Anno XXII, 1980, Numero 1-2, Pagina 49

 

 

IL VOTO DEL PARLAMENTO EUROPEO
SULL’INTERVENTO MILITARE SOVIETICO IN AFGHANISTAN
 
 
Al Parlamento europeo, riunitosi il 16 gennaio 1980, una maggioranza, composta da democristiani, conservatori e liberal-democratici, ha approvato una mozione, con la quale si condanna l’intervento militare sovietico in Afghanistan, si chiede il ritiro immediato e incondizionato delle truppe di occupazione e si sottolineano le responsabilità dell’Unione Sovietica nel deterioramento del processo di distensione. Il documento sollecita un impegno della Comunità a sostegno delle sanzioni economiche decise dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica, invita la Commissione, il Consiglio e i nove governi nazionali a prendere provvedimenti analoghi, chiede di studiare l’opportunità di non far svolgere a Mosca le Olimpiadi ed enuncia la volontà di continuare la distensione.
La risoluzione del Parlamento europeo rappresenta una presa di posizione più dura di quella assunta dal Consiglio dei ministri, in quanto propone di prendere in esame l’eventualità di boicottare le Olimpiadi e invita la Commissione «a riconsiderare immediatamente tutte le relazioni economiche, commerciali, finanziarie e creditizie tra l’URSS e la CEE (in particolare nei settori di tecnologia avanzata, dei prodotti agricoli e delle pratiche antidumping)».
A Strasburgo ha dunque prevalso la linea tradizionale di politica estera, seguita dai governi dell’Europa occidentale fin dalla conclusione della seconda guerra mondiale, che impone di schierarsi sulle posizioni del potente alleato di oltre Atlantico tutte le volte che la stabilità politica internazionale è minacciata. D’altra parte, la risoluzione socialista, sulla quale si era realizzata la convergenza dei comunisti italiani (i comunisti francesi e i gollisti non hanno partecipato al voto) accompagnava la condanna dell’aggressione sovietica e la richiesta del ritiro delle truppe al rifiuto della logica delle ritorsioni, la quale potrebbe compromettere in modo irreparabile la distensione. La mozione faceva riferimento, sia pure in modo ancora indeterminato, all’esigenza di un’iniziativa dell’Europa a favore della distensione. Questa esigenza rifletteva le posizioni maturate dal gruppo socialista e dal PCI, la cui convergenza su una posizione politica autonoma dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica costituisce il più importante avvenimento di questa sessione del Parlamento europeo.
L’aspirazione all’indipendenza dell’Europa e a una sua iniziativa autonoma a favore della distensione è largamente diffusa nell’opinione pubblica, nelle forze politiche e sociali ed è certo potenzialmente maggioritaria in seno al Parlamento europeo. Tuttavia, l’alternativa europea all’ordine mondiale in crisi può diventare credibile a condizione che la Comunità si muova nella direzione del completamento dell’unificazione politica. E una tappa fondamentale su questa strada è rappresentata dall’unificazione monetaria. Orbene, questo obiettivo non è emerso tra le indicazioni del dibattito di Strasburgo. Di conseguenza, l’allineamento sulle posizioni degli Stati Uniti non poteva che prevalere.
Eppure, il mondo ha assoluto bisogno di una presenza e di un’iniziativa autonome della Comunità europea per rilanciare la distensione. Di fronte all’emergere delle forze nuove, che si fanno strada negli spazi aperti dalla decomposizione del vecchio ordine mondiale bipolare, le superpotenze non dispongono che di un mezzo per tentare di mantenere e di consolidare le proprie posizioni egemoniche: il ricorso all’intervento militare. L’uso della forza è l’espressione della decadenza del potere mondiale russo-americano. In realtà, un potere è solido quando si fonda sul consenso. La corsa agli armamenti e le guerre locali non rappresentano dunque un’alternativa efficace alla forza di attrazione ideale dei modelli democratico e comunista, che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno incarnato durante la guerra fredda, né alla capacità di garantire la stabilità politica e lo sviluppo economico del mondo.
