Anno XX, 1978, Numero 2-3, Pagina 111

 

 

RAPPORTO DI MARIO ALBERTINI
AL COMITATO FEDERALE DELL’U.E.F.
DEL 10-11 GIUGNO 1978
 
 
I
Nella prima riunione del nostro Comitato federale dopo il Congresso di Bruxelles, quella di Parigi del 18 e 19 febbraio di quest’anno, avevo osservato che il tempo trascorso dopo il Congresso aveva dimostrato la validità delle nostre deliberazioni sia per quanto riguarda l’adozione del Manifesto, sia per quanto riguarda la scelta della moneta europea come punto strategico centrale della nostra azione. Allora, a conforto delle nostre tesi, stava la continuazione, da parte del Presidente Jenkins, della sua coraggiosa e realistica campagna per l’unione monetaria (realistica perché è necessario anticipare i tempi per vincere le grandi battaglie). Adesso, altri fatti di grande rilievo, sia sul piano politico, sia su quello della discussione teorica, mostrano che questo orientamento guadagna sempre più terreno. Coloro che riflettono seriamente sulle vicende economiche e politiche degli ultimi anni — in regime di fluttuazione dei cambi e di crescente disordine economica — si rendono sempre più conto della necessità di un cambiamento di indirizzo. E fra costoro cresce il numero delle persone che giungono alla conclusione secondo la quale il rilancio dell’unione economico-monetaria, con una prospettiva più coerente e più efficace di quella fallita nei primi anni Settanta, è probabilmente il solo modo per provocare la scossa salutare di cui hanno bisogno i nostri paesi e la Comunità, da ormai troppo tempo abituati ad una passività che ha aggravato tutti i problemi, non escluso quello del terrorismo; e che, se continuasse, finirebbe col privarci dell’energia e dell’immaginazione indispensabili per affrontare il futuro non facile degli Stati, dell’Europa e del Mondo.
Ma su questo tema della moneta europea vorrei tornare in seguito, dopo aver chiarito alcune premesse. Ora vorrei ricordare che a Parigi avevo messo l’accento anche su due altri punti: la necessità di fare il possibile perché il Consiglio europeo di aprile stabilisse la data dell’elezione europea, e la necessità di battersi per ottenere, con la prima elezione europea, il miglior risultato possibile. Il primo punto appartiene ormai al passato. La data è stata stabilita; e noi dobbiamo considerare questo fatto come una nostra grande vittoria. Nessuno, salvo noi, si è battuto sempre, in ogni circostanza, per la democrazia federale europea, e quindi, in primo luogo, per il riconoscimento del diritto di voto europeo dei cittadini. È una grande vittoria anche e proprio perché — tolta di mezzo definitivamente l’incertezza che gravava ancora sull’elezione europea — noi possiamo finalmente concentrare la nostra attenzione, e attirare quella dell’opinione pubblica, dei partiti e delle forze sociali sul secondo punto. Dobbiamo dunque parlarne, come dobbiamo parlare di un altro fatto che riguarda le deliberazioni del nostro Congresso di Bruxelles, l’elezione alla presidenza internazionale del Movimento europeo di Georges Berthoin, al quale vorrei presentare la riconoscenza e l’augurio dell’U.E.F. per gli impegni politici ed organizzativi da lui assunti in occasione della sua elezione, come vorrei di nuovo rendere omaggio, dopo averlo fatto anche a nome vostro a Parigi, al Presidente uscente, ora Presidente d’onore, Jean Rey. Il fatto ci riguarda non solo per la nostra appartenenza al Movimento europeo, ma anche e perché il documento politico votato dal Congresso si chiude con la decisione di proporre a tutte le forze europeistiche, e in primo luogo al Movimento europeo, una azione comune. Sono dunque tre, a mio parere, le questioni fondamentali da affrontare: a) come ottenere il massimo risultato possibile con la prima elezione europea, e perciò con il primo Parlamento eletto, b) come valutare i fatti intervenuti circa il rilancio dell’unione economico-monetaria, c) come attuare la decisione del Congresso circa un’azione comune col Movimento europeo e le forze europeistiche.
