Anno XVII, 1975, Numero 1, Pagina 59

 

 

Benjamin J. Cohen, The Question of Imperialism. The Political Economy of Dominance and Dependence, Macmillan, London, 1974, pp. 280.

 

 

Questo libro presenta una rassegna critica delle principali teorie dell’imperialismo e merita di essere segnalato sia per l’attenzione con cui sono sottoposte ad analisi le diverse interpretazioni dell’imperialismo sia per l’accento posto dall’autore sulla necessità di trovare una spiegazione politica dell’imperialismo. 
Cohen comincia con il proporre una propria definizione di imperialismo, giudicando insufficienti quelle tradizionali che, se ben analizzate, risultano troppo restrittive. Alcune limitano l’imperialismo alla politica estera delle sole potenze marittime, oppure a certi meccanismi di controllo (diretti ma non indiretti), infine altre definizioni limitano la politica imperialistica ai soli paesi con determinati sistemi economici (il capitalismo ma non il socialismo). Secondo Cohen l’imperialismo «riguarda una relazione. Questa relazione è internazionale — fra nazioni… Le nazioni sono gruppi storici, collettività sociali che hanno sviluppato e continuano a mostrare un forte senso di appartenenza di gruppo o omogeneità — sentimenti di coesione, isolamento, identità. Questa idea di nazione è abbastanza distinta dall’idea di paese (country) che ha fondamentalmente una connotazione geografica; le nazioni non sempre occupano un particolare territorio considerato loro proprio. E’ anche abbastanza distinta dall’idea di Stato che presenta essenzialmente una connotazione giuridica… Ai fini di questo studio l’imperialismo può essere considerato come una relazione fra paesi-Stati-nazioni» (pp. 13-14). Ma il Cohen va oltre nello specificare il particolare tipo di relazione che caratterizza l’imperialismo: «…l’imperialismo riguarda quel tipo di relazioni internazionali caratterizzate da una particolare asimmetria — l’asimmetria del dominio e della dipendenza. Le nazioni sono inerentemente diseguali. Alcune sono grandi, altre piccole. Alcune sono industrializzate, altre agricole. Alcune sono ricche, mentre altre sono povere. La disuguaglianza internazionale è un fatto. Ai fini di questo studio è rilevante constatare che frequentemente, sebbene non sempre, ciò si traduce nella subordinazione di qualche nazione ad altre; cioè, nella imposizione di qualche dominio o controllo» (p. 15). 
Dopo questo approccio al problema, Cohen passa a discutere delle diverse spiegazioni che sono state date all’imperialismo. Egli distingue l’«imperialismo classico», cioè quello precedente la prima guerra mondiale, dall’imperialismo moderno, cioè quello successivo alla seconda guerra mondiale. 
E’ noto che la politica imperialistica delle grandi potenze europee inizia nei secoli XVI e XVII, dopo la scoperta dell’America e i grandi viaggi di esplorazione, con le conquiste coloniali che si susseguono a fasi alterne fino ai conflitti napoleonici. Ma dopo l’assetto europeo garantito dalla pace di Vienna si assiste ad una specie di tregua nella politica imperialistica, tanto che quando, dopo il 1870, la corsa alla conquista di nuove colonie riprende, si parla di «nuovo imperialismo».
Il primo interprete di questo nuovo aspetto della politica internazionale è l’economista e giornalista inglese Hobson, di tendenza liberal-radicale. La denuncia di Hobson aprì la via alla interpretazione marxista dell’imperialismo; interpretazione che si sforza di inserire l’analisi dell’imperialismo nel contesto più generale delle leggi che regolano il funzionamento e lo sviluppo del capitalismo. Nel campo marxista due sono le interpretazioni dominanti. La prima difesa da Rosa Luxemburg, ma che risale a Sismondi, è la tesi del sottoconsumo. L’altra, il cui massimo interprete è Lenin, si fonda sulle leggi che regolano il processo di accumulazione del capitale (l’aumento della composizione organica del capitale), sulla formazione del capitale finanziario (teorizzata da Hilferding) e sulla inevitabile caduta del saggio di profitto. La politica imperialistica sarebbe causata dalla necessità di trovare sbocchi agli eccessi di produzione (per le teorie del sottoconsumo) oppure nuove opportunità di investimenti all’estero (per le teorie della caduta del saggio di profitto).
