Anno XXXVII, 1995, Numero 2, Pagina 123

 

 

WILLIAM PENN
 
 
William Penn nacque a Londra nel 1644. Iniziò gli studi al Christ Church di Oxford, dal quale fu espulso per le sue idee anticlericali. Si recò quindi in Francia per proseguire gli studi e, una volta tornato in Inghilterra, studiò legge. Fondamentale per la sua vita fu l’incontro con la religione quacchera, avvenuto nel 1667 in Irlanda. Divenuto egli stesso quacchero, Penn fu più volte imprigionato per le sue idee religiose. Nel 1672 sposò Jenny Springett, anch’ella quacchera. L’America offriva spazio alle minoranze religiose e Penn, che vantava un credito verso la corona per le imprese del padre, l’ammiraglio William Penn, chiese e ottenne dal Re la concessione di una provincia, ribattezzata Pennsylvania. Penn si recò solo due volte nella colonia, ma ebbe un ruolo decisivo nella elaborazione della sua costituzione, improntata agli ideali di pace e di tolleranza. Morì a Ruscombe, in Inghilterra, nel 1718.
Le sue opere principali sono: No Cross, No Crown (Niente croce, niente corona), del 1669, scritto in carcere, An Essay towards the Present and Future Peace of Europe (Discorso intorno alla pace presente e futura dell’Europa), Fruits of Solitude (Frutti della solitudine), e Reflexions and Maxims Relating to the Conduct of Human Life (Riflessioni e massime concernenti la condotta della vita umana), tutte del 1693.
Nell’opera che pubblichiamo qui di seguito, il cui titolo completo è An Essay towards the Present and Future Peace of Europe by Establishment of an European Diet, Parliament or Estates, Penn, di fronte alle continue guerre che travagliavano l’Europa, riflette sulla necessità e sulla possibilità di instaurare la pace fra i paesi europei, e prefigura a tal fine la creazione di un organo europeo, che egli chiama Parlamento o Stato d’Europa, con il compito di dirimere le controversie fra gli Stati che ne fanno parte.
Ovviamente Penn è per molti aspetti figlio del suo tempo: nel suo pensiero non c’è spazio per contestazioni al principio d’autorità dei sovrani, alla cui volontà e ragionevolezza egli affida le sorti della sua proposta. Inoltre Penn non approfondisce i problemi della sovranità e da questo deriva l’inadeguatezza del meccanismo coattivo che egli prevede per imporre il rispetto delle decisioni prese dall’assemblea e punire i trasgressori, un meccanismo basato non tanto su un potere autonomo al di sopra degli Stati, ma su una prova di forza nei confronti dello Stato inadempiente da parte degli altri Stati coalizzati.
Ciononostante quest’opera presenta più di un motivo di interesse per la storia del pensiero federalista laddove traccia un lucido parallelo tra la convenienza per l’uomo di rinunciare ad essere «re di sé stesso», accettando un governo, e i vantaggi, in termini di pace e di giustizia, che trarrebbero «i principi sovrani d’Europa», dal fatto «di chiamare loro sovrano questa Dieta imperiale, Parlamento o Stato d’Europa». Come gli individui, sottomettendosi a un governo, accettano che alla forza sia sostituito il diritto nel regolare i loro rapporti, così gli Stati, entrando a far parte di quella che egli chiama «Lega o Confederazione europea», mettono in atto lo stesso principio, che sta alla base del superamento dell’anarchia internazionale, identificata dal pensiero federalista come la vera causa della guerra.
Un elemento originale del progetto di Penn, che lo differenzia da quello di poco posteriore dell’Abbé de Saint-Pierre, è che l’autorità europea che egli propone ha le caratteristiche di un vero e proprio parlamento. Il progetto dell’Abbé prevedeva un’Assemblea costituita dai sovrani europei, mentre il parlamento di cui parla Penn dovrebbe essere composto da rappresentanti dei sovrani il cui numero dovrebbe variare sulla base della valutazione della ricchezza sia del territorio dello Stato sia del sovrano stesso.
Da segnalare è poi il fatto che Penn propone di includere in questo consesso Turchia e Moscovia, liquidando la questione con un «come pur parrebbe giusto e conveniente». Se si pensa agli anni in cui egli scrive, pendente la crisi legata alla revoca dell’editto di Nantes, ciò costituisce un bella testimonianza di cosmopolitismo e di tolleranza religiosa.
Preoccupato delle obiezioni sulla «praticabilità» della sua proposta, Penn presenta un esempio concreto, quello delle Province Unite d’Olanda, come modello per unire più Stati trasferibile al livello europeo, e fa riferimento al saggio di William Temple, inglese residente all’Aja, Observations upon the United Provinces of Netherlands, del 1672, che analizza la struttura istituzionale delle Province Unite e il principio dell’articolazione della sovranità su più livelli.
Nell’analisi dei vantaggi della messa in atto della sua proposta il Discorso di Penn presenta molte ingenuità legate, come già detto, alla mancanza di fondamenti teorici laddove si scontra con i problemi della sovranità, ma si intravedono intuizioni importanti. Ad esempio, egli indica la sua proposta come portatrice dei vantaggi offerti dalla monarchia universale per la pace e la sicurezza del continente senza i difetti di una tale monarchia, identificati con la tendenza allo sfruttamento dei paesi sottoposti ad essa. E contrappone inoltre agli svantaggi derivanti dai «gravi tributi pagati alle folte schiere di soldati», necessari per tenere assoggettate le popolazioni, e dal fatto che «capi e soldati… non erano altresì avvezzi né disposti a interessarsi alle genti in loro soggezione», i vantaggi derivanti, nella struttura «confederale», dal fatto che i compiti di governo rimarrebbero affidati ai prìncipi e ai governi nazionali. In questa ripartizione di competenze si notano numerose assonanze, entro i limiti del pensiero costituzionale dell’epoca, con i vantaggi del decentramento dei poteri ad un livello il più vicino possibile al cittadino.
Infine, all’obiezione secondo la quale «ove aderissero a questa proposta, prìncipi e Stati sovrani perderebbero la loro sovranità, cosa che, ovviamente, non accetterebbero mai», Penn risponde che «i prìncipi, in patria, resteranno tanto sovrani quanto lo sono sempre stati» […] «Se ciò si può chiamare una diminuzione della sovranità, sarà solo perché ciascun paese sarà difeso da ogni prevaricazione e messo nell’impossibilità di commetterla». E’ questo un concetto molto importante, riemerso alla ribalta della storia in anni recenti, quando, nell’era nucleare, la gestione della sicurezza è diventata sempre più aleatoria e gli stessi depositari del potere si sono resi conto che l’unica via per renderla effettiva è la reciproca garanzia di sicurezza.
L’opera di Penn testimonia dunque che al la fine del ‘600 una parte importante della cultura e della società europea non aveva accettato la guerra come un evento ineluttabile, ma ne aveva indagato cause e rimedi.
 
