Anno III, 1961, Numero 6, Pagina 273

 

 

CRONACHE MINIME DI STRASBURGO
 
 
Competenze politiche dell’Assemblea Parlamentare Europea e associazione della Grecia. — Nel corso della sessione di settembre l’Assemblea ha innanzi tutto preso atto con soddisfazione delle decisioni della conferenza dei capi di governo a Bonn (dove, come ben si sa, non si è deciso nulla), e si è pronunciata con entusiasmo per l’estensione delle sue competenze ai problemi di politica generale, dei quali appunto si trattava nel comunicato pubblicato alla fine di quella conferenza. Dopo di che — e questo in una situazione internazionale grave e drammatica come l’attuale — l’Assemblea ha rinviato ogni discussione a questo proposito: il che costituisce, si vorrà ben ammetterlo, una maniera originale di cominciare a esercitare delle nuove responsabilità. D’altra parte anche questa non è che una conferma di più dell’atteggiamento generale del Parlamento Europeo.
Qualcosa di analogo è successo per l’associazione della Grecia. L’Assemblea ha espresso, naturalmente, il suo compiacimento per la conclusione dell’accordo, e ha anche protestato, in una risoluzione approvata a questo proposito, per non essere stata consultata, e questo in violazione del Trattato, nel corso delle trattative col governo greco.
E’ tuttavia significativo che si sia rimandata in Commissione, senza avere il coraggio di approvarla, una risoluzione presentata dai tre gruppi politici, che tirava le conseguenze della precedente in questi termini: «L’Assemblea Parlamentare Europea, constatando, a conclusione della discussione sull’associazione della Grecia, che la procedura di negoziazione è stata difettosa per quanto riguarda l’esercizio delle funzioni assegnate alla Commissione della C.E.E.; presa conoscenza della domanda di adesione della Gran Bretagna e della Danimarca alla Comunità Economica Europea; ritiene indispensabile, per la salvaguardia del carattere comunitario della procedura, che la Commissione della C.E.E. e l’Assemblea siano associate ai negoziati nella forma più idonea; chiede che non sia leso in alcun modo lo spirito comunitario del Trattato di Roma, né nella sostanza, né nella procedura». Le trattative con la Gran Bretagna inizieranno tra breve. Non pronunziarsi immediatamente a questo proposito è un’ulteriore prova d’una debolezza ormai evidente.
Egualmente caratteristico per comprendere il carattere immobilista e conformista dell’europeismo ufficiale, è il fatto che l’Assemblea abbia respinto quest’emendamento, presentato dall’on. Vanrullen a nome del gruppo socialista: «L’Assemblea si augura che il governo greco prenda tutte le misure interne necessarie per: adattare i salari e le condizioni di impiego dei salariati greci all’accrescimento del reddito nazionale; combattere la disoccupazione e il sotto-impiego; eliminare le disposizioni legali e le pratiche amministrative restrittive che ostacolano la realizzazione dei compiti che i sindacati si sono liberamente proposti in materia di politica sociale ed economica; assicurare la ratificazione delle convenzioni fondamentali n. 87 e 89 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e assicurare cosi la libertà sindacale dei lavoratori e il loro diritto di concludere liberamente dei contratti collettivi; assicurare la riforma delle misure di assicurazione sociale».
La politica agricola comune, all’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa. — «In teoria nulla è più logico e vantaggioso che i liberi scambi di prodotti agricoli. Da una regione all’altra, infatti, le condizioni di produzione differiscono soprattutto, per quanto riguarda l’agricoltura. Il terreno e il clima, sono dei fattori determinanti e ovunque diversi. Considerazione più importante ancora, questi due elementi sono immutabili e caratteristici di un determinato luogo. Dovrebbe quindi essere la cosa più naturale del mondo che nel settore agricolo si venisse a stabilire una distribuzione naturale dei lavori fra le regioni e le nazioni. Non c’è nessun’altra branca produttiva dove ciò si imponga così decisamente. Ebbene non c’è nessuna branca nella quale questa semplice legge economica sia violata così costantemente e in modo così flagrante. Da nessuna altra parte il nazionalismo economico è così diffuso, così forte e così stretto, come nell’ambito dell’agricoltura. Non esiste nessuna sana divisione internazionale del lavoro; di conseguenza la prosperità è assai minore di quella che potrebbe essere.
