Anno XVII, 1975, Numero 3, Pagina 183

 

 

AA. VV., I si e i no della difesa europea, a cura di Franca Gusmaroli – Istituto Affari Internazionali, Il Mulino, Bologna, 1974, pp. 290.
 
 
Nella presentazione di questo volume, che appare sul verso della copertina, si legge: «All’Europa si presentano costantemente momenti di riflessione: l’anno scorso il rinnovo della Carta atlantica, poi quest’anno la crisi di Cipro, ora la decisione che alcuni paesi dovranno prendere per l’acquisto di nuovi aerei militari. Ecco che il discorso della difesa ‘più europea’ diventa attuale. Esso si lega al processo di unificazione dell’Europa occidentale, nel momento in cui la costruzione politica sembra allargarsi all’unione delle politiche nazionali estere e di difesa. Tali fatti confermano che, pur essendo il discorso della difesa prematuro ed incerto a livello comunitario, è necessario contribuire con varie iniziative al chiarimento delle questioni che ostacolano il suo progredire. Questo è lo scopo della presente pubblicazione sui problemi strategici dell’Europa occidentale».
Se questo era davvero lo scopo che l’I.A.I. si era proposto, occorre amaramente ammettere che esso si è rivelato troppo ambizioso. Il volume consta infatti di un certo numero di saggi che vertono sulle questioni strategiche più disparate (la crescente difficoltà di reclutare manodopera militare, la mancanza di razionalizzazione e standardizzazione degli armamenti, il ruolo delle armi nucleari tattiche, etc.). Ma unitario ne è il presupposto: il quadro politico dell’alleanza atlantica e quello militare della N.A.T.O.
Non stupisce affatto che i cosiddetti esperti di questioni militari o qualche colonnello in servizio o in pensione possano occuparsi di queste cose ritenendo di occuparsi di cose serie. Stupisce, invece, che queste saccenti elucubrazioni possano ritenersi elementi adeguati a «dare inizio ad un positivo dibattito» sulla difesa europea. Come di consueto è difficile dimostrare l’evidenza. Ma, considerato che le opinioni su ciò che è evidente non sono sempre coincidenti — l’atteggiamento degli amici dell’I.A.I. lo dimostra — cercheremo di farlo.
Cosa vuol dire «difesa europea»? O l’espressione significa difesa degli Europei da parte degli Europei, o è totalmente mistificante. Nel primo caso, va da sé, essa implica l’esistenza degli Europei, in quanto popolo, cioè l’esistenza di uno Stato europeo. In ogni altro caso, l’espressione è la giustificazione ideologica dell’egemonia e andrebbe ricondotta ad espressioni più empiriche quali «difesa del settore europeo dell’impero americano»,cioè, in ultima istanza, «difesa americana». Si noti, tra l’altro, che questa nostra posizione non esclude affatto il fenomeno dell’obiettiva coincidenza delle «ragioni» dello Stato egemone e degli Stati satelliti; cosa che, storicamente, si è manifestata nei rapporti Europa-America e, sotto certi profili, in quelli tra la Francia di de Gaulle e la Germania di Adenauer. Ma questo non ci esime dal denotare come «difesa americana» o «difesa francese» ciò che in modo variamente mistificatorio è stato spacciato per «difesa europea».
A nulla vale del resto il richiamo «realistico» all’esistenza del Patto di Varsavia. Non c’è dubbio, esso esiste e, per il solo fatto di esistere, pone a coloro che non vi partecipano il problema della sicurezza. Ma questo stesso problema della sicurezza si porrebbe negli stessi termini una volta che l’Europa occidentale giungesse all’unità politica, sviluppasse una propria politica militare tous azimouts e relegasse al rango delle curiosità storiche la N.A.T.O.?
Questa osservazione appartiene tanto poco al mondo della fantapolitica quanto, invece vi appartiene la cocciuta convinzione della immodificabilità dei dati storici e, soprattutto, delle situazioni di potere. Partire da questo assunto per avviare un dibattito positivo sulla difesa europea, sul fatto storico, cioè, più rivoluzionario in termini di modificazione della situazione mondiale di potere dell’epoca contemporanea, è, quanto meno, progetto eccessivamente ambizioso.
La verifica più esplicita di questo nostro atteggiamento ci viene proprio dall’ultimo saggio del volume, dal titolo «Una nuova Comunità europea di difesa», che si deve alla penna di François Duchêne e che costituisce la parte quarta del libro che è presentata con il roboante e mistificatorio titolo «Il punto di vista europeo». Il punto di vista di Duchêne è nient’affatto europeo. Basta prendere visione delle proposte concrete cui coraggiosamente perviene il nostro paladino della più esplicita «razionalizzazione dell’esistente» sul terreno della difesa atlantica. Eccole. «Dovrebbe essere davvero possibile stabilire una efficace collaborazione per la difesa all’interno della ampliata Comunità europea in termini tali che i governi possano accettare. Vi potrebbero essere due livelli operativi reciprocamente utili: la consultazione tra governi sulle politiche generali e precisi impegni per stabilire accordi comuni in un numero limitato di aree funzionali come la produzione delle armi, attuati con sistemi pressoché simili a quelli del Mercato comune.