 
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DISCORSO INTORNO ALLA PACE
PRESENTE E FUTURA DELL’EUROPA
 
Per la costituzione di un’Europa ordinata in una Dieta o in un Parlamento o in Stati generali
Beati pacifici, cedant arma togae
 
Al lettore
 
Ho affrontato un argomento che, considerato il deplorevole stato dell’Europa, lo so bene, richiederebbe qualcuno più competente di me per trattarlo; ma, sebbene sia proprio della valentia cogliere e dibattere siffatto tema, cionondimeno i valenti possono, al pari dei mediocri, fallire in questo cimento. Oso, pertanto, sperare che questo saggio, ove dovesse rivelarsi non chimerico, né ingiurioso, non mi sia imputato ad errore, e possa destare l’interesse di penne più capaci della mia a migliorare e a perfezionare il progetto con miglior giudizio e successo. Null’altro dirò a mia difesa per aver assunto questo compito, salvo il fatto che esso è il frutto dei miei preoccupati pensieri intorno alla pace dell’Europa. Coloro che si diranno offesi da una tale pacifica proposta avranno tanto bisogno di compassione quanto il mondo ne ha di pace. Lasciamoli dunque biasimare la conduzione di tale impresa, a patto che si adoperino per trarre beneficio dal mio progetto, poiché, fin quando il millenarismo non abbia a trionfare, nulla mi pare di più benigno effetto di un mezzo pratico per raggiungere la pace e la felicità in questo angolo del mondo.
 
I. Della pace e dei suoi vantaggi.
 
Non può essere un uomo, ma piuttosto una statua di bronzo o di pietra, chi non si muove a compassione alla vista delle sanguinose tragedie di questa guerra, in Ungheria, in Germania, nelle Fiandre, in Irlanda e sul mare; della mortalità nei campi e sui navigli malsani e dell’enorme quantità di vittime, che i venti e le onde impazzanti hanno mietuto dal 1688 sino ad oggi. E, così come ciò con ragione dovrebbe commuovere l’animo umano, e profondamente offenderlo, c’è qualcos’altro di non meno inquietante che un uomo saggio dovrebbe considerare: cioè gli enormi costi che hanno accompagnato questo spargimento di sangue e che non sono cosa da poco in questa tragedia; specialmente se in aggiunta all’incertezza della guerra, della quale non può conoscersi né l’esito, né la fine, si consideri che la spesa per sostenerla non è destinata a diminuire, mentre tutti i rischi, presenti al momento di intraprenderla, continuano ad incombere in tutta la loro gravità.
Accade certamente che, quando non si è in pace, di questa si apprezzano le gioie e i benefici: ma purtroppo la sventura vuole che l’umanità abbia repugnanza per la pace, quando la possiede, proprio come avviene a uno stomaco, che rifiuta i pasticcini al miele; e proprio come avvenne a quello sciagurato gentiluomo, che avendo per moglie una donna buona e gentile, ma andando alla ricerca del piacere in una compagnia proibita e certamente meno acconcia, disse, a chi gliene faceva giusto rimprovero, che avrebbe sicuramente amato sua moglie più di ogni altra donna, se ella non fosse stata, per l’appunto, sua moglie, a dispetto del fatto che questa circostanza accrescesse per lui l’obbligo di preferirla. E’ dunque una caratteristica della nostra corrotta natura, che dovrebbe umiliarci profondamente ed invitarci a esercitare la nostra ragione in modo più giusto e degno, l’incapacità di apprezzare il valore dei nostri beni, come di compiacercene, quando li possediamo. Allo stesso modo non avvertiamo il valore della salute, se non quando cadiamo ammalati; né possiamo comprendere la soddisfazione che deriva dall’abbondanza, se non fummo prima bisognosi; né, infine, perveniamo ad amare la pace, se non dopo aver conosciuto i mali della guerra. Questa è, senza dubbio, una delle ragioni per le quali Dio così frequentemente fa uso della guerra per unirci.
Cosa possiamo desiderare più della pace se non la grazia di poterne approfittare? La pace protegge le nostre proprietà, non corriamo il rischio di subire invasioni, il commercio prospera libero e sicuro e possiamo destarci al mattino e coricarci la sera con il cuore libero dall’angoscia. I ricchi spendono le loro ricchezze e danno lavoro ai poveri operai. Procede la costruzione di case e di altri edifici tanto per l’utile che per il diletto. La pace promuove l’industria che porta ricchezza la quale, a sua volta, permette la carità e l’ospitalità, che non sono certo trascurabile decoro di qualsiasi regno o repubblica. Ma la guerra, come il tremendo gelo dell’83, distrugge d’un subito questi benefici e interrompe l’attività civile della società. I ricchi ritirano le loro ricchezze e i poveri si fanno o soldati, o ladri oppure muoiono di fame. L’industria muore, non si edificano più case, vengono meno le manifatture, l’assistenza e la carità. Ciò che la pace ha donato è divorato dall’ingorda guerra. Né ho bisogno di aggiunger altro in questo capitolo, per esser i vantaggi della pace e gli orrori della guerra tanti e tanto manifesti a tutti e a tutti i governi di qualsiasi sorta. Passerò subito a questo argomento: qual è il miglior modo di mantenere la pace? Questo mi faciliterà il cammino per arrivare a ciò che ho da proporre.
 
