Anno XXII, 1980, Numero 3, Pagina 173

 

 

LA VIA EUROPEA ALLA PACE NEL MEDIO ORIENTE
 
 
L’Europa ha un interesse vitale ad una soluzione pacifica dei problemi del Medio oriente. D’altro canto, dai paesi arabi si levano sempre più frequentemente voci per sollecitare una iniziativa europea autonoma, che sappia spezzare il circolo vizioso della tensione creata dalle superpotenze. Eppure, nonostante le aperture del Presidente francese, il Consiglio ed il Parlamento europeo, per non parlare della Commissione, non osano affrontare la questione. Si dice che non è opportuno, in questa delicata fase di tensione internazionale, prendere decisioni che si scostino da quelle statunitensi per non avvantaggiare l’Unione sovietica. E così, in nome di una malintesa solidarietà occidentale — malintesa perché la subordinazione passiva non contribuisce certamente a correggere gli errori della politica estera statunitense —, si rinuncia a portare un contributo decisivo alla pace per il Medio oriente e per il mondo intero.
Non sembra quindi superfluo, in questa difficile situazione di scoramento e di sfiducia, indicare le ragioni per le quali l’iniziativa europea risulta non solo utile, ma indispensabile per superare l’impasse provocata dalla volontà di potenza di URSS e USA, ormai incapaci di orientare la politica mondiale verso sbocchi positivi.
1. Le due superpotenze hanno dimostrato a sufficienza di non aver compreso che il mondo sta evolvendo, lentamente ma irresistibilmente, dal bipolarismo al multipolarismo. Vi sono nuove entità — come la Cina, i paesi non allineati e, in parte, la Comunità europea — che non accettano più passivamente la logica dei blocchi. La loro ostinazione nel difendere una leadership mondiale ormai erosa può portare il mondo alla catastrofe. In effetti, il solo terreno sul quale si manifesta nettamente la loro superiorità nella bilancia mondiale del potere è quello militare. Ma quando si inizia a fare i confronti fra i rispettivi potenziali militari e si fanno appelli sempre più espliciti ai propri alleati per il riarmo, la guerra diventa una realtà non più remota.
Per questo è indispensabile una iniziativa europea. Occorre arrestare questa folle corsa al riarmo. Gli europei possono e devono far capire al loro alleato d’oltre-Atlantico che la pace nel Medio oriente è possibile a patto di rinunciare alla politica del confronto fra blocchi contrapposti — che tende ad escludere per definizione qualsiasi area di fluidità — e consentire a tutti i popoli della regione la scelta del non allineamento, della libera autodeterminazione e della pacifica convivenza.
2. Il punto di partenza di questa strategia consiste nell’avviare a soluzione il problema palestinese, dopo l’evidente fallimento degli accordi di Camp David. La Comunità europea deve riconoscere l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese e deve operare attivamente alla costruzione di uno Stato palestinese, invitando subito Israele a rinunciare agli insediamenti nei territori occupati e l’OLP a rispettare l’integrità dello Stato di Israele nei confini precedenti la guerra dei sei giorni.
Non è vero, come si tenta di sostenere da parte statunitense, che il problema palestinese debba passare in secondo piano dopo gli avvenimenti afgani ed iraniani. Il dramma di questo popolo destinato a vivere in condizioni subumane nei campi profughi o in esilio è tale da alimentare senza tregua odi e rancori contro chi perpetua tali soprusi. Non si può pensare che si affermino le forze della ragione, che pure esistono, fino a che questa patente violazione dei diritti umani non avrà termine. L’Europa non ha né le ragioni di politica interna — una potente lobby sionista — né quelle di politica internazionale — la riluttanza a favorire il non allineamento di questi popoli — che impediscono agli USA di accettare la soluzione del problema.
