Anno XVII, 1975, Numero 3, Pagina 162

  

 

L’INGHILTERRA DOPO IL REFERENDUM
 
 
Chiamato alle urne per rispondere se l’Inghilterra dovesse rimanere nella C.E.E. o uscirne, il popolo inglese ha optato, con una maggioranza elevatissima, a favore della permanenza nel Mercato comune.
La scelta compiuta dal popolo inglese ha valore storico. In gioco, nel referendum, non era soltanto la partecipazione o meno alla C.E.E., ma la scelta del ruolo che l’Inghilterra deve svolgere nel mondo. In ultima analisi, gli inglesi hanno dovuto scegliere fra la prospettiva di continuare a conservare la piena sovranità nazionale e accettare di svolgere il ruolo di «alleato privilegiato» degli Stati Uniti, rinunciando a influire sull’evoluzione sociale, economica e politica del mondo; e la prospettiva, invece, di rinunciare a una porzione, che potrebbe rivelarsi in futuro molto ampia, della propria sovranità, e legare il proprio destino a quello delle altre nazioni europee, formando un nuovo popolo in grado di svolgere un ruolo progressivo e autonomo nella storia.
Durante la campagna che ha preceduto il referendum questo aspetto di fondo del problema inglese in realtà non è apparso chiaramente, in quanto è stato offuscato dalla massa di «conti» presentati dai marketeers e dagli anti-marketeers per dimostrare quanto avrebbero guadagnato o perso nel prossimo futuro gli inglesi in conseguenza della loro adesione alla C.E.E. Durante la campagna per il referendum si è senza dubbio discusso molto più a lungo e approfonditamente del prezzo del burro che dei problemi della libertà, della democrazia, della sicurezza del popolo britannico. La giustificazione di questo atteggiamento è che, nel referendum, in discussione era la partecipazione al Mercato comune, non all’Europa; esso tuttavia non si spiega prescindendo dalla crisi storica dello Stato inglese, incapace ormai di alimentare un dibattito politico all’altezza delle sue tradizioni.
Il fatto che la scelta di fondo di fronte a cui si trova l’Inghilterra sia l’adesione o meno all’Europa, e non solo al Mercato comune, è destinato comunque ad emergere immediatamente. Superato il referendum, l’Inghilterra deve oggi prendere posizione nei confronti dell’Unione europea e dell’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale diretto. Non prendere posizione equivarrebbe per l’Inghilterra ad autoescludersi dall’Unione europea, ormai avviata a realizzazione dal Vertice di Parigi del dicembre scorso; risulta inoltre difficile per il governo inglese, dopo aver riconosciuto il diritto del popolo britannico di esprimere la propria volontà circa la permanenza dell’Inghilterra nella C.E.E., negargli il diritto di controllare democraticamente, attraverso la partecipazione all’elezione europea, il processo di integrazione europea.
A questa scelta l’Inghilterra giunge carica di problemi la cui gravità non ha pari in nessun altro paese europeo. Questi problemi sono stati aggravati dal referendum che, se ha risolto un grave problema della politica inglese, ha però lasciato profonde ferite nel tessuto politico inglese.
La vittoria nel referendum ha indubbiamente rafforzato il prestigio e la posizione personale di Wilson. Il prezzo pagato dal premier inglese per l’affermazione della propria linea politica è stato tuttavia un indebolimento del partito, in quanto la sconfitta subita dalle correnti di sinistra del labour party e dai sindacati nel referendum è destinata ad avere ripercussioni sia all’interno del partito laburista sia sul suo elettorato.
Ciò che è più grave, inoltre, è il fatto che dal referendum, se esce di fatto sconfitto il partito di governo, non esce rafforzato il partito d’opposizione, in quanto non può essere attribuito ai «sì» del 5 giugno il significato di una scelta per la politica europea dei conservatori. È il sistema politico inglese, nel suo insieme, ad uscire dunque sconfitto dal referendum. Il fatto stesso che si sia giunti al referendum, d’altro lato, è un sintomo della crisi del sistema politico inglese. Nella storia inglese, mai si era dato che un cambiamento di governo mettesse in discussione i trattati internazionali sottoscritti dal paese; la politica estera è sempre stata un problema di unità nazionale. Il referendum ha dimostrato che ciò non è più vero, confermando che ben poco è rimasto all’Inghilterra del suo grande patrimonio storico, politico e morale.
