Anno XXIII, 1981, Numero 1, Pagina 33

 

 

REAGAN, LA CORSA AGLI ARMAMENTI
E IL TERZO MONDO
 
 
Dopo l’elezione di Reagan a presidente, gli USA stanno imprimendo un corso alla loro politica estera che può sortire drammatiche conseguenze per la distensione e lo sviluppo economico del Terzo mondo.
La rinnovata politica di «contenimento» dell’espansionismo sovietico viene infatti concepita in termini quasi esclusivamente militari. Negli USA sono state raddoppiate le spese per gli armamenti. Si invitano poi i paesi della NATO ad aumentare i loro stanziamenti per la difesa e si tenta di estendere l’area di intervento della NATO al Golfo Persico, coinvolgendo così gli europei nella politica estera americana verso il Medio oriente. In Asia, Reagan ha annunciato di voler armare il movimento di guerriglia per la liberazione dell’Afganistan. In Africa ha deciso di riconoscere al governo razzista sudafricano il ruolo di principale alleato dell’Occidente per contrastare, col suo aiuto, l’avanzata dei movimenti filocomunisti africani. In America latina è noto il suo immediato appoggio alla repressione del Movimento di liberazione del Salvador, che è suonato come avvertimento a tutto il continente latino-americano e al Terzo  mondo in generale.
Tuttavia, questa svolta nella politica estera americana verso il Terzo mondo non rappresenta affatto una novità assoluta. È semplicemente la ripresa e l’aggiornamento della vecchia politica dei blocchi, che per qualche tempo il predecessore di Reagan aveva messo in sordina in favore della distensione e del riconoscimento di una maggiore autonomia dei paesi non allineati e l’Europa. La sola novità consiste nel fatto che — rispetto agli anni cinquanta in cui la guerra fredda si fondava sulla obiettiva responsabilità mondiale delle due superpotenze — ora il mondo è cambiato: vi è una volontà di autonomia da parte della Cina, del Giappone, dell’Europa e dei paesi non allineati di cui né gli USA né l’URSS vogliono prendere atto. Per questo la politica estera di Reagan, come un abito smesso da troppo tempo, rischia di non potersi più adattare alle nuove circostanze e di provocare disastri irrimediabili.
Già si intravvedono le avvisaglie. Nel Medio oriente, considerato ormai terra di spartizione russo-americana, gli USA stanno cercando un valido sostituto alla «ex-sentinella» del Golfo offrendo armamenti a profusione all’Arabia Saudita e incoraggiando lo status quo col rifiuto ostinato di riconoscere il diritto all’esistenza statuale del popolo palestinese. Il risultato di questa politica conservatrice è l’incoraggiamento dell’arroganza israeliana e la recrudescenza dei conflitti armati in tutta la regione. Dovrebbe ormai essere evidente che la decisione di dividere ad ogni costo i popoli del Medio oriente su due fronti contrapposti costituisce una grave minaccia non solo per la sicurezza europea, ma per la stessa pace mondiale.
Altro sintomo preoccupante è l’episodio relativo all’isola di Grenada, una piccola repubblica del Mar dei Caraibi associata alla Comunità europea grazie agli Accordi di Lomé. Orbene, Grenada si è macchiata della grave colpa di scegliere un governo di sinistra scatenando così il risentimento di Reagan che ha chiesto formalmente alla CEE di bloccare ogni forma di aiuto (anche quelli già stanziati) a Grenada. L’episodio è significativo perché mostra l’incompatibilità della politica americana verso il Terzo mondo con quella europea (ancora fondata sulla ricerca del dialogo e della cooperazione).
Occorre prendere coscienza che lasciare che si affermi, anzi si acceleri, la corsa agli armamenti fra le due superpotenze e la proliferazione dissennata di armi nelle zone calde del Terzo mondo può portare l’umanità sulle soglie della catastrofe e compromettere, in ogni caso, le possibilità di sviluppo delle regioni più povere. Secondo un rapporto del 1980 (SIPRI Yearbook) la guerra nei paesi del Terzo mondo è ormai diventata un fenomeno abituale. Dalla fine della seconda guerra mondiale sono morti venticinque milioni di uomini in «guerre locali». Le esportazioni di armi dai paesi industrializzati verso il Terzo mondo costituiscono i due terzi del commercio totale di armi, che tra il 1969 e il 1979 ha registrato un aumento del cinquecento per cento. Infine, negli ultimi venti anni la spesa per armamenti del Terzo mondo è cresciuta di quattro volte e mezzo, cioè una volta e mezzo in più di quanto non sia cresciuto il suo prodotto nazionale lordo.
In questa situazione, in cui i paesi ricchi si fanno istigatori di guerre fra i poveri, è singolare il ruolo degli europei. Le due superpotenze hanno naturalmente una prioritaria responsabilità nella diffusione mondiale degli armamenti. La quota del «mercato libero» delle armi vede al primo posto gli USA con il 47% del mercato mondiale (di cui il 60% al Terzo mondo) e al secondo l’URSS con il 27% del mercato (di cui il 74% al Terzo mondo). Tuttavia, dopo USA e URSS, nelle statistiche seguono immediatamente i paesi europei: la Francia con l’11 % (di cui il 90% al Terzo mondo), l’Italia con il 4% (e 78%), la Gran Bretagna con il 4% (e 87%) e la Germania col 2%. Questi soli quattro paesi europei, presi insieme, raggiungono una quota del 21% del commercio mondiale di armi di cui — e in questo si trovano al primo posto — l’80% va al Terzo mondo.
Queste poche statistiche bastano per testimoniare quale funzione nefasta e spregevole svolgano i principali governi europei verso i popoli più bisognosi di aiuti e cooperazione. Gli europei non si assumono responsabilità di difesa autonome. Non hanno raggiunto una sufficiente unità, neppure dopo l’elezione diretta del Parlamento europeo, per realizzare una efficace politica estera di pace nel mondo. Al contrario, fabbricano e vendono armamenti come il più bieco e avido dei mercanti.
Ben altro è il compito che attende l’Europa se saprà dotarsi di un efficace governo. Potrebbe allora trovare il coraggio e le energie per rilanciare la distensione e varare un decisivo piano di aiuti contro la fame nel mondo, accogliendo le continue invocazioni che si levano con insistenza in particolare dall’Africa e dal Medio oriente.
Oggi, dopo l’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, non è più tollerabile sentirsi rispondere che queste prospettive sono generose, ma purtroppo distanti nel tempo e forse impossibili. Oggi chi fa politica trova ormai a sua disposizione tutti i canali istituzionali necessari per organizzare con efficacia la lotta per l’unità europea. È nostra responsabilità primaria, è responsabilità di chi vuole davvero la giustizia internazionale, battersi per dare un efficace governo all’Europa e invertire l’attuale tendenza della politica mondiale alla proliferazione degli strumenti di morte e al perpetuamento della miseria dei due terzi dell’umanità.
 
Guido Montani
(marzo 1981)

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