Anno II, 1960, Numero 5, Pagina 294

 

 

L’EUROPA VISTA DA NUTTING
E DA FERRARI-AGGRADI
 
 
Mario Ferrari Aggradi, Europa, tappe e prospettive di unificazione, Roma, Studium, 1958, pp. 356, L. 1800
 
 
L’esattezza dell’osservazione dell’Economist riportata a proposito del libro del Nutting è confermata da questo secondo volume scritto invece appunto da un uomo al potere.
In quest’opera veniamo posti di fronte ad un modo di capire la storia completamente diverso da quello usato dal Nutting. Ci imbattiamo anzi in una dimostrazione di incapacità di capire la storia, in un esempio di come non si deve fare la storia. Il problema dell’unificazione europea non viene infatti concepito come un processo storico, come tale suscettibile di concludersi sia con un successo che con un insuccesso, condizionato da un lato, come bene aveva visto il Nutting, dalla situazione politica internazionale e frenato, dall’altro, dall’intrinseca tendenza delle classi al potere nei sei paesi a non abbandonare la propria sovranità; ma come un fatale progresso verso una meta immancabile. L’ A. non interpreta gli avvenimenti sulla base delle leggi che governano la vita degli Stati e delle società, ma usa un solo canone: la sua arbitraria sicurezza che la Federazione Europea diverrà presto una realtà.
Per meglio dire, l’A. si avvede benissimo di certi dati di fatto, talvolta vi accenna, ma la necessità di giustificare l’operato dei politici italiani in questo campo lo spinge a celare questa consapevolezza sotto il pesante velo di ottimismo ufficiale che falsa tutte le diagnosi degli uomini al potere. Basta guardare i titoli delle tre parti centrali del volume: «Le prime tappe dell’unificazione: la collaborazione europea»; «L’integrazione europea: tentativi e realizzazioni»; «Verso l’unità europea». Egli non si avvede, o non vuole avvedersi, che la storia delle istituzioni europee è stata tutt’altro che una serie ininterrotta di progressi, che essa ha segnato una gravissima sconfitta colla caduta della CED e che da quel momento non è più sorta una prospettiva vera e propria di unificazione politica.
Ed è proprio l’assenza di qualsiasi canone di interpretazione storica che porta spesso l’autore a contraddirsi grossolanamente nelle sue affermazioni. Infatti, non appena Ferrari Aggradi ha finito di descrivere lo smarrimento e la confusione conseguiti alla caduta della CED, la sua diagnosi si intorbida e si confonde sensibilmente, portandolo ad un’affermazione di questo genere (pag. 190): «In questa situazione è risultato evidente come l’integrazione economica non solo richiede essa stessa, per essere realizzata, l’impulso di una volontà politica unitaria, ma possa anche costituire la premessa «tecnica» per accelerare il corso del processo di definitiva unificazione politica.
Infatti l’integrazione economica in senso ampio e generale, comportando tra l’altro uno sforzo di coordinamento delle politiche economiche nei loro molteplici aspetti, conduce necessariamente ad un coordinamento di scelte politiche di più vasta portata e, pertanto facilita il successivo raggiungimento di una unificazione politica».
Come si vede, l’enunciato è piuttosto sibillino e riflette una insanabile contraddizione che, per ora, l’A. non si sforza di esplicitare nei suoi termini più crudi. Ma da altri passi del volume essa appare in tutta la sua evidenza. A pag. 55 l’A. aveva detto: «Tra le molteplici tendenza (cioè tra i vari indirzza di pensiero sul problema europeo fioriti in tutta Europa dopo la guerra) due fondamentali se ne possono individuare: la prima che tende a conseguire direttamente l’unificazione politica, nella convinzione che sia la sola capace di combinare, eliminare e comporre le difformità particolari, economiche e sociali che differenziano e caratterizzano i singoli Stati nazionali; la seconda, che ritiene preferibile e più agevole giungere all’unificazione politica attraverso quella economica…
