quale?) di questa questione un caposaldo della sua politica estera, e rifiuta come impensabile un ricorso a qualunque organo internazionale.
L’idea nefasta che lo Stato (esercito, prefetti, burocrazia, poliziotti) debba coincidere con la nazione, il mito che non possa esserci libertà all’infuori dello Stato mononazionale, e la grossolana cultura politica che sta dietro queste convinzioni da dilettante e questi miti da primitivo, sono ancora l’alimento principale della nostra classe politica. E questa classe politica dovrebbe affrontare il problema della malattia mortale dell’Italia in piena solidarietà di vedute con gli altri governi europei, che hanno un problema analogo. Limitiamoci a concludere che il nostro destino non è in buone mani.
 
Mario Albertini


[1] Cfr. Luigi Einaudi, Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1956. p. 89.
[2] Il mensile « Popolo Europeo» (Anno II, n. 14), nell’articolo Storia e mitonella questione del Sud Tirolo, ricorda che il nome Alto Adige, inesistente sino ad allora, fu introdotto da un giornalista di Rovereto, Ettore Tolomei, nel 1906. Il Tolomei ebbe una parte insignificante nel movimento irredentista, dominato da Cesare Battisti che non pensò mai all’annessione di Bolzano e riteneva che il confine nazionale italiano dovesse essere fissato alla stretta di Salorno. La fortuna del Tolomei cominciò col fascismo: egli occupò, con le camicie nere, le scuole di Bolzano il 2 ottobre 1922 per affermarne l’italianità, e quindi divenne senatore. Nello stesso periodo si impose (solo in Italia) il nome Alto Adige.
[3] Coloro che sostengono che il governo italiano ha rispettato l’accordo si basano sulla seconda frase dell’art. 2: «Il quadro nel quale detta autonomia sarà applicata sarà determinato consultando anche elementi locali rappresentanti la popolazione di lingua tedesca», ed asseriscono che tale frase autorizzava il governo italiano a determinare a suo piacimento il quadro (frame), cioè l’odierna regione autonoma Trentino Alto Adige. Scrittori più prudenti sostengono tale interpretazione, ma osservano che ne sono possibili altre, e mettono in evidenza l’ambiguità del testo. Il testo effettivamente è ambiguo, e chi si limitasse all’interpretazione di questa frase potrebbe discutere all’infinito, e trovare argomenti tanto per una tesi quanto per l’altra. Tuttavia nel complesso dell’accordo emerge con chiarezza indiscutibile l’assegnazione di certi diritti (art. 1) e dell’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo autonomo (art. 2) a certe persone, chiaramente definite «gli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano e quelli dei vicini comuni mistilingui della provincia di Trento», e quindi si tratta di vedere se questi diritti e questi poteri sono stati riconosciuti. I fatti dicono di no: furono presi degli impegni (statuto della regione) a tutto oggi non ancora mantenuti. Qualche estremista della interpretazione italiana dell’accordo (spiace ritrovare in questa compagnia Augusto Guerriero), si rifà alla volontà delle parti per intendere il senso della frase in questione, e ricorda che De Gasperi voleva la regione Trentino-Alto Adige, e Gruber la regione Sud Tirolo. Ma il fatto che De Gasperi voleva una cosa e Gruber ne voleva un’altra non costituisce assolutamente un canone giuridico di interpretazione del testo, e spiega soltanto l’ambiguità della frase.

 

Mario Albertini

 

Condividi con