Anno XXI, 1979, Numero 1, Pagina 36

 

 

A PROPOSITO DI UNA CONTESTAZIONE IRRESPONSABILE DELLA F.G.C.I.
 
 
L’incertezza e il disorientamento nella politica internazionale del P.C.I., che si sono manifestati con il voto contrario all’ingresso dell’Italia nello S.M.E., in palese contraddizione con il precedente orientamento europeistico del Partito, cominciano a dare i loro cattivi frutti, provocando prese di posizioni demagogiche fra i giovani comunisti che sono ormai troppo facilmente attratti dalla sirena della contestazione irresponsabile.
È un buon esempio di questa demagogia e di questa irresponsabilità un manifesto affisso dalla F.G.C.I. di Pavia in occasione di una conferenza dell’ambasciatore americano Gardner su: «Il ruolo sociale della Università americana». Ecco la parte centrale del manifesto: «Noi poveri tapini che viviamo alla periferia dell’impero siamo in dubbio: non era forse docente universitario quel Kissinger che decretò il genocidio del popolo cileno? Non è forse quell’università, abbondantemente foraggiata, a dimostrarsi così solerte nella ricerca (e che ricerca) delle armi più micidiali (atomiche, gas nervino, bombe batteriologiche, ecc.)? Non è forse essa una università collegata a filo diretto con i grandi monopoli? Sarà forse questa la funzione sociale che ci verrà decantata?
E mentre qui da noi con ritardi, incertezze, errori anche, si lotta per una maggiore partecipazione della società alla gestione dell’istituzione universitaria, mentre si cerca di finalizzare il sapere ad un impegno diretto, quotidiano, per dar risposta a problemi e bisogni reali (ambiente, salute, cultura di massa) il candido Gigli(o) [leggi: il Rettore Gigli], per bocca di un Satrapo ci propone un’università chiusa, gerarchizzata, classista, ancella del grande capitale».
Al di là della volgarità dello stile, che non merita commenti, si possono fare alcune considerazioni sulla sostanza.
In primo luogo, anche se l’università americana non rappresenta un modello da imitare passivamente, non è affatto vero che essa sia quella «università chiusa, gerarchizzata, classista» che si vuoi far credere. Essa è stata classista quando tutte le università del mondo lo erano, compresa quella italiana. Ma oggi i tassi di scolarità e di istruzione universitaria americani sono i più alti del mondo. Secondo i più recenti dati dell’U.N.E.S.C.O., le percentuali della popolazione universitaria rispetto alla popolazione totale sono del 5,2% negli U.S.A., del 2% in Francia, dell’l,9% nell’U.R.S.S. e dell’1,8% in Italia. I fatti sono testardi, come sosteneva Lenin, e non si dà certamente prova di serietà ignorandoli.
Sembra inoltre veramente demagogico contrapporre il «modello partecipativo» italiano a quello statunitense, come se in Italia si fossero fatti, comparativamente, dei passi fondamentali sulla via di una maggiore giustizia sociale e di efficienza nella politica di ricerca. Il nostro sistema universitario in realtà è molto più retrogrado e antisociale di quello statunitense e lo sarà sempre di più se si continua ad insistere nella prodiga politica assistenzialistica delle mense aperte a tutti, delle borse di studio generalizzate e della quasi gratuità dell’insegnamento universitario. Non finiscono forse in questo modo per pagare, attraverso le generose elargizioni dello Stato alle opere universitarie, gli operai ed i meno ricchi anche per i figli di papà? O non è forse più giusto e responsabile il sistema anglosassone (perché il modello americano ricalca in gran parte quello inglese) che consiste nel dare, sulla base delle condizioni economiche e del merito, consistenti borse di studio ai giovani e pochissime sovvenzioni «sociali» alle università, stimolando in questo modo l’autonomia e l’efficienza delle università, che possono avere più studenti — e quindi più entrate — nella misura in cui sanno fornire migliori insegnanti e più prospettive di carriera? Si può forse respingere questo modello anglosassone, che affida ai percettori del servizio un effettivo potere di controllo e di orientamento sulla gestione dell’università, ma prima bisogna almeno avere il coraggio di discuterlo seriamente. Cosa che né i comunisti, né in genere la cultura italiana ha mai avuto il coraggio di fare, nemmeno in occasione della cosiddetta riforma universitaria.
