Anno III, 1961, Numero 3-4, Pagina 173

 

 

DUE TEDESCHI SULLA GERMANIA

 

 

Erich Kuby, Germania provvisoria, trad. ital., Einaudi, Torino, 1961, pp. 321, lire 1.500.

 

 

Germania provvisoria non è il titolo originale del libro di Kuby, scritto nel 1957, tradotto quest’anno in italiano, e pubblicato da Einaudi con l’aggiunta di un capitolo scritto nel 1960 per la rivista di Eugen Kogon «Frankfurter Hefte» e con una prefazione di Cesare Cases. Il titolo vero è Das ist des Deutschen Vaterland, cioè Questa è la patria tedesca. Chi sa perché ne è venuto fuori un ibrido Germania provvisoria che non si sa bene cosa voglia dire, e che non centra affatto il carattere del libro. Questa è la patria dei tedeschi esprime invece l’amarezza, l’ironia, il disagio, l’insoddisfazione e, in qualche momento, la rivolta, perlomeno intellettuale, di Kuby contro la Germania attuale; e lascia intravedere la nostalgia, qua e là affiorante, di un’altra patria tedesca (che non esiste, ma che avrebbe potuto esistere se…); nostalgia che è, come vedremo, la parte debole del libro. Del resto questo senso di insoddisfazione è già diventato generale nel mondo, invero ristretto, di coloro che in Germania hanno conservato una certa autonomia di pensiero e di critica, vale a dire il mondo dei vari Karl Jaspers, Golo Mann, Ludwig Dehio, Paul-Wilhelm Wenger, Eugen Kogon (per ci tare solo quelli che vengono subito alla mente). Questo stato d’animo, e il Kuby non se ne avvede, è il presupposto sul quale si potrebbe inserire l’idea di un rinnovamento democratico in senso europeo di questa Germania nuovamente spinta, dalla formula nazionale, verso un futuro cieco e avventuroso quanto necessariamente catastrofico.

Questa è la patria dei tedeschi è un libro composito. Kuby, che si definisce giornalista e soltanto giornalista ma è nel contempo un poco storico, sociologo, romanziere, psicologo, pubblicista politico, ci dà un quadro della Germania non sistematico, superficiale nell’esame dei fattori esplicativi, ma fondamentalmente vero. Chi legge il suo libro può essere tentato di considerarlo l’opera più spregiudicata e anticonformista che sia stata pubblicata in Germania negli ultimi lustri. Non c’è uno dei « tabù» sui quali si regge la Germania d’oggi che non venga abbattuto dalla sua critica. La Germania vive sulle fragili basi della personalità carismatica del suo capo Adenauer, del miracolo economico, dell’ignoranza del passato più recente, della falsità degli ideali di libertà e democrazia inculcati nella testa degli individui col metodo delle ricerche di mercato e della pubblicità per i detergenti; vive sulla minaccia comunista, sull’anticomunismo elevato al rango di categoria mentale e di ideologia fine a se stessa, sulla pretesa della riunificazione nazionale, sulla rivendicazione dei territori al di là dell’Oder-Neiße, sulla corruzione, sul conformismo generale più ancora che sul controllo dell’informazione, dell’attività politica e della stampa da parte della autorità; vive su un esercito che cerca di nuovo la strada della politica, su una burocrazia che nasconde in sé gli ex-nazisti.

Né alcuno di questi aspetti, né molti altri, sfuggono alla pungente critica del Kuby; e la forza della denuncia rafforza l’interesse per l’analisi dei fattori esplicativi. Da questo punto di vista il capitolo centrale è l’ultimo, scritto nel 1960, dal titolo La Repubblica Federale alla fine della guerra fredda. Una parte dell’analisi è chiara e giusta. Secondo Kuby la Germania è di fronte a una nuova catastrofe se continua nell’atlantismo a oltranza di Adenauer, fondato sulla continuazione della guerra fredda in funzione della riunificazione nazionale. La guerra fredda è finita. Se la politica della coesistenza pacifica finirà per affermarsi, come auspicano tutti coloro che credono nel fine supremo della conservazione della pace, questa non potrà concretizzarsi che: in un accordo sul disarmo controllato, nell’ammissione della Cina alle Nazioni Unite, in un riconoscimento dello status quo in Europa e perciò in un riconoscimento esplicito o implicito della DDR e della divisione della Germania, e infine in un accordo su Berlino. Questa politica urta contro ogni rivendicazione di unità tedesca, in particolare contro la rivendicazione dei territori al di là della linea Oder-Neiße, e può costituire l’occasione per far rinascere un nazionalismo tedesco ostile sia verso Oriente che verso Occidente.

Tuttavia, per Kuby, questo stato di cose è il prodotto di una politica sbagliata nei confronti del mondo comunista ed egli rimpiange le occasioni, che a suo parere sarebbero state molte e forse si presentano ancora, di costruire uno Stato unitario tedesco nel mezzo dell’Europa, neutrale e pacifico, smilitarizzato e finalmente democratico. Qui Kuby cade nell’errore in cui cade tutta la schiera degli intellettuali della sinistra nazionale, che è così nutrita anche in Italia e mostra dappertutto lo stesso difetto: la mancanza di un’intelaiatura storico-concettuale per tener conto dei rapporti di potenza nella politica internazionale. Alla tematica del Kuby è completamente estraneo il vero senso della storia europea e mondiale di questo secolo, il passaggio dall’equilibrio europeo all’equilibrio mondiale, la fine storica del principio dello Stato nazionale, l’origine del nazionalismo nello Stato burocratico accentrato del continente, e perciò egli rimane prigioniero di un’idea altrettanto mitica quanto irreale di una «patria tedesca» neutrale e pacifica sì, ma nazionale. Questo mito, che gli impedisce di vedere i nessi tra la formula dello Stato-nazione ed i mali della Germania e dell’Europa, impedisce a Kuby di portare a fondo sia la denuncia che la diagnosi.

A un anticonformista in vero bisognerebbe chiedere più di quanto ci dà Kuby. Non basta stigmatizzare i sintomi del male, anche se lo si fa con uno-stile arguto e vivace; bisogna diagnosticare la malattia e trovare i rimedi, altrimenti si cade in una forma di moralismo inconcludente peggiore dello stesso conformismo. Essere anticonformisti vuol dire smascherate i miti, distruggere le menzogne sulle quali regge la conservazione ottusa del presente. Essere anticonformisti significa vedere la verità che sta dietro le formule verbali; la realtà che sta dietro le facciate ideologiche. Kuby — salvo che per l’episodico — fa il contrario; come l’ultimo dei conformisti egli scambia per una realtà la facciata ideologica più monumentale degli ultimi cento anni: la nazione. In tal modo egli non può nemmeno scalfire la radice reale della conservazione perché — conservando il lealismo nazionale — egli collabora al mantenimento dello Stato tedesco sovrano. Così non gli resta che la lamentela per quello che è stato, che è e che sarà: la lamentela, l’ultimo rifugio di coloro che non sanno mutare il mondo.

 

Alessandro Cavalli

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