Come si può migliorare una situazione così poco soddisfacente? Tutti sanno che non è sufficiente formare un mercato più grande, abolendo i dazi e i contingenti negli scambi fra un certo numero di nazioni. Oltre a questi ostacoli agli scambi commerciali, ce ne sono ancora molti altri per quanto riguarda la produzione agricola. Ci vuoi dunque ben altro che la semplice abolizione dei dazi e dei contingenti per arrivare a sani scambi di prodotti agricoli. Inoltre, un mercato comune per un certo numero di paesi, impone una politica comune nei confronti dei paesi terzi. In breve, le differenti misure nazionali dovranno essere sostituite da una politica comune dei paesi che desiderano formare un solo mercato.
Può essere interessante ricordare brevemente quali sono le condizioni necessarie per il perseguimento di una politica agricola comune. Anzitutto un potere esecutivo competente e vigoroso. Questo potere non potrà fare a meno di rivestire un carattere soprannazionale, e dovrà, nei limiti del possibile, esser messo in grado di prendere delle decisioni a maggioranza semplice. Coloro che tracciano e coloro che danno esecuzione alla politica comune devono avere una mentalità europea che non possa essere messa in dubbio, e, finché occupano questa posizione, non devono avere legami coi governi nazionali. Coloro che stabiliscono le direttive devono essere degli uomini politici e non dei funzionari.
Il perseguimento di una politica vigorosa esige la concessione di poteri alquanto estesi, che permettano di far fronte alla congiuntura economica che muta rapidamente e spesso in maniera inattesa. E’ altrettanto importante che l’agricoltura sia considerata come facente parte integrante della politica sociale ed economica generale. Quasi sempre e dappertutto la politica agricola nazionale comporta delle spese per il bilancio dello Stato. Questo fenomeno non cesserà certo di prodursi con una politica condotta su scala più grande. Appunto per questo la nuova autorità internazionale, che dirige la politica agricola, dovrà poter disporre di proprie risorse finanziarie, e risulta dall’esperienza che queste dovranno essere piuttosto considerevoli.
In regime democratico ci deve essere equilibrio fra le competenze del potere esecutivo e quelle del collegio parlamentare che lo controlla. Fin dall’inizio è indispensabile che ci sia una rappresentanza parlamentare che abbia per compito stimolare, consigliare, sorvegliare. Ed è questo collegio che dovrà, in fin dei conti, assicurare il pieno controllo parlamentare sulla politica comunitaria.
Non ci si deve stupire che, in un rapporto sulla politica agricola, siano trattati dei problemi di portata politica generale. Ovunque nel mondo l’agricoltura è oggetto d’intervento continuo e intensivo da parte dello Stato. In nessun campo della vita economica l’intervento è così massiccio. E man mano che il processo d’integrazione si svilupperà, l’agricoltura sarà oggetto di sempre maggior attenzione, come ci dimostra ogni giorno lo svolgersi delle cose nella C.E.E. Per rimuovere gli impedimenti commerciali non c’è bisogno di strumenti e di organi comuni. Questi si impongono invece per lo svolgimento di una politica attiva nel campo sociale e economico, come quella necessaria nel settore agricolo».
Si potrebbe quasi credere che la citazione fatta provenga da un articolo di un federalista. E invece è un passaggio del rapporto sulle politiche agricole in Europa, presentato all’Assemblea Consultiva da un laburista olandese, l’on. Vondeling. Ma che può fare l’Assemblea perché le cose si adeguino a queste parole? Chiediamolo al testo che è stato approvato in conclusione del dibattito che si è svolto a questo proposito: l’Assemblea, esaminato, tenuto conto, considerando ecc… «incarica la Commissione dell’agricoltura di continuare a seguire l’evoluzione della situazione in questo campo e di riferirne in tempo utile».
L’aiuto ai paesi sottosviluppati. — Considerazioni analoghe ci sono suggerite dai rapporti ugualmente interessanti dell’on. de la Vallée Poussin, per conto della Commissione Politica, e dell’on. Petersen, per conto della Commissione Economica, sul problema degli aiuti ai paesi sottosviluppati.
