Anno III, 1961, Numero 1, Pagina 30

 

 

GLI EUROPEISTI E IL MITO DELLA NAZIONE
 
 

Max Beloff, L’Europa e gli Europei, Milano, Comunità, 1960, pp. 427, L. 2800.

 
 
Nell’ottobre del 1953 si riunì a Roma su invito del Consiglio d’Europa una «tavola rotonda» composta da alcune note personalità europee, tra cui Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Denis de Rougemont e Arnold Toynbee, coadiuvate da un gruppo di pubblicisti intervenuti su invito dei vari governi, per discutere il problema europeo nei suoi diversi aspetti. A seguito di questa discussione si costituì nel marzo dell’anno successivo a Strasburgo un gruppo di studio al quale lo storico inglese Max Beloff intervenne come relatore generale, esponendo le idee che, debitamente sviluppate, costituiscono il contenuto di L’Europa e gli Europei. Si tratta naturalmente di una sorta di relazione delle idee esposte a Roma dai partecipanti alla «Tavola rotonda», ma, come sempre accade in questi casi, le opinioni del relatore sono sufficientemente evidenti al di sotto della facciata apparentemente imparziale della rassegna.
Prima di iniziare la trattazione vera e propria, l’A. sente il bisogno di dare una definizione dell’oggetto della stessa, cioè dell’Europa. Ma già il modo in cui il problema è formulato (Il problema della definizione dell’Europa) permette di comprendere l’impossibilità di risolverlo. Di fronte ad un termine che è stato ed è tuttora usato in mille accezioni a seconda del punto di vista dal quale lo si considera non ci si può porre che chiarendo a quale scopo lo si vuol definire e definendolo quindi nel modo più utile a tale scopo. Beloff ragiona invece come se l’Europa fosse un’entità fissa e determinata che attende solo una definizione precisa, e non prima di tutto una parola. In tal modo egli è posto di fronte ad una quantità di pseudo-problemi, come quelli di stabilire se Israele fa parte dell’Europa o se ne fa parte la Spagna ecc., vagando alla cieca da un criterio all’altro (geografico, politico, storico, ecc.) e non rendendosi conto che è proprio chi vuol definire scientificamente un termine che deve chiarire il criterio secondo il quale la definizione va data.
Del resto non soltanto questo primo capitolo è falsato dalla incapacità di Beloff di tener fermi i suoi predicati, di chiarire il significato dei suoi termini cruciali e quindi di assumere un unico reticolo concettuale che gli permetta di interpretare la realtà: tale lacuna appare anzi particolarmente evidente nei successivi capitoli dedicati alla trattazione delle basi storiche del problema europeo, alla situazione economica e al patrimonio culturale dell’Europa, dove i dati sono affastellati senza alcun efficace criterio di selezione, e soprattutto senza che l’A. si preoccupi di chiarire che cosa si intenda per unità e divisione politica dell’Europa, il che gli impedisce di capire quali tendenze favoriscano la prima e quali la seconda.
Tutte queste confusioni si spiegano quando si osserva che il Beloff è prigioniero dell’ideologia nazionale: pur senza dirlo chiaramente egli è pienamente condizionato dal quadro dello Stato nazionale nella considerazione di qualsiasi problema politico, e ciò risulta di palmare evidenza nei capitoli dedicati ai compiti che si propongono ai politici europei. Egli è ben lontano dall’aver capito che il sistema europeo degli Stati è esaurito e che l’unificazione dell’Europa comporta la federazione: «…la convinzione» egli scrive a pag. 265 «che tutti fossero concordi nel ritenere che la funzione dello Stato nazionale come unità politica fondamentale fosse esaurita, era del tutto errata. Storici e pubblicisti potevano bensì esporre siffatto argomento e gli intellettuali potevano in genere accoglierlo, sia pur con adesione più o meno ampia a seconda del grado di disgusto con cui le diverse nazioni ripensavano al loro passato immediato, o del grado di pessimismo con cui guardavano il loro futuro immediato. Ma l’idea di un totale fallimento spirituale e morale, l’idea che, perché la cultura europea potesse avere una nuova vita, era assolutamente indispensabile che essa avesse come base l’integrazione economica e politica quasi totale, questa visione diremmo quasi apocalittica del problema europeo… non trovava evidentemente rispondenza nell’atmosfera generale del momento».
Si tratta qui evidentemente non soltanto di una constatazione, ma piuttosto dell’esposizione delle idee del Beloff; e del resto il suo atteggiamento di fronte ad una soluzione federale si arguisce inequivocabilmente da una frase successiva, peraltro estremamente oscura dal punto di vista teorico (pag. 424): «In verità si potrebbe spingersi più avanti e affermare che i compiti che le nazioni europee devono assolvere in comune, se vogliono soddisfare le aspirazioni dei loro popoli a una vita migliore e salvaguardare la loro posizione nel mondo, saranno tutt’altro che facilitati da una insistenza troppo dottrinaria a favore di una soluzione federale in contrapposto a una soluzione non federale dei problemi istituzionali che tali nazioni devono affrontare. La soluzione federale costituisce un tipo particolare di adattamento del governo rappresentativo a una situazione nella quale, per ragioni storiche o geografiche o culturali, la consueta uniformità imposta da un governo centralizzato può determinare tensioni tali da minacciare l’esistenza stessa della comunità politica. Ma il federalismo è una forma di governo nazionale e non internazionale e la sua diretta attinenza coi problemi europei è tutt’altro che chiara».
