Anno XVIII, 1976, Numero 4, Pagina 220

 

 

L’ITALIA FRA AUTARCHIA ED EUROPA
 
 
La rivalutazione del marco avvenuta il 17 ottobre e la gravissima crisi in cui si dibattono lira sterlina e lira italiana indicano che il caos monetario in Europa sta raggiungendo un «punto di non ritorno», superato il quale sarà impossibile riaffermare uno stabile ordine economico e monetario in Europa perché risulterà irrimediabilmente compromesso il processo di integrazione che ha reso possibile lo sviluppo dell’economia in questo dopoguerra.
Bisogna constatare che, di fronte alle nuove difficoltà della lira, da più parti si avanzano con crescente insistenza proposte neo-protezionistiche. Di fronte al fatto che il volume del commercio internazionale dell’Italia è tanto ampio da rendere le riserve valutarie strutturalmente inadeguate a garantire l’equilibrato funzionamento della tesoreria, si diffonde sempre più la convinzione che sia necessario ridurre il commercio internazionale per dimensionarlo alle possibilità di intervento sui mercati dei cambi della Banca d’Italia.
Questa tendenza è rilevabile, se pure in misura diversa, in tutti i paesi europei; le misure economiche adottate recentemente dal governo italiano e da quello francese lo dimostrano. In entrambi i casi ci si trova di fronte ad una strategia economica molto simile: ricercare il contenimento del deficit nella bilancia dei pagamenti tramite l’adozione di una politica deflazionistica e l’incentivazione delle esportazioni, garantendo «l’equa ripartizione» dei sacrifici necessari fra le componenti della società.
I limiti di questa strategia economica sono evidenti. Il tentativo di trasferire sul resto del mondo il deficit nei conti con l‘estero aumentando le esportazioni può riuscire solo se altri paesi sono disposti a incrementare le importazioni; ma se questa politica è seguita, come oggi avviene, da tutti i paesi, impegnati nel tentativo di fronteggiare il deficit energetico e il deficit connesso all’importazione delle altre materie prime, essa ha come effetto di scaricare tale deficit sui paesi più deboli; per questi ultimi, l’unico effetto di questa politica è una riduzione della produzione e della occupazione, senza che vengano risolti né il problema dell’inflazione né quello del riequilibrio nei conti con l’estero.
La politica del «ciascuno per sé», adottata dai paesi industrializzati all’indomani della crisi energetica, ha permesso ai paesi più sviluppati ed efficienti di riequilibrare i conti con l’estero; ciò è avvenuto per gli Stati Uniti, per il Giappone, per la Germania e per alcuni paesi nord-europei che, avendo migliorato i propri conti con l’estero, hanno poi visto la propria moneta rivalutarsi per cui oggi fruiscono di un «circolo virtuoso» fondato sulla diminuzione dei prezzi delle importazioni e sull’incremento dei prezzi delle esportazioni. Questa politica tuttavia ha lasciato irrisolti i problemi dei paesi meno sviluppati, fra cui vanno poste Italia e Francia, che ancora proseguono ciecamente in questo drammatico tentativo di scaricare uno sull’altro i propri deficit.
Il tentativo sempre più esasperato di esportare di più e importare di meno, destinato fatalmente all’insuccesso fino a quando i paesi arabi continueranno ad essere strutturalmente in attivo, sta avendo effetti gravissimi per tutta la comunità internazionale; il commercio internazionale è in crisi e i paesi del Terzo mondo sono avviati al collasso. Questo tentativo è tanto più drammatico per l’Europa, perché determina uno scollamento della Comunità e fa rinascere tendenze protezionistiche che pongono in discussione il processo di integrazione stesso.
Le misure economiche proposte da Barre e Andreotti sono tessere di questo mosaico. Esse formalmente rispettano gli accordi comunitari, ma di fatto tendono a separare le economie nazionali dal mercato europeo. In questa logica neo-protezionistica, le misure di incoraggiamento alle esportazioni sono necessariamente affiancate da misure di sostegno artificiale alle imprese incapaci di reggere alla crisi economica; in tal modo diviene potente la tendenza a trasformare in senso corporativo le economie nazionali europee. Così si spiega il fatto che in Italia, che costituisce il paese europeo più in crisi, da più parti si avanzino richieste sempre più insistenti di un rigido controllo della domanda e in alcuni casi già si giunga alla proposta della tessera di razionamento.
Il fatto è che gli interventi decisi dai governi francese e italiano denunciano l’impotenza dei governi europei che per il risanamento dell’economia dispongono soltanto di strumenti nazionali, per definizione stessa inadeguati a risolvere problemi che non sono nazionali ma europei e mondiali. Nel quadro nazionale ormai è possibile soltanto gestire la crisi ripartendo più o meno «equamente» i sacrifici che essa comporta; ma qualunque sia la soluzione data al problema di ripartire i sacrifici, essa non può risolvere il problema di fondo del superamento della crisi, che dipende dalla disponibilità degli strumenti di politica economica che permettano di governare l’economia europea.
Per superare il caos monetario in Europa e sconfiggere le tendenze protezionistiche che stanno disgregando la Comunità è necessaria una radicale inversione di tendenza. Oggi è impossibile ridare una prospettiva di stabilità e crescita all’economia europea se non si progetta la creazione di una moneta europea.