Vi è poi una seconda questione che va chiarita: la «finalità del sapere», ovvero l’impegno sociale della scienza, che nel manifesto viene indicato, fra l’altro, nella realizzazione di una «cultura di massa». Sappiamo bene che si sono fatti scorrere fiumi di inchiostro sul problema dell’impegno sociale dello scienziato. Per conto nostro, siamo convinti che l’unica vera finalità della scienza non debba essere altro che quella di accrescere le conoscenze dell’umanità, di dare all’uomo, cioè, la capacità di dominare coscientemente le forze della natura, grazie alla trasformazione delle conoscenze scientifiche in tecnologia. Per questo lo scienziato che compie seriamente il suo lavoro non si preoccupa affatto del modo in cui potrà essere utilizzata la sua scoperta, anche perché sarebbe un atto assurdo di presunzione ipotizzare un uso poco saggio da parte di altri delle «sue» conoscenze. La verità è di tutti e il sapere deve essere accessibile a tutti. L’uguaglianza, che include anche il diritto di conoscere, è il fondamento stesso della democrazia. Il problema cruciale a questo proposito non è quello di una possibile utilizzazione criminale delle conoscenze. Messo in questi termini il problema è insolubile. Quando i coniugi Curie scopersero il radio, non immaginavano assolutamente, né importava loro, a cosa potesse servire. Successivamente, fra i numerosi usi, questa scoperta ha portato sia alla cura del cancro che alla bomba atomica. La conoscenza è in sé solo un mezzo, non un fine. Il vero problema è, quindi un altro: l’umanità sarà abbastanza saggia per abbandonare lo stato attuale, semibarbarico, della sua organizzazione politica in Stati nazionali indipendenti e sovrani, che favorisce l’uso bellicoso delle risorse e delle conoscenze, per darsi invece una organizzazione veramente democratica, la Federazione mondiale, che elimini l’uso della forza nei contrasti internazionali? Noi federalisti siamo convinti che la Federazione mondiale sia la risposta ragionevole e possibile al problema della pace ed all’uso pacifico della scienza, per questo non abbiamo sciocchi pregiudizi antiscientifici, e ci battiamo oggi per l’unità europea e ci batteremo domani per l’unificazione politica del genere umano.
Inoltre, se è vero che il principale stimolo alla ricerca scientifica è, in termini molto imprecisi, il benessere dell’umanità, oppure, ma è la stessa cosa, l’amore per la conoscenza e la verità, ci sembra che sia legittimo il sospetto contro tutte le pretese di asservire lo scienziato a qualsiasi fine di potere, sia pure la cosiddetta «cultura di massa», perché non esiste una massa senza la sua capacità di espressione politica, che è il partito di massa. Il compito dello Stato, se non è uno Stato totalitario, è quello di favorire la ricerca scientifica creando apposite istituzioni, le università, in cui è assicurata la libertà di studiare e progettare. Lo Stato può anche, legittimamente, senza violare la libertà dei singoli, incentivare questo o quel settore, con particolari commesse o facilitazioni. Ma deve sempre essere garantita la libertà dello studioso di aderire o meno al contratto di ricerca. Se lo Stato pretende di imporre un indirizzo al sapere, come è accaduto in Unione Sovietica per la «scienza biologica ufficiale», si può essere certi che, prima o poi, gli scienziati di regime si trasformeranno in tanti pappagalli ripetitori di formule prefabbricate dai politici.
Il terzo punto riguarda l’ambiguità che ancora circonda la politica estera del P.C.I., in particolare la sua strategia europea. Il conflitto fra Cina e Vietnam, che ha fatto seguito all’invasione della Cambogia da parte di quest’ultimo, ha ormai mostrato che gli equilibri mondiali di potere stanno rapidamente mutando. Il governo russo-americano del mondo è seriamente contestato. La Cina ha mostrato di non essere più disposta a subire passivamente l’espansione dell’egemonia sovietica nel Sud-est asiatico. Un nuovo equilibrio multipolare, di cui l’Europa unita potrebbe costituire un polo fondamentale, sta emergendo.
