Anno III, 1961, Numero 6, Pagina 289

 


Federico Chabod, L’idea di nazione, Laterza, Bari, 19,61, pp. 186, lire 1200 e Storia dell’idea d’Europa, Laterza, Bari, 1961, pp. 204, lire 1200.

 
 
L’Idea di nazione e Storia dell’idea di Europa sono libri di Federico Chabod: che con il crisma della novissima autorità di chi li ha scritti susciteranno nella gente che li leggerà l’idea di una genuina soluzione dei problemi che i titoli suggeriscono: ma nel caso i titoli sono ingannevoli promesse.
Queste due edizioni avvengono in un tempo in cui la propensione è facile verso questo inganno: poiché oggi la cultura ufficiale, che segue da vicino, con le ritrosie di convenienza, i lanci e i rilanci «europeistici» dei governi nazionali, abbisogna di un fronte ideologico a cui manchi un corrispettivo istituzionale, e per ciò stesso proclive a permanere in una lunga notte in cui tutte le vacche siano prese per nere. Nella quale, cioè, si occulti il contrasto tra il superamento della «nazionalità» e il «nazionalismo» del governo che lo propone, tra la necessità di salvaguardare i particolarismi «nazionali» e il vagheggiamento di una «nazione» europea: progetto politico, al tutto condizionato dal primo contrasto, è l’«Europa delle patrie» del generale de Gaulle; progetti al tutto condizionati dal secondo contrasto sono il «Mercato Comune», o l’«Euratom» ecc. ,ecc.
Come avviene delle abitudini dei notabili di un paese, le quali a vicenda s’impongono al costume della popolazione secondo che l’interprete di esse raggiunga una posizione socialmente influente, così avviene delle inclinazioni di un gruppo di intellettuali di professione: esse si diffondono secondo che il successo del gruppo trovi chi ha la capacità di coagularlo tutto in se stesso. Tra gli storici di oggi a Federico Chabod, purtroppo scomparso, tocca di giuocare questo ruolo.
L’esame di questi libri si può dire coincida, dunque, entro certi limiti, con l’esame della cultura politica ufficiale intorno a questi problemi.
Va rispetto a Chabod che ha studiato: molto meno ne va alle conclusioni che si traggono dai suoi studi, niente del tutto ne va alla posizione ideologica che in esse cerca dichiaratamente conforto di fronte al presente problema politico dell’Europa e degli Stati nazionali europei.
A chiamare con il loro nome questi scritti di Chabod si taglierebbe la testa al toro. In poche proposizioni si palesa già tutto il contesto nel quale egli ha svolto il suo studio: prendiamone alcune tra le tante: «l’imporsi del senso della nazione non è che un particolare aspetto di un movimento generale il quale rivendica i diritti della fantasia e del sentimento; contro il buon senso equilibrato e contenuto proclama i diritti della passione»;[1] e poco più avanti: «il suo (di Machiavelli) interesse è per l’unità statale più che per la nazione, il problema che lo assilla è puramente politico»[2] e ancora: «L’idea di nazione è, anzitutto, per l’uomo moderno, un fatto spirituale… è individualità spirituale, prima di essere entità politica».[3] Andare oltre è noioso e pare di fargli le pulci: ma già a questo punto ci si chiede perché mai il libro non porta, invece del titolo suo, quello di «Esposizione delle variazioni sul termine «nazione», nella letteratura europea».[4] Di certo lo studio propriamente politico dell’argomento non potrebbe essere messo da parte in modo più esplicito. Se lo studio infatti fosse politico registrerebbe che nei secoli passati il problema politico non era quello della nazione e della sua coincidenza con lo Stato e che solo nell’ottocento il problema politico diviene quello della nazione: cioè quello dell’edificazione dello Stato nazionale; e che parlare di nazione prima dell’avvento di essa è come parlare di un uovo che sia dentro il pulcino.
Si chiamino dunque le cose con il loro nome, onde evitare confusioni. La confusione linguistica, cui corrisponde quella delle idee, è il difetto d’impostazione di questi studi. Non si richiede di andare con i lessici alla mano a fare traduzioni delle proposizioni esaminate: infatti ne risulterebbe un discorso senza sale alcuno. Si richiede soltanto di tener presente in quale contesto un termine è usato. E’ una banalità sempre negletta e che si spiega in breve: facciamo conto, e per nostra presente comodità, di avere a che fare con più nomi per una stessa cosa: qualifichiamo i nomi secondo che siano usati in contesti morali, in contesti politici, e via di seguito. Non è chi non vede che non sono poi tanto differenti gli elementi che i poeti, o, talvolta, gli esaltati, o i politici, o i moralisti umanitari hanno considerato invece con nomi assai differenti.[5] Quel che conta è che se la lingua è «pulita» la stessa cosa è chiamata dal naturalista «razza», dal poeta o dal demagogo «popolo», dall’esaltato «volontà di tutti», dal moralista «carattere nazionale», e dal politico «nazione».[6]
