Anno II, 1960, Numero 5, Pagina 291

 

 

L’EUROPA VISTA DA NUTTING
E DA FERRARI-AGGRADI
 
 
Anthony Nutting, Europe will not wait, London, Hollis & Carter, 1960, pp. 122, 12s 6d.
 
 
Anthony Nutting fece parte del governo della Gran Bretagna dal 1951 al 1954 in qualità di sottosegretario agli esteri, e dal 1954 al 1956 come ministro di Stato sempre agli affari esteri. Egli considera quindi gli avvenimenti della storia europea di questo dopoguerra, che costituiscono l’oggetto del suo studio, esclusivamente dal punto di vista inglese e sotto il profilo della politica che l’Inghilterra ha condotto, e di quella che avrebbe potuto condurre, nei confronti dell’Europa continentale. Pertanto egli non si preoccupa tanto di mettere a fuoco le prospettive di unificazione che hanno di fronte a sé i paesi della Piccola Europa, quanto di considerare i vantaggi e gli svantaggi che la Gran Bretagna avrebbe ponendosi in una posizione di più stretta collaborazione con loro, e la validità delle ragioni che i politici inglesi hanno fino ad oggi allegato per evitare di porsi su questa via. L’obiettivo che egli vorrebbe si ponesse la politica britannica è soltanto l’entrata in un’unione più intima coll’Europa continentale, dando per scontato che la storia degli ultimi tredici anni ha creato fra i sei paesi della «Piccola Europa» una certa solidarietà e una certa comunione di interessi non prive di utilità, indipendentemente dal fatto che le istituzioni finora esistenti aprano o meno la via a reali prospettive di unificazione politica. In ogni caso, se si tiene conto di questo fatto, la trattazione del Nutting appare estremamente acuta e penetrante. Egli sa collocare la storia delle istituzioni europee nel quadro degli avvenimenti internazionali che l’hanno accompagnata e che ne hanno determinato i successi e gli insuccessi: le pressioni americane, che furono una spinta importantissima fino al momento della caduta della CED, e la minaccia sovietica, che pure fu determinante, in quanto propose con urgenza inderogabile il problema del riarmo tedesco e fece apparire la stessa CED come unica possibile via d’uscita al dilemma in cui gli Stati europei si trovavano tra la necessità di riarmare la Germania per farne un baluardo da opporre alla minaccia russa da una parte, e, dall’altra, i timori che a sua volta lo stesso riarmo tedesco creava, specialmente in Francia; la morte di Stalin e le velleità neutraliste che ne conseguirono sono quindi citate dall’A. tra le cause più importanti del fallimento dell’iniziativa.
In questo quadro l’A. considera la politica europea dell’Inghilterra e getta luce di scorcio su quella degli Stati continentali. Due considerazioni fondamentali emergono da questa analisi: da una parte la constatazione della labilità di tutti i legami che i paesi continentali hanno fino ad oggi stabilito tra loro, e l’assoluta assenza di qualsiasi vero principio federale nelle istituzioni finora create; dall’altra una severa critica dell’atteggiamento dei vari governi inglesi che si sono sempre tenuti in disparte senza vedere i pericoli cui l’isolamento nel mondo odierno espone la Gran Bretagna e allegando a giustificazione del loro atteggiamento una ragione (gli impegni verso il Commonwealth) del tutto priva di fondamento. In realtà Nutting ritiene che l’unico motivo che ha tenuto lontana l’Inghilterra da qualsiasi presa di posizione favorevole nei confronti dell’Europa sia quello della gelosia della propria sovranità. Motivo che peraltro l’A. considera infondato proprio perché egli capisce con estrema chiarezza che di fatto l’entrata nelle varie istituzioni europee finora create non comporta alcuna rinuncia da parte degli Stati membri alla propria sovranità. Anche rispetto alla CECA e alla CED, le organizzazioni che hanno tentato di realizzare istituzioni di ispirazione federale, la volontà unitaria era talmente debole e confusa che, qualunque condizione fosse stata posta dall’Inghilterra per la sua entrata sarebbe stata accettata dagli altri membri. «Se la Gran Bretagna» scrive il Nutting a proposito della CECA (pag. 31) «avesse cercato una possibilità di entrata e non una via d’uscita, non c’è dubbio che Robert Schuman e i suoi partners sarebbero stati più che pronti a mettere una generosa quantità d’acqua nel vino federalista per rendere possibile alla Gran Bretagna di assumere la leadership dell’Europa». Il che significa tra l’altro che essi sarebbero stati ben lieti di trovare una soluzione che desse loro una