Ogni mutamento negli assetti mondiali del potere porta con sé nuove possibilità di lotta e di emancipazione per le forze progressiste. Il governo russo-americano del mondo ha congelato, in ispecie nella fase della guerra fredda, ma la situazione non si è da allora modificata in modo sostanziale, le aspirazioni dei popoli del Terzo mondo ad una effettiva emancipazione economica, oltre che politica. Lo sviluppo della parte più povera della popolazione mondiale è stato sacrificato sull’altare della politica dei blocchi, della corsa agli armamenti e delle guerre locali, spesso fomentate da una delle superpotenze per indebolire l’avversario. Questa situazione scandalosa per chiunque abbia a cuore il problema della giustizia internazionale, può essere mutata solo se si passerà ad un equilibrio multipolare. L’Europa unita costituirebbe non solo un fattore attivo di questo nuovo assetto internazionale, ma avrebbe un obiettivo interesse a favorire la creazione di un «nuovo ordine economico mondiale» che liberi il Terzo mondo dall’attuale subordinazione neocolonialistica a cui lo ha condannato la guerra fredda. La Comunità europea, con gli accordi di Lomé, ha già dimostrato, anche se in modo imperfetto ed inadeguato, di avviarsi in questa direzione. La scelta per l’unità europea coincide pertanto con quella per una maggiore distensione e una migliore giustizia internazionale.
Questa scelta il P.C.I. non l’ha ancora fatta. In occasione del conflitto fra Cina e Vietnam si è ben guardato dal denunciare il tentativo egemonico sovietico di espansione nel Sud-est asiatico, mentre ha condannato l’«aggressione» cinese. La stessa ambiguità del resto ha caratterizzato le prese di posizione del P.C.I. a proposito della guerra nel Corno d’Africa dove, secondo un osservatore non certamente sospettabile di emettere giudizi filo-occidentali, gli africani hanno visto l’U.R.S.S., con l’aiuto dei militari mercenari cubani, «abbandonare la Somalia e aiutare gli etiopici nello sforzo di liquidare lo E.P.L.F. in Eritrea, una forza di sinistra e quindi un movimento di liberazione genuino; e in Etiopia stessa appoggiare una dittatura militare che, come molti sospettano, può ancora gettarsi da ‘questa o quella parte’».[1]
Se a queste prese di posizioni obiettivamente filosovietiche, si aggiunge che il P.C.I. ha ormai accettato l’adesione dell’Italia alla N.A.T.O. e che si è battuto contro l’avvio di una politica monetaria europea — scelte politiche che non contribuiscono certo a liberare l’Italia dalla sua subordinazione militare ed economica — non si può fare ameno di pensare che il P.C.I. sia più interessato a mantenere lo statu quo e il vecchio ordine mondiale, piuttosto che contribuire ad una politica di rinnovamento puntando sulla unità e l’indipendenza dell’Europa.
Bisogna, tuttavia, dare atto al P.C.I. di essere cosciente di questa contraddizione. Nelle sue Tesi congressuali viene largamente riconosciuto il fatto che ormai solo nel quadro mondiale è possibile porre il problema dell’avanzamento delle forze produttive e che il mondo necessita di un nuovo ordine, più libero e giusto. Ma queste restano purè aspirazioni se non si sa poi indicare anche i mezzi per la loro realizzazione. Non basta fare manifestazioni contro l’imperialismo nel mondo e a favore della pace e della giustizia. Senza una Europa unita le parole non diventeranno mai fatti, perché nel quadro mondiale la sola voce che si fa sentire è quella delle potenze continentali.
Per questo, per non aver saputo indicare una responsabile politica di emancipazione dall’egemonia americana, i giovani comunisti hanno scelto la via facile della contestazione a parole, insultando volgarmente l’ambasciatore americano in visita a Pavia. I federalisti, al contrario, poiché non soffrono di questi complessi, lo hanno invitato nella loro sede per una dichiarazione europeistica. Tra uguali si può essere amici. E i federalisti hanno da sempre detto, e lo ripetono ancora, che solo con l’unità l’Europa può realizzare la politica di equal partnership con l’America e che solo con l’unità l’Europa può essere veramente «né antisovietica, né antiamericana».
 
Guido Montani
(marzo 1979)


[1]B. Davidson, Alle radici dell’Africa nuova, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 124.

 

 

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