IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno XXV, 1983, Numero 4, Pagina 135

 

 

MILITANZA FEDERALISTA E
NUOVO MODO DI FARE POLITICA
 
 
Nelle conclusioni al suo discorso di Firenze alla Forza federalista, Mario Albertini ha invitato tutti i militanti a riflettere sul significato del nuovo modo di fare politica. È questo un tema che affiora di tanto in tanto nella vita politica tradizionale, spesso come reazione a qualche scandalo nella gestione della cosa pubblica da parte dei partiti (la cosiddetta questione morale), ma che poi si smorza per inerzia, sotto l’urgenza di altri infiniti minori problemi di ordinaria amministrazione. Ma per i federalisti le priorità vanno ovviamente rovesciate. Noi non abbiamo un potere da gestire ed una riflessione sul nuovo modo di fare politica può partire da un esame del nostro impegno quotidiano di militanti. Abbiamo per questo un osservatorio privilegiato. Si tratta infatti di esaminare il rapporto fra morale e politica ed è ovviamente molto più semplice scorgere il «volto demoniaco del potere» da parte di coloro che lo contestano e si battono per un ordine nuovo.
Un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato dal rimprovero, che spesso ci viene ingiustamente rivolto, di non fare politica, perché agiamo a lato dei centri che detengono effettivamente il potere, cioè i partiti ed i governi. È questo del resto un dibattito che si è sviluppato, in forme diverse, negli anni cinquanta sulla natura del MFE: movimento, gruppo di pressione o partito politico?
La questione può essere decisa solo sulla base di una precisa comprensione del fenomeno del potere. Come ha scritto A/bertini «in tutti i livelli della vita sociale, dal comune allo Stato, c’è politica ogni volta che si manifesta il fenomeno della ricerca del potere per se stesso». Ne deriva che le persone che si dedicano a questa attività, i politici di professione, coloro che vivono di politica e per la politica, sono «sottoposte alle leggi che regolano l’acquisto e il mantenimento del potere. In questo senso, come la medicina è la scienza del medico, così la ragion di Stato è la scienza del politico». Nel linguaggio di senso comune, dunque, quando si parla di fare politica si intende semplicemente la lotta per la conquista del potere all’interno di un partito o di uno Stato, la forma suprema di organizzazione del potere. Ma questa scelta è preclusa ai federalisti. Essi perseguono come scopo quello della costruzione di uno «Stato nuovo su un’area nuova », la Federazione europea; non ha dunque senso per loro entrare in lizza per la conquista dei poteri nazionali e in questo senso «non fanno politica».
Ma è anche assurdo ridurre il significato di «fare politica» al mantenimento di ciò che esiste. Certo, se considerate staticamente, le tipologie del potere conducono ad una visione realistica della politica che non lascerebbe alcuno spazio all’azione federalista: gli Stati nazionali esistono e la federazione europea è un’utopia. Tuttavia le cose non stanno così perché l’ulteriore elemento che dev’e essere preso in considerazione, e che è decisivo per la comprensione del processo di unificazione europea, è la crisi storica degli Stati nazionali, dopo la seconda guerra mondiale, per l’avvenuta costituzione di una società civile ed una economia su basi continentali e mondiali. Il MFE è dunque un movimento nel senso vero e proprio del termine perché, di volta in volta, sfruttando la sua capacità di dialogo con tutte le forze democratiche, ha saputo prendere le iniziative necessarie per mettere i governi e gli Stati nazionali sul piano inclinato verso la Federazione europea. Ciò è avvenuto con l’azione di Spinelli ai tempi della CED, poi con quella per la conquista del voto europeo ed ora, di nuovo con Spinelli all’interno del Parlamento europeo, per dare alla Comunità un efficace esecutivo europeo. Certo, la Federazione europea non è ancora realizzata, ma nessuno può, in buona fede, negare che tutte queste iniziative, pur conseguendo successi parziali, sono state efficaci (e dunque i federalisti hanno fatto politica) almeno nel senso che oggi è infinitamente più difficile che negli anni ‘50, per qualsiasi governo europeo, quello inglese compreso, mettere in discussione sia l’esistenza della Comunità, sia la necessità di un suo progresso democratico.