Sul piano programmatico è quindi agevole constatare come il B. ricalchi piattamente i triti temi del più retrivo europeismo ufficiale: «…la sovranità nazionale» egli scrive a pago 287: «è evidentemente — salvo che per le grandi potenze — soltanto un’illusione. I governi hanno il potere di comandare la fedeltà e di esigere obbedienza, ma i fini per cui lo fanno non sono sempre e necessariamente quelli che essi avrebbero scelto. La fitta rete odierna delle istituzioni internazionali, o comunque le si voglia chiamare, sta piegando la prassi governativa alla realtà della interdipendenza internazionale. Se quest’ultima funzione bene, perché perdersi in controversie puramente formali? Se l’Europa può venir costruita attraverso i governi attualmente esistenti, perché cercare di ridurre l’importanza di questi ultimi con tutto il rischio di quei turbamenti psicologici che un siffatto processo deve inevitabilmente produrre?». Ma il Beloff ritiene che anche l’unificazione economica non sarebbe in fondo molto utile (pag. 326): «L’unificazione non rappresenta una panacea; in verità dal punto di vista economico essa non è di primaria importanza… Se essa si riduce soltanto a libertà di scambio, non può aiutarci a risolvere gli altri problemi economici, anzi sarebbe per esempio di ostacolo alla soluzione di un problema assai grave, anche se oggi meno attuale, di una crisi economica…». Egli nutre invece una grande fiducia nel patto di Bruxelles: «Il patto di Bruxelles» egli scrive (pag. 251) «ebbe importanza nel quadro del movimento verso l’unità europea perché riguardava non soltanto il campo economico e militare, ma anche questioni di carattere culturale e fu il primo in cui le Potenze parlarono di compiere ogni possibile sforzo in comune onde condurre i loro popoli ad una miglior conoscenza dei principi che formano la base della loro comune civiltà».
Questi passi mostrano che il Beloff non comprende il ruolo giocato dal potere nelle vicende europee. Essendo fermamente convinto dell’esistenza delle nazioni come entità che trovano la loro ragione d’essere in caratteristiche originarie di determinate popolazioni, e considerando il nazionalismo come il prodotto inevitabile della presa di coscienza delle reali incompatibilità esistenti tra i diversi gruppi etnici, B. concepisce il processo di unificazione soltanto come una questione di avvicinamento culturale, di aumento della comprensione tra i popoli, e valuta le istituzioni europee solo in funzione della loro efficacia nel favorire scambi di influenze fra i popoli, giungendo al punto di togliere importanza perfino all’idea dell’unione economica alla quale aderiscono anche i più tiepidi europeisti. Egli non vede minimamente l’aspetto politico del problema, non pensa che il nazionalismo e certi «caratteri nazionali» (nella misura in cui esistono) trovano la loro radice nella divisione politico-statale e nell’influenza sempre crescente degli Stati, e quindi non si rende conto che occorre agire proprio sulle strutture politiche per modificare la situazione europea. Egli non ricorda nemmeno che le situazioni storiche in cui l’orizzonte politico europeo pareva più calmo, e la collaborazione internazionale più solida (come il periodo del liberismo internazionale o quello immediatamente precedente la prima guerra mondiale), si sono sempre dimostrate fragilissime ed è sempre stato sufficiente che gli interessi di uno solo degli Stati europei inclinassero in una diversa direzione perché la collaborazione si sfasciasse dando luogo a periodi di acceso nazionalismo.
Leggendo questo libro spesso si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad uno dei soliti discorsi dei politici europei sul problema dell’unificazione, così frequenti in questo dopoguerra. Ma tali assurdità, parole vuote ed ambiguità se possono essere funzionali nei politici che vogliano mantenere il loro potere negli Stati pur fingendo di battersi per l’Europa sono del tutto inutili nel campo culturale.
In conclusione l’Europa di B. non è di nessuna utilità per chi vuole davvero comprendere con chiarezza gli aspetti del problema europeo; ma può essere invece utile per capire che cosa è l’europeismo di marca ufficiale: un atteggiamento che pensa vagamente alla collaborazione europea ma conserva il mito nazionalista e accetta acriticamente la nazione come una realtà indiscutibile, come la base necessaria di qualsiasi organizzazione politica.
 
