Anno XIX, 1977, Numero 3, Pagina 180

 

 

MANIFESTO PER L’ELEZIONE EUROPEA
 
 
NOTA INTRODUTTIVA
 
Questo Manifesto, approvato all’unanimità dal Comitato federale dell’Unione europea dei federalisti il 3 luglio 1977 a Monaco di Baviera, si riferisce solo alla questione del programma elettorale europeo dei partiti, e contiene ciò che i federalisti reputano il minimo indispensabile per assicurare il successo dell’elezione europea. Va chiarito, a questo riguardo, un fatto. Il successo della prima elezione europea dipende dall’interesse e dalla partecipazione dei cittadini. E questo interesse dipende dalla posta in gioco, da ciò che si potrà ottenere con l’elezione; e quindi anche dai programmi dei partiti che, con le loro scelte, determineranno l’ampiezza delle scelte riservate ai cittadini. È dunque lecito dire che il successo sarà tanto più grande quanto più i programmi dei partiti consentiranno ai cittadini di scegliere una politica europea capace: a) di contribuire alla soluzione dei problemi dell’occupazione, dell’inflazione e dello sviluppo equilibrato anche dal punto di vista ecologico, b) di far avanzare l’unità e la democrazia in Europa. Non c’è altro modo, in effetti, per promuovere davvero l’interesse dei cittadini.
Il valore del Manifesto, nella lotta per ottenere buoni programmi europei dei partiti, dipende dal modo con il quale è stato elaborato. Questo testo, anche se deve molto all’eccellente lavoro di John Pinder, che ha steso la bozza iniziale e guidato tutte le fasi della revisione, non è tuttavia il frutto del pensiero di persone singole, ma di un dibattito condotto alla base, con la partecipazione dei federalisti e di persone di tutti i partiti democratici, nell’ambito dei nove paesi della Comunità. Esso prefigura pertanto le aspettative dell’elettorato europeo; e costituisce perciò un importante punto di riferimento per i partiti che, prendendone in esame le indicazioni programmatiche, potranno rendersi conto delle scelte europee che devono fare per non deludere i loro elettori.
Bisogna dunque dare a questo testo la massima diffusione ed usarlo come un mezzo per impedire ai partiti di adagiarsi nella loro abituale, ma non più giustificabile, sottovalutazione della dimensione europea dei maggiori problemi politici ed economici; e anche per indurre i partiti ad accettare tempestivamente il confronto con l’opinione pubblica europea e le sue aspettative, cui il nostro Manifesto ha dato una prima forma. Va tenuto presente, a questo riguardo, che i programmi europei sono già in corso di preparazione e di adozione (che potrà evidentemente essere aggiornata sino all’inizio della campagna elettorale) in seno ai vertici dei partiti, con scarsa o nulla partecipazione delle loro organizzazioni di base, che rischiano così di giungere all’elezione impreparate, con danno sia per i partiti singolarmente, sia per tutti. È dunque necessario far conoscere il Manifesto anche alle organizzazioni locali dei partiti, invitandole a prenderlo in esame ed a studiarlo allo scopo di precisare il loro orientamento europeo e di farlo valere presso i loro vertici. Eguale lavoro va fatto con i sindacati, con gli imprenditori e con ogni altro gruppo sociale, inserendo, nella misura del possibile, questa attività nella mobilitazione europea già intrapresa dal Movimento con le parole d’ordine «la città tale… la regione tale ecc. per l’Europa».
Va ancora osservato che sarebbe stato certamente possibile, con elaborazioni di carattere esclusivamente personale o limitando il dibattito al solo quadro italiano per quanto riguarda il M.F.E., giungere ad un testo più «avanzato» o incisivo. Ma non si sarebbe trattato che di una astrazione, di una illusoria avanzata nelle retrovie, dove è più facile muoversi che in prima linea. I maggiori problemi, perfino quelli stessi dell’indipendenza della Comunità europea e delle società nazionali, hanno una dimensione europea e un raggio mondiale; ed è per questo che per affrontarli efficacemente non bastano maggioranze nazionali ma ci vogliono maggioranze europee (e molto ampie, perché non basta il cinquanta per cento più uno dei voti per costruire una comunità politica multinazionale). È su questo terreno che bisogna avanzare; ed è per questo che il primo obiettivo da perseguire riguarda i programmi europei dei partiti. Ciò non comporta tuttavia il silenzio sulle prospettive europee a medio e a lungo termine né sul significato globale dell’unità europea. Sarà l’elezione stessa, del resto, a porre a tutti, nessuno escluso, anche questi problemi, accanto a quelli ovviamente più pressanti della crisi economica internazionale, e della crisi conseguente della Comunità e di alcuni Stati membri.