L’esposizione di Cohen di queste teorie è molto accurata ed egli compie anche l’utile lavoro di tradurre nel moderno linguaggio keynesiano le teorie tradizionali del sottoconsumo. Diventa allora abbastanza facile vedere le ingenuità analitiche e gli errori alla radice della mancata previsione di un «progressivo impoverimento del proletariato». La previsione di una inevitabile crisi strutturale di sovrapproduzione è formulata puramente in termini economici, trascurando completamente alcuni fattori istituzionali, che presentano una relativa autonomia, come lo Stato e i sindacati, che si sono rivelati elementi importanti nel regolare il processo produttivo ed il potere di acquisto dei lavoratori. L’istituzione, nei paesi capitalistici, di una legislazione sociale, di una tassazione progressiva, di servizi sociali e l’aumentato potere contrattuale dei lavoratori (fatti tutti accompagnati da un continuo aumento del prodotto sociale) hanno contribuito notevolmente ad aumentare il tenore di vita sia in termini assoluti che relativi delle classi più povere. L’altra teoria, quella fondata sulla tendenziale caduta del saggio di profitto, è poi confutabile sulla base della constatazione che l’andamento del progresso tecnologico non punta necessariamente in quella direzione e, comunque, un aumento della domanda effettiva può arrestare la caduta degli investimenti e dei profitti.
Ma queste teorie sono confutabili non solo sul piano analitico, ma anche su quello della loro validità empirica. Le statistiche mostrano che i mercati coloniali rappresentavano solo una esigua quota del commercio mondiale, nel secolo scorso o agli inizi del novecento. La maggior parte del commercio mondiale riguardava l’interscambio fra i grandi Stati europei e fra questi e l’America. Altrettanto si può dire per l’esportazione di capitali che si dirigevano specialmente verso le non-colonie: il 52% degli investimenti inglesi era diretto verso gli Stati Uniti e gli altri paesi non coloniali; la Francia esportava il 61% dei suoi capitali verso l’Europa (il 25% in Russia) e solo il 9% nelle colonie; la Germania esportava verso i paesi europei il 53% dei suoi capitali e solo il 12,8% era diretto verso le sue colonie. Non si può pertanto sostenere la tesi che il maggior movente della politica imperialistica sia la ricerca di nuovi mercati o sbocchi per gli investimenti di capitali nazionali.
Dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alla progressiva politica di decolonizzazione ed al nuovo sistema mondiale basato sul dominio delle superpotenze, apparve evidente che le vecchie teorie classiche dell’imperialismo non erano più adeguate ad interpretare la nuova realtà internazionale. Formalmente le vecchie colonie avevano acquisito una completa sovranità ed indipendenza nazionale. Di fatto esse erano però legate da vincoli economici di dipendenza con le grandi potenze mondiali. Per questo viene coniato il termine di «neo-colonialismo» o «neo-imperialismo» per indicare la nuova situazione. Come afferma Nkrumah: «L’essenza del neo-colonialismo consiste nel fatto che lo Stato assoggettato è, in teoria, indipendente ed è fornito di tutti gli orpelli esteriori della sovranità internazionale. In realtà il suo sistema economico, e perciò la sua politica interna, è diretto dal di fuori» (p. 95).
Cohen riassume le principali interpretazioni del neo-imperialismo in due capitoli dedicati uno al «punto di vista dalla metropoli», l’altro al «punto di vista dalla periferia».
La prima e principale spiegazione del neo-imperialismo, come fenomeno causato dalla struttura capitalistica della moderna produzione articolata sulle grandi imprese multinazionali, è quella fornita da Baran e Sweezy. Nel Capitale monopolistico si abbandona esplicitamente la tesi di Lenin basata sul mercato di concorrenza e sulla tendenziale caduta del saggio di profitto e si sostiene invece una tesi alternativa: quella del tendenziale aumento del surplus capitalistico, dove per surplus si intende semplicemente la quota dei profitti nel reddito nazionale. La tendenza del surplus a crescere è assicurata dalla struttura monopolistica delle moderne imprese, che perseguono con successo una politica di prezzi elevati e di contenimento dei costi. Ma la crescita continua del surplus pone il problema del suo «assorbimento» (di nuovo il problema del sottoconsumo), che la società capitalistica affronta facendo aumentare artificiosamente il livello delle spese improduttive (come la pubblicità), i consumi inutili e, da ultimo, le spese militari. Per questo si pone inevitabilmente anche il problema della giustificazione e dell’utilizzo del potenziale militare della nazione. La politica imperialistica è pertanto strettamente connessa alla struttura capitalistica della società.
L’opinione di Cohen di questa teoria (così come di quella molto simile di Magdoff) è che mentre non vi sono dubbi circa l’importanza che hanno, al fine di tener elevati i profitti, certi consumi e certi investimenti, non è affatto detto che da ciò debba seguire necessariamente una politica imperialistica. Vi sono Stati, come il Giappone o alcuni paesi europei, che hanno ottenuto nel dopoguerra elevati tassi di sviluppo senza ricorrere a politiche militaristiche o imperialistiche. Inoltre la relazione fra mondo degli affari, finanza e politica non è così semplice ed unidirezionale come sostengono questi neo-marxisti. Di fatto si assiste «tanto a conflitti quanto a coincidenze di interessi fra le attuali imprese multinazionali ed i loro governi. Non è affatto detto che lo Stato debba perseguire esclusivamente il benessere delle imprese, come ci viene detto» (p. 132).