Questa situazione di crisi politica è aggravata da una gravissima crisi economica che ha portato il sistema economico sull’orlo del collasso. Un dato è sufficiente a riassumere la gravità della situazione economica: nel periodo che va dal 15 marzo al 15 aprile scorso, i prezzi al consumo in Inghilterra sono saliti del 3,9%, vale a dire ad un ritmo equivalente al 58% all’anno; solo alcuni paesi sottosviluppati possono vantare livelli di inflazione altrettanto elevati.
La crisi economica inglese ha origini profonde, che possono essere fatte risalire, al limite, alle scelte di politica economica compiute all’inizio del secolo. All’inizio del secolo, l’Inghilterra ha dovuto fronteggiare gli effetti della svolta profonda realizzatasi nei rapporti economici internazionali. Fino ad allora il sistema economico inglese aveva dominato il commercio internazionale ed in assoluto sopravanzato qualsiasi altro sistema economico nazionale, costituendo così una solida base su cui fondare il ruolo leader del paese nella politica internazionale. Alla fine del XIX secolo, tuttavia, lo sviluppo della Germania, degli Stati Uniti, della Francia e, in una certa misura, della Russia e dell’Italia, indeboliva la posizione di forza dell’Inghilterra, derivante fino ad allora dall’essere l’unico Stato che aveva vissuto l’esperienza della rivoluzione industriale.
La risposta data dall’Inghilterra al proprio indebolimento relativo fu l’avvio di una politica coloniale di rapina, che permise a breve termine di drenare le risorse per continuare a mantenere una presenza internazionale che le risorse nazionali da sole non avrebbero potuto finanziare, ma che portò a lungo termine l’industria inglese a cristallizzarsi nella forma di una struttura di produzione basata su merci tradizionali e scarsamente dinamiche, poco efficiente perché protetta dall’esistenza di un mercato esclusivo rappresentato dall’Impero.
Il tentativo di mantenere un ruolo leader a livello internazionale, e in particolare il tentativo di difendere la funzione della sterlina come moneta di riserva e di pagamento internazionale, hanno sempre più pesantemente gravato, col passare del tempo, sulle possibilità di sviluppo dell’economia. L’esperienza vissuta dall’Inghilterra da mezzo secolo in qua è stata caratterizzata dalla necessità costante di adottare una politica di stop and go, necessità divenuta ancor più pressante e drammatica in questo dopoguerra. La meccanica di questo circolo vizioso è semplice. Ogni volta che il governo inglese ha avviato una politica di espansione del reddito, con una conseguente diminuzione del costo del denaro, si è immediatamente manifestato un deficit della bilancia dei pagamenti, determinato dal peggioramento della bilancia commerciale e dai trasferimenti di capitali, resi convenienti dalla diminuzione dei tassi di interesse interni; il deficit della bilancia dei pagamenti a propria volta generava movimenti speculativi contro la sterlina, che aggravavano la situazione. Per mantenere il ruolo internazionale della sterlina, e non volendo ridurre i propri impegni internazionali, il governo era quindi costretto ad adottare misure deflazionistiche, che comprimevano le possibilità di sviluppo economico al fine di riequilibrare i conti con l’estero. Secondo questa logica si è assistito, pertanto, nell’esperienza inglese,  al succedersi di una serie di fasi di espansione economica,  di misure deflazionistiche,  di fasi di crisi,  di misure di rilancio dell’economia,  e così in continuazione secondo la stessa sequenza. In questo quadro,  il sistema economico non ha potuto né svilupparsi in modo equilibrato né tanto meno ammodernarsi con il ritmo necessario per tenere il passo con i sistemi più dinamici. Nel corso del proprio declino storico,  l’Inghilterra non solo ha perduto progressivamente il controllo su tutto il proprio Impero e ogni influenza internazionale,  ma ha anche logorato il proprio sistema produttivo, oggi ormai giunto al collasso.
Il fatto è che l’Inghilterra ha continuato a conservare,  se pure in misura sempre minore,  la capacità di svolgere un ruolo leader a livello internazionale più a lungo degli Stati europei continentali,  usciti dalla seconda guerra mondiale completamente annientati; ciò ha impedito agli inglesi di prendere coscienza della crisi definitiva dello Stato nazionale segnata dal secondo conflitto mondiale. Mentre gli Stati del continente avviavano,  a partire dal 1950,  il processo di integrazione europea,  che permetteva la ricostruzione e lo sviluppo dell’economia europea,  l’Inghilterra poteva essere ancora gelosa della propria posizione di privilegio rispetto agli altri Stati europei; l’Inghilterra ha perciò rifiutato di legare il proprio destino ad essi,  ed ha proseguito lungo la china del declino.
