Anno I, 1959, Numero 1, Pagina 44

 

 

SUI TERMINI «NAZIONALI»,
SUL TERMINE «EUROPA»,
E SUL TERMINE «FEDERAZIONE»
 
 
Data l’importanza che hanno nel linguaggio della nostra rivista questi termini, e dato il fatto che essi vengono attualmente impiegati nei modi più diversi, vogliamo sin dal primo numero dire in che maniera li usiamo:
1) I termini «Francia», «Germania», «Italia» ed in genere il linguaggio «nazionale», inquadrano solitamente i fatti ed i luoghi della lotta politica, lo svolgimento della vita culturale, economica e sociale nell’ambito dei gruppi che convivono nei territori in questione. Questa terminologia non ha portata esplicativa sul piano teorico, ma semplicemente portata indicativa: distingue certi individui da altri individui, certi fatti da altri fatti, certi territori da altri territori, senza dirci nulla circa la loro natura. Evidentemente, su un piano teorico valgono solo gli schemi concettuali che riguardano (o si riportano a) determinati insiemi relativamente autonomi di fatti interdipendenti, mentre si costata facilmente che i diversi ammassi di fatti politici, o culturali, o economici, o sociali «francesi», «italiani», «tedeschi» non costituiscono degli insiemi relativamente autonomi di fatti interdipendenti, delle possibili unità concettuali.[1]
Tuttavia la maggior parte delle persone usa i termini del linguaggio nazionale come se avessero portata esplicativa, e precisamente quella di schemi corrispondenti a certe unità relativamente autonome di fatti interdipendenti basate sul dato «nazionale», che avrebbe rilevanza autonoma sul piano storico (ma è invece il risultato di un errore di metodo, quello compiuto dalla storiografia nazionale che separa arbitrariamente il campo storico nei diversi campi nazionali generando l’illusione della loro autonomia).
Per conto nostro noi useremo i termini nazionali: a) nella loro portata semplicemente indicativa, per distinguere certi individui e certi fatti da altri individui e certi altri fatti, senza pretendere che il linguaggio nazionale non solo li denoti, ma anche li spieghi; b) nella loro portata ideologica, cioè come criteri interpretativi del fatto che le persone che li usano come se avessero carattere teorico in realtà manifestano in tal modo un certo atteggiamento politico (consapevole nei nazionalisti, generalmente inconsapevole nei democratici) che mette al primo posto nella scala dei valori di gruppo il valore «nazionale», cioè la conservazione degli esistenti Stati nazionali.
2) Il termine «Europa». Dio solo sa in quanti modi sia stato usato attualmente questo termine, ed in particolare che significato abbia nella mentalità corrente l’espressione «unità dell’Europa». Ad ogni modo per noi il termine «Europa» designa soprattutto il «campo» nel quale abbiamo deciso di svolgere la nostra azione politica. Non pretendiamo che questo campo sia assolutamente autonomo; riteniamo soltanto che sia quello nel quale gli uomini che vivono nello spazio «Europa» potrebbero avere, per un tempo non precisabile, uno Stato federale sufficientemente indipendente, una economia espansiva, una società all’altezza dei problemi posti dallo sviluppo storico. In tal modo noi ci distinguiamo dai nazionalisti, che scelgono deliberatamente di fare la loro azione politica nel campo nazionale, e dai democratici nazionali, che si comportano nello stesso modo senza aver nemmeno riflettuto sulla convenienza di tale atteggiamento.
Queste considerazioni valgono per il significato del termine «Europa» nel discorso politico, cioè entro un discorso che richiede, per la soluzione di questioni come quella dell’estensione territoriale dell’Europa o di qualunque altra questione, l’impiego di criteri politici. Per quanto riguarda il significato del termine «Europa» negli altri discorsi (storico, culturale ecc.) noi cercheremo di non cadere a nostra volta nell’errore del pensiero nazionale che ha messo arbitrariamente sullo stesso piano linguistico e concettuale l’unità statale, il processo culturale, quello sociale e così via, riducendo esclusivamente alla misura statale la scala dei valori morali ed i criteri interpretativi di azioni molto diverse fra loro.
3) Il termine «Federazione». Secondo noi il federalismo ha un senso preciso solo come schema concettuale di un certo tipo di Stato. In questo senso il termine può reggere:
a) Un discorso tecnico su questo tipo di Stato come mezzo per certi fini. Nella situazione attuale questo discorso può mettere in evidenza, ad esempio, il fatto che la forma federale dello Stato è il solo mezzo per assicurare un potere politico democratico nelle grandi aree che sono oggi necessarie per lo sviluppo pieno della vita economico-sociale.