certa garanzia di sicurezza (benché estremamente provvisoria) attraverso l’appoggio della Gran Bretagna, senza dover giungere ad una dolorosa (per loro) diminuzione della sovranità. Dello stesso parere è l’A. per quanto riguarda l’atteggiamento britannico di fronte alla CED. «Tanto i governi laburisti quanto quelli conservatori in Gran Bretagna» egli scrive (pag. 75) «avevano rifiutato di prendere in considerazione perfino una partecipazione in qualità di associati alla CED perché essi dicevano che la Gran Bretagna non poteva essere governata in queste questioni da una maggioranza che poteva porsi contro di lei e che essa doveva essere libera di impiegare le proprie forze in accordo colle proprie responsabilità di potenza mondiale! Se i governi dei Sei diedero un benvenuto così caloroso all’offerta di Eden, poté forse credere realmente qualcuno che essi avrebbero respinto lo stesso atteggiamento se fosse stato offerto come condizione della Gran Bretagna per aderire alla CED? Fu realmente suggerito che ciò che era stato concesso alla Francia sarebbe stato negato all’Inghilterra?». Della stessa opinione è il Nutting rispetto al Mercato Comune e sulla stessa base condanna il rifiuto della Gran Bretagna di entrarvi.
La scusa ufficiale per giustificare tutti questi rifiuti è sempre stata quella degli impegni nei confronti del Commonwealth. Il Nutting fa una critica severissima di questa giustificazione; egli dimostra che, da un lato, i governanti dei paesi del Commonwealth hanno a più riprese manifestato esplicitamente la loro opinione favorevole all’adesione della Gran Bretagna alle varie istituzioni europee, e, dall’altro, che, dal punto di vista economico, l’adesione della Gran Bretagna al MEC le porterebbe solo vantaggi e nessun pregiudizio. Per quanto riguarda la prima affermazione, l’A. riferisce che nel meeting dei primi ministri del Commonwealth tenuto nel 1957, il comunicato finale poneva l’accento sull’importanza dell’integrazione europea e che, al suo ritorno dalla conferenza, il canadese John Diefenbaker, dichiarava che il Canada considerava con «occhio benevolo» la partecipazione della Gran Bretagna allo European Free Trade. A una successiva conferenza dei ministri delle finanze a Québec si raggiunse un completo accordo nella convinzione che un’area europea di libero scambio avrebbe facilitato le politiche di espansione del commercio mondiale del Commonwealth. Il primo ministro australiano Menzies, in una conferenza tenuta nel 1957 espresse la sua ferma convinzione che il Mercato Comune avrebbe costituito un vantaggio per il commercio australiano. Interessanti sono anche i risultati di un’inchiesta condotta fra i parlamentari dei vari paesi del Commonwealth, i quali mostrano che l’83% è favorevole a una più stretta collaborazione della Gran Bretagna cogli Stati continentali e che il 72% si pronuncia esplicitamente in favore della partecipazione inglese ad una zona europea di libero scambio.
Per quanto riguarda la seconda affermazione, il Nutting osserva:
1) Che le esportazioni dei paesi del Commonwealth nel Regno Unito non superano la misura del 30% delle esportazioni totali dei suddetti paesi;
2) Che le merci provviste di regime preferenziale interessano un traffico che non supera il 40% delle esportazioni inglesi nel Commonwealth e il 45% delle importazioni inglesi dallo stesso (contro percentuali rispettivamente del 56% e del 61% nel 1937).
Quindi il valore economico dei legami col Commonwealth è scarso e va indebolendosi sempre più.
Ma ciò che è più importante, e il Nutting lo dimostra dettagliatamente, è il fatto che i prodotti dei paesi del Commonwealth sono in larghissima maggioranza complementari e non competitivi rispetto a quelli dei paesi del MEC. Le due zone si troverebbero pertanto in concorrenza solo nella misura dell’8% dell’ammontare totale delle esportazioni dei paesi del Commonwealth in Gran Bretagna lo scorso anno: cifra irrisoria e tale da non giustificare nel modo più assoluto le presunte apprensioni inglesi.
Questi i temi fondamentali del volume, che ha trovato una critica favorevole presso l’Economist del 9 aprile 1960, che però commenta: «L’unico dubbio che può sorgere riguardo al libro è che non è la prima volta che vedute favorevoli all’Europa vengono espresse da personalità politiche fuori carica. Ma fino ad oggi nessuno di loro ha provveduto a metterle in pratica quando era al potere».
 
Francesco Rossolillo
 

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