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Elie Kedourie, Nationalism, Londra, Hutchinson, 1960, pp. 151,215.

Se il libro del Beloff è viziato alla radice dalla fede nell’ideologia nazionale, il volume sul nazionalismo di Elie Kedourie si propone invece lo scopo di indagare l’essenza e il significato del concetto di nazione e di analizzarne la storia e i riflessi politici.
Il Kedourie non prende nemmeno in considerazione la leggenda secondo la quale le nazioni costituirebbero un dato permanente della storia, tanto è vero che egli inizia così il suo volume (pag. 9): «Il nazionalismo è una dottrina inventata in Europa all’inizio del diciannovesimo secolo. Esso pretende di fornire un criterio per la determinazione dell’unità di popolazione adatta ad essere retta da un governo esclusivamente suo proprio, al legittimo esercizio del potere nello Stato e alla giusta organizzazione della comunità degli Stati. In breve la dottrina ritiene che l’umanità sia naturalmente divisa in nazioni, che le nazioni sono riconoscibili per certe caratteristiche osservabili, e che il solo tipo legittimo di regime politico è l’autogoverno nazionale. Il maggiore successo di questa dottrina è costituito dal fatto che queste proposizioni sono state accettate e sono ritenute ovvie, che la stessa parola nazione è stata rivestita dal nazionalismo di una risonanza che era lontana dall’avere fino alla fine del diciottesimo secolo. Queste idee si sono saldamente radicate nella retorica politica dell’Occidente, che in seguito è stata recepita dal mondo intero. Ma ciò che ora sembra naturale, un tempo non era affatto familiare, necessitava di argomenti, di opera di persuasione, di prove di vario genere; ciò che sembra semplice e trasparente è in realtà oscuro e arbitrario, il risultato di circostanze ora dimenticate e di preoccupazioni ora accademiche, il residuo di sistemi metafisici talvolta incompatibili e perfino contraddittori».
Il K. conduce una brillantissima critica negativa del concetto di nazione sulla scia del Renan dimostrando la vanità di agganciare questa entità ad un qualsiasi dato di fatto come la lingua, la razza, le religioni, i costumi, ecc. Il nazionalismo quindi (pag. 79) «non può fornire un’interpretazione soddisfacente degli sviluppi politici passati né può offrire un metodo col quale le nazioni possano essere isolate l’una dall’altra per formare degli Stati sovrani». Ne consegue che l’unica coerente professione di fede nazionalistica deve essere assolutamente sganciata da qualsiasi considerazione di fatto, deve essere completamente immotivata. L’A. riferisce a titolo d’esempio un passo del nazionalista ebreo Ahad Ha’am, che scrive (pag. 81): «Quando comunque lo spirito nazionale è sorto… esso diventa un fenomeno che riguarda l’individuo soltanto, la sua realtà non dipendendo da altro che dalla sua presenza nella sua psiche, e da nessuna attualità esterna od oggettiva. Se io sento lo spirito della nazionalità ebrea nel mio cuore in modo che esso impronti col suo carattere tutta la mia vita interiore, allora lo spirito nazionale ebreo esiste in me; e la sua esistenza non termina anche se tutti gli Ebrei miei contemporanei dovessero smettere di sentirlo nei loro cuori».
