Anno XXIV, 1982, Numero 1, Pagina 27

 

 

IL PROGRAMMA ECONOMICO DEL PCI
E LA SCELTA EUROPEA
 
 
La pubblicazione del documento «Materiali e proposte per un programma di politica economico-sociale e di governo della economia», a cura del PCI, costituisce un’inversione di tendenza nel dibattito italiano sulle scelte di politica economica. L’orizzonte angustamente congiunturale ed a tratti provinciale che aveva caratterizzato negli scorsi anni il dibattito sul «nuovo modello di sviluppo» viene finalmente superato. In particolare, il documento del PCI adotta esplicitamente due punti di vista di grande importanza.
Il primo riguarda il riconoscimento della fase nuova del processo produttivo, caratterizzata dalla cosiddetta rivoluzione scientifica e tecnologica, in cui sono ormai entrate tutte le economie avanzate. «Un’epoca si è chiusa… — si afferma — l’applicazione su larga scala della microelettronica e della robotica, la diffusione della telematica e la crescente informatizzazione della società sono, accanto alle nuove tecnologie energetiche e alle biotecnologie, i fattori principali di questa vera e propria rivoluzione industriale che è ancora ai primi passi ma sta già cambiando profondamente i processi produttivi e la stessa organizzazione del lavoro».
Il secondo riguarda la necessità di affrontare congiuntamente i problemi italiani e quelli europei e mondiali. «È sempre più chiaro che la lotta per una soluzione innovativa della crisi in Italia e in Europa occidentale si intreccia strettamente con quella per la distensione e il disarmo nel mondo». Per questo, è indispensabile puntare al rafforzamento dell’unità europea. «La nostra scelta europea è netta e decisa. L'economia italiana è sempre più organicamente integrata nella Comunità economica europea. Oggi, l’Europa comunitaria rischia di essere duramente colpita dalla concorrenza degli USA e del Giappone. Lo stesso funzionamento della Comunità è bloccato. Vengono alla luce i suoi limiti di fondo… Bisogna andare a forme più avanzate ed effettive di integrazione in alcuni campi decisivi per lo sviluppo economico e sociale dell’Europa: moneta, energia, ricerca scientifica e tecnologica, politica industriale, agricoltura, problemi del lavoro… L'Italia è la più interessata ad una accelerazione dei processi di integrazione, alla costruzione della Comunità europea come soggetto politico sovrannazionale e non più solo come sede di trattativa e di arbitrato fra i diversi governi nazionali… Nel campo della politica monetaria… è necessario tendere progressivamente alla formazione di una moneta europea, valorizzando intanto il ruolo dell’Ecu ».
Queste esplicite affermazioni sia sulla trasformazione in corso del processo produttivo, sia sulla necessità del rafforzamento in senso sovrannazionale della Comunità europea non possono non rallegrare i federalisti. Ciò consente di impostare in modo nuovo il complesso dibattito sulle riforme istituzionali necessarie per far fronte alle sfide del nostro tempo. Ad esempio, in altri punti del documento del PCI, si riconosce la necessità di riformare il mercato del lavoro realizzandone la mobilità con una agenzia del lavoro e garantendo un salario minimo a chi accetta una occupazione nei servizi di pubblica utilità sociale; si riconosce che i problemi della riduzione dell’orario di lavoro e della ricerca scientifica nei settori di punta devono essere coordinati ed orientati al livello europeo; si individua nell’autogestione lo strumento per una effettiva partecipazione dei lavoratori al controllo del processo produttivo; infine, si comincia a delineare una politica per il decongestionamento delle grandi aree urbane e per la tutela dell’ambiente.
Ma non è qui il caso di discutere punto per punto ciò su cui ci troviamo d'accordo o dissentiamo (nel documento del PCI, ad esempio, non si coglie affatto il nesso tra valorizzazione dell’istituto regionale e sistema bicamerale, tanto che si arriva a proporre l’abolizione del Senato italiano, mentre la sua trasformazione in una seconda camera delle regioni consentirebbe di porre su solide basi la riforma ormai indilazionabile della finanza locale, perché senza una camera delle regioni è impossibile una reale autonomia finanziaria degli enti locali). L'importante è solo constatare che essendo ben delineato il quadro generale di riferimento è finalmente possibile impostare in modo costruttivo il dibattito sui singoli problemi ed individuare così le riforme veramente indispensabili al futuro dell’Italia e dell'Europa.
Vi sono, tuttavia, due questioni sulle quali occorre registrare una debolezza di analisi e di prospettive.