I tentativi di costruire gradualmente l’Unione monetaria sono falliti; la fluttuazione congiunta ha contribuito solamente ad affermare la supremazia del marco e ha emarginato i paesi più deboli. Il fatto è che l’Unione monetaria non può nascere gradualmente, ma richiede un «salto»: il potere di controllare la liquidità o esiste a livello nazionale, o esiste a livello europeo.
L’obiettivo della creazione di una moneta europea è realistico. L’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale decisa per il maggio-giugno 1978 e la formazione dei partiti europei che questa scadenza elettorale comporta, costituiscono la base politica in grado di sostenere la trasformazione degli organi comunitari in un governo europeo.
L’Unione monetaria è un obiettivo immediatamente accettabile dai paesi più forti perché essa, togliendo ai paesi più deboli il potere di battere moneta, imporrebbe a questi ultimi di abbandonare la politica di spesa in deficit che oggi innesca una spirale inflazionistica sempre meno controllabile. Per gli stessi motivi risulta parimenti accettabile per i paesi più sviluppati che, parallelamente al varo dell’Unione monetaria, l’Europa assuma a proprio carico i problemi più gravi, generati da squilibri sociali e territoriali, dei paesi aderenti all’Unione.
D’altro lato, l’Unione monetaria è un obiettivo accettabile dai paesi più deboli perché per essi l’alternativa è una crisi drammatica che avrebbe come unico sbocco un sistema corporativo e sottosviluppato.
A medio termine, l’Unione monetaria è un obiettivo incondizionatamente auspicabile da tutti i paesi europei, perché essa sarebbe fatalmente destinata ad evolvere verso l’Unione economica, così permettendo di contemperare gli obiettivi dello sviluppo stabile ed equilibrato e della soluzione dei più gravi problemi, sociali e territoriali, esistenti nella Comunità.
Bisogna prendere atto che la creazione dell’Unione monetaria è l’unica soluzione realistica della crisi, in grado di garantire lo sviluppo economico e sociale degli Stati europei. La creazione di una moneta europea permetterebbe di eliminare le maggiori cause di instabilità dell’economia europea, in quanto eliminerebbe ipso facto i margini di fluttuazione fra le monete nazionali e il vincolo del pareggio dei conti con il resto della Comunità che oggi deve essere rispettato rigidamente da ogni Stato. Nel quadro dell’Unione monetaria avrebbe rilevanza solamente la bilancia dei pagamenti consolidata europea verso il resto del mondo, mentre l’equilibrio interno sarebbe assicurato da trasferimenti di reddito dalle regioni più ricche a quelle più povere.
La creazione di una moneta europea, inoltre, costituirebbe un contributo decisivo alla ricostituzione di uno stabile ordine — economico e monetario — internazionale, che oggi è reso particolarmente fragile dalle continue svalutazioni e rivalutazioni delle monete europee che innescano la speculazione internazionale.
Ciò significa che il problema della crisi italiana deve essere visto oggi in una prospettiva completamente diversa da quella comunemente sostenuta. Il problema prioritario è tenere l’Italia in Europa fino all’elezione europea e alla nascita dell’Unione monetaria.
Questa conclusione vale per tutti i paesi europei. Il problema è far sopravvivere il quadro comunitario evitandone la disgregazione fino all’elezione europea e alla nascita dell’Unione monetaria.
Questo obiettivo può essere conseguito a condizione di garantire una stabilizzazione dell’ordine monetario in Europa; ciò a propria volta impone la necessità di attivare flussi finanziari a livello europeo di ammontare adeguato all’obiettivo di difendere le parità monetarie.
La concessione di prestiti da parte dei paesi in surplus a quelli in deficit è una possibilità reale; la prospettiva dell’elezione europea e della nascita dell’Unione monetaria rende immediatamente accettabile il principio della solidarietà europea in quanto in tale prospettiva i prestiti europei sono un problema esistente solamente per un breve periodo di transizione, perché nell’ambito dell’Unione monetaria gli Stati non potranno generare deficit illimitati non disponendo più del potere di battere moneta. Nel quadro dell’Unione monetaria, i trasferimenti finanziari europei potranno essere frutto solamente di coerenti politiche europee.
A livello europeo, l’obiettivo immediato è il lancio di un grande prestito europeo per soccorrere gli Stati in crisi, primi fra tutti Italia e Gran Bretagna, e mantenerli così legati al processo di integrazione. Accanto al lancio di questi prestiti, altre misure tecniche possono essere adottate per rafforzare la solidarietà europea, quali la creazione di una stanza di compensazione europea e l’istituzione di un fondo europeo di riserve.
A livello nazionale, le forze politiche potrebbero, nel quadro della riaffermata solidarietà europea, liberarsi dalle ipoteche delle scadenze quotidiane e avviare un programma coerente e di ampio respiro di ristrutturazione industriale e di risanamento economico.
L’impegno deve essere posto su entrambi i fronti. Qualsiasi tentativo di risanare l’economia italiana sarebbe destinato al fallimento se non fosse sorretto dalla coscienza che l’obiettivo non è dare ossigeno allo Stato nazionale morente ma la fondazione dell’Unione europea. D’altro lato, è vano sperare che l’Europa possa soccorrere l’Italia se il nostro paese non saprà fare una chiara scelta europea, assumendo pienamente le responsabilità che gli competono.
 
Dario Velo
(ottobre 1976)

 

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