b) Un discorso critico sul comportamento politico liberale, socialista e via dicendo. Se diciamo ad esempio con Hamilton che «sperare in una permanenza di armonia tra molti Stati indipendenti e slegati sarebbe trascurare il corso uniforme degli avvenimenti umani, ed andar contro l’esperienza accumulata dal tempo» noi isoliamo una certa costante nell’ambito dei fatti politici che diventa pienamente comprensibile da parte di chi, avendo bene inteso il carattere della Federazione, vede gli Stati non federati come sono — dei poteri in lotta fra di loro per la supremazia o la sicurezza — e non come l’utopismo democratico e socialista internazionale desidera che siano — dei «popoli», o degli «Stati proletari», amici.
L’intelligenza di questa costante permette di affermare che i fini caratteristici del comportamento liberale (divisione del lavoro su scala mondiale, minimo di interferenza tra fatti politici e fatti economici) possono essere raggiunti teoricamente solo col mezzo di uno Stato federale mondiale, e limitatamente col mezzo di un equilibrio mondiale che riduca al minimo le tensioni internazionali. Un equilibrio di questo tipo può essere assicurato soltanto da un assetto internazionale che renda possibile nei singoli Stati l’accesso al potere di tendenze pacifiche, e non li costringa ad usare in modo rilevante le proprie risorse economiche a fini di potenza militare. Lo stesso può dirsi per i fini caratteristici del comportamento socialista  (raggiungimento di uno status di indipendenza economica e di dignità politico-sociale dei lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità). In questo orientamento il discorso può essere portato sino alla scoperta delle cause che hanno spezzato il breve liberismo internazionale dell’Ottocento, che hanno reso fallimentare l’esperienza delle internazionali socialiste ecc.
c) In ultima analisi un discorso positivo sui rapporti generali tra il diritto ed il potere. Sulla scorta del Kant di Per la pace perpetua possiamo dire che il comportamento giuridico riuscirà a coprire l’area interstatale (e di conseguenza i comportamenti giuridici interni ad ogni singolo Stato ma dipendenti dai rapporti internazionali: una gran parte, in sostanza, del cosiddetto diritto pubblico, che ha carattere ideologico e politico piuttosto che propriamente giuridico) solo in una Federazione mondiale, cioè in una situazione nella quale abbia fine il ricorso (o la minaccia del ricorso) alla guerra per regolare le divergenze di interessi. Questi concetti possono portarci lontano, e possono venir considerati molto astratti. In ogni modo solo con questi concetti possiamo renderci conto del fatto che gli uomini non riescono a mettere al primo posto nella scala dei valori di gruppo l’umanità, e ci mettono invece le nazioni, contraddicendo spesso i valori religiosi, morali, culturali, scientifici e sociali della nostra civiltà.
Secondo noi il termine «Federazione» non ha un senso preciso in altri discorsi. Quando, sulle tracce della filosofia di Proudhon, è inteso come un concetto-chiave della filosofia pluralistica della società, viene usato in un modo arbitrario e personale, che non può essere accettato da tutti coloro che sostengono, e sosterranno, che una filosofia pluralistica della società si impernia sulla rivelazione cristiana, o sulla morale kantiana, o sulla mentalità scientifica e via dicendo. In realtà questo uso particolare del termine «federalismo» trasferisce significati del discorso politico al discorso filosofico e viceversa, confonde l’analisi dei fatti con la scelta dei valori, unifica arbitrariamente diversi piani concettuali e mescola mezzi e fini generando un linguaggio metaforico che ciascuno interpreta a suo modo. In altri termini con questo uso arbitrario della parola «Federazione» si resta sul piano ideologico, e non si passa su quello scientifico-tecnico. Noi non accettiamo questo punto di vista, e limitiamo l’uso del termine «federalismo» al discorso politico, ed in particolare alle questioni messe in vista. Pertanto non stabiliremo alcun rapporto diretto tra «federalismo» e «filosofia».
Ci resta da dire che, per quanto riguarda l’unione dei termini «federalismo» ed «Europa» (e quindi il nostro atteggiamento politico), dopo quanto abbiamo detto risulterà chiaro che secondo noi la comprensione della lotta per l’unità europea richiede l’impiego di schemi federalisti, ma non viene esaurita da tali schemi. Infatti, per condurre questa lotta, bisogna dare risposte ai problemi politici, sociali ed economici del nostro tempo, e queste risposte esigono volta a volta conoscenze diverse che in quanto tali esigono l’impiego di altri criteri politici, e di criteri economici, giuridici, e sociali che non hanno legami diretti con gli schemi federalisti.
Su ognuno dei temi accennati in questa nota in modo forzatamente piuttosto breve torneremo nel corso del nostro lavoro.
 
Mario Albertini


[1] Per il solo aspetto politico del termine nazione (cioè quando è sinonimo di Stato), e per i soli Stati in grado di determinare l’equilibrio mondiale, il nome corrisponde a un insieme relativamente autonomo di fatti interdipendenti. In questo caso, e per questo solo significato, e dentro il discorso della ragion di Stato, i termini nazionali non hanno solo portata indicativa ma corrispondono anche a certi schemi concettuali.

 

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