Anno XXI, 1979, Numero 1, Pagina 45

 

 

PER UN NUOVO EQUILIBRIO MONDIALE
 
 
Il conflitto cino-vietnamita è uno dei tanti sintomi della profonda trasformazione che si sta operando nell’equilibrio mondiale. Il rigido bipolarismo che il mondo ha ereditato dagli anni della guerra fredda, e che frena qualsiasi possibilità di sviluppo dei popoli del Terzo mondo, si sta inesorabilmente disgregando. L’enorme peso che imponeva agli U.S.A. e all’U.R.S.S. ne ha logorato il potere e compromesso la solidità economica. Un nuovo mondo multipolare sta emergendo.
Ma la transizione è lunga e difficile. Finora soltanto un terzo polo del sistema mondiale — la Cina — ha assunto una fisionomia precisa, anche se il suo peso nei rapporti internazionali è ancora lontano dall’essere paragonabile a quello delle due superpotenze. Il Giappone è un gigante economico ma un nano politico. L’Europa, che potrebbe e dovrebbe essere una componente essenziale di un sistema mondiale multipolare, è mantenuta nell’impotenza della disunione.
Se quindi il bipolarismo sta morendo, il multipolarismo non ha ancora preso una forma definita. L’equilibrio internazionale attraversa di conseguenza una fase incerta e carica di pericoli. E se, da un lato, la politica estera americana, condizionata da un’opinione pubblica resa vigile dalla guerra del Vietnam, è in pieno riflusso ed è sottoposta a forti pressioni isolazionistiche, dall’altro è assai più ampio lo spazio di manovra a disposizione della Russia, il cui potere in politica estera, grazie alle sue tradizioni di spregiudicatezza e all’assenza di un’opinione pubblica che ne condizioni le scelte, è stato meno logorato di quello degli Stati Uniti.
È per questo che essa è più attivamente impegnata nel tentativo di conservare la sua egemonia, minacciata dall’emergente multipolarismo. Ed è chiaro che il suo nemico principale, in questa fase, è la Cina, che con la Russia ha in comune un lunghissimo tratto di frontiera e che della Russia è il naturale concorrente nello scacchiere del Sud-est asiatico. Il Vietnam, dal canto suo, è altrettanto naturalmente l’alleato d’elezione della Russia nella sua strategia anti-cinese. Ormai padroni della Cambogia e del Laos, i vietnamiti hanno infatti creato un impero indocinese e aperto un secondo permanente fronte di tensione — oltre a quello dell’Ussuri — alle frontiere della Cina.
L’attacco cinese al Vietnam è stato un tentativo di rompere l’accerchiamento. Si tratta di un’operazione che, con tutto l’orrore che qualunque guerra non può non ispirare agli uomini civili, deve comunque essere compresa nelle sue ragioni. I rapporti tra Stati sovrani sono sempre stati — e non possono non essere — fondati sulle forze. Si tratta di un dato ineliminabile — quantomeno prima del giorno ancora lontano in cui tutti i popoli del mondo si riuniranno liberamente in una federazione. Fingere di negarlo non significa certo lavorare per la pace, ma soltanto sanzionare ipocritamente i rapporti di forza esistenti e rendere un servizio all’imperialismo. Monaco insegni. Pace e appeasement sono due cose ben diverse.
Nell’Europa divisa e impotente, il riflesso degli uomini di governo di fronte all’aggravarsi della crisi russo-cinese è stato quello della paura dell’imperialismo russo e quindi della difesa dello status quo. È un’ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che la divisione dell’Europa è la migliore garanzia della sopravvivenza del reazionario condominio russo-americano sul mondo. Ma la realtà è che una Cina indebolita e ricondotta sotto il controllo della potenza sovietica non farebbe che aumentare la pressione di quest’ultima sulla frontiera orientale dell’Europa. E che soltanto la creazione di un quarto stabile polo dell’equilibrio internazionale, attraverso l’unificazione federale dell’Europa, consentirebbe la nascita di un sistema pacifico ed evolutivo, condizione essenziale di un’effettiva emancipazione dei popoli del Terzo mondo.
 
Francesco Rossolillo
(marzo 1979)

 

 

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