«Un numero impressionante di studi è stato pubblicato — vi si può leggere —. Gli sforzi assistenziali finora intrapresi rimangono tuttavia disperatamente insufficienti, poiché dalle valutazioni degli esperti risulta che l’aumento della popolazione compensa quasi del tutto l’aumento di produttività della maggior parte dei paesi del Terzo Mondo».
Chi dunque dovrebbe intervenire? Non il Consiglio d’Europa, perché «il Consiglio d’Europa non può proporsi che un intervento assai limitato»; non la progettata «Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico», che non può che «coordinare» e deve limitarsi a «definire, come propone il presidente Kennedy, le condizioni di uno sforzo veramente unito, le modalità dell’azione occidentale e la ripartizione dei contributi e dei compiti». No, per raggiungere questo obiettivo ci vorrebbe qualcosa di meno chimerico.
«Non è ormai più vero che il grosso dello sforzo debba essere sostenuto dagli Stati Uniti. Si è loro rimproverato per parecchio tempo di vendere più di quanto non comprassero e anche di disorganizzare i mercati con degli acquisti strategici. Queste critiche potrebbero oggi essere rivolte giustificatamente all’Europa. Il Mercato Comune è diventato in molti settori il maggiore acquirente di materie prime; certi paesi della Europa occidentale stanno accumulando da qualche anno dei capitali che poi non sono più in grado di rimettere in circolazione. Questa situazione malsana, che ci ricorda anche qualche aspetto dello squilibrio che precedette la grande crisi mondiale, deve invitare le nazioni europee a una seria riflessione, tanto più che i Russi non sono inattivi in questo campo, e sarebbe meglio che gli Occidentali prendessero le loro misure».
D’altra parte le iniziative di Kennedy suggeriscono una risposta europea unitaria: «Di fronte all’iniziativa del presidente Kennedy, che sembra veramente voler fare dell’Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico il crogiolo da cui uscirà una politica comune nei confronti dei paesi sottosviluppati, tenendo conto al massimo grado dei bisogni degli uni e delle responsabilità degli altri, è indispensabile che l’Europa risponda facendo conoscere il suo punto di vista sul problema. l diversi Stati devono rispondere isolatamente, in ordine sparso, senza essersi concertati? Non è meglio, soprattutto nel momento in cui alcuni membri della Zona di Libero Scambio pensano di aderire al Mercato Comune, o di associarsi ad esso, intraprendere un ampio confronto dei punti di vista, che permetta una maturazione delle idee e un paragone più chiaro delle posizioni dell’Europa e dell’America?».
Ecco i problemi essenziali. Ce ne sarebbe anche un altro, quello dell’entità dello sforzo che si deve intraprendere. Per questo non abbiamo che da prendere in considerazione il rapporto Petersen: «L’entità del distacco fra paesi ricchi e paesi poveri risulta per es. dal fatto che, mentre il reddito nazionale annuo per abitante è superiore a 2.500 dollari negli Stati Uniti, e varia fra 800 e 1.400 dollari nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, la cifra corrispondente per l’insieme dei paesi sottosviluppati è valutata approssimativamente sui 120 dollari, gli estremi essendo i 40 dollari per abitante e per anno in Libia e i 400 dollari in Argentina.
Se il tasso annuale d’incremento demografico registrato nei paesi sottosviluppati negli anni cinquanta, pari al 2% si mantiene fino alla fine del secolo, la popolazione di queste regioni del mondo passerà da circa 1.200 milioni d’abitanti a circa 2.500 milioni, mentre quella dei paesi sviluppati, che era di circa 770 milioni nel 1950, raggiungerà con ogni probabilità nell’anno 2000 un totale compreso fra 1.000 e 1.200 milioni di abitanti. La forte espansione demografica nei paesi sottosviluppati si spiega soprattutto attraverso la diminuzione del tasso di mortalità, dovuta evidentemente al miglioramento dei mezzi di lotta contro le epidemie. Man mano che il tasso di mortalità, nella prima infanzia, decresce, aumenta la popolazione che raggiunge l’età della riproduzione, il che provoca delle nuove spinte demografiche.