3. La creazione dello Stato palestinese costituisce solo il punto di partenza di un processo di pacificazione dei popoli della regione. La loro convivenza sarà possibile solo se verranno superati anche gli odi, che stanno per diventare atavici, che dividono gli arabi dagli ebrei. Per questo è indispensabile assicurare loro un futuro di stabilità e la non ingerenza delle potenze mondiali nell’area medio-orientale. Vi sono, anche se oggi nettamente minoritarie, forze ragionevoli all’interno di Israele che si battono contro il principio della identità fra Sinagoga e Stato, fonte del più fanatico nazionalismo. Allo stesso modo, vi è chi, da parte palestinese, auspica la creazione di uno Stato «multinazionale e multireligioso», entro il quale sia possibile il rispetto reciproco di tutti abitanti, qualsiasi sia la loro fede, lingua o nazionalità. Questa prospettiva non si potrà certo affermare nel breve periodo, ma bisogna operare sin da ora con la coscienza che senza il superamento dell’integralismo religioso né la pace, né il progresso sono possibili.
4. Il non allineamento alle grandi potenze dei popoli della regione medio-orientale sarà impossibile senza un impegno attivo e costante della Comunità europea. La regione è troppo ricca di risorse petrolifere per non apparire una posta decisiva nella partita per il dominio del mondo. Ma a questo compito di sorveglianza la Comunità non potrà far fronte senza sviluppare adeguati strumenti istituzionali: una propria moneta è, nel breve periodo, indispensabile per una politica estera indipendente dell’Europa. Si deve, a questo fine, cominciare a pagare subito il petrolio in scudi, sottraendo così i rapporti economici euro-arabi all’egemonia statunitense. Questa ipotesi, ancora trascurata dagli europei per la cecità e pusillanimità dei loro governi, è stata recentemente rammentata con esemplare chiarezza dallo stesso Presidente iraniano. «Se l’Europa — ha dichiarato Bani Sadr — diviene padrona del suo denaro non dipende più dagli Stati Uniti. L’Europa ha bisogno di una grande riserva monetaria per acquistare energia (petrolio), poiché l’energia appunto si vende in dollari. È obbligata a dipendere dagli USA perché è attraverso il sistema bancario americano che i petrodollari vengono distribuiti tra i paesi industrializzati. Io dico che, insieme, utilizzando il petrolio e la produzione industriale, potremmo liberarci dalla dipendenza dell’America».
5. La più grave colpa della politica russo-americana nel Medio oriente è stato l’assoluto disinteresse per il progresso economico e sociale di questi popoli. L’Europa deve prendersi carico anche di questo problema. Affiora ormai di quando in quando nella sinistra europea l’idea di un «Piano Marshall europeo per l’Africa e il Medio oriente», per affrontare in modo globale e massiccio i problemi del dialogo Nord-Sud e dello sviluppo economico su scala mondiale. La Comunità europea può certamente trovare le risorse umane e finanziarie per lanciare un piano di aiuti e di assistenza tecnologica per l’area medio-orientale. Va da sé che questa proposta non avrebbe solo il vantaggio di rafforzare i legami di amicizia euro-arabi, ma anche quelli fra gli stessi popoli arabi. Gli aiuti dovrebbero infatti essere gestiti, in piena indipendenza, da organismi panarabi, proprio sul modello comunitario. Può essere questa forse la via per superare quegli odi e contrasti fra i popoli che gli stessi europei hanno vissuto, ma che oggi, grazie alla accettazione di norme comuni di convivenza, essi ricordano solo come un relitto della storia.
6. Vi è infine un problema che non va sottaciuto perché l’Europa, nella misura in cui vorrà sviluppare queste prospettive di lungo periodo, non potrà fare a meno di affrontare. Si tratta della difesa europea. Le avventure militari statunitensi nel Medio oriente hanno rischiato di coinvolgere l’Europa in una politica contraria ai propri interessi. Inoltre, ben difficilmente la sicurezza dei confini di Israele e di quelli del futuro Stato palestinese potranno essere garantite da un’Europa priva di una difesa indipendente. Ogni iniziativa autonoma europea in politica estera dovrà essere accompagnata da una altrettanto adeguata acquisizione di autonomia nel settore della difesa. Si tratta perciò di avviare progetti per una difesa integrata al livello europeo e di preparare la dissoluzione della NATO, di cui già parecchi paesi della Comunità non fanno parte. Lo scioglimento delle alleanze militari, a occidente come ad oriente, è il cardine di ogni politica che voglia, coi fatti e non solo con le parole, il superamento dei blocchi. Se l’Europa vuole davvero favorire l’avvento di un mondo nuovo, meno violento e più giusto, deve mostrare essa stessa che l’indipendenza dalle superpotenze, la libertà e l’autodeterminazione dei popoli sono possibili.
 
Guido Montani
(maggio 1980)

 

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