Si potrebbe obiettare che un’azione altrettanto efficace, per quanto riguarda la creazione della Comunità ed il suo sviluppo, è stata condotta da Jean Monnet, isolatamente, senza l’aiuto determinante di alcun movimento organizzato. È vero che Monnet, come i federalisti, ha concepito il suo impegno politico come «preparazione dell’avvenire», piuttosto che gestione e rafforzamento dei poteri costituiti. Ed è vero che nelle fasi cruciali, come quando si è trattato di proporre la CECA, ha sfruttato i suoi rapporti personali con Schuman, senza mettere al corrente del suo progetto l’opinione pubblica, che avrebbe certamente rallentato i tempi di esecuzione e forse, così, ostacolato la nascita di una Comunità sovrannazionale.
Il confronto con Jean Monnet consente di precisare meglio le potenzialità del MFE. Fino a che il processo di unificazione europea poteva compiere progressi con la sola iniziativa dei governi, una azione ben concepita, e portata avanti da un uomo di valore, poteva produrre risultati importanti. Ma quando, dopo l’avvio del Mercato comune, si è trattato di portare le forze politiche (cioè i partiti) dal terreno nazionale a quello della democrazia europea, prima con la lotta per il voto europeo ed ora con quella per l’Unione europea, è evidente il ruolo decisivo che può svolgere un movimento organizzato su scala europea. E il MFE ha potuto giocare questo ruolo perché, grazie alla svolta autonomistica degli anni ‘50, ha saputo elaborare una propria identità politica, fondata sulla demistificazione della ideologia nazionale e sulla teoria del federalismo come risposta ai problemi posti dal corso sovrannazionale della storia. È sulla base di questa autonomia culturale che i federalisti italiani, ridotti a poco più di un manipolo all’epoca dell’opposizione all’Europa del Mercato comune, hanno potuto avviare delle efficaci campagne per la rivendicazione del diritto elettorale europeo, allacciare un dialogo con le forze politiche, allargare le proprie fila in Italia e prendere la guida del federalismo in Europa. Risale a quegli anni di appassionato impegno teorico la definizione del militante federalista come leader politico e leader culturale (e della sezione come centro di iniziativa cittadina sui problemi europei e club di cultura).
Sembra pertanto legittimo concludere che la «forza» del federalismo come movimento organizzato è derivata principalmente sia dalla sua capacità di fare proposte politico-culturali innovative, sia dall’esempio di perseveranza e abnegazione dei propri militanti. Nel MFE è stata sperimentata la politica come «preparazione dell’avvenire e impegno morale comune». Ciascun militante del resto è ben consapevole dei sacrifici in termini di tempo e di denaro richiesti per far vivere il MFE nella propria città. E basta pensare ai tradizionali mezzi del fare politica (la golpe e il lione di Machiavelli) per capire quanto ampio sia lo scarto che separa l’impegno del militante federalista dal politico di professione tradizionale.
Di questo risultato il MFE deve considerarsi fiero, ma non può accontentarsi, perché la lotta per l’affermazione del federalismo in Europa e nel mondo è ben lontana dal suo compimento. Dopo l’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale e dopo il primo successo dell’iniziativa di Spinelli per il nuovo Trattato di Unione europea, ci troviamo ad una svolta. Il Parlamento europeo sta dimostrando, come del resto avevano previsto ed auspicato i federalisti, di assumersi la responsabilità di diventare il vero motore del processo di unificazione europea. Su questo terreno, pertanto, occorre riconoscere che l’iniziativa sta progressivamente passando dal MFE al Parlamento europeo. Si tratta cioè, da un lato, di assicurare una presenza federalista all’interno del Parlamento europeo e, dall’altro, di sostenere all’esterno le iniziative federalistiche maturate all’interno del Parlamento. Sono queste le caratteristiche fondamentali della nuova fase politica che certamente sarà lunga e difficile (si pensi solo alle battaglie che ci aspettano per le «ratifiche» ed al problema della difesa europea), ma sempre più toccherà al MFE il compito di sorvegliare il buon andamento di un processo) piuttosto che di promuoverlo.