 
II
Come ottenere i migliori risultati possibili con l’elezione europea. È, in primo luogo, una questione di orientamento. Con l’elezione muta la situazione della Comunità e muta quella degli Stati. Si tratta di accertare quale possa essere questo cambiamento. Io non credo, per le ragioni che ho esposto anche al Congresso, che si uscirà dal gradualismo. Ma mi pare che si debba dare per certo che il gradualismo si manifesterà su un terreno nuovo; e penso anche che noi avremo ormai a che fare con un gradualismo costituzionale piuttosto che con il vecchio gradualismo funzionale. In ogni caso la questione va chiarita. Per ora la tendenza prevalente, nonostante il fatto nuovo dell’elezione, è quella di impostare ancora i problemi del funzionamento delle istituzioni e della gestione delle politiche comuni nello stesso modo di prima, anche se, in ipotesi, più attivo. Ma questo modo di pensare sembra sbagliato perché proietta sulla situazione nuova quella vecchia. È vero che ciò capita spesso, e non solo nelle guerre, come si dice dei generali che le affronterebbero sempre con le strategie della guerra precedente; ma è anche vero che cosi si finisce fatalmente su un binario morto. Noi dobbiamo evitarlo, e per questo bisogna uscire dal vago circa il voto europeo. Con l’elezione non sarà messo tutto in discussione, ma qualcosa sì. Certe cose resteranno come prima, altre invece potranno cambiare, a patto, beninteso, di agire come e dove si deve. E tenendo presente che se fino ad ora la costruzione dell’Europa è proceduta dall’alto, cioè per mezzo di decisioni degli esecutivi, nazionali ed europei, senza un confronto pubblico tra le varie opzioni possibili, dal voto europeo in poi questo confronto ci sarà perché la costruzione dell’Europa procederà anche dal basso. Ciò significa che acquisteranno credibilità ed efficacia i progetti e gli obiettivi suscettibili di ottenere l’approvazione dei cittadini — nella loro nuova qualità di elettori europei — delle forze sociali, culturali ecc., e non solo quella dei governi nazionali. È dunque ancora più importante di prima cercare di stabilire quale sia il terreno nel quale le cose potranno cambiare.
Vorrei analizzare questa prospettiva — ora si usa dire scenario, parola che serve a far accettare un po’ di teoria a un mondo che non vuole saperne — in modo polemico, polemico dal nostro punto di vista, e senza indulgere alla abituale sottovalutazione degli aspetti ideali della costruzione dell’Europa, non solo perché in materia di unità europea i fatti cominciano a darci ragione, ma anche perché non è possibile affermare con chiarezza un punto di vista europeo senza negare con eguale chiarezza il punto di vista nazionale, che è ancora affetto dal vecchio esclusivismo che limita l’orizzonte del pensiero e dell’azione. Al punto nel quale siamo giunti, noi possiamo affermare che è venuta l’ora, per gli scettici, di ricredersi e di ricuperare il tempo perduto. Con l’elezione europea, ormai certa, l’insieme degli elettori europei — dunque il popolo europeo, non i popoli europei — sta per elevarsi al rango di protagonista di un fatto nuovo della storia, la democrazia europea. È dunque l’ora, per i partiti, le forze sociali, l’informazione e la cultura, che hanno continuato a interpretare il processo storico e la lotta politica con gli anacronistici criteri nazionali del passato, di tener presente che la lotta politica non si manifesterà più soltanto sul fronte nazionale, ma anche su quello europeo. E bisogna ricordare, specialmente a coloro che non si aspettano gran che dal voto europeo, che la democrazia è molto più forte di quanto non si finisca a volte col credere a causa del declino degli Stati nazionali, e del pensiero sfatto e corrotto dei non pochi che usurpano posizioni nell’ambito dell’informazione, della politica e della cultura. In democrazia è il popolo, col suo voto, che rende forti o deboli i partiti, conferma o smentisce il loro modo di agire e di pensare, determina gli orientamenti fondamentali del governo e della società. Dal 7-10 giugno del 1979 sarà dunque il popolo europeo, con il suo voto, a giudicare i partiti in Europa, ed a stabilire che cosa dovrà fare, e che cosa dovrà diventare, l’Europa. Non ci possono essere dubbi al riguardo. Giorno per giorno, a partire dal 7-10 giugno 1979, i francesi, i tedeschi, gli inglesi come ogni altro cittadino della Comunità, si renderanno sempre più conto di essere anche europei, e di poter fare e ottenere a livello europeo ciò che non possono più fare, né ottenere, a livello nazionale. Sta dunque per cominciare una nuova storia. E i primi a viverla sono quelli che si accingono già, come noi, a costruirla; quelli che sanno che l’Europa degli Stati — gli Stati chiusi ed esclusivi — è finita, e che sanno anche in quali settori la lotta politica europea, creando l’Europa di domani, modificherà gli Stati nazionali del passato.
