Anno XXII, 1969, Numero 3-4, Pagina 44

 

 

IL SIGNIFICATO POLITICO DEL VOTO
SUL BILANCIO AL PARLAMENTO EUROPEO
 
 
Nel recente dibattito sul bilancio comunitario si sono confrontati un punto di vista nazionale e un punto di vista europeo. Quello europeo ha vinto. Ciò significa che un embrione di potere politico europeo è già in formazione.
Ricapitoliamo i fatti. Il punto di partenza è il bilancio proposto dal Consiglio, cioè una scelta politica motivata esclusivamente da preoccupazioni di potere di carattere nazionale. È un bilancio simile a quelli che hanno reso impotente e squilibrata la Comunità. Ed ecco i fatti successivi. Primo: il 7 novembre il Parlamento europeo corregge il bilancio con una maggioranza nella quale non figurano né i socialisti francesi né i giscardiani. In quella occasione i primi hanno votato con i gollisti, contro tutti gli altri socialisti; e i secondi con i comunisti francesi, contro gran parte degli altri liberal-democratici (prevalenza del punto di vista nazionale).
Secondo fatto: il Consiglio con l’arroganza di chi ha tutto il potere (o crede di averlo), ribadisce la sua posizione senza tener conto di quella del Parlamento. Terzo fatto: il Parlamento respinge definitivamente il bilancio con la difficile maggioranza necessaria (due terzi). E questa volta i socialisti francesi (salvo la frazione nazionalistica del Ceres) votano come gli altri socialisti, e buona parte dei giscardiani come gli altri liberai-democratici (prevalenza del punto di vista europeo). Il nazionalismo francese in questa votazione resta isolato.
Per una valutazione complessiva bisogna tener presente che per votare contro il bilancio i parlamentari francesi, tedeschi, ecc. dovevano praticamente votare contro il Consiglio, cioè contro il loro governo nazionale e il ministro che lo rappresentava. E bisogna inoltre tener presente che il Parlamento può non solo respingere il bilancio, ma anche far cadere la Commissione, cioè bloccare l’intero processo dell’esecutivo a due stadi (tre con il Consiglio europeo) della Comunità. Ciò mostra che il potere che si sta formando in seno al Parlamento è quello del controllo democratico del governo della Comunità.
A dispetto delle previsioni di molti «esperti», l’elezione europea comincia dunque a produrre i suoi effetti; e i partiti dovranno tenerne sempre più conto perché la loro fortuna dipende dagli elettori, dal numero dei voti. Su questa base, finalmente, l’Europa diventerà ragionevole. Senza potere europeo bisognava formulare progetti contraddittori (unificazione economica senza quella politica, mercato comune senza moneta europea, politiche comuni senza un bilancio adeguato, e così via) perché passavano solo i progetti accettabili per i governi nazionali.
Ma d’ora in poi — e in prospettiva sempre di più, a mano a mano che il tempo farà il suo lavoro — questi progetti dovranno essere accettabili anche per il Parlamento europeo, cioè per un organismo che ha una base di potere europea. Ne segue che bisogna ormai cominciare a fare del federalismo, perché non siamo più in una situazione in cui c’è un potere esclusivo (quello nazionale): si sta formando infatti, a fianco del vecchio potere nazionale, un nuovo potere, il potere democratico europeo.
 
Mario Albertini
(dicembre 1979)

 

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