Anno XXV, 1983, Numero 4, Pagina 140

 

 

NOTA SULL’ABOLIZIONE DELLE PREFERENZE,
SUL SISTEMA GEYERHAHN COME MEZZO PER ABOLIRLE SENZA TRAUMI, E SULLA CLAUSOLA DEL CINQUE PER CENTO*
 
 
Circa le preferenze, il dato di base è questo: gli elettori normali o non le esprimono (a ragione: non conoscono i candidati) o le disperdono, invece gli elettori che appartengono a clientele o a diversi tipi di gruppo con forte vocazione settoriale, le concentrano. E le concentra anche il denaro, con un uso indecoroso e diseducativo dei mass-media. Ne segue che le preferenze non danno più potere ai cittadini, ma più potere alle prevaricazioni di gruppo e al denaro. D’altra parte si mostra facilmente che esse comportano per i partiti una concorrenza verso il peggio. Il fatto è questo: un partito ben intenzionato dovrebbe rinunciare alla forma di potere creata dalle preferenze (cioè ad una risorsa di potere disponibile per tutti) senza avere la garanzia che questa risorsa non verrebbe sfruttata da altri partiti (con le preferenze si mobilitano persone e denaro, cioè fattori ai quali è difficile rinunciare, e circa i quali si deve perciò provvedere con regole che non disarmino la virtù a vantaggio del vizio). Si può dire, in sostanza, che le preferenze rappresentano la forma patologica dell’apertura dei partiti verso la società.
Circa la clausola del cinque per cento, occorre una premessa. Nel dibattito politico-culturale c’è un mito. La proporzionale senza soglia non sarebbe una regola di selezione come le altre, ma qualcosa di irrinunciabile: la vera «fotografia » del paese, il solo modo per non scartare alcuna parte politica ecc. Così non si vede che anche questo sistema elettorale scarta degli attori e dei fattori, e ne fa passare altri. Orbene è un fatto che la proporzionale senza soglia fa passare troppo facilmente (e perciò incentiva) comportamenti teatrali, emotivi e improvvisati. Pannella, che in ipotesi poteva diventare un eccellente agitatore politico (utile per mettere in evidenza problemi trascurati), è stato spostato dalle regole elettorali italiane sul piano parlamentare, ed è diventato così un fattore della bilancia del potere di governare e decidere, e che fa perfino entrare in gioco, se ci sono, fattori come quello costituito da Negri. In sostanza, con la proporzionale si pone un problema che il collegio uninominale risolveva automaticamente: quello del filtro per convogliare verso il Parlamento tutto ciò che è già giunto allo stadio della responsabilità politica (e pertanto a quello di fattore positivo della volontà generale) e verso altre destinazioni più adeguate tutte le energie che non hanno ancora raggiunto questo stadio, e che potrebbero essere recepite e rese efficaci con un uso più articolato del referendum e delle proposte di legge di iniziativa popolare. La clausola del cinque per cento potrebbe costituire un filtro di questo genere.
Circa il sistema elettorale Geyerhahn,[1] il dato di base è che esso consente di fare molti collegi uninominali effettivi (non apparenti come quelli per il Senato) senza eliminare le liste di partito e senza sacrificare la più rigorosa proporzionalità (maggiore di quella per l’elezione della Camera). Ne segue che esso valorizza le persone mentre valorizza i partiti (ai quali va il merito della scelta) e viceversa. Va tenuto presente che di solito ciò non è possibile con la proporzionale normale. Essa crea sempre una certa tensione (alla quale l’opinione pubblica è molto sensibile), in parte supposta e in parte reale, tra i partiti e le persone «indipendenti», che si cerca poi (ma vanamente come mostrano i fatti) di superare con le preferenze. In sostanza il Geyerhahn comporta per i partiti una concorrenza verso il meglio perché li induce a scegliere persone di valore riconosciuto per i collegi uninominali, senza tuttavia farle prevalere su uomini di grande esperienza politica ma meno noti (va da sé che delle