Anno XXII, 1980, Numero 3, Pagina 176

 

 

A UN ANNO DALL’ELEZIONE EUROPEA
 
 
Secondo alcuni, la concessione del diritto di voto europeo è un fatto di grande rilievo storico, che ha già avuto conseguenze importanti e ne avrà di ancora più importanti in futuro. Secondo altri, invece, sarebbe un fatto quasi privo di significato, più folcloristico che politico. Questa differenza così radicale nelle valutazioni correnti, che si manifesta tanto nel dibattito politico quanto nella sfera dell’informazione e della cultura, dipende dalla incapacità di pensare seriamente il moto dell’unificazione europea, e perfino il suo aspetto più evidente.
L’Europa è una costruzione. Ne segue che non ci si può aspettare dalle sue istituzioni (fino a che non avranno raggiunto una forma definitiva) quello che ci si può aspettare dalle istituzioni nazionali che in qualche modo — ma solo apparentemente — assomigliano a quelle europee: i parlamenti nazionali al Parlamento europeo, i governi nazionali alla Commissione (e al Consiglio) ecc. È questa aspettativa sbagliata — che resta delusa quando la Comunità non si comporta come uno Stato già sviluppato — che dà luogo al pessimismo diffuso (regolarmente smentito, perché finora la Comunità ha sempre superato le sue crisi) e alla propensione a sottovalutare, quando non a deridere, tutto ciò che riguarda l’unità dell’Europa ed il suo futuro.
Per non lasciarsi influenzare da questo pessimismo, talvolta interessato e talvolta disfattista, la prima cosa da tenere presente è che, a differenza di quanto è accaduto sempre nel quadro dell’Europa occidentale, nessuno Stato trova più in un altro Stato europeo un nemico, o un alleato da utilizzare contro un nemico europeo (per gli storici sarà un fatto di importanza rivoluzionaria, anche se oggi non ne parla nessuno, e in primo luogo i giornali, che lasciano così i lettori nell’ignoranza sul mondo nel quale viviamo).
Orbene, è indubbio che noi dobbiamo, direttamente o indirettamente, tutto ciò che abbiamo avuto di buono nel dopoguerra (politicamente, economicamente, moralmente), a questo fatto, che, per ricordare un’espressione di Spinelli, «non cade dal cielo», ma dipende dal processo di unificazione dell’Europa. Sinché esso dura, nessuno Stato europeo può essere un nemico per un altro Stato europeo. E a questo riguardo il voto europeo ha un’importanza capitale perché rende praticamente impossibile l’interruzione e l’eliminazione del processo di unificazione europea. Ormai per conseguire questo scopo bisognerebbe revocare il diritto di voto europeo, ma non si vede quale governo potrebbe avere la forza sufficiente per una decisione di questo genere.
La seconda cosa da tenere presente, è che il voto europeo comporta la trasformazione europea dei partiti. Si tratta di una necessità. Non si può affrontare bene l’elezione europea senza dare garanzie europee agli elettori. Questo processo si trova ora nella sua fase iniziale. Ma ogni elezione europea lo manderà avanti. E ciò comporta una sorta di rivoluzione nel campo dell’orientamento della struttura dei partiti, cioè nel motore stesso della formazione della volontà politica. In profilo, c’è la fine del massimalismo e dell’estremismo che hanno trovato nei limiti e nella decadenza degli Stati nazionali il loro alimento.
La terza cosa da tenere presente è che se è vero che la Comunità non dà ancora risultati efficaci nel campo della politica economica e monetaria (per questo i rapporti col Regno Unito sono cattivi, l’allargamento è difficile, la società europea è squilibrata ecc.), è anche vero che una vera politica europea è possibile solo con un governo europeo legittimato democraticamente (sottoposto al controllo del Parlamento europeo). Ma a questo riguardo bisogna dire che, come abbiamo avuto il diritto di voto europeo, così dipende da noi avere un governo europeo. Pochi si sono battuti per il voto europeo, quando non ci credeva più nessuno. Ma hanno vinto, perché non era possibile dire no per sempre ad una richiesta così legittima. La stessa considerazione vale per il governo europeo. Non è possibile trattare gli europei come dei minori, che possono votare ma non possono, col loro voto, scegliere il governo.
È ora che i partiti se ne occupino. Finora, in campo europeo non hanno — se non eccezionalmente — esercitato il diritto-dovere dell’iniziativa. Ma l’ora è venuta, perché senza, progressi dell’unità europea i nostri Stati rischiano ormai la catastrofe, sia per quanto riguarda i problemi della sicurezza e delle risorse petrolifere, sia per quanto riguarda la situazione economica e monetaria. In questo contesto va ancora detto — bisogna rileggere Einaudi per questo — che non si può fare un governo europeo senza fare una difesa europea autonoma, cioè non dipendente dagli USA e non bisognosa della loro protezione. Solo così Europa ed America ritroveranno insieme la solidarietà e lo spirito con il quale affrontarono insieme, in anni ormai lontani, la sfida del futuro.
 
Mario Albertini
(giugno 1980)

 

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