La prima concerne le politiche di rientro dall’inflazione. Il cap. VII, come hanno rilevato del resto molti commentatori, è la parte più inconsistente del programma economico del PCI. Non basta, per combattere l’inflazione con efficacia, proporre interventi di tipo strutturale, tali da aumentare la produttività nel lungo periodo. Una politica congiunturale della spesa pubblica, della moneta e di controllo dei redditi è altrettanto indispensabile. A questo proposito, vale la pena di richiamare le proposte del MFE, formulate già nel 1980 (cfr. «L'economia italiana di fronte a un crocevia», Il Federalista, n° 4, 1980). Il MFE proponeva allora misure anti-inflazionistiche radicali, tali da provocare una inversione di tendenza nelle attese inflazionistiche dell’opinione pubblica, essendo ogni piano gradualistico votato al fallimento in una situazione in cui le aspettative di inflazione sono ormai consolidate. Fra l’altro, in quelle proposte, veniva suggerita una politica di blocco dei prezzi, salari e stipendi per un periodo definito (non superiore ad un anno). La sinistra italiana rifiuta ancora dogmaticamente di discutere il significato e le conseguenze sociali di una politica dei redditi, mentre occorrerebbe perlomeno prendere atto che l’alternativa ad una seria programmazione dei redditi è la giungla retributiva. Sino a che si lascia al mercato e alla forza contrattuale delle parti il compito di distribuire la ricchezza prodotta, si costringono i percettori più deboli (dunque, salari, pensioni, ecc.) ad una continua corsa rivendicativa, che diventa addirittura affannosa in periodi di inflazione, a scapito di altri obiettivi sociali.
Ma la questione più rilevante, sotto l’aspetto politico, è la mancata percezione della relazione fra obiettivi europei e mobilitazione del partito per il loro perseguimento. Porre sullo stesso piano gli obiettivi nazionali e quelli europei, come tacitamente si fa nel documento, significa ignorare il fatto che mentre per i primi esistono le istituzioni adeguate (il governo) per la loro realizzazione, per i secondi la questione rilevante consiste proprio nella creazione di un minimo di capacità esecutiva al livello europeo.
Consideriamo la questione della moneta europea. In questi mesi il Consiglio dei ministri si preoccupa di ritardare e di porre ogni ostacolo alla realizzazione della seconda fase dello SME, che pure avrebbe già dovuto essere attuata secondo gli accordi di Bruxelles. Ma il PCI, come del resto ogni altro partito italiano, non si mobilita e lascia che la questione venga decisa da tecnici e ministri.
La ragione di questo «disinteresse» per l’Europa risiede nel funzionamento insufficientemente democratico delle istituzioni europee. Il Parlamento europeo si è espresso a più riprese per il passaggio alla seconda fase dello S.M.E. Ma il Consiglio dei Ministri si può permettere di ignorare questa richiesta, così che la volontà dei partiti europei e della maggioranza del Parlamento europeo non si traduce in nessuna politica. L'opinione pubblica percepisce che il Parlamento europeo non ha poteri e l'attenzione si concentra sulle politiche nazionali. Questo è il vero nodo da sciogliere. E spetta ai partiti che hanno responsabilità nei confronti del loro elettorato rompere questo circolo vizioso. Non è più possibile, senza tradire i fondamentali principi della democrazia, lasciare tutti i poteri (legislativo ed esecutivo) ad un organo (il Consiglio dei ministri) che non risponde del suo operato di fronte al Parlamento ed ai cittadini europei.
Per questo è indispensabile saldare le proposte di politica economica con la battaglia per la riforma della Comunità avviata dal Parlamento europeo con la sua storica decisione del 9 luglio 1981. Se non riusciremo a dare un vero governo democratico alla Comunità europea, gli obiettivi europei saranno sempre considerati come affari di politica estera riservati a ministri e diplomatici.
La questione europea è di grande rilevanza per il futuro del PCI. Il Partito comunista italiano è in questo momento — dopo gli avvenimenti polacchi — impegnato in una ricerca coraggiosa di una «terza via» al socialismo e considera, giustamente, l'Europa come il terreno più favorevole allo sviluppo di questa nuova prospettiva. Ma deve allora essere chiaro che le scelte istituzionali europee — quale Europa? — costituiscono un passaggio obbligato per una crescita del dibattito sull'avvenire del socialismo, perché se l'Europa non saprà trovare i mezzi per la sua indipendenza economica e politica, è illusoria qualsiasi prospettiva di superamento della logica dei blocchi, di un dialogo rinnovato fra Nord e Sud del mondo ed anche di ogni riforma sociale in Europa che non sia di gradimento delle due superpotenze.
 
Guido Montani
(aprile 1982)

 

 

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