Anno XXV, 1983, Numero 1-2, Pagina 19

 

 

RIFLESSIONI SULLO SCANDALO DI TORINO.
DEGENERAZIONE DEI PARTITI E RIFORMA DEL
GOVERNO LOCALE
 
 
L’inchiesta sulle «tangenti», aperta dalla magistratura di Torino, che ha colpito non solo i vertici del Comune e della Regione, ma anche responsabili di primo piano dell’opposizione, mette in luce a quale grado di degenerazione sia giunta la vita politica. Dai reati ipotizzati (corruzione, interesse privato) frode nelle pubbliche forniture, associazione per delinquere, affiorano i segni di una pratica profondamente distorta nell’uso del potere. Ciò che con generoso eufemismo si è deciso di chiamare la «questione morale» ma più appropriatamente dovrebbe essere definita la questione della corruzione della classe politica, è di nuovo al centro del dibattito politico.
D’altra parte se è vero, come più volte è stato sottolineato, che ciò che avviene a Torino ha un rilievo nazionale, è lecito porsi inquietanti interrogativi sulle reali dimensioni dei metodi illegali di finanziamento dei partiti, delle correnti, e di singoli uomini politici.
A parte le responsabilità penali di carattere individuale, sul piano politico i principali imputati della decadenza morale e culturale della vita politica risultano essere i partiti. Anche se occorre distinguere il diverso grado di responsabilità dei singoli partiti, va rilevato che il processo degenerativo, secondo la legge della moneta cattiva che scaccia la buona, si è insediato nelle istituzioni fino a diventare fisiologico.
 
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La degenerazione dei partiti dipende dal fatto che essi hanno mantenuto modi di organizzazione e compiti politici corrispondenti a una società che oggi non esiste più. Gli aspetti nuovi della storia contemporanea (la rivoluzione scientifica e tecnologica, l’internazionalizzazione del processo produttivo, la formazione del sistema mondiale degli Stati) hanno messo in crisi le vecchie istituzioni create all’epoca della rivoluzione industriale, della lotta di classe e del nazionalismo. Per questa ragione i partiti si trovano impreparati a tenere il passo con i cambiamenti avvenuti nelle società industriali.
All’origine della crisi dei partiti c’è in primo luogo la crisi del quadro politico nel quale operano: lo Stato nazionale, una istituzione antiquata non più adeguata ad affrontare i problemi del nostro tempo. I problemi di fondo relativi al controllo della sicurezza e dell’economia hanno assunto dimensioni più ampie degli Stati nazionali. Questi ultimi sono subordinati a centri di potere politici ed economici internazionali, come le superpotenze e le imprese multinazionali. Di conseguenza, il dibattito politico perde progressivamente il contatto con la realtà e la lotta tra i partiti non ha più per oggetto l’alternativa tra le grandi scelte politiche, dalle quali dipende il destino dei popoli. La degenerazione della lotta politica dipende dal fatto che le istituzioni e le decisioni democratiche, ridotte a controllare aspetti secondari della vita politica, hanno perso gran parte del loro significato e dei loro contenuti. Qui sta la prima radice della decadenza della qualità morale della classe politica nazionale e locale. Scomparsi i grandi principi dalla lotta politica, lo scontro tra i partiti ha per oggetto la ricerca di voti e di denaro.
In secondo luogo, c’è una crisi della forma-partito, intesa come modo di organizzazione della lotta politica, che si manifesta in tutti i paesi industrializzati. Essa trova espressione in un distacco crescente (che in certi casi, come quello italiano) giunge all’ostilità, del popolo dai partiti. Si ricordi, a titolo di esempio, l’esito del referendum del 1978 sul finanziamento pubblico dei partiti.
I partiti si sono modellati sulle esigenze di una fase della storia che è in via di superamento: l’epoca delle lotte di classe.
Tuttavia si presentano ancora perloppiù come gruppi chiusi verso l’esterno, con organizzazioni rigide guidate da politici di professione, che tendono a occupare tutti gli organismi elettivi con propri uomini. E per mantenere i loro costosi apparati e gestire il consenso, devono cercare incessantemente una quantità crescente di denaro.
Il numero degli organismi direttamente o indirettamente elettivi si è continuamente esteso nel corso degli anni. E ormai appare assurda la pretesa dei partiti di gestire esclusivamente con proprio personale politico posti rispetto ai quali non dispongono né della competenza né della vocazione.
Mentre invece nella società esiste un serbatoio immenso di capacità tecniche e di energie morali, che potrebbero essere messe al servizio della cosa pubblica, ma che restano inutilizzate, sia perché rifiutano di esprimersi attraverso il canale dei partiti, sia perché l’occupazione dei posti da parte dei partiti impedisce loro di esprimersi.
Un dato particolarmente significativo e, nello stesso tempo, allarmante a questo proposito è quello relativo al costante declino del numero dei giovani che si iscrivono ai partiti, compresi quelli che hanno forti tradizioni rivoluzionarie.
L’esigenza di superare la presenza soffocante dei partiti in ogni settore della vita sociale coincide dunque con quella di lasciare spazio e responsabilità crescenti alle forze vive della società. Ciò non significa che si possa fare a meno dei partiti. Essi saranno ancora necessari per molto tempo come fattori di sintesi tra le istanze provenienti dalla società e di promozione delle iniziative politiche. Tuttavia il loro ruolo dovrà essere ridimensionato, sviluppando l’autonomia delle istituzioni rappresentative rispetto ai partiti, intensificando i legami tra elettori ed eletti secondo il modello della democrazia partecipativa, scegliendo i dirigenti degli enti pubblici e i funzionari in base al criterio della competenza e non alla logica della spartizione dei posti tra partiti, trasformando i partiti in organizzazioni aperte al contributo delle personalità indipendenti dei gruppi e dei movimenti sociali, i quali troveranno nel partito il necessario punto di incontro per definire il programma elettorale.
 
