Anno III, 1961, Numero 3-4, Pagina 175

 

 

DUE TEDESCHI SULLA GERMANIA


 

Ludwig Dehio, Deutschland und die Weltpolitik im 20. Jahrhundert, Fischer Bucherei, Frankfurt/M-Hamburg 1961, pp. 137, DM 2.40.

 

 

Si è ripubblicato quest’anno nella collana popolare dell’editore Fischer il volumetto La Germania e la politica mondiale nel ventesimo secolo, apparso la prima volta nel 1955 a Monaco, tradotto in inglese e pubblicato a New York nel 1959. Nella presentazione dell’edizione americana si legge: «Questo è uno dei libri più intelligenti che siano venuti dalla Germania dalla fine della guerra e la sua lettura dovrebbe essere consigliata agli uomini politici e agli storici di tutti i paesi dell’Occidente». Ludwig Dehio appartiene alla grande tradizione storica tedesca che ha in Ranke il suo fondatore, in Meinecke lo storiografo della ragion di Stato ed il suo pilastro nella visione del sistema degli Stati considerato come un tutto. L’opera del Dehio è poco conosciuta in Italia. La sua opera maggiore Equilibrio o egemonia tradotta in moltissime lingue e quest’anno ripubblicata in Germania, ha avuto scarsa eco da noi (la traduzione è stata pubblicata dalla Morcelliana di Brescia nel 1954) per difetto di sintonia negli ambienti colti italiani, che in gran parte vedono la politica con vecchi schemi ideologici e la storia d’Europa dallo scentrato, e deformante, punto di vista del «Risorgimento». Ma ritorniamo al volume in questione. Si tratta di una raccolta di sei saggi pubblicati dal 1952 al 1955 parte sulla «Historische Zeitschrift», diretta dallo stesso Dehio, parte su «Der Monat» e su «Außenpolitik». I primi quattro saggi sono dei veri e propri saggi storici. I titoli sono indicativi: La Germania e l’epoca delle guerre mondiali, Ranke e l’imperialismo tedesco, Meditazioni sulla missione della Germania 1900-1910, Versailles dopo 35 anni. Gli ultimi due sono piuttosto di saggistica politica: L’agonia del sistema degli Stati, La politica tedesca al bivio.

Al contrario del libro del Kuby, l’attualità dei saggi del Dehio non è legata alla documentazione, di stampo giornalistico, degli avvenimenti recenti, ma all’intelaiatura storica referenziale, che, come abbiamo detto, manca completamente nel lavoro di Kuby. Il Dehio inserisce la storia della Germania nel vasto e comprensivo quadro della storia del sistema europeo. La legge di funzionamento di questo sistema nasce dalla contraddizione tra i due principi che lo caratterizzano: l’equilibrio, cioè la libertà degli Stati, e l’egemonia di uno di essi su tutti gli altri. Dalla caduta definitiva dell’unità medioevale, la storia europea è contraddistinta dall’alternarsi di tentativi egemonici, rintuzzati da coalizioni europee sorte nel momento del pericolo sotto la spinta delle potenze esterne al sistema per la loro posizione insulare o periferica (Inghilterra, Russia, America), che erano le garanti del ristabilimento dell’equilibrio. Carlo V, Filippo II, Luigi XIV, Napoleone, Guglielmo II, Hitler non furono che anelli di una stessa catena, non furono che tentativi di unificare il sistema sotto il principio della forza egemonica. Ogni volta l’equilibrio fu ristabilito insieme con la libertà degli Stati, ma al prezzo del graduale esodo di potenza dal sistema agli spazi esterni, passaggio che comportò alla fine la sostituzione del sistema europeo con quello mondiale e la cessazione del ruolo dell’Europa come centro degli avvenimenti politici del mondo. Hitler fu l’ultimo anello della catena, con lui il sistema europeo è finito. Ma di fronte a Hitler impallidiscono tutti gli altri tentativi egemonici. Con lui raggiunse l’apice la seconda legge del sistema: la demonicità della potenza, frutto dell’invadenza crescente dello Stato burocratico moderno, sorretta dalle energie sprigionate dall’ideologia nazionale, in tutti i dominii dell’umano.

Di straordinario interesse storiografico è la critica che il Dehio fa di tutti gli storici che rifacendosi ideologicamente allo schema rankiano, giustificavano la missione tedesca in Europa e nel mondo, lo spirito di potenza, il ruolo egemonico della Germania. Sulla traccia segnata dal Dehio sarebbe interessantissimo, nel quadro della sociologia della conoscenza, indagare i rapporti della scienza storica tedesca nel periodo delle guerre mondiali con il potere politico, mettere in chiaro l’influenza della storiografia nell’indirizzare e giustificare il processo politico. L’esame che Dehio fa delle idee di Max Lenz, di Hans Delbrück, di Otto Hintze, di Hermann Onken, di Erich Marcks, di Meinecke costituisce la premessa indispensabile per un serio tentativo in questa direzione.

Di eguale interesse è la concezione di Dehio degli errori della Germania. L’errore della Germania (non si tratta di un semplice errore di politica ma dello sbaglio di prospettiva storica, perché l’alternativa non era un’altra politica tedesca, ma l’organizzazione del sistema europeo su altre basi) è stato, per due volte, il perdere il senso della misura (cioè appunto il senso della prospettiva storica); il non vedere i nuovi rapporti che si instauravano col passaggio dal sistema europeo al sistema mondiale. Nell’ultimo capitolo, che risale al 1955, il Dehio considera la Germania del dopoguerra. Per due volte la Germania ha perso la prospettiva storica, ed oggi c’è il pericolo che ciò si ripeta per la terza volta. Ormai il mondo è diviso in due campi, in uno dei quali si è sviluppata l’esperienza democratica, nell’altro l’esperienza comunista. Dall’esito della contesa tra i due campi dipende il destino dell’umanità. Se la Germania federale non saprà, attraverso la via di un’Europa federata, inserirsi armonicamente nel campo della solidarietà occidentale, ma anteporrà il problema dell’unità nazionale al problema della libertà (la libertà degli uomini, non quella dello Stato) cadrà per la terza volta nell’errore di prospettiva storica, ma ormai senza alcuna possibilità di risollevarsi dalla nuova catastrofe.

Questa tesi, pensata nel clima teso della guerra fredda, conserva a nostro parere tutta la sua validità, a sei anni di distanza, anche se la si deve inserire in un quadro cambiato di rapporti mondiali, un quadro nel quale la crisi della NATO pone il problema di fondare la solidarietà occidentale sull’Europa federata, come reale centro di potere, e su nuovi schemi che tengano conto dei nuovi dati del sistema mondiale. L’unico appunto che si può fare a Dehio è quello di non essere andato sino in fondo nella contestazione della legittimità alla unificazione nazionale. Ma si tratta di mancanza lieve perché la sua sintesi storica può inserire l’azione politica in una prospettiva storica valida, e indirizzare quindi gli uomini su un cammino che, se sarà percorso, farà emergere nuovi valori. Di nuovi valori, e di tale prospettiva, i tedeschi hanno assolutamente bisogno.
 
Alessandro Cavalli

 

 

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