Allorché invece le lingue si confondono, i termini non sono più qualificati e la gente tutta, indiscriminatamente e mistificando, impiega lo stesso termine per usi differenti. Come accade più frequentemente che non si speri, la gente chiama le cose con il loro nome. Questo, parrà forse strano, è il buon rovescio della medaglia del fatto che la gente assimila ideologicamente e con ideologismi esprime i propri pensieri: i quali sempre sono di posizione, mai di consapevolezza.[7] Quando i nomi si confondono essi risultano confusi per i letterati, non per chi parla delle cose a seconda di come le esperimenta. E allora c’è da chiedersi: perché i termini si sono così mistificati?, perché la gente parlando della stessa cosa confonde più contesti in uno solo? E se risulterà che il contesto rilevante è quello politico si può star certi che v’è un fatto politico alla radice. Un fatto, già! Ma Chabod svolge studi delle idee, non dei fatti: ecco perché gli accade di non capire che il Romanticismo è il frutto, o è anche il frutto, di una politica, anche linguistica e letteraria, e che perciò è il problema politico dell’edificazione dello Stato nazionale che cagiona l’idea di nazione e non a rovescio; ed ecco perché conseguentemente non gli riesce di spiegare perché proprio una letteratura quale fu la romantica tornò tanto fatta a pennello per quella politica, da finire in quella contaminazione di contesti.[8]
Quando i contesti si squalificano perché uno di essi li riassorbe tutti, s’è di fatto in presenza di un ideologismo. Si può pertanto giustificare nel fatto (individuando cioè un comportamento ideologico) perché la gente parla in un certo modo; ma questa giustificazione non permette di considerare che, con il nuovo impiego delle parole in un contesto controllato, ogni vecchio uso valga. Così sono da considerarsi soltanto vacuità quelle che affermano la coincidenza della razza con il fondamento della nazione, del carattere nazionale con il fondamento dello Stato nazione ecc. ecc.[9] E fa meraviglia che uno storico svolga le sue indagini prigioniero egli stesso del carattere ideologico che hanno i discorsi che egli esamina: l’opera sua risulta purtroppo un ideologismo anch’essa, nelle sue conclusioni. Del resto il fatto stesso che Chabod si sia messo a cercare la nazionalità nei secoli addietro la nascita dello Stato nazionale è una vera deformazione ideologica. «La leggenda delle origini con cui una comunità politica, che si è affermata, ammanta o anche traveste la propria nascita, raggiunge in certi casi lo scopo di presentare un’esperienza unitaria attuale come fatto già esistente in un passato antichissimo».[10] E precisamente questo è uno degli scopi di Chabod: e il frutto di questa deformazione ideologica viene poi chiamato «nazione quale dato culturale».
La «storia delle idee» è un compromesso tra l’idealismo e la cronaca. La cronaca non spiega: l’idealismo risolve, entro un’altra cosa, la cosa che non spiega. Per uscir dal dilemma s’intraprende il racconto delle formulazioni verbali dei comportamenti osservati dalla cronaca. E a ben vedere questo lavoro è ancora meno proficuo di quello degli idealisti che risolvono i fatti nelle idee, e cercano poi almeno di vedere la totalità nelle idee che aleggiano per aria. Almeno essi cercano di vedere nella totalità, anche non si sa ancora che cosa essa sia.
Pure dovrebbe essere chiaro che almeno uno dei fini della storia delle idee è quello di mostrare, nei fatti, in qual punto le idee divengono ideologismi.[11] E tralascio di far notare, perché avrebbe ad essere ovvio, che quando i fatti e le idee da spiegare appartengono alla politica, l’opera storica non deve essere altro che opera di storia politica. All’uopo s’abbia chiaro che il pensiero, politico — per così dire pratico — è affatto diverso da ogni altro pensiero umano: e che perciò non è lecito usarlo quale pensiero appartenente al livello della scienza della politica.