Dato che la stragrande maggioranza delle popolazioni dei paesi sottosviluppati arriva appena ad assicurare la propria sussistenza, e che il reddito nazionale per abitante non cresce che assai lentamente, il ritmo della formazione del capitale in questi paesi è, inevitabilmente, del tutto insufficiente per permettere di eliminare l’analfabetismo, di sviluppare le conoscenze tecniche, di rinforzare l’infrastruttura economica e di procedere a investimenti in attività produttive. Si può segnalare, come esempio, che il tasso d’accumulo del risparmio in India, dove il reddito annuo per abitante è di 64 dollari, è stimato del 5% al massimo, mentre raggiunge anche il 20% negli Stati Uniti e in numerosi altri paesi…
Da questa esposizione della situazione dei paesi sottosviluppati emerge una conclusione che nessuna autorità contesta: per avviare e sostenere un processo di espansione economica accelerata nella maggior parte di questi paesi, senza diminuire il livello di vita dei loro abitanti, già spaventosamente basso, è indispensabile un aiuto esterno di grande larghezza e assai prolungato nel tempo».
Chi darà dunque agli Stati europei la forza di intraprendere coerentemente simili sacrifici, o anche solo di arrivare a un accordo sulla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime, di cui André Philip ha spesso e giustamente sottolineato l’importanza fondamentale per i paesi sottosviluppati, e sulla quale insiste anche l’on. de la Vallée Poussin? Ecco l’eterna pregiudiziale istituzionale che a Strasburgo, ormai, nessuno ha più la forza morale di porre. E’ per questo che tutti i suggerimenti che lì si danno, per interessanti che siano, rimangono velleità piuttosto che diventare azione politica: sono cose di cui si parla, ben sapendo che non se ne farà niente, solo perché è di buon tono parlarne. Sono dei discorsi simpatici e spesso intelligenti, ma soltanto dei discorsi.
Ecco ad esempio qualche passo del rapporto di de la Vallée Poussin: «Questa politica necessita di una premessa, d’altro canto in accordo con le posizioni del presidente degli Stati Uniti. L’aiuto ai paesi in via di sviluppo ormai non deve più implicale alcuna condizione politica. Questo aiuto non può essere considerato una arma nel conflitto fra Est e Ovest, ma ha il suo fine in sé. L’occidente ritiene che la nascita del Terzo Mondo è in se stessa un passo verso la pace. l paesi nuovi, nella misura in cui raggiungeranno l’indipendenza economica, dopo quella politica, saranno più liberi di ricercare la loro via, e non è desiderabile che nel loro insieme prendano parte ai conflitti attuali… Gli Occidentali, se iniziano la loro cooperazione coi paesi in via di sviluppo sulla base di una forma di aiuto reciproco; suscettibile di stabilire dopo un certo tempo le basi per delle relazioni economiche normali, possono dare a questi paesi la garanzia, per essi essenziale, di sfuggire, se lo vogliono, alle fatali conseguenze dell’appartenenza a uno dei due blocchi. Ben inteso, l’Occidente non deve attenersi a questo principio fino all’assurdo. Può senz’altro, senza contraddirlo, o accordare degli aiuti straordinari a un paese eventualmente soggetto a pressioni esterne che minaccino la sua indipendenza, o rifiutare il suo contributo ai paesi che ne facessero cattivo uso o non dessero le normali garanzie di buon utilizzazione dei capitali versati.
I paesi del terzo mondo cercano una via di sviluppo autonomo, e saranno avversari di tutti quei paesi che vorranno incorporarli nel loro way of life, o nei loro quadri politici o culturali. Qualsiasi richiesta di questo genere dell’Occidente provocherebbe delle reazioni. La sola preoccupazione politica realistica è d’impedire che queste giovani nazioni siano vittime di pressioni da parte del blocco comunista. Bisogna che questa posizione sia chiaramente approvata dal Consiglio d’Europa».
Tutto questo è molto ben detto. Ma tuttavia bisognerebbe anche domandarsi come potrebbe essere fatto.
 
Andrea Chiti Batelli

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