II. Dei mezzi per ottenere la pace: seguire la giustizia piuttosto che la guerra.
 
Poiché la giustizia ha un ruolo protettivo, essa è miglior apportatrice di pace di quanto non lo sia la guerra. Benché pax quaeritur bello sia detto comune, la pace è la fine della guerra, come diceva Oliver Cromwell. Tuttavia l’uso frequente di questo motto dimostra che, davvero, gli uomini preferiscono ricercare il loro bene con la guerra piuttosto che con la pace e che, così come tanto spesso violano questa pace per ottenere ciò che desiderano, difficilmente si riappacificano dopo aver saziato i loro appetiti.
Se esaminiamo la storia di tutte le epoche, scopriamo che gli aggressori sono sempre stati spinti dall’ambizione, dall’orgoglio della conquista e dal desiderio di ingrandire i loro domini piuttosto che dal buon diritto; ma poiché quei leviatani non appaiono che raramente in questo mondo, mi sforzerò di mettere in evidenza il fatto che essi non avrebbero potuto distruggere la pace del mondo ed impossessarsi di interi paesi come hanno fatto, se la proposta che io faccio ora per il bene del nostro mondo fosse stata allora posta in pratica.
Ci si avvede del vantaggio che la giustizia ha sulla guerra, osservando il successo delle ambasciate, le quali spesso impediscono le guerre, ascoltando le proteste e le ragioni delle parti lese. Può darsi che questo successo sia dovuto a una reputazione da mantenere, a una modestia di mezzi da tener presente, a particolari interessi o alle convenzioni tra i principi e tra gli Stati, più che al concetto di giustizia; ma è certo che, dal momento che le guerre non possono naturalmente avere altre giustificazioni che i torti ricevuti e il diritto rifiutato alla protesta, è in qualche modo in questi pretesti che, per la più parte, trovano la loro origine le guerre. Ciò si capisce meglio, prendendo le mosse dal proprio paese, giacché quella che impedisce una guerra civile è, del pari, la medesima cosa che è atta a impedire una guerra fra nazioni, vale a dire la giustizia. Ci avvediamo di ciò se osserviamo che in quei particolari regni e Stati, in cui essa è in sommo grado conculcata, inevitabilmente scoppia la guerra fra il popolo e i suoi legittimi governanti. Il che, come può vedersi, sempre accade, a prescindere dal fatto che il torto può essere dalla parte del popolo. Pertanto dovrebbero prendersi contro i principi le medesime misure che si avrebbero a prendere nel caso che il popolo fosse nel suo buon diritto a prenderle, benché io sia costretto ad ammettere come, in tal caso, il rimedio sia quasi peggiore del male. Gli aggressori, quando vittoriosi, ottengono raramente quello che vogliono e il risultato che si sono ripromessi di raggiungere, ed il sangue versato e la povertà, che normalmente si accompagnano a questa sorta di avventura, pesano sulla terra e sul cielo più di quello che essi persero o soffrirono, o di quanto fecero per migliorare la loro condizione. E’ questa una beffa in cui sembra manifestarsi la voce del Cielo e il giudizio di Dio contro la violenza di siffatte imprese. Ma, per tornare a noi, io dico che la giustizia è l’unico mezzo di pace che esista fra un governo e il suo popolo, come fra un uomo e quanti gli siano vicini. La giustizia, infatti, previene i contrasti e alla lunga vi pone fine, poiché al di là dell’onta e della paura a continuare la lotta, chi sia sotto un governo è costretto a limitare le proprie istanze, come la propria ira, alla soddisfazione che può dargli la legge. Dunque la pace è mantenuta dalla giustizia, la quale è frutto del governo il quale, a sua volta, lo è della società e la società nasce dal consenso.
 