liste senza preferenze li garantirebbero più delle attuali liste con preferenze). Ciò mostra che questo sistema massimizza la responsabilità dei partiti (che non potrebbero più ammucchiare a caso nomi noti nelle liste come oggi, ma dovrebbero fare la scelta, veramente politica e personale, di un solo nome per ogni collegio uninominale), e minimizza la tensione partiti-persone. È dunque un modo fisiologico di apertura dei partiti verso la società. D’altra parte, con la sua novità, e con i suoi collegi uninominali (personali), esso permetterebbe di abolire le preferenze senza provocare conseguenze negative, in altri termini senza destare l’impressione — errata ma diffusa — secondo la quale togliendo le preferenze si toglierebbe qualcosa ai cittadini, si impedirebbe l’affermazione delle persone «indipendenti», ecc.
Va ancora detto che il sistema Geyerhahn sarebbe particolarmente adatto per l’elezione europea per due motivi. Il primo motivo è che con i grandi collegi delle europee (necessari per salvaguardare la proporzionalità), il sistema proporzionale normale accentua i suoi difetti, sia con le preferenze, sia senza. Con le preferenze (caso italiano) il giudizio sulle persone passa decisamente dal piano politico a quello della notorietà (familiare, corporativa ecc.). Senza le preferenze (caso francese), d’altra parte, fatta la lista è fatto quasi tutto, prima ancora di votare, con le conseguenze psicologiche negative evidenti. Il secondo motivo è che, adottando il sistema Geyerhahn per l’elezione europea, si farebbe un passo concreto verso l’adozione di un sistema elettorale unico per le elezioni europee del 1989. Questo sistema, oltre ad eliminare i difetti della proporzionale normale nei grandi collegi, presenta infatti il vantaggio di essere più gradito agli inglesi, abituati al collegio uninominale.
Osservazione generale. A conclusione va detto che nessuna riforma elettorale e istituzionale può dare buoni risultati se non si inquadra nel tentativo di affrontare e di risolvere, con la necessaria gradualità, i due difetti fondamentali dello Stato italiano: a) quello interno, derivante dal fatto che gli elettori quando votano non possono scegliere il governo (questo fatto rende poco responsabili non solo i governi e i partiti, ma anche i cittadini). Una soluzione minima, a questo riguardo, potrebbe essere costituita da un uso efficace degli apparentamenti; b) quello esterno, derivante dal fatto che i maggiori problemi della sicurezza e dell’economia hanno ormai una dimensione europea e un raggio di azione mondiale, e non possono quindi dar luogo a buone decisioni italiane, ma solo a buone decisioni europee. La più grande riforma dello Stato italiano è pertanto la riforma della Comunità, e la progressiva trasformazione dell’Italia in Stato membro della Federazione europea.


* Questa nota di M. Albertini fa seguito al documento inviato dal MFE il 7 luglio 1983 ai parlamentari italiani dopo il voto del 26 giugno.
[1] Questo sistema, che prende il nome dallo studioso che lo formulò ed è applicato dal 1949 nella Repubblica Federale di Germania per l’elezione del Bundestag, prevede che i seggi di cui si compone l’organo da eleggere siano divisi in due metà, delle quali la prima è assegnata con scrutinio maggioritario in collegi uninominali e la seconda con scrutinio di lista in collegi di dimensioni più vaste (nel caso delle elezioni europee si tratterebbe di scegliere tra un collegio unico europeo e collegi nazionali). Tutti i seggi disponibili vengono divisi tra i partiti sulla base del quoziente nazionale, cioè in proporzione al totale dei voti ricevuti. Dal numero dei seggi ottenuti da ciascun partito vengono detratti quelli assegnati allo stesso partito nei collegi uninominali. I seggi residui vengono assegnati ai candidati di lista secondo l’ordine nel quale compaiono nelle rispettive liste.

 

 

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