Anno XXV, 1983, Numero 1-2, Pagina 15

 

 

IL DIBATTITO SUL DISARMO
 
 
Le notizie diffuse dalla stampa intorno ai negoziati sul disarmo hanno concentrato il dibattito quasi esclusivamente sul numero dei missili, sulla loro dislocazione geografica, sul loro smantellamento, e così via, contribuendo non poco a confondere le idee in quanto di tutto si discute, meno che delle questioni essenziali. Gli osservatori convengono che le superpotenze dispongono ormai di ordigni nucleari sufficienti a distruggere più volte il nostro pianeta, eppure prendono sul serio proposte come quelle di smantellare un centinaio di SS-20, o di creare una zona denuclearizzata nel cuore dell’Europa, come se ciò bastasse a ridurre il rischio di un conflitto nucleare. Basta però una breve riflessione per rendersi conto che i termini cruciali del problema non sono questi e che l’obiettivo della pace va perseguito con un impegno ben più radicale.
Nell’era atomica non ha più senso parlare di difesa e di sicurezza nei termini tradizionali perché, qualunque sia l’esito della guerra, il nostro pianeta si ridurrebbe ad un cumulo di macerie radioattive. Proprio a causa di queste tragiche conseguenze molti ritengono che la sola via per scongiurare la guerra stia nella credibilità del secondo colpo, cioè nella certezza di poter infliggere all’aggressore, mediante la rappresaglia atomica, un danno irreparabile. L’equilibrio del terrore sarebbe dunque il prezzo da pagare per garantire la sicurezza dei popoli e la sopravvivenza della specie umana. Ma anche tralasciando il fatto che questo modo di pensare sconfina nella follia, esso presta il fianco ad una critica decisiva perché non tiene conto della situazione in cui verrebbero a trovarsi i dirigenti di un paese che deve scatenare la rappresaglia. Questa situazione è stata descritta in modo esemplare da Jonathan Schell: «Immaginiamo di essere al posto dei capi di una nazione che è stata appena aggredita con un bombardamento atomico. Tutto il paese sta diventando un deserto radioattivo, ma le forze di rappresaglia sono intatte: i missili nei loro silos, i bombardieri già in volo, i sottomarini in immersione al largo. Questi capi di un popolo di morti, nascosti nei rifugi sotterranei o in volo su aeroplani che non hanno più dove atterrare, hanno ancora i mezzi per difendere la nazione: solo che la nazione non c’è più. Che fine razionale potrebbero conseguire lanciando il contrattacco di rappresaglia? Dato che non c’è più nazione, questo fine non può essere la ‘sicurezza nazionale’. E neppure avrebbe senso parlare di difesa di altre nazioni, perché la rappresaglia spezzerebbe le reni non solo al nemico, ma all’ecosfera e provocherebbe la estinzione della specie. In queste circostanze davvero non sono sicuro che i capi in questione darebbero l’ordine di rappresaglia o meno» (Il destino della terra, pp. 269-70).
Ma perché, nonostante la plausibilità di questa terrificante ipotesi, la corsa alle armi nucleari viene ancora presentata come una condizione essenziale per la sicurezza e la difesa dei popoli? Il fatto è, osserva ancora Schell, che il vero scopo delle armi atomiche non è quello di garantire la difesa e la sicurezza dei popoli, ma quello di preservare le sovranità nazionali («il rischio della estinzione è il prezzo che il mondo sta pagando non in cambio della sicurezza o della sopravvivenza, mq del dubbio previlegio di continuare a rimanere diviso in nazioni sovrane»).
La divisione politica del genere umano è dunque il vero fondamento della guerra, ed è anche, paradossalmente, l’aspetto sul quale nessuno, tranne i federalisti, si sofferma. Ma non basta indicare le cause che possono condurre alla catastrofe per scongiurarla; è necessario indicare anche il rimedio per evitare che energie mobilitabili nella lotta per la pace si disperdano nella ricerca di soluzioni miracolistiche che allontanerebbero la soluzione del problema anziché avvicinarla. Il rimedio, come ci ha insegnato Kant, è la federazione mondiale. Noi sappiamo però che questo è un obiettivo di lungo periodo, e che è urgente fare qualcosa subito per modificare la situazione che ci ha condotto sull’orlo del baratro. E a questo riguardo non c’è che una possibilità: affrettare i tempi dell’unificazione europea.
L’Europa dotata di un governo democratico favorirebbe una transizione non traumatica verso il multipolarismo, rendendo più stabile l’equilibrio mondiale e diminuendo il rischio di conflitti irreparabili. Inoltre la federazione europea costituirebbe un modello nuovo per i paesi emergenti aprendo la strada ad altre federazioni regionali e indicando la via maestra verso la federazione mondiale. Infine, grazie al suo peso nell’equilibrio internazionale, l’Europa potrebbe lanciare una sfida alle potenze nucleari proponendo di distruggere tutte le armi atomiche ovunque esse si trovino. Una proposta di questo genere difficilmente sarebbe accolta, ma avrebbe il vantaggio di accrescere la consapevolezza dei pericoli che ci stanno di fronte e di rendere evidente a tutti, in caso di risposta negativa, che le armi nucleari non sono uno strumento di sicurezza ma di dominio.
Di fronte alla grandiosità del compito di costruire la pace, le sortite di Andropov, la sordità di Reagan, la mediocre passività di alcuni governi europei e le velleità di altri si presentano del tutto impari non solo all’obiettivo ultimo della federazione mondiale, ma anche agli obiettivi più modesti di allentare la tensione internazionale e di creare le condizioni minime per una svolta radicale nella dissennata corsa agli armamenti.
 
Giovanni Vigo
(febbraio 1983)

 

 

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