Una serie di più recenti analisi del neo-imperialismo concentra l’attenzione sugli effetti provocati nei paesi sottosviluppati, la cosiddetta periferia, dalla politica dei paesi a capitalismo avanzato. Secondo questi autori (come A. G. Frank, S. Hymer, P. Jalée, ecc.) il commercio e gli investimenti dei paesi capitalistici in quelli sottosviluppati hanno l’effetto di sottrarre le risorse naturali disponibili nei paesi più poveri e di frenare il loro sviluppo. Le relazioni fra centro e periferia, in sostanza, hanno come principale funzione quella di ritardare lo sviluppo delle aree periferiche e di perpetuare pertanto una situazione di dominio e di sfruttamento. Alcuni sostengono addirittura che queste relazioni sono le principali responsabili del sottosviluppo del Terzo mondo (Frank parla di sviluppo del sottosviluppo).
Cohen discute con pazienza tutti gli aspetti e le implicazioni di questa tesi e giunge alla conclusione che effettivamente «le relazioni economiche con i ricchi non sempre costituiscono il motore dello sviluppo per i poveri, ma esse possono, a volte, certamente avere questo effetto. Il commercio e gli investimenti non provocano necessariamente maggiore povertà nella periferia, ma possono certamente avere tale effetto abbastanza spesso» (p. 168). Questa conclusione problematica è fondata sull’osservazione che la ricerca del profitto da parte delle grandi compagnie internazionali non coincide affatto con l’obiettivo di far sviluppare il Terzo mondo. Non ci si deve perciò meravigliare se, a volte, la politica delle grandi imprese nei paesi più poveri accentua i disequilibri sociali ed economici. Ma non si può trascurare il fatto che l’apertura del mercato di questi paesi e la nascita di poli industriali è pur sempre un fattore di stimolo per le economie più arretrate ed, in alcuni casi, il loro unico legame con il mondo moderno e con prospettive più avanzate di vita civile.
L’analisi di Cohen dell’imperialismo deve senz’altro essere considerata soddisfacente per quanto riguarda il suo aspetto critico. Egli difende con successo l’idea che l’organizzazione capitalistica della produzione non è la causa fondamentale dell’imperialismo.[1]
Fenomeni di dipendenza e di dominio si manifestano anche fra paesi socialisti. «Le teorie marxiste e radicali dell’imperialismo economico non reggono ad un esame analitico accurato… Come costruzioni intellettuali, esse possono essere paragonate a castelli di sabbia» (p. 231).
Ma qual è allora la causa specifica dell’imperialismo? La risposta di Cohen è ancora una volta soddisfacente, ed interessante per i federalisti, quando, citando L. Robbins, sostiene che è la stessa esistenza di Stati nazionali indipendenti e sovrani a generare situazioni di conflitto, dominio e dipendenza. «Questa è la vera radice dell’imperialismo — l’organizzazione anarchica del sistema internazionale di Stati» (p. 245).
Meno soddisfacente è invece il tentativo di Cohen di costruire una «teoria generale» dell’imperialismo. Egli dimostra di ignorare totalmente la letteratura e la tradizione culturale della teoria della ragion di Stato. Per questo, sentendo la necessità di discutere in termini politici dell’imperialismo, non trova altri strumenti concettuali che quelli forniti dalla scienza politica americana. Le sue analogie fra strategia degli Stati e strategia delle imprese operanti in un mercato oligopolistico (il cui comportamento è riconducibile alle strategie descritte dalla cosiddetta «teoria dei giochi») lasciano il lettore perplesso ed insoddisfatto. Questi formalismi non dicono nulla sulla sostanza del fenomeno, cioè sulla politica da perseguire per superare i rapporti di dominio e dipendenza fra Stati. Una adeguata spiegazione dell’imperialismo non può prescindere né dalla teoria della ragion di Stato,[2] né da quella del federalismo, cioè dallo studio delle cause all’origine della politica di potenza e del quadro istituzionale indispensabile per il suo superamento.
 
Guido Montani


[1] Naturalmente, sostenere che la struttura capitalistica della produzione non è la causa fondamentale dell’imperialismo, non significa affatto prendere la difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione. In generale, i critici dell’interpretazione marxista dell’imperialismo, e Cohen deve essere incluso fra costoro, non sempre hanno chiarito questo punto, esponendosi a loro volta alla critica dei loro avversari che li accusano di apologia del sistema capitalistico.
[2] Cfr. l’introduzione di Sergio Pistone all’antologia Politica di potenza e imperialismo, Franco Angeli, Milano, 1973.

 

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