III. Il governo: sua origine e suo fine riguardati in tutti i modelli che di quello si danno.
 
Il governo è un mezzo per prevenire la confusione, un impedimento opposto al disordine: un giusto contrappeso e un fattore di equilibrio tale che nessuno possa nuocere ad altri o a sé medesimo per intemperanza.
In antico, non avevano luogo controversie patrimoniali di sorta, giacché, alla morte di un padre o di un capo famiglia, veniva a succedergli il primogenito o il parente maschio più prossimo. Ma, con tempo, e col moltiplicarsi il mondo degli uomini, si dovette far fronte a nuove richieste e pretese, rintracciare la fonte originale delle quali è per noi arduo altrettanto, quanto oscure sono, sotto questo profilo, le copie, in nostro possesso, delle scritture prime di cose civili e religiose. Ma è certo che la forma più umana e naturale di governo è quella che nasce dal consenso, perché — se mi è concesso esprimermi così — essa lega gli uomini, per loro libera obbedienza, a regole che essi stessi hanno creato.
Ognuno cerca d’esser giudice di sé stesso, il che elimina la confusione e il sangue, che si accompagnano a troppo numerosi giudici ed esecutori di giustizia. Al di fuori della società, infatti, ciascun uomo è come il re di sé stesso e fa a suo rischio quel che gli aggrada, mentre, entrando a far parte di una società, l’uomo sacrifica questa prerogativa per il bene della comunità e, in cambio, ne riceve protezione. In questo modo, non è più il suo proprio giudice, né il suo proprio vendicatore, né il suo proprio antagonista: la legge, ora, è in mani diverse dalle sue. Se ora l’uomo è costretto a servire altri uomini mentre prima era libero, riceverà, allo stesso tempo, i servigi di altri che prima non avevano alcun obbligo verso di lui. Pertanto, sebbene in tal modo noi non ci apparteniamo più, ci appartengono tutti gli altri e da questo stato di cose riceviamo più di quanto perdiamo, essendo la sicurezza della società la sicurezza dei singoli che la compongono. In conclusione, mentre ci sembra di sacrificare ogni nostro bene alla società, è proprio per merito di questa che possiamo conservare ciò che possediamo.
Il governo è dunque la misura di prevenzione o la cura contro il disordine; è apportatore di giustizia, come di pace. Abbiamo Tribunali e Parlamento per questa ragione: per mitigare le passioni e i risentimenti; per far sì che gli uomini non siano giudici delle proprie cause, né punitori dei propri peccati, poiché, data la corruzione che li caratterizza, essi non osserverebbero alcuna misura o metodo, cosicché, in ogni caso, non farebbero mai il loro dovere. Non che gli uomini non sappiano che cosa è giusto, non vedano i loro eccessi, non conoscano le loro colpe, ché anzi non v’è per loro nulla di più chiaro, ma la natura umana è così depravata che, in assenza di una qualsiasi forma di legge, troppi sarebbero coloro che, ove non vi fosse in un modo o nell’altro una qualche costrizione, non sarebbero disposti a fare quel che essi sanno esser giusto e convenevole, né ad evitare quanto per contro dovrebbero essere ben contenti di non fare. Questo concetto ci riporta al discorso intrapreso ed è per offrirne migliore comprensione che ho brevemente discusso, a mo’ di introduzione, di pace, di giustizia e di governo. Infatti i modi e i mezzi con cui viene conservata la pace sotto particolari governi, aiuteranno i lettori interessati alla mia proposta a rendersi conto di quanto sia facile e utile raggiungere e preservare la pace in Europa. Questo è lo scopo che mi sono riproposto, in ispirito d’umiltà verso quanti avranno la bontà di volgere il loro interesse a questo mio trattatello.
 
IV. Su una pace generale ovvero sulla pace in Europa e sui mezzi per raggiungerla.
 
Nella prima parte del mio saggio, ho mostrato quanto la pace sia desiderabile. In quella che segue illustrerò il vero mezzo per conquistarla, cioè con la giustizia e non con la guerra. Nell’ultima parte, infine dimostrerò come la giustizia sia frutto del governo, esattamente come il governo nasce dalla società, e questa sia per prima nata da un disegno della ragione, accarezzato dai pacifici.
Ora, se i principi sovrani d’Europa, che rappresentano o la società o lo stato di autonomia l’uno nei confronti dell’altro in cui ebbero a trovarsi gli uomini, prima che avessero stanza i vincoli della società, volessero — in forza della medesima ragione che in antico indusse gli uomini a mettersi in società, vale a dire sotto la spinta dell’amore per la pace e per l’ordine — convenire per incontrarsi, rappresentati dai loro delegati, in una Dieta universale, in Stati generali o in Parlamento, e se stabilissero, in questo incontro, regole di giustizia che ogni principe sarebbe tenuto a osservare; se convenissero di riunirsi ogni anno, o almeno una volta ogni due o tre anni, ovvero ogni qualvolta ne ravvisassero la necessità; e formalmente convenissero di chiamare loro sovrano questa Dieta imperiale, Parlamento o Stato d’Europa; se, infine, convenissero di portare al cospetto di questa sovrana assemblea tutte le divergenze pendenti fra uno Stato sovrano e l’altro, che le ambasciate non avessero trovato modo di risolvere prima che l’assemblea desse inizio alle sue assise; se, inoltre, si accordassero acciocché — nel caso in cui una delle potenze componenti la Dieta rifiutasse di sottomettere le sue pretese alla maggioranza, ovvero di attenderne le decisioni e di portarle ad effetto, o semplicemente ne tardasse la messa in pratica, superando la scadenza stabilita nelle risoluzioni dell’assemblea — tutte le altre potenze sovrane, riunite in un’unica grande forza, costringessero lo Stato in questione a sottomettersi, a pagare i danni alla parte lesa e le spese ai regni che gli hanno imposto la sottomissione; ebbene, allora certamente l’Europa otterrebbe finalmente la pace tanto agognata e tanto necessaria per i suoi tormentati abitanti. In questo modo, nessuna nazione avrebbe la potenza e la possibilità di contrastare le decisioni prese, cosicché la pace sarebbe conquistata e mantenuta in Europa.
 