Il primo, fra questi settori, è quello costituzionale. Nonostante l’integrazione europea, che ha capovolto la storia dei nostri Stati, e che è manifestamente cagionata dal bisogno di ricuperare a livello europeo l’indipendenza perduta a livello nazionale nei campi della difesa e dell’economia dopo la seconda guerra mondiale, le forze politiche, sociali e culturali si comportano ancora come se gli Stati nazionali di oggi fossero ancora quelli di ieri, come se il solo problema dei cittadini fosse quello di sapere quali forze, e in che modo, controlleranno gli Stati nazionali tra cinque, dieci o cento anni, come se non potessimo già agire per trasformare, con la federazione europea, i vecchi Stati nazionali esclusivi del passato in Stati membri della federazione, in nazioni fiduciose l’una nell’altra. Eppure nessuno può negare che il diritto di voto è il primo, e il maggiore, fra i diritti costituzionali; nessuno può negare che col voto europeo sta per nascere una realtà costituzionale europea; nessuno può negare che la formazione di una realtà costituzionale europea modificherà la realtà costituzionale degli Stati nazionali. Non si tratta solo di scrutare il senso della storia che stiamo vivendo. Si tratta di sapere in quale situazione ci troviamo per meglio operare. La prova sta nel fatto che non si capisce bene che cosa significa la moneta europea finché non ci si rende conto che la moneta europea è il secondo passo da fare sulla via costituzionale, dopo quello del diritto di voto, e prima di fare il terzo, quello della difesa. So bene che non si pensa ancora in questo modo. Ma basta pensare al cittadino europeo per capire che con la moneta europea gli si rende la sovranità economica, come con la difesa europea gli si renderà la sovranità in materia di sicurezza.
Il secondo, fra questi settori, è quello dei partiti. Anche a questo riguardo il cambiamento sarà graduale ma profondo. Ciò che può essere escluso senz’altro è che i cittadini si troveranno ancora per molto tempo, in tutti gli Stati, di fronte gli stessi partiti di oggi, e gli stessi rapporti di forza tra i partiti che si sono manifestati negli Stati nel dopoguerra. Per i partiti vale la regola che vale per ogni individuo o gruppo: la ricerca della propria affermazione, che del resto, nel caso dei partiti, è anche un dovere per non vanificare le aspettative dei loro elettori. E l’affermazione dipende ovviamente dal campo nel quale si lotta; per i partiti dallo Stato nel quale si agisce. Basta dunque confrontare ogni singolo campo nazionale con quello europeo, tenendo presente non solo le presenti abitudini di voto ma anche ciò che ci si può aspettare dall’Europa e ciò che ci si può aspettare dagli Stati nazionali, per rendersi conto che con la democrazia europea nascerà un nuovo modo di pensare e di agire; e perciò anche un rinnovamento delle forze sociali. Anche questo mutamento produrrà effetti di grande rilievo in tempi relativamente brevi. Basta considerare i casi del liberalismo e del comunismo. Il comunismo, che con la sua vecchia caratteristica di opposizione di regime ha reso difficili o impossibili delle vere e proprie alternative di governo in Francia e soprattutto in Italia, con grave danno per la democrazia, si troverà subito di fronte a questa alternativa: o il ritorno graduale nell’alveo del socialismo occidentale, o la riduzione allo stato di piccolo partito europeo senza prospettiva, e quindi condannato alla decadenza anche negli Stati nei quali attualmente è forte. Invece il liberalismo, che è quasi scomparso in alcuni paesi, ed è in gravi difficoltà in tutti, occuperà nel Parlamento europeo, con il 10-12% dei voti, una solida posizione di centro destinata a rafforzarsi, con beneficio non solo dei liberali ma anche della stessa democrazia che ha ovviamente bisogno del rafforzamento, e non del declino, della tradizione liberale. Quando, grazie ai fatti, questo rinnovamento dei partiti, che non riguarda solo i liberali e i comunisti, sarà chiaro per tutti, si vedrà che solo battendosi per accelerare la costruzione della federazione europea ci si batte per il progresso della libertà, della democrazia e della giustizia sociale.