Questa è la sola posizione che può tenere chiunque voglia continuare ad essere nazionalista dopo aver studiato criticamente il concetto di nazione. Ma l’A. non si ferma qui. Anche se la sua indagine sull’essenza effettiva del concetto di nazione non è esauriente come la sua critica negativa, ciò non di meno essa sfocia ugualmente in considerazioni interessanti. Kedourie si rende esattamente conto che il sentimento nazionale è il frutto di un’imposizione, anche se poi non analizza sino in fondo la natura di tale imposizione. «L’autodeterminazione nazionale è in ultima analisi» — egli scrive a pag. 81 — una determinazione della volontà; e il nazionalismo è, prima di tutto, un metodo per insegnare l’esatta determinazione della volontà». In questo senso egli cita anche una frase molto significativa di Fichte (pag. 83): «In una parola» — scrive il filosofo tedesco — «io propongo un mutamento radicale nell’attuale sistema di educazione come solo mezzo per preservare l’esistenza della nazione Germanica». E parlando degli effetti del nazionalismo su certi regimi dispotici, specie orientali, prima caratterizzati dal più assoluto distacco del potere da qualsiasi forma di consenso da parte dei soggetti, K. vede perfettamente la sua potente funzione strumentale: «In questi paesi» egli scrive (pag. 110) «se le classi al potere o una parte significativa di esse, sono convertite al nazionalismo, esse possono facilmente forgiare lo Stato a immagine della loro dottrina. In tale situazione la dottrina opera nel rendere il dispotismo più perfetto e più solidamente ancorato. I despoti vecchio stile non avevano né mezzi né inclinazione per ottenere il consenso interiore dei loro sudditi; per loro l’obbedienza esteriore era sufficiente. Ma poiché l’essenza del nazionalismo è che la volontà dello individuo debba confondersi in quella della nazione, i governanti nazionalisti delle autocrazie orientali ricercano l’obbedienza interna come l’esterna. Ed essi si trovano ora più che mai in condizione di ottenerla, grazie alle moderne tecniche di controllo burocratico e di comunicazione».
Analizzato in tal modo il concetto di nazione dal punto di vista formale, ed accantonata l’idea che all’ideologia corrisponda un dato storico costante, il Kedourie dedica gli ultimi due capitoli del suo libro all’applicazione degli schemi concettuali da lui elaborati alla storia dell’ultimo secolo ed alla situazione politica contemporanea. Egli si avvicina in questi capitoli al tipo di analisi di Lewis Namier nel volume La rivoluzione degli intellettuali, al quale anche esplicitamente si richiama, mettendo in rilievo soprattutto come il principio nazionale, nonostante la sua pretesa di fornire un metodo naturale per determinare l’estensione e i confini degli Stati, di fatto abbia invece scardinato il preesistente equilibrio europeo introducendo nella tematica politica parole d’ordine oscure e contraddittorie, intolleranti e aggressive.
 
Francesco Rossolillo

 

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