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È quindi urgente avviare una trasformazione profonda dei modi tradizionali di fare politica che incida sui comportamenti attraverso la riforma delle istituzioni. Le condizioni storico-sociali per una trasformazione delle istituzioni che organizzano il consenso ed esprimono la volontà dei cittadini sono assicurate dallo sviluppo della rivoluzione scientifica e dal superamento delle profonde divisioni sociali dell’epoca delle lotte di classe. Sono maturate cioè le condizioni per una partecipazione autonoma, cosciente e responsabile di ogni cittadino alla gestione della cosa pubblica.
a) Ciò comporta, in primo luogo, una ristrutturazione degli enti locali che si fondi sull’attribuzione a comunità di dimensione umana di 100-150 mila abitanti (cioè i quartieri delle grandi città o raggruppamenti di piccole città) di poteri realmente decisionali (e non solo consultivi, come avviene ora) e di una effettiva autonomia impositiva, in modo da sostenere l’autonomia politica con quella fiscale.
Nelle cellule di base della società, cioè in un ambito controllabile e trasparente, sarebbe così possibile da parte di ogni cittadino mettere al servizio della collettività il proprio impegno personale a partecipare senza mediazioni (e quindi senza l’intrusione dei partiti) alla determinazione della linea politica delle istituzioni dove si svolge la sua vita quotidiana.
Questa è la prima condizione per creare amministrazioni locali stabili e autorevoli, capaci di far prevalere l’interesse generale sugli interessi particolari.
Ma occorre vigilare che la stabilità e l’autorevolezza delle amministrazioni non si attuino a scapito della democrazia. L’elezione diretta del sindaco, così come qualsiasi formula di tipo presidenziale nella formazione dell’esecutivo, permetterebbe di risolvere i problemi di efficienza e di stabilità dei comuni e, nello stesso tempo, di attribuire una maggiore indipendenza dai partiti alle amministrazioni locali. Ma il costo che si dovrebbe pagare sarebbe l’accentuazione del potere discrezionale del sindaco (il che rischierebbe di renderlo ancora più prigioniero degli interessi particolari) e la riduzione del grado di partecipazione e di controllo popolare sulle decisioni dei comuni. Mentre invece occorre riformare le istituzioni nella prospettiva di rendere il legame delle amministrazioni locali con la volontà popolare sempre più stretto e diretto.
b) La progressiva emancipazione delle comunità permetterebbe di creare le basi per far prevalere, attraverso organismi rappresentativi adeguatamente riformati, anche in seno alle collettività territoriali più ampie, la volontà generale sul corporativismo e sui privilegi di gruppi particolari di carattere politico o economico.
A questo proposito occorre sottolineare che con la riforma democratica della Comunità europea e con il trasferimento sul piano europeo del governo dell’economia e progressivamente anche del controllo della sicurezza, messi all’ordine del giorno dall’iniziativa costituente del Parlamento europeo, questa prospettiva si potrà consolidare.
Gli Europei ridiventeranno infatti responsabili degli aspetti strategici del proprio sviluppo economico e della propria sicurezza. Ciò significa che il processo democratico avrà la possibilità di riappropriarsi del controllo dei problemi dai quali dipende il destino dei cittadini, stimolando così l’emergere di sentimenti di solidarietà tra gli uomini indipendentemente dall’appartenenza di ceto, di classe o di partito con il conseguente contenimento delle spinte corporative.
c) L’organizzazione di un servizio civile obbligatorio, per i giovani di entrambi i sessi e aperto anche alle persone più anziane, consentirà di mettere al servizio della collettività, soprattutto delle comunità di base, ma anche dei paesi del Terzo mondo, l’attività gratuita di tutti i cittadini, scelta da ciascuno secondo la propria vocazione, per almeno un anno. Il servizio civile rappresenterà l’organo permanente per l’educazione al sentimento di solidarietà umana, allo spirito comunitario e al rispetto dei valori civili.