Il terzo, fra questi settori, è quello dei problemi ai quali si tratta di far fronte. Non è il caso qui di analizzarli ad uno ad uno. Ma c’è un rilievo essenziale da fare. Si è sempre detto che i maggiori problemi del nostro tempo, nel campo della difesa, dell’economia, e bisogna ormai aggiungere, dello stesso ordine pubblico, hanno scavalcato la dimensione degli Stati. Ma non si dice mai, con eguale chiarezza, che non c’è solo una questione di dimensioni, ma anche una questione di costituzionalità, di consenso, di legalità. Per questa ragione ha grande importanza il constatare e il far constatare che l’Europa sta raggiungendo il livello costituzionale. Vorrei, anche a questo riguardo, fare un esempio, quello delle reticenze ancora diffuse nei confronti del rilancio dell’unione economico-monetaria. Orbene, è giocoforza ammettere che esse provenivano da riserve legittime, che oscurano ancora il pensiero di coloro che non si rendono conto del significato del voto europeo. In effetti uno Stato democratico non può lasciare al gioco del caso, dei puri e semplici rapporti di forza che si manifestano nell’Europa intergovernativa, questioni come quelle della occupazione e dello sviluppo economico. In questo caso, l’unica alternativa reale è la sovranità europea, che potrà effettivamente manifestarsi nel campo economico aggiungendo al voto europeo la moneta europea. Solo in questo modo, con la democrazia europea, è possibile far prevalere la soluzione europea sulle pessime, ma fino ad ora le sole legittime, soluzioni nazionali.
Con queste osservazioni si è solo precisato l’aspetto generale della questione. Ma se si tiene presente che quando avremo finalmente l’Europa non solo come dimensione ma anche come legittimità potremo affrontare con grandi possibilità di successo i maggiori problemi del nostro tempo; e se si tiene inoltre presente che i problemi davvero insolubili scompariranno perché derivano solo dalla sopravvivenza anacronistica della sovranità degli Stati nei settori dove essi sono troppo deboli (per alcuni, ad esempio, la moneta nazionale), si può già concludere che avanzando sul terreno costituzionale potremo riacquistare a livello europeo ciò che abbiamo perduto per sempre a livello nazionale: la fiducia nell’avvenire, che è la sola salute dei popoli e degli Stati.
 
III
Come valutare i fatti intervenuti circa il rilancio dell’unione economico-monetaria. In due anni si è fatta molta strada. Due anni fa solo i federalisti, e non tutti i federalisti, parlavano di moneta europea e di rilancio dell’unione economico-monetaria. Poi abbiamo avuto la grande azione del Presidente Jenkins, tuttora in corso; infine, il Consiglio europeo di Copenhagen, la posizione avanzata del Cancelliere Schmidt, il cambiamento che si profila nella posizione inglese, e le prime dichiarazioni americane in favore della moneta europea. Tutto ciò è accaduto perché il rilancio dell’unione economico-monetaria, su una base più solida di quella dei primi anni Settanta, è la risposta giusta a problemi reali. Ma io non vorrei rifare qui un esame della questione, dopo i dibattiti che abbiamo già avuto, anche al Congresso. Vorrei solo invitare i membri del Comitato federale a prendere conoscenza dell’eccellente relazione dal titolo Monetary Union Reconsidered presentata da Stephen Milligan, corrispondente europeo di «The Economist», il 19 maggio 1978 alla XXXIIème Table Ronde des Problèmes de l’Europe (Bruxelles). Milligan ricorda quali sono gli argomenti della traditional opposition (che egli stesso condivideva sino a qualche tempo fa) e constata, valendosi anche di un importante studio del British Treasury sui danni della fluttuazione dei cambi, che l’esperienza ha dimostrato la loro erroneità.
A titolo di aggiornamento, ci sono tuttavia due osservazioni da fare. La prima è teorica. Tutti coloro che sostenevano che la unione monetaria sarebbe impossibile e/o dannosa amavano citare, andando al di là dei suoi stessi testi, come oggi si constata bene, uno studioso di grande valore, W.M. Corden. Orbene, proprio da Corden ci è venuta una indicazione fondamentale. Nel suo recente Inflation, Exchange rate and the World Economy (Oxford, 1977), egli scrive testualmente: «The first route is to set up a complete exchange-rate union all at once. On one day a Community central bank is established, it takes over the foreign-exchange reserves of the member countries, and it acquires the sole right to manufacture the legal tender and hence base money. If this is seen as a decisive, irrevocable transformation, then expectations will be immediately adjusted. Of course the great transformation would have to be clearly decided upon and announced well in advance. There is then no need for gradualism. Different governments could still have their own budgets, borrow and lend, tax, and so on, just like state governments in the United States. But from an economic point of view, the United States of Europe — at least, of a large part of Western Europe — would have come into being. One could argue that it is the best method. It avoids all the problems of transition. It would certainly tend to bring rates of price increase in line throughout the Community. One would hope that rates of wage increase would differ only to the extent that rates of productivity increase differed, though this would by no means be guaranteed, especially initially. Any long-term problems of monetary integration would, of course, not be avoided, but the uncertainties by gradual approaches would chances be by-passed».
