Anno III, 1961, Numero 2, Pagina 83

 

 

IL FUMO E L’ARROSTO

  

 

Henri Brugmans, Panorama del pensiero federalista, trad. ital., Edizioni di Comunità, Milano, 1960, pp. 213, lire 1.400.

 

 

Il signor Brugmans si serve del «federalismo» per criticare: l’ideologia rivoluzionaria in dieci pagine, l’individualismo liberale in dodici pagine, il centralismo amministrativo in sei pagine, il nazionalismo in dodici pagine e in ventidue il marxismo (beninteso si tratta di ciò che questo sapiente pensa di tali cose e non di ciò che ne pensano coloro che, più corti di mente, le giudicano realtà molto complesse e per alcuni aspetti problematiche). Dopo di che il nostro autore, giunto al marxismo, può tirare in ballo Proudhon, e così finalmente può svelarci che cosa sia il «federalismo »; quel «federalismo» che, non ancora spiegato, gli era tuttavia servito per criticare la rivoluzione e la libertà, il nazionalismo ed il marxismo, nonché, in mezzo a delle teorie, una cosa, il centralismo amministrativo. 

Come è noto, Proudhon ignorava che generalmente si usano i termini «federazione» e «confederazione» per distinguere le associazioni di Stati dotate di potere proprio da quelle che lo lasciano interamente agli Stati membri, e non distingueva facilmente nemmeno le due cose. Questo dato di fatto dovrebbe indurre qualsiasi persona ragionevole ad usare con una certa cautela il suo pensiero, del resto difficile da usare perché a volta a volta diverso. Ma il nostro Brugmans ha occhio d’aquila ed eccezionali capacità di sintesi, tanto eccezionali che riesce a ridurre Proudhon, e con Proudhon il federalismo, e con il federalismo (senza nemmeno avvedersene) l’intera realtà, al semplice fatto della divisione del potere. Dico al fatto puro della divisione del potere perché egli non lo specifica né in termini di quantità o di valore, né in modo sociologico o istituzionale. Non c’è esempio tratto dalla storia col quale alcuno potrebbe smentire questa folgorante intuizione brugmansiana: sempre, persino nelle dittature, c’è infatti qualche forma di divisione del potere perché nessun uomo può raggiungere l’onnipotenza. La concezione di Brugmans-Proudhon ha davvero la ferrea consistenza di tutte le leggi che non patiscono eccezioni, come ad esempio questa: per respirare ci vuole l’aria.

Così rafforzato dalla possibilità di trovare il «federalismo» in qualunque fatto non solo politico ma generalmente umano, il nostro Brugmans-Lapalisse vede ogni cosa con una splendida chiarezza, e ci racconta piacevolmente il suo celere viaggio nelle regioni della politica, della società, delle professioni (sic!), nonché i suoi sconfinamenti nei campi della filosofia e della religione. Egli procede spedito, agile. All’inizio la sua critica era faticosa: richiedeva qualche conoscenza, sia pure approssimativa, di ciò che esponeva e giudicava e qualche corrispondenza, sia pure vaga, tra parole e fatti. Ma a questo punto, messo il federalismo dappertutto meno che nell’unica esperienza umana dove ha esistenza (quella dello Stato federale), e sganciate così nel modo più completo le sue parole dalle cose, il liberissimo Brugmans può addirittura, nel modo che più gli garba, «verificarlo», scrivendo in quattro pagine un bel capitoletto dal titolo: «Il federalismo alla prova: la cooperazione, il comune, il sindacalismo».

In tal modo Brugmans, sistemata con la verificazione la scienza, e con la scienza la coscienza, usando come un passepartout il suo arioso federalismo mette a posto con otto pagine cattolici, protestanti e socialisti e con sei pagine il personalismo. E qui, chissà perché, s’imbatte nello Stato federale, quando il lettore lo suppone in tutt’altra faccenda affacendato. Il titolo del capitolo è La sovranazionalità, le pagine sono otto. Ma, ahimè, qui egli sembra ammettere, con lo Streit, che un vero Stato federale abbia si bisogno di un potere centrale ma non di un centro unico o di una capitale. Dove voglia mettere questo potere, che non può stare in alcun punto della terra, non si sa. Forse — ma egli trascura la questione — si potrà collocarlo in qualche punto del cielo, cosa che, tra non molto tempo, diverrà possibile.

Egli ha comunque altro da dire e con Gli spazi del federalismo, Il fattore geografico, e la Conclusione (una trentina di pagine), situa il federalismo nello spazio, nel tempo e nella civiltà, dominando con sicurezza i problemi più vari: ad esempio quelli posti dal fronte Bandung-Cairo (p. 175), dall’esistenza di un porto a Genova e di uno a Livorno (p. 181), di boschi cedui e di pascoli (stessa pagina) e così via, per concludere trionfalmente: «L’accettazione del federalismo non garantisce affatto quella felicità universale che soltanto i ciarlatani osano promettere. Ma il rifiuto del federalismo conduce ad un caso sicuro, come Proudhon aveva potuto prevedere nel Principe Fédératif: «Col XX secolo si aprirà l’era delle federazioni, oppure l’umanità ricomincerà un purgatorio millenario. La scelta è aperta».

Il contenuto di tale affermazione, esposto con termini meno apocalittici e basandolo non sulle fantastiche previsioni diProudhon ma su positivi dati economico-sociali e politico-istituzionali, è grave e vero. Ma in questi termini il nostro Brugmans-Lapalisse-Proudhon, che nel corso del suo libro si è occupato di tutto meno che del federalismo, lo ignora. Egli né sa né dice quale possa essere, in termini di comportamenti umani eseguibili, questa scelta federalista. Non ci resta pertanto altro da dire, per quanto riguarda personalmente il signor Brugmans, che egli sta già precipitando nel caos anche se intanto conciona federalisticamente.

 

Mario Albertini

 

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