V. Delle cause di divergenze e dei motivi di violazione della pace.
 
Mi sembra che vi siano solo tre cose per le quali viene violata la pace: la volontà di conservare, quella di riprendere e quella di conquistare.
Prima di tutto, il diritto di conservare ciò che ho il diritto di possedere contro l’invasione del nemico. In questo, mi tengo semplicemente sulla difensiva. In secondo luogo, quello di riprendere, quando mi sento abbastanza forte per farlo, quello che, per la violenza di una nazione più potente, io stesso o i miei antenati abbiamo perso: in questo caso, sono in posizione offensiva. Finalmente, il desiderio di incrementare i miei possedimenti, conquistando le terre dei miei vicini, in quanto essi si trovano in una posizione di debolezza ed io in una di forza. Per saziare questa fame, scoppierà sempre qualche incidente che potrà servire come pretesto per agire. Inoltre, conoscendo la mia forza, potrò sempre essere il giudice di me stesso.
Quest’ultimo caso non si verificherebbe mai nella Dieta, costituendo essa un ostacolo insormontabile per tali ambizioni. Gli altri due casi, per contro, potranno verificarsi sovente e trovare giustizia presso tal Corte Suprema. E se si considererà quanto scarsi siano i frutti della preda e con quale rapidità essi si manifestino come tali, ciò potrà accadere non più di una volta ogni due generazioni, talché una volta che il progetto vada in porto, non sarà facile rompere l’equilibrio.
 
VI. Dei titoli, a causa dei quali si possono produrre queste divergenze.
 
Ma ecco che vedo chiaramente delinearsi una domanda, «che cosa è il diritto?», alla quale, secondo il mio modo di vedere può ben darsi una risposta, giacché in caso contrario, non sapremmo mai da che parte stia il torto. E’ cosa questa che chiede d’esser messa bene in chiaro, anche se ritengo sia più giusto che tale questione sia risolta dagli Stati sovrani che non dal mio giudizio. Cionondimeno per quel che posso fare per gettar luce su una tal materia, dirò che il titolo del buon diritto è stabilito o da una lunga e incontestata successione, come nel caso delle corone di Spagna, Francia e Inghilterra o da elezione, come avviene per le corone dell’Impero e della Polonia, o per via di matrimonio, come per la famiglia degli Stuart in Inghilterra, per l’Elettore del Brandeburgo nel Ducato di Clèves, per noi Inglesi, in antico, in diversi paesi stranieri ovvero ancora per virtù d’acquisto, come di frequente è accaduto in Italia e in Germania, o infine per conquista, quali quelle che portarono i Turchi nella Cristianità, gli Spagnoli nelle Fiandre — regioni quest’ultime in precedenza appartenenti alla Francia — i Francesi in Borgogna, Normandia, Lorena, Franca Contea, ecc. Fra tutti i titoli di buon diritto, solo quest’ultimo, vale a dire di conquista, è, moralmente parlando, dubitabile. Se infatti ha, per vero, conquistato un posto fra gli altri titoli, nell’elenco di questi vi è stato inciso con la punta della spada e a caratteri di sangue. Ciò che non è possibile controllare o a cui non è possibile resistere va accettato; ma tutto il mondo conosce la durata di tali imperi, ché essi spirano a un tempo con la potenza di coloro che li hanno conquistati. Tuttavia si può a volte ammettere la conquista, quando essa sia sancita da articoli di pace, sebbene questa non sempre estingua il fuoco, giacché l’oggetto della conquista si comporta come i carboni ardenti sepolti sotto la cenere, pronti a riaccendersi alla prima occasione. In ogni caso, quando la conquista è stata confermata da un trattato e da un accordo di pace, devo pur riconoscerla come un titolo acquisito, poiché, sebbene poco naturale e genuino, per esser stato inculcato, esso si basa cionondimeno sul principio che sostanzia la certezza di ogni buon titolo: il consenso.
Non c’è che un’altra cosa che va menzionata in questa parte del mio trattato: a partire da quale momento devono i titoli essere considerati come tali, e a quale epoca dobbiamo risalire per contestarli o riconoscerli? Sarebbe temerario e imperdonabile da parte mia pretendere di rispondere a una domanda così delicata almeno per quanto riguarda l’ultima pace generale, quella di Nimega, lo scoppio della guerra da essa conclusa, o l’entrata in vigore del trattato di pace. Debbo rimettermi al giudizio degli esperti di questa materia. Ma ciascuno deve consentire a cedere qualche cosa o a rinunziare a talune pretese, acciocché possa conservare il resto ed essere sempre certo, in questo modo, di non dover perdere più nulla.
 