Dobbiamo dunque, anche nelle presenti circostanze, ribadire che per i federalisti l’Europa è sempre stata un mezzo per un fine, e mai un fine in se stessa. Questo fine era e resta difficile da riconoscere, da volere e da perseguire perché ha portata storica (e quindi non corrisponde né alle aspettative immediate, né al cosiddetto senso della «realtà»); ed anche perché, in mancanza di elezioni europee, ciò che l’Europa può rendere possibile non era ancora sottoposto a scelte democratiche, a scelte di tutti. Ma l’elezione europea rovescerà questa situazione negativa. Al principio, cioè con la prima campagna elettorale europea, tutti si renderanno conto della natura europea dei problemi immediati di maggiore gravità, i problemi della crisi; e, in seguito, con lo sviluppo della lotta politica europea, verranno gradualmente in luce tutti gli altri problemi reali dell’Europa, ivi compresi quelli dei mezzi istituzionali (sino al completamento della costituzione europea) necessari per affrontarli e risolverli.
Ciò equivale a dire che nell’azione quotidiana di tutti, e non solo in quella dei federalisti, i problemi di contenuto stanno per prevalere sui problemi istituzionali anche per quanto riguarda l’Europa. Questa priorità dei contenuti sulle istituzioni — che corrisponde alla priorità morale degli scopi sui mezzi — va naturalmente vista nel contesto di un processo, di uno sviluppo. Si tratta dunque di stabilire come si possa convalidarla, accelerarla ed estenderla. È forse necessario, a questo scopo, distinguere sin da ora due fasi. La prima è quella che ci separa dal raggiungimento della soglia dell’irreversibilità sulla via dell’unità europea. Durante questa fase, che coincide con quella durante la quale si tratta di risolvere la crisi economica avanzando e non retrocedendo, e di consolidare la vita politica europea messa in moto con l’elezione, è indispensabile una larga unità delle forze democratiche e popolari, e quindi la priorità da far valere è quella dei contenuti che possono essere condivisi in modo unitario da tutte queste forze. In questa fase ogni tentativo di battersi per contenuti in ipotesi più avanzati, ma di fatto incompatibili con l’unità delle forze democratiche e popolari, gioverebbe solo alla loro divisione, ed impedirebbe pertanto sia di risolvere la crisi economica, sia di affermare la ancora fragile vita politica europea.
Un carattere completamente diverso potrà invece avere la seconda fase, quella che si profila al di là della soglia della irreversibilità dell’unità europea. Per valutare questa fase va tenuto presente che l’irreversibilità riguarda, in questo come in ogni altro caso, non solo il nuovo che comincia — la vita politica europea ma anche il vecchio che tramonta — la sovranità nazionale esclusiva. A questo riguardo i federalisti sanno una cosa essenziale, che sfugge ancora ai partiti ed alla cultura dominante. Con l’inizio della vita politica europea, multinazionale, avrà fine l’era delle nazioni; o, per meglio dire, l’era degli Stati chiusi ed esclusivi perché mononazionali (le nazioni, nella loro vera sostanza che è quella culturale, sono indistruttibili). In questo modo sarà tolto di mezzo in Europa, e in prospettiva nel mondo, lo Stato che abbiamo ereditato da un passato ormai trascorso, lo Stato che divide a livello internazionale le forze democratiche e popolari; e che, a causa di ciò, con lo sviluppo sempre maggiore dell’unità del genere umano ed il bisogno sempre maggiore di una politica di solidarietà mondiale, è divenuto il principale fattore di degenerazione della vita politica, sociale) morale e culturale.
A questo punto, conseguito lo scopo negativo (la distruzione degli Stati esclusivi), perseguibile solo con i mezzi del potere, la priorità da far valere potrà e dovrà essere quella dei contenuti relativi alla costruzione di una nuova società e di una nuova vita politica. E a parere dei federalisti questo fine è perseguibile soprattutto alla base e più con i mezzi tipici del federalismo — lo spirito comunitario e quello cosmopolitico — che con le vecchie armi del potere.
 
Mario Albertini

 

 

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