Corden stesso dice che per ora manca la volontà politica di procedere in questo modo, e continua: «The fact that the explicit establishment of a monetary union is politically inconceivable brings home the element of illusion and of play-acting in the whole economic and monetary-union movement. At present it seems that if monetary union is to be achieved, it will have to be achieved in some other, more stealthy, way». Tuttavia l’idea dello explicit establishment of a monetary union va in ogni caso mantenuta perché la moneta si fa di colpo o non si fa. Nessun approccio graduale — furtivo, dice Corden — può togliere di mezzo il fatto che, a un certo punto, o si crea la moneta europea o si rinuncia all’unione. È giusto, per ora, procedere «gradualmente» perché bisogna creare una situazione favorevole, e soprattutto preparare gli animi a ristabilire la fiducia reciproca. Ma bisogna sapere fin da ora che il vero scopo della pre-unione — o di qualunque altro passo preliminare — è solo quello di determinare una situazione nella quale siano caduti gli alibi, teorici e pratici, dei contrari, e nella quale sia chiaro che nessun vero ostacolo, salvo la cattiva volontà, impedisce di creare subito la moneta europea. In ogni altro caso non avremo mai la moneta europea, con le conseguenze immaginabili.
Il secondo aggiornamento riguarda i fatti. Noi siamo ora di fronte alla possibilità delle prime misure del rilancio dell’unione economico-monetaria, e dobbiamo orientarci. Sembra che si progetti la creazione di un’area europea di stabilità monetaria con una disciplina comune — più larga di quella del serpente — la messa in comune di riserve e la moneta parallela. Sono misure che figurano anche nel nostro Manifesto, quindi dobbiamo sostenerle. Ma nel nostro Manifesto (che si rivela dunque utile) ci sono anche l’idea della pre-unione e quella di stabilire in anticipo la data della moneta europea. E noi dobbiamo approfittare della ripresa di interesse per l’unione economico-monetaria — anche e soprattutto in vista dell’elezione europea — per far presente che non è possibile portare a compimento un’azione cosi difficile senza indicare con chiarezza, tanto agli uomini politici quanto agli imprenditori, ai sindacalisti e alla stessa opinione pubblica, il punto di arrivo: un punto di arrivo che garantisca il controllo della situazione economica e l’effettiva assunzione di responsabilità da parte dell’Europa. Il fatto positivo è che ci sono buone chances per ripartire. Ma non bisogna dimenticare che nel corso dell’azione si manifesteranno difficoltà e incertezze che potranno essere superate solo con una chiara visione del problema e una vera scelta europea.
 
IV
Come attuare le decisioni del Congresso circa una azione comune col Movimento europeo e le altre forze europeistiche. Da questo punto di vista è molto importante il modo con il quale il Presidente Berthoin ha iniziato la sua attività. Mi riferisco, in particolare, per quanto ci riguarda direttamente, al questionario che egli ha inviato alle organizzazioni aderenti allo scopo di promuovere una grande azione comune. Io credo che noi dobbiamo partecipare col massimo impegno al dibattito per stabilire le linee di questa azione, e vorrei farvi conoscere il mio pensiero al riguardo, nei termini con i quali l’ho rivolto al Presidente Berthoin. Per esaminare il problema della mobilitazione del maggior numero possibile di cittadini si impongono, a mio parere, due considerazioni preliminari. La prima riguarda il modo dell’adesione, e le sue caratteristiche politiche. A seconda del tipo di adesione che si adotta, il numero delle adesioni cambia. Va dunque prestata molta attenzione alla ricerca del modo di adesione che consente di ottenere il maggior numero di aderenti.