Se vuole sopravvivere con un ruolo di avanguardia, il MFE deve dunque compiere un serio sforzo di rinnovamento culturale. È necessario rinnovarsi per rimanere alla testa del processo storico per il superamento della divisione politica del genere umano in Stati nazionali e a cui il Movimento per la pace ha impresso una benefica accelerazione. Non si dice con questo nulla di nuovo rispetto alle indicazioni già emerse al Congresso di Bari e riassunte dalla parola d’ordine «Unire l’Europa per unire il mondo». Ma lo sviluppo di questa linea politico-culturale è un compito che dovrebbe impegnare ciascun militante, perché non si tiene un fronte di questa ampiezza senza un impegno collettivo. Si può tentare di riassumere questo nuovo compito in una formula semplice: negli anni della più radicale opposizione di comunità abbiamo elaborato una concezione del federalismo come teoria della pace, ora dobbiamo far diventare il federalismo l’essenza della cultura della pace. Si tratta, in altre parole, di far avanzare le nostre prime acquisizioni teoriche sul terreno filosofico e storico (perché il Kant federalista è ignorato quasi sistematicamente dalla cultura accademica e scolastica? E perché gli storici non sono ancora capaci di scorgere nella storia europea e mondiale l’avvio della fase sovrannazionale del corso della storia?) e su quello delle scienze sociali (l’economia, la scienza politica, la sociologia, il diritto, ecc. dovrebbero mobilitarsi per elaborare i modelli concettuali indispensabili per affrontare e risolvere i decisivi problemi della costruzione della democrazia internazionale). Infine, occorre avere abbastanza immaginazione per tradurre tutte queste elaborazioni teoriche in precise proposte istituzionali da sottoporre alle forze politiche, che devono ascoltarci, perché il mondo è in pericolo e l’Europa ha enormi responsabilità internazionali. In definitiva, si tratta di far accettare a liberali, democratici e socialisti progressi sostanziali verso la democrazia internazionale, sfruttando i primi successi ottenuti sul terreno dell’unificazione europea (i partiti sono ormai costretti dalla logica elettorale europea a pensare in termini nuovi l’internazionalismo) con l’obiettivo finale della costruzione dello «Stato pacifico» (la Federazione mondiale). Solo così, superando nei fatti la distinzione tra politica estera e politica interna, si libererà anche la vita politica dalla ferrea legge della «ragion di Stato» che sino ad ora l’ha governata.
Questa svolta politico-culturale potrà diventare effettiva, non solo per il MFE ma per l’intera forza federalista, solo se ogni militante se ne farà carico (orientando in questo senso le proprie letture, le proprie riflessioni e le proprie scelte di vita, al fine di dare personalmente un contributo alla elaborazione del nuovo pensiero). Per i federalisti il fare politica non ha mai significato né la ricerca del potere come fine in sé, né la passiva subordinazione a politici di professione (siano pur essi animati dal più sincero zelo europeistico). La vera motivazione del fare politica per il militante federalista è consistita piuttosto nell’aristotelica motivazione (anche se screditata, perché troppo ingenua) della ricerca e realizzazione del bene comune. Nella storia della civiltà il bene comune è stato, di volta in volta, la città-Stato, l’impero, la classe, la nazione. Ci troviamo alle soglie di una epoca in cui il bene comune può finalmente essere concepito come quello dell’umanità intera. Tocca ai federalisti. in particolare ai giovani, tradurre queste prime indicazioni culturali in un’azione efficace. È questo il nostro «nuovo modo di fare politica».
 
Guido Montani
(dicembre 1983)

 

 

 

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