Anno XXIV, 1982, Numero 1, Pagina 31

 

 

REAGAN, IL CONCETTO DI «NON INTERVENTO»
E LA VOLONTÀ AMERICANA DI DIFENDERE GLI EUROPEI
 
 
Nella «Cambiale di matrimonio» di Rossini ci è offerto, con gustosa e bonaria ironia, il personaggio di un mercante canadese nella sofisticata Venezia del ‘700. Colà, anche gli sguatteri hanno appreso, sin dalla prima infanzia, a passare a mente i precetti del Della Casa e non disdegnano una qualche dimestichezza persino con Albinoni e Benedetto Marcello. Agevole è quindi credere come il nostro mercante d’Oltreoceano vi ci sguazzasse come l’elefante nella cristalleria.
Quando il presidente americano Reagan si cimenta, con audacia che ben si addice ai pionieri del West, con i concetti della cultura storico-politica europea, non è raro che ci accada di avvertire la medesima impressione. Nel discorso che ha pronunziato a Washington il 24 febbraio, nella sede dell’Organizzazione degli Stati americani, si rintraccia un gruzzolo di affermazioni così avventurose che risulta arduo passarle sotto silenzio. «La maggioranza dei nostri antenati affluirono in questo emisfero alla ricerca di una vita migliore, di nuove opportunità, e anche — diciamolo — di Dio (sic!). Quasi tutti — sia i discendenti degli abitanti originari (e quindi: Incas, Atzechi, Indiani, etc.!) sia gli immigrati hanno dovuto combattere per l’indipendenza e, una volta conquistatala, hanno dovuto lottare per difenderla… I popoli di questo emisfero sono uniti nell’impegno per la libertà e l’indipendenza. In questo senso, siamo tutti profondamente americani. I nostri principi si fondano sull’autogoverno e sul non intervento (sic!) ».[1]
Quando i bimbi delle elementari le dicono grosse, il buon maestro, per accertare l’effettiva intenzionalità dello strafalcione, prima di passare agli scapaccioni, formula una precisa domanda su un caso particolare e, se la risposta contraddice il principio generale così incautamente affermato, bonariamente li invita a meno frettolose generalizzazioni o, quanto meno, ad un uso più appropriato del lessico. Comportiamoci così anche con Reagan. Chiediamogli che intendano fare gli Stati Uniti di fronte alla crisi del Salvador. La risposta questa volta è precisa: «Se non interverremo tempestivamente e con decisione in difesa della libertà (quale? di chi?), nuove Cuba sorgeranno dalle rovine degli odierni conflitti… Sono convinto che per uno sviluppo libero e pacifico del nostro emisfero sia necessario che gli Stati Uniti aiutino i governi minacciati da aggressioni esterne a difendere se stessi. Per queste ragioni intendo chiedere al Congresso di aumentare l’assistenza per la sicurezza, al fine di aiutare i paesi amici a tener testa a quanti intendono distruggere le loro possibilità di progresso sociale ed economico (sic!) e di democrazia politica (sic!) ».[2] Inutile osservare che quando Luigi Filippo d’Orléans proclamava solennemente il proposito di attenersi scrupolosamente al principio del non intervento intendeva altra cosa.
Il finale del discorso è comunque tranquillizzante: «Sono sempre stato convinto che questo emisfero fosse un luogo particolare con un particolare destino; che siamo destinati ad essere il faro di speranza per tutta l’umanità. Con l’aiuto di Dio potremo realizzare tutto questo: creare un emisfero pacifico, libero e prospero, fondato sui nostri comuni ideali e che si estenda da un capo all’altro di quello che orgogliosamente chiamiamo il Nuovo mondo».[3]
Noi abbiamo un altro genere di speranza e pensiamo che altro debba essere il suo faro. Ma al di là di questo diverso avviso, ci resta una profonda preoccupazione. Se il presidente Reagan controlla così precariamente i concetti storico-politici e l’uso del suo lessico è così incerto, passi quando ci parla della necessità che l’America mostri i suoi muscoli, passi ancora quando indica nell’Europa il possibile teatro di un conflitto nucleare; ma che pensare quando assicura, il che purtroppo non avviene di rado, di voler difendere gli Europei?
 
Luigi Vittorio Majocchi
(marzo 1982)


[1] Cfr. International Communication Agency – Servizi stampa, anno V, n. 39, 1 marzo 1982, p. 1.
[2] Ibid., p. 7.
[3] Ibid., p. 9.

 

 

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