Anno XXV, 1983, Numero 1-2, Pagina 24

 

 

DA WILLIAMSBURG UNA LEZIONE PER GLI EUROPEI
 
 
Il Vertice economico di Williamsburg ha presentato una novità significativa in quanto la discussione si è concentrata in misura rilevante sui temi della sicurezza. In effetti il comunicato finale, dopo aver riaffermato la desiderabilità di un accordo negoziale per la limitazione degli armamenti, ribadisce l’accettazione da parte dei sette paesi più industrializzati del principio di un pieno dispiegamento dei missili americani sul teatro europeo entro il 1983 qualora le trattative avviate a Ginevra non raggiungessero risultati soddisfacenti. In questo modo la decisione sugli euromissili, che in ultima istanza concerne soltanto l’Italia e la Germania, viene adottata con gratuito zelo persino dal Giappone e dalla Francia, che della NATO non fanno parte: nel confronto di forza in atto fra le due superpotenze non rimane spazio per gli agnosticismi o i non-allineamenti.
Ma non è solo sul terreno dei problemi della sicurezza che l’Europa a Williamsburg ha dovuto subire passivamente le decisioni americane. A questo Vertice gli Stati europei presenti, e in particolare la Francia, si sono presentati con un robusto dossier di rilievi nei confronti dell’alleato americano. In primo luogo era in questione la dimensione del disavanzo americano (che dovrebbe raggiungere i 200 miliardi di dollari), che si è rivelata assai più elevata delle previsioni iniziali. In realtà questo allargamento del deficit di bilancio è la conseguenza inevitabile della strategia di politica economica americana che ha puntato sulla riduzione del prelievo, mentre al contempo la spesa era destinata ad aumentare, in particolare nel settore della difesa. Per finanziare il disavanzo senza alimentare una nuova esplosione delle tensioni inflazionistiche gli Stati Uniti hanno fatto ricorso in larga misura al mercato attraverso emissioni di titoli e questo fatto ha provocato, a giudizio del presidente francese Mitterrand, un inasprimento dei tassi di interesse che ha avuto conseguenze negative per l’insieme dei paesi industrializzati dell’Occidente.
Di fronte a queste contestazioni Reagan ha risposto rilevando che non esiste una correlazione stretta fra disavanzo e livello dei tassi di interesse. Quello che conta è, secondo Reagan, la quantità di risparmio disponibile e il modo in cui il disavanzo è finanziato. In buona sostanza: il disavanzo degli altri paesi è un flagello che deve essere combattuto, mentre quello americano non pone problemi perché gli elevati tassi di interesse attirano dal mercato europeo sulla piazza di New York i capitali che servono a riequilibrare i conti. In conseguenza, Reagan ha riaffermato a Williamsburg che di riduzione dei tassi di interesse non è neppure il caso di parlarne.
Il secondo punto su cui si concentravano le critiche degli europei riguardava l’andamento del dollaro. Un dollaro cedente sul mercato dei cambi provoca effetti negativi per le economie europee in quanto alimenta le tensioni all’interno dello SME. Ma ancor più gravi sono gli effetti dell’anomalo rafforzamento del dollaro, che pesa in particolare sulle economie più deboli rinfocolando l’inflazione attraverso l’aumento dei prezzi dei beni importati e in particolare delle materie prime e dei prodotti energetici. Su questo terreno la posizione americana è che si possono limitare le fluttuazioni eccessive attraverso interventi coordinati delle Banche centrali sul mercato dei cambi; ma, nel lungo periodo, l’unica possibilità di mantenere stabili le parità consiste in un coordinamento delle politiche economiche nazionali per una crescita non inflazionistica. Non è quindi necessario, secondo Reagan, convocare una nuova Bretton Woods, come suggerito da Mitterrand: il problema attuale è se mai di cominciare a definire idee comuni in questo campo.
È in siffatta direzione che si è collocato l’ex-presidente francese Giscard d’Estaing, in due articoli pubblicati su «Le Monde» e, in Italia, su «Panorama». Giscard propone come obiettivo un ritorno alle parità fisse attraverso un progressivo sviluppo del sistema attuale di tassi di cambio, che deve procedere lungo le linee seguenti: a) il rafforzamento del Sistema monetario europeo, grazie ad un’estensione dell’uso dello scudo, che dovrebbe assumere il ruolo di strumento monetario effettivo e di moneta di intervento sul mercato dei cambi; b) un sistema di «zone-obiettivo» fra lo scudo, il dollaro e lo yen, fondate su margini di oscillazione più ampi, ridotti progressivamente man mano che sul mercato i tassi di cambio si stabilizzano; c) interventi coordinati sul mercato dei cambi da parte delle Banche centrali.
Il modello disegnato da Giscard si fonda quindi su un sistema monetario multipolare, con stabilità dei cambi all’interno di ciascuna area monetaria e una flessibilità concordata fra le aree. E l’approccio proposto è di tipo molto pragmatico, in quanto si tratta di avvicinarsi gradualmente all’obiettivo finale: la nuova Bretton Woods deve rappresentare la conclusione, e non l’inizio del processo.
Anche su questo terreno gli europei non hanno ottenuto nulla, e in particolare il presidente Mitterrand si è dovuto accontentare di una semplice promessa di una futura conferenza monetaria, una volta realizzate le condizioni necessarie. Ma è chiaro che gli americani non hanno nessuna intenzione di dar vita ad un sistema-monetario internazionale che non abbia come punto di riferimento il dollaro, riconoscendo così un ruolo paritario allo scudo e allo yen. Questo sviluppo presuppone d’altra parte un rafforzamento dello SME che è legato a decisioni di competenza esclusiva dei paesi europei. Hanno quindi buon gioco gli americani a rispondere agli europei di non avanzare troppe pretese, visto che non sono neppure capaci di fare ciò che dipende solo dalla loro buona volontà.
E al danno hanno voluto aggiungere anche le beffe, in quanto dichiarazioni ufficiose del Segretario al tesoro Regan su presumibili ulteriori aumenti dei tassi di interesse americani hanno trascinato, proprio nei giorni seguenti il Vertice, un ulteriore drammatico rafforzamento del dollaro. Ma anche questa lezione può essere utile, se gli europei la vorranno capire: la via della salvezza non può partire da Williamsburg, ma dipende esclusivamente dalla capacità degli europei di riconquistare l’indipendenza attraverso l’unità. Il tempo utile per raggiungere questo obiettivo si sta consumando: come ammoniva Einaudi, è imperativo conseguire l’unità prima «che i fattori avversi agli ideali di libertà non acquistino inopinatamente forza sufficiente ad impedire la unione, facendo cadere gli uni nell’orbita nord-americana e gli altri in quella russa».
 
Alberto Majocchi
(giugno 1983)

 

 

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