Anno XVII, 1975, Numero 3, Pagina 181

 

 

Massimo Teodori, La fine del mito americano, Feltrinelli, Milano, 1975, pp. 179.
 
 
A pochi mesi dalla disfatta nel sud-est asiatico, un volume sulla fine del «mito americano» non poteva trovare occasione migliore per inserirsi in un dibattito che coinvolge le formazioni politiche e cui Teodori, come tutti i politologi impegnati, ritiene di dover apportare il contributo dell’osservazione rigorosa e dell’analisi storica e socio-politica.
Il volume è «un’ulteriore tappa di una ricerca iniziata nel 1967 con La nuova sinistra americana e da allora proseguito con una serie di altri scritti e studi» (p. 11) ed è nato da studi «sul campo» compiuti nell’estate del 1974 presso il Department of History della Harvard University.
La tesi centrale del libro è chiaramente indicata nella conclusione che lo stesso autore definisce «come introduzione»: «…l’America d’oggi, a metà degli anni settanta, è giunta così ad un punto di non ritorno; il ‘mito americano’ del paese teso al Benessere, fiducioso in se stesso, credente nel Progresso, capace di inglobare e assimilare qualsiasi nuova componente, con una classe dirigente legata direttamente al popolo, è definitivamente tramontato. Il nuovo mito, di quell’America che ha mostrato segni e frammenti durante gli anni sessanta e che ancora oggi silenziosamente cresce nel tessuto della società, cioè della rivoluzione post-industriale, non si è ancora imposto. Le credenze antiche sono cadute e quelle nuove sono incerte, contradditorie, molteplici. Le antiche coalizioni sociali e la politica che su di esse si fondava si sono infrante per i mutamenti oggettivi della struttura socio-economica. Nessun nuovo assetto si è affermato con capacità, respiro e prospettiva al di là della semplice contingenza e della limitata gestione. Fino a quando non emergerà un potente fattore ideale e politico che sia al tempo stesso americano e post-industriale, unificante la molteplicità culturale ed egemonizzante la pluralità sociale, astratto ed operativo — un mito nuovo —, si potrà dire che il ‘mito americano’ è morto» (p. 164).
Questa tesi è svolta in sette capitoli che si presentano come surveys compiuti ma intimamente correlati a definire i profili di una società alla ricerca di una identità nuova e di forme nuove di azione politica e sociale. È in questo quadro che Teodori analizza il tramonto della Nuova sinistra, il cui dibattito si è ormai isterilito, dopo il 1969, nelle faide ideologiche di gruppuscoli ispirati a ideologie di estrazione marxiana incapaci di fornire strumenti concettuali adeguati a interpretare una società sotto molti profili «post-industriale». Ed è sempre in questo contesto che Teodori coglie l’emergere di nuove tendenze, come il «localismo», il «neo-populismo», con le sue espressioni dialettiche, di radicata tradizione, di destra e di sinistra, il depoliticizzarsi del politico ed il politicizzarsi del non-politico (emblematico, sotto questo profilo, il movimento di Ralph Nader), i tentativi di aggregazione politica nuova del cosiddetto «partito del mutamento». L’analisi non trascura l’incerto svolgersi del «movimento nero», né le radici profonde della crisi del Watergate.
Coerentemente con le sue premesse metodologiche, Teodori osserva e descrive con una puntigliosa meticolosità, che non è certo comune nella nostra cultura socio-politica così poco a suo agio con il rigore dell’empirismo anglo-sassone. Ma Teodori si sforza continuamente di andare al di là del dato per identificare quella dimensione storica che collega il presente al passato e apre la strada all’identificazione delle linee tendenziali di sviluppo. Sotto questo secondo profilo, il volume avrebbe potuto offrire ancor più ricchi significati se Teodori avesse voluto — ma forse l’omissione è, polemicamente, intenzionale — servirsi anche delle idee regolative di una filosofia della storia. Così, per esempio, nella prospettiva albertiniana della marcia della storia verso la «repubblica universale» e il comunitarismo (quegli aspetti di valore del federalismo che affondano le loro radici nella cultura kantiana e rousseauiana) sarebbe possibile leggere gli interessanti dati sul «localismo» come «concetti semplici di un intero» che potrà appieno manifestarsi solo quando, con la scomparsa della divisione dell’umanità in Stati e, quindi, della loro «ragione», il polo comunitario del comportamento umano potrà pienamente affermarsi. Ma, soprattutto, si sarebbe potuto mettere in evidenza la profonda connessione che intercorre tra «il partito del mutamento» americano e quanti si battono nel mondo per un equilibrio multipolare che, proprio perché allenta le tensioni del bipolarismo, depotenzia la determinante del fattore internazionale sul modo di essere del potere americano. È, del resto, sotto questo profilo che anche le sorti della nuova identità americana si legano con l’avventura della costruzione politica europea dal cui successo o insuccesso dipende soprattutto l’affermarsi negli Stati Uniti delle forze del rinnovamento o di quelle che hanno portato al Watergate.
 
Luigi Vittorio Majocchi

 

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