VII. Della composizione di questa Dieta generale.
 
A prima vista, la composizione di questa Dieta sembra dar luogo a talune difficoltà per quanto concerne i voti da attribuire a ciascuno dei principi e a ciascuno degli Stati, a cagione della disparità che regna fra essi. Ma ove il problema fosse affrontato da uomini di miglior giudizio del mio, l’ostacolo, penso, non sarebbe insormontabile: se, infatti, fosse possibile avere una stima del valore della rendita annuale di ciascuno di questi paesi sovrani, i cui delegati devono comporre questa augusta assemblea, non sarebbe cosa impossibile a mettere in pratica lo stabilire il numero delle persone o dei voti che, nell’assise, andrebbero attribuiti a ciascun Stato sovrano.
Ora, poiché l’Inghilterra, la Francia, la Spagna, l’Impero, eccetera, possono consentire una stima abbastanza accurata, considerando i proventi della terra, le esportazioni e le importazioni, i ruoli delle tasse, e considerando altresì le forme di esame e controllo che ciascun governo adotta, in rapporto alle tasse, onde giustificarne l’imposizione, è certo che non ci si arresterebbe al problema ora accennato, ove si avesse il benché minimo desiderio di pervenire alla pace dell’Europa. Chiedendo venia a tutte le parti in causa, vorrei presentare una sorta di regola, che, benché io riconosca esser ben distante dalla realtà, e senza perciò né sostenerla, né pretendere di proporla come base per una stima, per averla io scelta a caso, cionondimeno, pur nella sua distanza dalla realtà, potrebbe dare al mio intelligente lettore un’idea di ciò che intendo dimostrare. Ponendo mente il mio lettore al fatto che io non considero i proventi del principe, ma il valore del territorio, prendiamo in considerazione il tutto, e la ricchezza del principe e quella del territorio. Si raggiunge in questo modo un risultato più preciso, perché può accadere che un principe abbia guadagni più sostanziosi di un altro, che pure disponga di un paese più ricco, fermo restando che nell’ipotesi che sto per avanzare non vi sia alcun bisogno di precisione, giacché, come ho detto, questa mia «regola» è proposta solo a mo’ d’esempio.
Supponiamo dunque che l’Impero di Germania mandi dodici delegati; la Francia, dieci; la Spagna, dieci; l’Italia, che viene subito dopo la Francia, otto; l’Inghilterra, sei; il Portogallo, tre; la Svizzera, quattro; la Danimarca, tre; la Polonia, quattro; Venezia, tre; le Sette Province, quattro; i tredici Cantoni e piccoli Stati vicini, due; i Ducati di Holstein e di Curlandia, uno; e se Turchia e Moscovia avessero a inserirsi nell’assemblea, come pur parrebbe giusto e conveniente, avrebbero, diciamo, dieci delegati ciascuno. In totale, i delegati sarebbero perciò novanta; una presenza importante, dato che essi rappresenterebbero un quarto, e forse il migliore e più ricco, del mondo conosciuto; quel quarto del mondo nel quale la religione e la cultura, la civiltà e le arti, hanno la loro sede e il loro impero. Comunque, non sarebbe sempre assolutamente necessaria la presenza di così tante persone per rappresentare i maggiori Stati sovrani, giacché il diritto di voto può esser benissimo esercitato da un solo uomo di un qualsiasi Stato, invece che da dieci o dodici, benché sia cosa certa che quanto più l’assemblea delle nazioni è numerosa, tanto più essa è solenne ed efficace e tanto più liberi possono essere i dibattiti che vi si svolgeranno, specie se si consideri che le decisioni da prendere devono assumere quanto maggior autorità possibile. La prima riunione dovrebbe aver luogo, di preferenza, nel centro d’Europa, le altre potrebbero tenersi in luoghi concordati.
 
VIII. Dei regolamenti della Dieta europea in riunione.
 
Onde evitare discussioni per la precedenza, la sala potrebbe esser rotonda, con parecchie entrate e uscite, per impedire che si avessero a fare eccezioni. Se il numero dei delegati è tale da potersi dividere in gruppi di dieci delegati ciascuno tale che ciascun gruppo possa eleggere a presidente uno dei delegati, tutti i delegati componenti i diversi gruppi potranno, a turno, rivestire questa carica. Il presidente sarà quello cui ci si dovrà rivolgere per ottenere la parola, colui che dovrà ricapitolare i dibattiti e deliberare la messa ai voti delle mozioni. L’esercizio del voto esigerebbe altresì, a mio parere, lo scrutinio segreto secondo il prudente e consigliabile metodo dei Veneziani. Questo metodo previene, in grande misura, i tremendi effetti della corruzione. Infatti, se anche uno qualsiasi dei delegati di questa alta e potente assise fosse così vile, falso e disonesto da esser influenzato dal denaro, avrebbe sempre la possibilità di prendere il danaro e tuttavia votare, seguendo i propri principi e le proprie inclinazioni, senza che nessuno venisse a saperlo, come d’altronde ben sanno quanti conoscono il meccanismo delle votazioni. E’ questo un consumato marchingegno e un pratico rimedio contro la corruzione dei delegati, o almeno contro i loro corruttori, giacché chi vorrebbe mai dare il proprio denaro potendo essere smascherato con tanta facilità, e potendosi scommettere con assoluta certezza che lo sarebbe? Quelli poi che accettassero il denaro, sarebbero disposti a mentire ai loro corruttori, piuttosto che far torto al proprio paese, ben sapendo che le loro menzogne non verrebbero da quelli mai messe in piazza.
Mi parrebbe opportuno che in tale Parlamento imperiale nulla dovrebbe poter esser deciso senza una maggioranza dei tre quarti dei membri o almeno della metà più sette. Sono certo che questa misura aiuterebbe a prevenire il tradimento perché, anche se il denaro potesse mai costituire una tentazione in un simile contesto, ne servirebbe una gran quantità per far pendere la bilancia dalla parte dell’ingiustizia.
Tutte le proteste dovrebbero essere notificate per iscritto in forma di memoriali o di diari conservati da persona adatta in un armadio o in una cassaforte, che dovrebbe avere tante serrature diverse quanti sono i gruppi dei delegati. Inoltre se, per ogni gruppo, ci sarà un segretario, nell’assemblea si dovrà provvedere a uno scranno o a un tavolo per questi funzionari. Al termine di ogni seduta, dovrà darsi incarico a un delegato di ciascun gruppo di esaminare e confrontare i resoconti e i diari dei segretari e di metterli sotto chiave così come ho descritto; sarà questa una soddisfacente misura di sicurezza. Com’è giusto, ciascuna nazione potrà ottenere, a richiesta, una sorta di digesto o copia dei memoriali, nonché dei resoconti delle procedure che abbiano avuto a riguardarla.
Non potranno certamente venir meno, in cotale assise, ne siamo certi, la libertà della parola e le sue buone regole, che sono l’una e le altre, ai fini del suo onore come della sua sicurezza, quanto di più saggio e nobile può possedere ciascun Stato sovrano. E se qualche divergenza dovesse sorgere fra quanti rappresentano la medesima parte sovrana, a votare per questa sarà il delegato di maggioranza. Ritengo assolutamente necessario che ogni Stato sia tenuto a farsi rappresentare sotto pena delle più severe sanzioni e che nessuno possa abbandonare l’assise se non gli sia stato concesso dagli altri, sin che la sessione stessa non sia giunta alla fine. Ritengo altresì assolutamente necessario che in nessun caso e in nessun modo sia tollerata l’astensione dai dibattiti, giacché una tal licenza darebbe luogo a procedure scorrette e sarebbe seguita da una quantità di inconvenienti alcuni dei quali scontati, altri imprevedibili. Non ho molto da dire circa la lingua in cui dovrebbero esser tenute le assise di questa Dieta, ma, certamente, non potrebbe quella essere che il latino o il francese. Se il latino sarebbe ottima cosa per i giuristi, la seconda meglio si converrebbe a uomini di qualità.
 