Alla prima tendenza si ispirano i vari movimenti federalisti del dopoguerra, sia pure differenziandosi e divergendo su questioni particolari. E’ opinione comune di questi movimenti, infatti, che all’unità europea è possibile giungere attraverso una costituzione federale e cioè attraverso la rinunzia, o almeno la limitazione, delle sovranità dei singoli Stati nazionali. E’ questa la via politica per eccellenza ed è, dal punto di vista dell’impostazione teorica, indiscutibilmente la più chiara e coerente».
Anche qui, ciò che non è chiaro e coerente è il pensiero dell’on. Ferrari Aggradi. Infatti egli dovrebbe dire chiaramente, come probabilmente sa, che la «via politica», come egli la chiama, oltre ad essere la più chiara e coerente, è anche la sola che si può seguire. Quando del resto l’A. più avanti (pag. 298) dice: «L’unione economica non potrebbe, del resto, essere concretamente operante, senza una politica comune e senza gli strumenti istituzionali necessari per la formulazione e l’attuazione di una tale politica», egli non può che volersi riferire che ad un vero e proprio potere politico europeo, cioè ad un governo e ad un parlamento europei. Ma a questo momentaneo lampo di sincerità subentra immediatamente l’esigenza di giustificare l’operato dei governi e di quello italiano in particolare; da cui la frase successiva che suona così: « Non vi è dubbio che l’effettiva attuazione dell’integrazione economica sarà uno strumento e per la formazione di una coscienza europea nei cittadini singoli e per il progressivo coordinamento delle politiche economiche generali, premessa e condizione di una politica comune anche in campo non economico».
La situazione è quindi disperata: l’unificazione politica è presupposto di quella economica; quella economica a sua volta è presupposto di quella politica: non c’è via di scampo, e non è il caso di meravigliarsi che i politici europei, posti di fronte a questa terribile contraddizione, non abbiano fatto, in questo dopoguerra, alcun passo reale sulla strada dell’unificazione europea.
Ma vediamo qual è la via d’uscita che propone l’on. Ferrari Aggradi.
«Oggi l’importante comunque» egli scrive (pag. 298) «non è di battersi in discussioni sulla priorità dei metodi, ma di vedere con chiarezza come dall’integrazione economica si possa sfociare sulla via dell’integrazione politica». E come si potrà fare questo passaggio? L’A. risponde più tardi citando una meditata frase contenuta nella mozione finale del Congresso d’Europa, riunitosi a Roma dal 10 al 13 luglio 1957, per iniziativa del Movimento Europeo, la quale afferma la necessità di accettare «l’impostazione realistica che tutti i metodi, le vie e gli strumenti possono servire per giungere all’unificazione politica» (pag. 306). Miracoli della politica! In essa non esiste un problema dei mezzi, perché tutti i mezzi sono buoni. Mentre l’uomo della strada deve spremersi a pensare quali sono gli strumenti adatti a raggiungere i suoi fini, il politico è libero da tali preoccupazioni: non occorre nemmeno che pensi, basta che faccia qualcosa, non importa che cosa. In realtà qui l’on. Ferrari Aggradi fa uno di quegli scambi tra il piano dell’essere e quello del dover essere che sono tanto frequenti in politica: partendo dalla constatazione che in realtà la politica europea dei governi è sempre stata e sempre sarà confusa, miope, raffazzonata, ipocrita, casuale ed interessata, egli ne trae la conseguenza che questo sia il giusto modo di procedere. E conclude (pag. 319): «Ciò che soprattutto importa sarà comunque la volontà politica di attuare veramente tale fusione e di orientarla, con reciproca comprensione, verso un’unica direzione».
Ecco gli argomenti di coloro che accusano i federalisti di astrattismo e di moralismo. In nome della concretezza ci si viene a dire che volere è potere e che tutte le strade conducono a Roma. Questo, in buon italiano, si chiama qualunquismo.
 
Francesco Rossolillo

 

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