L’esito della guerra del Vietnam ha dimostrato che esistono nel mondo forze capaci di sconfiggere il tentativo di imporre con la forza un ordine internazionale ingiusto. L’imponente schieramento internazionale che all’ONU ha condannato l’aggressione sovietica all’Afghanistan lascia prevedere che anche l’imperialismo sovietico sarà fermato. Ma deve essere chiaro che la denuncia delle responsabilità dell’Unione Sovietica nel deterioramento della distensione è soltanto un punto di partenza. Per produrre dei risultati politici occorrono iniziative capaci di mettere in moto un processo, che permetta di superare gradualmente l’ordine mondiale ereditato dal dopoguerra. La politica estera sovietica, con gli interventi militari diretti o indiretti in Asia e in Africa con il tentativo di isolare la Cina e con l’opposizione all’unificazione europea, si muove nella direzione opposta. Le ritorsioni degli Stati Uniti, i quali dopo il Vietnam avevano accettato la tendenza del mondo verso il policentrismo, riconoscendo il ruolo della Cina e della Comunità europea nella politica internazionale, rischiano di far ritornare il mondo alla guerra fredda.
La rinuncia dell’Europa all’esercizio del suo ruolo internazionale non può che aggravare la crisi dell’ordine mondiale, che dipende dalla crisi dell’equilibrio bipolare. In effetti, proprio il fatto che la Comunità abbia indebolito l’egemonia americana, ma non abbia saputo finora assumersi le responsabilità corrispondenti alla sua potenza economica, deve essere considerato il maggiore fattore di crisi dell’ordine mondiale.
Eppure, i paesi della Comunità potrebbero già fin d’ora svolgere un ruolo attivo a favore del rilancio della distensione, se si dimostrassero capaci di agire uniti e di sviluppare una posizione comune. Il Consiglio dei ministri della Comunità, dopo una presa di posizione di sostanziale allineamento sulle posizioni americane, sembra sia riuscito a individuare il terreno per un’iniziativa dell’Europa e i termini di un accordo per avviare a soluzione la crisi afghana. La neutralizzazione dell’Afghanistan, garantita dall’Europa, potrebbe permettere infatti a questo paese di sottrarsi allo scontro tra le due superpotenze e di arrestare il deterioramento della distensione.
La Comunità europea ha effettivamente la possibilità di diventare un punto di riferimento per i paesi non allineati, che lottano contro l’imperialismo delle due superpotenze, e una garanzia per la loro indipendenza. Ma, come è stato recentemente proposto dal Movimento federalista, l’iniziativa della Comunità per l’affermazione di un sistema internazionale multipolare, che permetterebbe il rilancio della distensione, si deve concentrare soprattutto su due questioni cruciali.
Da una parte, nella prospettiva della prossima creazione del Fondo monetario europeo, prevista degli accordi istitutivi del SME, si apre la possibilità di pagare il petrolio in scudi. Il che consentirebbe di affiancare al dollaro un nuovo mezzo di pagamento internazionale e di contribuire così a ridare stabilità al mercato dei cambi. Nello stesso tempo, sarebbe possibile utilizzare le risorse monetarie eccedenti, detenute dai paesi produttori di petrolio, per acquistare in Europa tecnologie da trasferire nei paesi del Quarto mondo.
D’altra parte, la costituzione di uno Stato palestinese permetterebbe di superare nel Medio Oriente la polarizzazione tra il nazionalismo israeliano e l’oltranzismo arabo e di favorire così la coesistenza pacifica e la cooperazione economica tra i paesi arabi e Israele e tra questi ultimi e la Comunità.
Tuttavia, malgrado i limiti che abbiamo sottolineato, la risoluzione sull’invasione dell’Afghanistan segna una nuova vittoria del Parlamento europeo nella lotta per affermare la propria autonomia rispetto ai governi nazionali. In contrasto con quelle forze (che in pratica si sono ridotte ai gollisti e ai comunisti francesi), che gli contestano il diritto di determinare in modo insindacabile il proprio ordine del giorno, il Parlamento europeo ha affermato perentoriamente il proprio potere di prendere posizione anche sui grandi problemi della politica mondiale.
Lucio Levi
(febbraio 1980)

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