Un tema ovvio della consultazione europea sarebbe la politica relativa alla riduzione delle forze est-ovest ed al controllo delle armi. La stessa formula, inoltre, dovrebbe applicarsi alle direttive strategiche e tattiche — l’uso delle forze, il controllo della escalation nucleare e così via — problemi che i principali alleati N.A.T.O. devono discutere in ogni caso nel momento in cui la Francia, nel 1973 o nel 1974, metterà in campo i suoi missili nucleari tattici, il «Pluton», nell’unica area in cui essi abbiano un significato, cioè in Germania. Questo ruolo dovrebbe essere esercitato da un Gruppo europeo di pianificazione nucleare (E.N.P.G.) parallelo a quello molto efficace che già esiste nella N.A.T.O. (N.P.G.). Altri comitati potrebbero essere istituiti per la discussione relativa alla mano d’opera ed altre politiche. In se stesse, tali consultazioni non richiedono necessariamente da parte dei paesi interessati un cambiamento di atteggiamento, ma poste nel contesto di una unione europea in cui le singole identità sono nettamente riconoscibili, e connesse alla cooperazione funzionale che si svolge ad un altro livello, esse, quasi certamente, verrebbero ad avere un più forte impatto politico.
I governi potrebbero anche negoziare accordi, o trattati, istituendo organismi funzionali comuni soprattutto nel settore che si potrebbe chiamare supporto alla difesa — addestramento, logistica e rifornimento di armi. I governi potrebbero fissare gli obiettivi ed i tempi e quindi affidare la loro attuazione ad un sistema tipo Mercato comune con una «Commissione di difesa» che proponga le linee politiche e con i ministri dei singoli paesi che le approvino. La mancanza di un unico sistema logistico è una debolezza della N.A.T.O. che nel corso di una crisi potrebbe portare a serie difficoltà. In un’epoca di viaggi, l’addestramento in un paese confinante e l’apprendimento di una lingua sotto forma di scambi potrebbe presentare sostanziali vantaggi rispetto ai sistemi nazionali, per quanto concerne il reclutamento di soldati altrimenti riluttanti. Per quanto riguarda la fornitura di armi, l’industria aerospaziale, che rappresenta circa il 40% delle spese per gli armamenti, sembra verrà ridotta nel corso di un paio di anni a forse tre principali consorzi europei. Se così sarà, aumenterà la pressione per la produzione comune in altre industrie di armamenti, particolarmente nell’elettronica, e l’ultimo importante problema sarà quello di vincere i particolarismi del personale e dei ministeri della difesa. Non c’è bisogno di sottolineare in questa sede che questo non è mai facile neppure nell’ambito di un singolo paese, tuttavia un’Agenzia unitaria per gli approvvigionamenti, che proponga alcuni criteri non influenzati da interessi nazionali, potrebbe essere di qualche aiuto. Potrebbe anche essere utile un «Comitato direzionale» collegato alla stessa Agenzia per stabilizzare le relazioni tra industrie e governi.
Unitamente, tali innovazioni verrebbero a costituire qualcosa che sarebbe in effetti una ‘Organizzazione di supporto alla difesa europea’ ».
Non v’è dubbio che, di fronte a queste proposte, la posizione di Giscard d’Estaing, all’ultimo Vertice di Parigi, di rilancio dell’Unione europea, appoggiata sulla prospettiva del fatto elettorale europeo entro il 1978, per costituire una base politica reale alle intese intergovernative che matureranno nel Consiglio europeo e che dovranno, in prospettiva, estendersi a tutti i «problemi di sostanza», ivi compresi anche quelli della difesa, la posizione di Giscard dunque appare come quella del più focoso montagnardo in rapporto a quella del più retrivo vandeano.
In mezzo a tanta aria fritta, stona davvero l’introduzione al volume di Franca Gusmaroli dal titolo «Le premesse storiche» che, con esemplare chiarezza, riassume le risposte che l’Europa, che c’è stata e che c’è, ha cercato di dare, nel secondo dopoguerra, al problema della sua difesa, senza omettere precisi giudizi sulla loro generale inadeguatezza e, d’altra parte, sul carattere profondamente innovatore della Comunità europea di difesa (quella vera del Piano Pleven, non quella di Duchêne). Questo saggio lo si legge con attento interesse. Ma, terminatolo,… è subito sera.
 
Luigi Vittorio Majocchi

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