Anno XXI, 1979, Numero 3-4, Pagina 206

 

 

IL SIGNIFICATO STORICO DELL’ELEZIONE EUROPEA
 
 
Nessun commentatore dei paesi della Comunità ha attribuito al voto europeo del 10 giugno il significato che gli ha attribuito Sacharov. Egli ha scritto testualmente in un articolo pubblicato su «Europa», il supplemento mensile de La Stampa (oltre che di Le Monde, The Times e Die Welt, giugno 1979): «È mia opinione che la creazione del Parlamento europeo, e soprattutto l’intenzione di riorganizzarlo in base alle indicazioni che emergeranno dalle elezioni dirette, sia un passo importante nella giusta e necessaria direzione dell’integrazione europea e anzi un trampolino, in una più ampia prospettiva, per la convergenza e la integrazione di tutti i paesi del mondo. Sono convinto che solo un progresso in questa direzione potrà eliminare i complessi pericoli che minacciano da vicino l’umanità». Ed ha ribadito: «L’integrazione europea, che nel prossimo futuro è destinata a diventare sempre più reale ed immediata, dovrebbe — lo ripeto — diventare passaggio obbligato e modello per un processo evolutivo che si estenderà a tutto il mondo».
Dal suo elevato punto di osservazione, Sacharov vede lucidamente il processo storico mondiale, e il ruolo dell’Europa in questo processo. Ma è difficile — o forse impossibile — per chi si trova in punti meno elevati, dare un senso preciso alle sue affermazioni senza la conoscenza dei principi del federalismo. Praticamente tutti ammettono che l’unità europea è necessaria, ed ammettono anche che è necessaria qualche forma di unità, o almeno di stretta collaborazione, mondiale. In sostanza, nessuno discute il fine. Ma quando si tratta del mezzo, cioè di cosa fare, come avanzare, tutti direbbero che si può avanzare verso questi obiettivi solo battendosi ovunque per il socialismo (o la democrazia ecc.); e ciò si traduce nel fatto che non c’è né alcuna idea su come avanzare, né alcun impegno effettivo a questo riguardo perché è evidente che non si può fare nulla, hic et nunc, per introdurre la democrazia formale nei paesi in via di sviluppo, o il «socialismo reale» nei paesi industrializzati e così via (ciò che si può fare è battersi ovunque per le forme possibili di unità di collaborazione e di distensione, e solo così si possono preparare le battaglie future per la libertà e la giustizia in tutto il mondo).
Questa è la prima considerazione. Con una seconda considerazione si può constatare che quasi nessuno dice che per avanzare verso queste forme di unità bisogna distruggere lo Stato nazionale. Per se stessa questa alternativa — o lo Stato nazionale o l’unità — è inevitabile. Ma il dibattito politico e culturale la ignora ancora perché non ne conosce i termini. Per un verso non si sa che lo Stato nazionale crea una società esclusiva (nel senso che esclude che chi fa parte della nazione possa anche far parte, allo stesso titolo e con pari libertà, di una regione e di una federazione) e quindi non si tiene presente che lo Stato nazionale divide i popoli e rende impossibile la democrazia a livello internazionale.
Per l’altro verso, quasi nessuno sa pensare un libero governo di una società di libere nazioni (il modello federale), cioè l’unità come forma di Stato o costituzione con la quale l’orbita del governo democratico si allarga sino a comprendere nella sua sfera molti governi, ma con la quale sia il governo dell’insieme sia quello di ogni parte, sono, ciascuno nella sua sfera, liberi e indipendenti, e ordinati in modo tale da poter difendere la loro indipendenza non con le armi (secondo là logica dell’orda), ma con il diritto (secondo la logica della ragione).
Esteso a tutto il mondo, questo è il modello — il solo modello — dell’unità politica del genere umano, della pace e del disarmo universale, come Kant, il Kant federalista, ha mostrato con grande chiarezza. È solo con considerazioni di questo genere che si può prendere seriamente in esame l’elezione europea. Su questa base si può infatti affermare che senza i criteri del federalismo non è possibile capire quale sia il significato storico del voto europeo del 10 giugno — anche quando si scrive giustamente, ma senza trarne le conseguenze, che si è trattato della prima elezione internazionale (o plurinazionale, o sovrannazionale, la terminologia è incerta, perché il fatto è nuovo) della storia.
In effetti il 10 giugno è stato fatto il primo passo verso la formazione di un libero governo europeo di una società europea di libere nazioni. Ne segue che chi non conosce questa forma di governo non è in grado di capire il significato storico del voto europeo e si limita a considerarne gli aspetti politici ed economici immediati. Ma una visione parziale è una visione distorta; e tanto più quando, come in questo caso, è in questione il senso stesso della storia contemporanea.
Si può ancora interpretarla, secondo il modo comune di vedere, con i criteri delle ideologie tradizionali (comunismo incluso)? O bisogna interpretarla, come pensava già nel secolo scorso un «grande presbite», Proudhon, con i criteri del federalismo? E non è proprio perché si insiste nel tentativo di analizzare il processo storico contemporaneo con le ideologie di fasi già trascorse della storia del mondo (liberazione delle classi, liberazione delle nazioni), che si finisce poi con il convalidare la nozione della crisi delle ideologie, con le inevitabili conseguenze di carattere reazionario?
In ogni caso, il pensiero federalistico permette di pensare che col voto europeo la democrazia, sino ad ora confinata nel campo nazionale, si afferma per la prima volta nel campo internazionale, da sempre riservato esclusivamente agli eserciti, ai rapporti di forza tra gli Stati, alla ragion di Stato e, in ultima istanza, alla guerra o alla minaccia del ricorso alla guerra.
L’Europa ha bisogno di una vera unità. Il mondo ha bisogno di una collaborazione sempre più stretta fra tutti i popoli. E ciò richiede un modo nuovo, federalistico di pensare e di agire, che può cominciare con il voto europeo. Solo con il riconoscimento del fatto che il voto europeo ha aperto la strada della democrazia internazionale, e solo con la revisione del proprio pensiero e della propria azione alla luce di questo fatto, si può ancora tentare di accostarsi al senso della storia che stiamo vivendo, nella sua proiezione verso il futuro che non può essere pensato con le idee che servirono per capire e guidare le lotte del passato.
 
Mario Albertini
(luglio 1979)

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