Per questi motivi a Chabod sfugge la ragione del mutamento ottocentesco che egli pur avverte[12] nelle formulazioni verbali del comportamento nazionale. E quando cerca di spiegare cade in un circolo vizioso: «Com’è ovvio (Chabod scrive) l’idea di nazione sarà particolarmente cara ai popoli non ancora politicamente uniti».[13] Orbene, l’espressione, «popoli non ancora politicamente uniti» è proprio uno degli elementi verbali dell’ideologia nazionale. Così non può spiegare la novità di Mazzini: che è tutta nella volontà di far coincidere lo Stato con la nazionalità. E il circolo vizioso è addirittura allarmante quando Chabod individua due tipi della «idea di nazione», quello «naturalistico» e quello «volontaristico»,[14] e poi li imputa l’uno ai «tedeschi» e l’altro agli «italiani».[15]
Per studiare l’idea di nazione bisogna prima individuare il comportamento nazionale: individuarlo quale comportamento politico. Soltanto così si farà luce anche sul tragico destino di altre dottrine che i formulatori dell’ideologia nazionale accostavano a questa: così sul destino del liberalismo che divenne nazionale e finì poi, se si vuole celiare, in nazionalismo talvolta liberaleggiante; e così pure sul destino delle vagheggianti dottrine democratiche della nazione quale «plebiscito di tutti i giorni» (Renan),[16] plebiscito che non c’è più, non appena la nazione si identifica con il potere.[17]
Una delle radici di tante di queste confusioni e oscurità sta nel non aver distinto la «nazionalità spontanea» cioè, per brevità, tutti quegli elementi che separatamente convivono e che più facilmente si prestano ad essere unificati in una «individualità»,[18] e la «nazionalità organizzata», cioè, lo Stato nazionale, nel quale risulta subito come quegli elementi che tanti storici finsero in «individualità» sono invece tutt’altro che stabili, e anzi mutevoli continuamente (quindi anche nelle formulazioni culturali di essi), e disgiunti e unificati soltanto nell’ideologia nazionale.
Per studiare l’idea di nazione è necessario, cioè, capire cos’è la nazione: ed essa altro non è che l’ideologia di un tipo di Stato, lo Stato nazionale.
La nazione, comunque intesa, è sempre stata in opposizione con l’Europa: onde ne segue che lo studio dell’una idea implica lo studio dell’altra, nei secoli moderni. In tale intento il libro di Chabod L’idea di nazione si completa a vicenda con il libro Storia dell’idea d’Europa. Detto ciò è detto tutto: le confusioni che sono il difetto del primo, lo sono anche del secondo. Per il quale in particolare, dal punto di vista della scienza politica, basterà osservare che non v’è significato alcuno a parlare d’«Europa» senza prima precisare l’uso di questa parola e il contesto nel quale la si usa. E che senza la precisazione di un paradigma politico, qualsiasi individuazione di un significato «politico» della parola «Europa» è arbitrario.
Se, in contrapposizione alla nazionalità, si sceglie il paradigma dell’unità, allora è subito arbitrario cominciare con Machiavelli la storia di una «idea» politica dell’Europa: perché tralasciare, in una parola, il Sacro Romano Impero?
Se s’abbandona questo criterio, e si sceglie quello dell’individuazione delle caratteristiche di un continente, allora il discorso non è più politico e l’unità stessa del continente considerato diviene sempre più scialba, e sempre più letteraria: tant’è che Chabod finisce con il tratteggiare la storia delle formulazioni delle caratteristiche della «civiltà europea», la qual cosa è ben meno della storia dell’idea d’Europa.[19]
Anche qui buon criterio sarebbe stato chiedersi quando l’unità dell’Europa costituì un problema politico positivo, cioè una linea politica di cui i governi esistenti non potevano non tenere conto; e quale fu ora l’ideale «Europa», ora l’ideologia a quella linea politica corrispondente. Con ciò a Chabod sarebbe anche riuscito di meglio mostrare, nel contrasto con il problema politico dell’Europa, le nefandezze cui portarono e cui possono ancora portare gli Stati nazionali.
In tutta l’opera di Chabod si respira una schietta nobiltà di sentire, e finanche un purissimo intento di missione. Ma di questi tempi ciò non può bastare. Infatti onde riuscire meglio nell’intento è bene tenersi a un accorgimento che finisce oltretutto con l’essere essenziale: è di Machiavelli: io credo che questo sarebbe il vero modo ad andare in Paradiso: imparare la via dello Inferno per fuggirla.[20]
Questo imparare è proprio uno dei compiti della scienza politica: svolgendo il quale non tornerebbe più possibile alla cultura ufficiale di oggi credere d’essere signora consapevole dell’ideologia nazionale mercé l’opera di Chabod.
 