La qualità della vita politica migliorerà se ogni cittadino si impegnerà personalmente alla gestione degli affari pubblici. La rifondazione dello Stato deve partire da un nuovo atteggiamento del cittadino. Solo se muterà questo atteggiamento, lo Stato migliorerà.
La strada maestra per avviare concretamente la sperimentazione del servizio civile è quello dell’utilizzazione dei lavoratori in cassa integrazione per attività di utilità sociale, una tappa sulla via dell’istituzionalizzazione di questa funzione nel quadro della Agenzia del lavoro articolata su più livelli, da quello locale a quello europeo.
d) Il modo anarchico con il quale sono organizzate le elezioni in Italia fa sì che i partiti vivano in un clima di permanente competizione elettorale. Ciò fa prevalere le decisioni di carattere demagogico per conquistare facili consensi a scapito dell’esigenza di impostare programmi organici e di lungo respiro, capaci di affrontare i nodi irrisolti della politica del paese.
Una riforma del sistema elettorale dovrebbe avere lo scopo di regolare l’ordine di successione e i tempi dello svolgimento delle elezioni ai vari livelli, stabilendo in particolare che le elezioni a ogni livello di potere avvengano insieme e separatamente dagli altri livelli, che l’elezione degli organi del livello inferiore debba sempre precedere quella degli organi del livello superiore e che l’intero processo — dalla elezione degli organi del quartiere a quella degli organi della Comunità europea — si svolga in un tempo sufficientemente breve da consentirgli di conservare una fisionomia unitaria.
Le «elezioni a cascata», che configurano una forma di federalismo elettorale, consentono di dibattere i problemi del comune dopo aver dibattuto i problemi del quartiere, quelli della regione dopo aver dibattuto quelli della provincia e così via, in modo tale da partire dai problemi reali della vita quotidiana degli uomini e da stabilire via via tutte le compatibilità. Diventerebbe così possibile l’unificazione del momento della formazione della conoscenza e di quello della formazione della volontà politica, che oggi sono separati, con la conseguenza che le decisioni politiche non aderiscono ai concreti bisogni degli uomini.
Nella prospettiva della riforma del sistema elettorale va anche presa in considerazione la necessità di abolire il voto di preferenza nelle elezioni per i livelli di governo superiori al quartiere o al piccolo comune, dove non esiste la possibilità di una conoscenza diretta e di un controllo efficace degli eletti da parte degli elettori. Il voto di preferenza negli enti territoriali di grandi dimensioni, che è un istituto sconosciuto nelle grandi democrazie del mondo occidentale, non costituisce un potere democratico supplementare offerto ai cittadini. Al contrario, esso rappresenta uno degli incentivi più forti alla corruzione. Poiché solo una minoranza esercita questo diritto, esso si trasforma in un fattore di disuguaglianza tra gli elettori e in uno strumento di potere nelle mani dei bosses politici che manovrano le loro clientele. La disponibilità di grandi somme di denaro, reperite fuori dai canali del finanziamento pubblico (che sono, come è noto, largamente insufficienti al fabbisogno dei partiti), rappresenta la condizione dell’elezione dei candidati di tutti i partiti divisi in correnti. E la lotta per la conquista del voto di preferenza espone questi partiti alle manovre dei gruppi di potere che si combattono nella ricerca dei mezzi per accrescere i loro consensi. Ma è certo che anche in un partito senza correnti, come il PCI, il successo elettorale di un candidato costituisce un fattore di promozione nella carriera politica. L’abolizione del voto di preferenza permetterebbe quindi di far diminuire il costo delle campagne elettorali e gli incentivi a cercare in modo illegale i fondi per finanziarle e, nello stesso tempo, di rafforzare l’autorità dei partiti rispetto alle correnti.
 
Lucio Levi
(maggio 1983)

 

 

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