Anno XVIII, 1976, Numero 2-3, Pagina 180

 

 

LO SCANDALO LOCKHEED
 
 
Il processo aperto dal Congresso statunitense contro il comportamento arrogante e illegale delle multinazionali ha avuto vaste ripercussioni in tutti i paesi occidentali coinvolti nello scandalo. Sorprende tuttavia constatare come il dibattito apertosi nei paesi europei non abbia messo in luce la reale natura e la portata del problema in discussione. Tipico è il dibattito aperto in Italia sullo scandalo Lockheed; dalle prime pagine dei giornali giungono richieste sempre più imperiose che giustizia sia fatta e subito, ma la severità dell’atteggiamento non viene motivata e contrasta, inspiegabilmente per l’uomo della strada, con il silenzio che ha sempre accompagnato scandali anche cento volte più gravi.
Il fatto è che questi scandali sono stati imposti dai democratici statunitensi all’opinione pubblica europea, che non ne ha ancora compreso l’importanza, perché essi non possono essere compresi da un osservatore che si colloca unicamente in una prospettiva nazionale.
La posta messa in discussione dal Congresso degli Stati Uniti aprendo il processo alle multinazionali è l’ordine internazionale, la sua evoluzione possibile e quindi il ruolo che gli Stati Uniti sono chiamati a svolgere a livello internazionale. L’importanza del processo alle multinazionali si comprende se si riconosce che l’elemento cruciale che caratterizza la fase storica che stiamo vivendo è l’alternativa oggi possibile fra la degenerazione imperiale della leadership statunitense sull’occidente e il consolidamento dell’impero russo sull’oriente, da un lato, e, dall’altro lato, la nascita di un ordine internazionale più evolutivo fondato sull’affermazione dell’Europa, e con essa della Cina, sulla scena internazionale. Aprendo il processo alle multinazionali, il Congresso degli Stati Uniti, o almeno una sua qualificata componente, ha posto sotto accusa un aspetto degenerativo della politica estera statunitense, di cui le multinazionali molto spesso hanno rappresentato solo i fedeli esecutori, e con ciò ha dimostrato di volersi impegnare per sconfiggere le tendenze imperiali del potere americano e affermare un ruolo internazionale degli Stati Uniti più evolutivo, in linea con le tradizioni della democrazia statunitense.
È chiaro perché i democratici statunitensi oggi stiano combattendo con tanto impegno questa battaglia. Se è vero che i rapporti internazionali oggi sono a una svolta storica, in quanto oggi si sta chiudendo il periodo transitorio seguito alla seconda guerra mondiale e che aveva lasciato in sospeso il problema di garantire un assetto stabile in Europa, ciò significa altresì che la democrazia statunitense è oggi a una svolta storica. Il destino della libertà negli Stati Uniti è indissolubilmente connesso con il ruolo che essi saranno chiamati ad assumere nel quadro dei rapporti internazionali. Un regime pluralistico, rispettoso delle autonomie e dei valori della tradizione liberale, democratica e socialista è incompatibile con l’involuzione imperiale della potenza statunitense; solo se l’ordine internazionale avrà carattere evolutivo e risulterà articolato su più poli, per gli Stati Uniti risulteranno obiettivi compatibili l’assunzione delle responsabilità internazionali che ad essi competono e lo sviluppo democratico e il progresso economico e sociale della popolazione.
D’altro lato, il fatto stesso che le multinazionali siano state poste sotto processo negli Stati Uniti deve essere considerato un prodotto della possibilità oggi esistente che i rapporti internazionali subiscano una profonda trasformazione con la nascita di nuovi poli di potere, primo fra tutti per importanza quello europeo. Nella fase della guerra fredda e nella successiva fase di distensione russo-americana, la necessità per gli Stati Uniti di mobilitare tutte le energie nazionali per garantire il controllo e la difesa della propria area di influenza ha impedito un pieno sviluppo della dialettica politica interna e ha indebolito le forze dell’innovazione. In questo quadro, era impensabile qualsiasi azione il cui risultato fosse di indebolire gli Stati Uniti sul piano internazionale. Il fatto che le forze di opposizione e progressiste oggi stiano acquistando nuova coscienza e importanza crescente nell’equilibrio politico statunitense si inserisce nel quadro del disimpegno internazionale realizzato dagli Stati Uniti sul fronte asiatico, ove la Cina offre un’alternativa all’espansionismo sovietico, e progettato sul fronte europeo, ove esiste la concreta possibilità di veder nascere a breve termine un’Unione europea.
Se dunque questo è il senso dell’impegno assunto dalle forze democratiche statunitensi, ancora più miope appare l’atteggiamento dei democratici europei che, nel processo aperto oltreoceano contro le società multinazionali, hanno finora visto solamente l’occasione per porre sotto accusa alcuni personaggi del sottogoverno.
Questa reazione è ancora più grave ove si consideri che il fronte decisivo in questa battaglia è quello europeo. I democratici statunitensi possono battersi perché gli Stati Uniti non diventino una superpotenza con carattere imperiale, ma questa prospettiva può essere sconfitta solo dagli europei, perché solo la nascita della Federazione Europea può dare ai rapporti internazionali un carattere evolutivo diminuendone la tensione; negli Stati Uniti è possibile battersi contro lo strapotere, a livello mondiale, delle multinazionali, ma spetta in primo luogo agli europei colmare il vuoto di potere politico oggi esistente in Europa che ha permesso alle multinazionali un’espansione incontrollata nel nostro continente per circa un trentennio.
Spetta dunque ai democratici europei raccogliere la sfida loro lanciata dai democratici statunitensi. La risposta adeguata che essi possono dare è una sola: l’esecuzione della decisione presa dal Vertice di Roma di procedere nel maggio 1978 all’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale. Questa è la strada per democratizzare la Comunità, per porre sotto controllo l’attività delle multinazionali e l’evoluzione dell’economia europea, per garantire la nascita di un nuovo ordine internazionale nel cui ambito gli imperialismi possano essere sconfitti.
 
Dario Velo
(marzo 1976)

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