Anno XVII, 1975, Numero 1, Pagina 48

 

 

IL VERTICE DI DUBLINO
 
 
Un solo tema ha impegnato le energie dei nove capi di governo, riuniti a Dublino il 10-11 marzo per il primo vertice del 1975: quello delle richieste presentate dall’Inghilterra per ottenere condizioni a sé più favorevoli nell’ambito della comunità dei nove.
Molte delle rivendicazioni avanzate ora è un anno dal governo di Wilson non erano ormai più in discussione a Dublino, perché lasciate cadere degli stessi inglesi, o perché già accolte dagli altri soci in misura ritenuta da Wilson soddisfacente: come nel settore basilare dell’agricoltura, ove un accordo era stato raggiunto in autunno.
Restava aperta la questione del contributo inglese al bilancio della comunità — unica superstite delle sette richieste originarie. I nove ne hanno discusso per due giorni, certo troppi per una questione il cui peso qualitativo e quantitativo appare alquanto limitato.
Ma la ragione dell’accanimento inglese era trasparente: ottenere un risultato che consentisse a Wilson di presentarsi agli elettori in buona posizione in vista del referendum sull’Europa, atteso per giugno. L’obiettivo era evidentemente condiviso da Giscard, da Schmidt e dagli altri soci della comunità, dal momento che le richieste di Wilson sono state accolte in larga misura.
Si è discusso su un progetto presentato dalla Commissione di Bruxelles, che ne aveva ricevuto mandato in occasione del vertice parigino di dicembre. La Commissione suggeriva che uno Stato (leggi: l’Inghilterra) potesse ottenere una riduzione dei suoi apporti al finanziamento comunitario, proporzionale alla diminuita consistenza relativa del suo prodotto nazionale lordo rispetto a quello degli altri Stati della comunità.
Wilson ha chiesto e ottenuto — a modifica delle proposte della Commissione, pur condivise inizialmente da Giscard e da Schmidt — che tale «meccanismo correttore» operi anche se il paese in questione abbia una bilancia dei pagamenti attiva, e che l’agevolazione si estenda alla quota del bilancio comunitario che si basa sulle risorse «proprie» della comunità (prelievi diretti doganali e altri), oltre ad operare per le somme versate dagli Stati alla comunità. Ma è stato fissato un tetto massimo per tali interventi correttori, pari a circa 200 miliardi di lire: ciò conferma l’esiguità degli interessi economici in gioco nella trattativa di Dublino.
L’aver chiuso senza lacerazioni il cahier delle rivendicazioni inglesi è certo un risultato positivo. Ma è auspicabile i vertici futuri mettano a fuoco questioni politiche di ben altro rilievo rispetto a quelle discusse a Dublino. Le facilitazioni al burro neozelandese — che Wilson ha a lungo perorato si estendano ai formaggi di quello stesso felice paese — meritano un vertice capi di Stato e di governo?
I prossimi mesi mostreranno la capacità dei nove a proseguire lungo la via additata, su iniziativa di Giscard, dal vertice di Parigi. Il Parlamento di Strasburgo ha approvato fin 14 gennaio la Convenzione sull’elezione a suffragio universale dei membri del Parlamento stesso, in ossequio alla richiesta formulata dai nove a dicembre. Ora occorre che la Convenzione venga esaminata, approvata e ratificata dai singoli Stati.
Vi è un metro preciso per valutare il grado di determinazione dei nove a muovere in tale direzione, verso un obbiettivo di portata storica: basterà accertarsi della presenza — o dell’assenza — della Convenzione del 14 gennaio nell’ordine del giorno del prossimo vertice.
 
Antonio Padoa Schioppa
(marzo 1975)

 

 

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