La seconda considerazione riguarda le possibilità attuali di mobilitazione dei cittadini, che non devono essere valutate sul  metro del passato, perché con il voto europeo i cittadini passano da una situazione passiva ad una attiva rispetto all’Europa. L’Europa, come ogni altra comunità per la quale si vota, diventa, con l’elezione, qualcosa che riguarda direttamente e attivamente tutti i cittadini. Si può dunque pensare che molti cittadini siano disposti a fare qualcosa che sia effettivamente utile per ricavare dalla elezione, e dal primo Parlamento eletto, il massimo dei vantaggi politici ed economici.
È questa la disposizione da sfruttare per mobilitare i cittadini; e per sfruttarla al massimo bisogna che l’idea dei vantaggi sia immediatamente trasmessa dalla forma stessa dell’adesione, cioè, materialmente, dalla tessera o carta grazie a ciò che si vede subito: forma grafica e slogans sul numero delle adesioni da acquisire e sugli obiettivi politici. Nessuno dedica molto tempo alle idee ed ai propositi degli altri. Bisogna dunque far coincidere l’immagine dell’adesione, quella della campagna e quella dei vantaggi. Più la campagna e l’adesione rivelano da sole, alla prima impressione, con poche o nulle spiegazioni, il loro significato concreto, più il risultato sarà buono.
C’è un ulteriore elemento da prendere in considerazione. Con un grande numero di aderenti si potrebbe rendere in qualche modo attivo l’immenso potenziale costituito da tutti i cittadini favorevoli all’unità europea. Si tratta, in pratica, di rendere attivi — nella cerchia abituale della loro vita quotidiana di lavoro, di relazioni, ecc. — anche i cittadini che non aderiscono. E questo risultato può essere ottenuto con un numero di adesioni tale da impressionare giornalisti, partiti, esponenti delle, forze sociali, culturali, ecc., perché a questo punto sarebbero gli stessi giornali — come le personalità con le loro dichiarazioni, ecc. — a stabilire un rapporto efficace tra il Movimento europeo, come rappresentante degli aderenti, e tutti i cittadini favorevoli, che finirebbero così col credere non solo alla necessità ma anche alla possibilità dell’Europa, dunque a occuparsene, a parlarne, ecc.
È questo il vero obiettivo da conseguire perché solo gettando nella lotta il peso dell’opinione pubblica il Movimento europeo può esercitare una pressione efficace sul Parlamento europeo, sugli esecutivi e sulle forze politiche e sociali, e quindi ottenere risultati concreti. Ciò equivale anche a dire che solo in questo modo si possono effettivamente mobilitare, grazie all’importanza dell’azione, tutte le forze della campagna: il Movimento europeo, le sue organizzazioni, i cittadini che aderiscono, i cittadini favorevoli all’unità europea.
Sulla base di queste considerazioni si può valutare l’entità del numero di adesioni necessaria. A mio parere questo numero non deve essere inferiore a un milione perché al di sotto di questa cifra non sarebbe possibile impressionare i giornali ecc., e far scattare il meccanismo di autoalimentazione e di diffusione della campagna. Va detto, d’altra parte, che solo con l’idea di un milione di aderenti, cioè con un obiettivo che garantisce la possibilità di risultati importanti, si può mettere in moto la campagna mobilitando le forze cui spetta il compito del lancio.
Detto ciò, si tratta di esaminare il modo di adesione, in vista del maggior numero possibile di adesioni. I criteri di scelta mi sembrano questi: a) non chiedere nulla di più di ciò che sia strettamente necessario, b) rendere subito evidente, già con la carta di adesione, lo scopo della mobilitazione, c) ridurre al minimo l’incompatibilità tra l’adesione alla campagna e le relazioni dei cittadini con qualunque altra organizzazione (anche per rendere più facile l’adesione di tutti i membri di un gruppo con una trattativa, ecc.), d) differenziare le quote, allo scopo di non impedire l’adesione di chi può spendere poco, degli avari, dei giovani, degli operai, ecc.
Da questi criteri discende, a mio parere, che bisognerebbe chiedere non l’adesione al Movimento europeo (l’adesione ad una organizzazione è troppo impegnativa per consentire grandi numeri), ma l’adesione ad una campagna del Movimento europeo che si proponga di rappresentare e far valere la posizione di tutti i cittadini che, indipendentemente dalle loro preferenze politiche, condividono l’idea della necessità di ottenere alcuni risultati prioritari con l’elezione europea e il primo Parlamento eletto (un certo livello di unità e di capacità di azione alla comunità). A mio parere dovrebbe trattarsi per un verso della moneta europea (come elemento, e segno tangibile, della costruzione dell’Europa), e per l’altro di una strategia europea dell’occupazione, dell’inflazione e della riconversione industriale.