IX. Delle obiezioni che potrebbero esser fatte al progetto.
 
Prima di tutto voglio rispondere alle obiezioni che potrebbero essere mosse alla mia proposta e, nella prossima e ultima parte del trattato, tenterò di mostrare i diversi vantaggi che si avrebbero nella costituzione di questa Lega o Confederazione europea.
La prima obiezione è questa: lo Stato sovrano più potente e ricco non vi aderirebbe mai e, quand’anche lo facesse, ci sarebbe un costante pericolo di corruzione, se non addirittura di violenza in qualsiasi momento. Rispondo alla prima parte dell’obiezione, con il dire che, per quanto potente possa essere questo Stato, non lo sarà mai più di tutti gli altri Stati messi insieme e questa è una ragione di più perché lo si sproni e lo si costringa ad accettare di far parte della Dieta; soprattutto prima che questo Stato diventi tanto forte, che non sarà più possibile negoziare con esso. Quanto alla seconda parte dell’obiezione, dico che senza dubbio la corruzione sarà tentata allora come lo è adesso, con la differenza che allora sarà ristretta a pochi casi e potrà essere più facilmente smascherata. Comunque, se saranno scelti uomini di onore, di buon senso e con una loro sostanza, essi avranno o modo di respingere tali bassezze o di che ripagare per un atto di disonestà; potranno inoltre almeno esser soggetti a una sorveglianza di tal natura, che l’uno cioè sia controllore dell’altro e tutti siano controllati dai prudenti limiti che pone loro lo Stato sovrano, che essi rappresentano. In tutte le questioni più importanti, è d’uopo che, specie prima di una deliberazione finale, siano obbligati a riferire ai loro superiori sul merito di siffatti casi importanti e a ricevere le istruzioni finali. Ciò dovrà esser fatto fra un minimo di quattro e un massimo di venti giorni, a seconda del luogo ove avrà sede l’assemblea.
La seconda obiezione è che questa assemblea comporterebbe un rammollimento dei diversi Stati, per causa della soppressione del mestiere delle armi, e che, ove all’occasione vi fosse bisogno dell’esercito, si andrebbe incontro a una disfatta, quale ebbe a soffrire l’Olanda nel 1672.
Non può esserci in realtà alcun pericolo di rammollimento perché ogni Stato sovrano può introdurre una disciplina, severa o almeno moderata, nell’educazione della sua gioventù, disciplina che sia sorretta da una vita semplice e da un lavoro adeguato. Insegnate ai giovani la meccanica, la filosofia naturale e la pratica, discipline che fanno l’onore della nobiltà tedesca. Questo farebbe dei giovani degli uomini, senza farne delle femminette, ma senza neppure ridurli a leoni, ché i soldati si pongono all’estremo corrispondente e opposto a quello dell’effeminatezza. La conoscenza della natura e l’utile quanto dilettevole cultura delle arti donano agli uomini lo strumento per la comprensione di sé stessi, del mondo nel quale sono nati, nonché i mezzi per essere utili e giovevoli agli altri come a sé stessi; insomma per preservare e aiutare, non per ferire e distruggere. La conoscenza in generale del modo di governare, delle diverse costituzioni dei paesi d’Europa e soprattutto di quella della propria nazione sono cose la cui realizzazione è altamente raccomandabile. Ciò prepara il cittadino a occupare un posto nel Parlamento e nei Consigli nazionali, come nelle corti dei principi e infine, all’estero, in questi Stati generali. Almeno sarà un buon cittadino, capace di rendere servigi alla comunità o di ritirarsi quando l’occasione lo richiederà.
Tenterò adesso di rispondere alla seconda parte dell’obiezione, che concerne la preoccupazione di restare senza soldati, come accadde all’Olanda nel ‘72. La mia proposta risponde già da sé. Non si avranno più guerre, né se ne andrà a cercare l’occasione. Né è pensabile, una volta messo in piedi un tale impero, che qualcuno possa mantenere una forza tale da mettere a repentaglio la sicurezza degli altri Stati. Comunque, se ve ne fosse la necessità, gli altri Stati sovrani potranno chiedere perché mai un tal Stato levi o mantenga un siffatto formidabile corpo di armati, onde si farà a questo obbligo di riformarlo o ridurlo nel timore che, disponendo di un così grande corpo di truppe, possa tentare un colpo di mano contro un vicino. Ma certamente, una piccola forza armata in ciascuna nazione, adeguata alle possibilità di questa e alla sua tradizione a mantenerla, riuscirebbe a prevenire tale pericolo e a vanificare ogni tentativo violento.
La terza obiezione concerne la grande richiesta di occupazione da parte dei figli più giovani di molte famiglie e il fatto che i poveri non possono scegliere che fra il divenire soldati o farsi ladri. Ho risposto a questo con la replica alla seconda obiezione. Avremo più mercanti e agricoltori, se il governo sarà appena un po’ sollecito a riguardo dell’educazione della gioventù, cosa questa che, dopo il benessere presente e immediato di una qualsiasi nazione, dovrebbe essere la preoccupazione e l’oggetto delle più grandi cure da parte di un buon governo. Questo perché, comunque sia cresciuta, la gioventù di un qualsiasi paese formerà la prossima generazione e da essa dipenderà se il governo sarà in buone o in cattive mani.
Sono ormai giunto all’ultima obiezione secondo cui, ove aderissero a questa proposta, principi e Stati sovrani perderebbero la loro sovranità, cosa che, ovviamente, non accetterebbero mai. Ma anche questa considerazione, se vagliata attentamente, si scoprirà errata, giacché i principi, in patria, resteranno tanto sovrani quanto lo sono sempre stati. Non diminuirà infatti, l’autorità che essi hanno sul popolo, come non diminuiranno i proventi che il popolo assicura loro; al contrario, potendosi ridurre i fondi stabiliti per la guerra, ne verrà che essi potranno essere meglio impiegati a vantaggio del pubblico. Se ciò si può chiamare una diminuzione della sovranità, sarà solo perché ciascun paese sarà difeso da ogni prevaricazione e messo nell’incapacità di commetterla. Cedant arma togae è un motto glorioso, è la voce della colomba, il ramo d’olivo della pace, una così grande grazia che, quando a Dio piace castigarci severamente per i nostri peccati, lo fa per lo più con il flagello della guerra, un tormento che è ad ogni altro superiore nel lasciare le piaghe più profonde.
 