Luigi Zanzi


[1] L’idea di nazione, p. 3. Cfr. in ugual modo p. 36, 43 e passim.
[2] Ibid., p. 7.
[3] Ibid., p. 11.
[4] Preso come tale, è studio pregevole. Peraltro di ben altra mole è il lavoro di H. Kohn, di ben altra precisione quello di Boyd C. Shafer e di ben altra profondità quelli di Werner Kaegi e di Namier.
[5] Lo vede anche Chabod, cfr. L’idea di nazione, p. 58. Per tutto ciò cfr. M. Albertini, Lo Stato nazionale, Milano, 1960.
[6] E’ chiaro che «naturalista», «poeta», ecc. sono astrazioni: ma qualificano i contesti: proprio come i termini «razza», «popolo» ecc. E’ chiaro anche che queste astrazioni sono provvisorie.
[7] Così si spiega, ad es., l’emergere spontaneo del termine «nazionalità», tra i discorsi comuni all’inizio dell’Ottocento. Cfr. Lo Stato nazionale.
[8] Qualche spunto su questo orientamento intellettuale si ha in K. Mannheim, Ideologia e utopia. Indispensabili a questo studio sono strumenti teorici, compiutamente determinati in M. Albertini, Lo Stato nazionale e L’unificazione dell’Italia (in questa rivista, anno III, fasc. 3-4, luglio 1961). Una riprova della incomprensione di cos’è la nazione, cagionata dalle erronee impostazioni degli studi di Chabod a proposito del sec. XIX, sarà questo brano: «…il secolo XIX conosce insomma quel che il Settecento ignorava: le passioni nazionali. E la politica che nel ‘700 era apparsa come un’arte, tutta calcolo, ponderazione, equilibrio, sapienza, tutta razionalità e niente passione diviene con l’Ottocento assai più tumultuosa, torbida, passionale» ecc. Cfr. L’idea di nazione, p. 50. Chabod s’accorge che le nazioni divengono un fatto politico: ma perché lo divengono? A questa domanda Chabod non dà risposta. E’ come credere che Alfieri e Mazzini facessero in fin dei conti lo stesso discorso! Anzi è come ritenere che la politica estera italiana dopo il 1870 muta per il mutare, negli attori di questa politica, dei sentimenti mazziniani! (Cfr. F. Chabot, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, vol. I, Bari, 1951, pp. 27-43).
[9] Su ciò cfr. Lo Stato nazionale, ad es. p. 52 e segg. La stessa osservazione va fatta a proposito della sovrannazionalità: una volta che non si spiega perché e come la nazione fu pensata come chiave dell’intero mondo, non si capisce, poi, che il discorso cosmopolitico è pulito quando lo fa Voltaire che parla di «repubblica delle lettere», e diviene invece stupidità quando lo si mette nel contesto della nazione, o se non una stupidità almeno un’altra cosa (cfr. su ciò L’unificazione dell’Italia, cit.). Il che Chabod non ha afferrato. Cfr. L’idea di nazione p. 79.
[10] Cfr. W. Kaegi, Meditazioni storiche, p. 94.
[11] Questa via appunto s’aprì con Marx, di seguito alla scoperta di una ragione sociale delle opinioni della gente.
[12] Talvolta con notevolissima precisione; specialmente nelle varianti portate al corso del 1943-44 tenuto a Milano con il corso del 1946-47 tenuto a Roma.
[13] Cfr. L’idea di nazione, p. 54.
[14] Del primo dei due, Chabod aggiunge (p. 58) che «fatalmente sbocca nel razzismo» commettendo l’errore di imputare al «naturalismo» il razzismo che fu invece politica nazionalista. E’ forse razzista uno per ciò solo che distingue due razze tra bianchi e negri? Del secondo dei due tipi evita di dire in che cosa «fatalmente sbocca».
[15] Ibid., pp. 59-61.
[16] Naturalmente Chabod chiama «bellissima» questa formula. Cfr. L’idea di nazione, p. 61.
[17] «Nessuno dei moderni strumenti di potere è stato creato in origine dalla nazione come tale» (W. Kaegi, Meditazioni storiche, p. 102). Cfr. su tutto ciò: Lo Stato nazionale, p. 20 e segg.
[18] Pressappoco quelli che Mazzini chiamava «gli indizi» della nazionalità (M. Albertini, Per un uso controllato della terminologia nazionale e supernazionale, «Il Federalista» anno III, p. 1).
[19] Peraltro questo libro è già più pregevole dell’altro, almeno quando si attiene ai sentimenti letterari di un’isola di civiltà in Europa. Pure, si osserva, quella visione poetica era stenta proprio perché non fu mai calata in un contesto qualificato: e Chabod s’è così prodigato a raccontare, con fin troppo acume, di un fantasma. Il che non toglie che l’opera risulti un umanistico diletto. In fin dei conti anche qui occorre un criterio: si può parlare di civiltà di un territorio se si è individuata la ragion sociale la cui influenza determina i confini di quel territorio. E pertanto il discorso non può non essere anche politico.
[20] Lettera da Carpi del 17 maggio 1521.

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