Questi scopi, da analizzare con singole manifestazioni secondo gli ambienti, le circostanze, dovrebbero costituire gli obiettivi generali della campagna, e dovrebbero perciò figurare nella carta stessa di adesione sia per dare un carattere di scelta, politica alla adesione, in modo da far coincidere l’adesione alla campagna con il suo carattere democratico, sia per rendere subito evidente, al primo colpo d’occhio, lo scopo della campagna. A questo riguardo va anche osservato che una cosa è far sapere che ci sono (che si cerca di raggiungere, ecc.) un milione di aderenti per l’Europa, e un’altra cosa far sapere che ci sono un milione di persone (cioè di elettori alla seconda elezione) che ritengono che il primo Parlamento eletto debba affrontare i problemi della moneta europea e di una strategia europea dell’occupazione, dell’inflazione e della riconversione industriale. Va inoltre osservato, circa l’adesione alla campagna del Movimento piuttosto che al Movimento, che in questo modo si evita il problema molto difficile del rinnovo annuale dell’adesione, e che si possono invece sommare tutte le adesioni ricevute nell’arco di tempo di validità della campagna (per definizione, quello del primo Parlamento eletto).
Ci sono altri dispositivi da studiare. Per differenziare le quote, si potrebbero usare carte di diverso colore. Per riconoscere il lavoro delle organizzazioni che raccolgono le adesioni, si potrebbe associare alla titolazione «Campagna del Movimento europeo» la dizione «Carta rilasciata da…». Ma ciò che importa di più, in questa fase di studio, è una valutazione politica del programma e del ruolo che può avere il Movimento europeo.
Circa il programma osservo che nella prospettiva europea che si è imposta — quella del gradualismo — si tratta effettivamente di procedere sulla via dell’unione economico-monetaria affrontando i maggiori problemi economici di oggi. E va aggiunto, anche se talvolta è ancora necessario tacerlo, che con il diritto di voto europeo il gradualismo ha raggiunto il livello costituzionale, e che la moneta, dopo il voto, rappresenta proprio il secondo passo su questa via (senza del quale, d’altra parte, sarebbe impossibile pensare a una effettiva capacità decisionale europea quando si tratta di questioni economiche fondamentali). Queste considerazioni mostrano, a mio parere, che gli obiettivi proposti per la campagna hanno, per il periodo di tempo definito dal primo Parlamento eletto, carattere permanente e insostituibile, nel senso che, se si avanza, si avanza solo su questa via.
Circa il ruolo del Movimento europeo, osservo che è la sola organizzazione che può veramente sfruttare un potenziale europeo altrimenti destinato a rimanere inutilizzato. Il potenziale è quello costituito dalle diffuse convinzioni europeistiche (i cittadini favorevoli all’unità europea), e dalla disponibilità a far qualcosa per ottenere con l’elezione e il primo Parlamento eletto il risultato migliore possibile. Queste convinzioni e questa disponibilità sono comuni a persone di diverso orientamento politico, ma i partiti — ed entro certi limiti le stesse organizzazioni europeistiche con caratteri particolari — rappresentano, e fanno valere, ciò che differenzia, e non solo ciò che accomuna, i cittadini. È per questo che solo il Movimento europeo — che si occupa solo dell’unità europea senza spirito di parte — può utilizzare pienamente questo potenziale, che sarebbe certo estremamente utile allo scopo di rafforzare i primi elementi di effettiva vita politica europea che si manifesteranno con l’elezione europea, e perciò con il confronto europeo dei partiti, il rafforzamento della Comunità, ecc.
Questo è il mio punto di vista. Non ho certo la pretesa di affermare che sia quello giusto. La mia intenzione era quella di dare una forma molto netta alle mie idee perché solo in questo modo la discussione può essere proficua. Ciò che credo fermamente è che noi dobbiamo fare il possibile per collaborare col Movimento europeo e partecipare ad una grande azione comune. Stiamo vivendo gli anni nei quali si può giungere al punto di non ritorno sulla via dell’integrazione dell’Europa. L’unità è dunque l’imperativo dell’ora, perché solo con l’unità possiamo servire in questo momento storico la causa del popolo europeo.

 

Condividi con