Il problema di fronte a cui si trova oggi l’Inghilterra è drammatico. Si tratta di portare l’Inghilterra in Europa. Ciò significa fare una scelta politica coraggiosa,  di importanza storica,  e quindi sopportare i sacrifici che questa scelta comporta. L’Inghilterra deve oggi ricuperare il terreno perduto nei confronti degli altri paesi europei, realizzando una profonda riconversione del proprio apparato produttivo.
Ciò potrà riuscire solo se due condizioni saranno assicurate. La prima condizione è di carattere interno,  e consiste nella necessità per l’Inghilterra di darsi una guida sicura e stabile che conduca a buon fine l’inserimento del paese in Europa. È certo che è impossibile, per qualsiasi leader di qualsiasi partito, portare l’Inghilterra in Europa guidando un governo debole. L’operazione ha carattere costituzionale, in quanto implica la realizzazione di un nuovo ordine sociale, economico, politico e istituzionale; essa potrà riuscire solo se sarà sorretta da un ampio consenso. Per portare l’Inghilterra in Europa è necessario mobilitare tutto il popolo inglese, tutte le sue energie; nella condizione di profonda crisi del quadro politico inglese, sembra possibile prevedere che questo risultato potrebbe essere garantito unicamente da un impegno unitario di tutte le forze politiche che, per quanto riguarda il problema europeo, superi la divisione fra governo e opposizione.
La seconda condizione chiama in causa anche le responsabilità degli Stati europei. L’Inghilterra non può controllare e superare, con le sue sole energie, la propria crisi. Il governo che cercasse di risolvere la crisi in cui versa il paese come condizione per poter inserire, in un secondo tempo, l’Inghilterra in Europa, non otterrebbe altro risultato che aggravare la crisi stessa allontanando sempre più la Gran Bretagna dall’Europa. L’aiuto dell’Europa è indispensabile per risolvere la crisi inglese. Questo aiuto nel quadro comunitario è impensabile, perché all’interno di questo quadro ogni governo nazionale deve rispondere del proprio operato ai propri elettori, non al popolo europeo, e ciò impedisce la formazione di una volontà pubblica europea. Questo aiuto diventa invece pensabile se ci si pone nella prospettiva dell’Unione europea; in una fase in cui gli Stati europei stiano avanzando verso la realizzazione dell’Unione europea, diventa realistica la possibilità di avviare una politica di aiuti a favore delle regioni in crisi, che sarebbe destinata ad essere fatta propria dal potere democratico europeo in via di costituzione. Di qui la responsabilità di tutti gli europei nei confronti dell’Inghilterra, ed al tempo stesso la responsabilità degli uomini politici inglesi di battersi a favore dell’Unione europea come unica alternativa alla crisi del paese.
L’Inghilterra, con l’Europa, è giunta al momento della prova. Per quanto riguarda l’Inghilterra, il referendum ha dimostrato che la classe politica può contare sull’esistenza di un vasto consenso popolare a favore della scelta di portare il paese in Europa. Al Vertice di Parigi, nel dicembre scorso, di fronte alla decisione di eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale nel 1978 e di dare mandato al primo ministro belga Tindemans di redigere un rapporto di sintesi sull’Unione europea, il ministro degli esteri Callaghan aveva affermato che queste decisioni non «corrispondevano ai desideri del popolo britannico». Il referendum ha dimostrato che Callaghan aveva torto, perché il popolo inglese vuole l’Europa. Tocca ora alla classe politica prendere atto della scelta compiuta dal popolo inglese, e agire in conseguenza. Solo se saprà impegnarsi a fondo e con coerenza per portare l’Inghilterra in Europa, essa saprà dimostrarsi all’altezza del compito con cui oggi è confrontata.
Per quanto riguarda tutta l’Europa, il referendum ha dimostrato che, se si riconosce al popolo il diritto di pronunciarsi sull’Europa, la sua risposta in favore dell’Unione europea è senza esitazioni; l’esperienza inglese lo prova, perché il popolo inglese è l’ultimo entrato nella C.E.E. e quindi ha ancora una minore «coscienza europea» rispetto alle altre nazioni europee, eppure ha optato per l’Europa con una maggioranza schiacciante. Il problema è oggi riconoscere a tutto il popolo europeo il diritto di voto europeo, cioè il diritto di controllare democraticamente il processo di integrazione europea. Questo è l’insegnamento che dal referendum deve trarre la classe politica di tutti i paesi europei.
 
Dario Velo
(giugno 1975)

 

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