X. Dei benefici che derivano da questa proposta per la pace.
 
Sono arrivato all’ultima parte del mio scritto, nella quale voglio enumerare alcuni dei numerosi benefici reali che saranno procurati da questa proposta per la pace presente e futura dell’Europa.
Non lasciate, vi prego, cadere in non cale quel che può prevenire lo spargimento di tanto sangue umano e cristiano. Per una cosa tanto offensiva agli occhi di Dio e tanto terribile e affliggente per gli uomini, quale sinora è stata la guerra, il nostro disegno va caldeggiato a dispetto di tutte le obiezioni. Infatti, che cosa un uomo può dare di meglio in cambio della vita che non sia la sua anima?
Benché i capi dei governi siano raramente esposti di persona, essi hanno il dovere di proteggere la vita dei loro popoli; non sono essi forse responsabili davanti a Dio del sangue che viene versato durante il loro regno? E’ così che, oltre alla perdita di tante persone, così importanti per qualsiasi governo, sia quali braccia per il lavoro che per la crescita della popolazione, saranno evitate le grida e i pianti di tante vedove, genitori e orfani, odiosi alle orecchie di tutti i governi e naturali conseguenze di qualunque conflitto.
C’è ancora un altro beneficio manifesto che sarà procurato alla cristianità da questa proposta di pace. Forse, agli occhi degli infedeli, la reputazione del cristianesimo sarà in qualche misura ripristinata; una reputazione che ha grandemente sofferto a cagione di tante lotte sanguinose ed ingiuste, non solo contro gli infedeli, ma fra i cristiani stessi.
Indegnamente, infatti, considerando la loro santa confessione, troppe volte i cristiani, che si gloriano del nome del loro Salvatore, hanno sacrificato il suo credito e la sua dignità alle loro passioni mondane con la stessa frequenza con la quale si sono lasciati eccitare dagli impulsi dell’ambizione o della vendetta. Essi non sempre ne hanno avuto il diritto e, d’altronde, non sempre a spiegare una guerra c’è la rivendicazione di un diritto. Non soltanto cristiani contro cristiani di credo diverso, ma anche cristiani appartenenti alla medesima confessione, hanno immerso le mani gli uni nel sangue degli altri, invocando con tutte le forze il buon Dio misericordioso per il successo delle loro armi e la distruzione dei loro fratelli. Eppure il loro Salvatore ha detto ad essi che Egli è venuto appunto per salvare, non già per distruggere le vite degli uomini, per donare e stabilire la pace fra loro e se, in un certo senso, possiamo dire che egli manda la guerra, essa è una guerra santa contro il demonio, non contro l’uomo.
Di tutti i titoli di Cristo, è senz’altro per noi tutti il più glorioso e il più consolante quello che lo chiama il Principe della pace. L’esser Principe di pace è sua natura, suo ufficio, sua opera, così come la pace è il fine e la benedizione grandissima di Colui che è venuto a fare e a preservare la nostra pace con Dio.
E’ fuor di dubbio notabile cosa che in tutto il Nuovo Testamento Egli non sia chiamato che una sola volta «leone» e più spesso «agnello di Dio». Questo titolo sta a significare la Sua natura gentile, mite e innocente e ad indicare il fatto che quanti desiderano farsi discepoli della Sua Croce e del Suo regno, ché l’una e l’altro sono fra loro inseparabili, devono somigliargli, come ci dicono San Paolo, San Pietro e San Giovanni. Non è detto che l’agnello riposerà accanto al leone, ma piuttosto che il leone dovrà stendersi accanto all’agnello come la guerra dovrà cedere il posto alla pace e il soldato dovrà divenire eremita.
Certamente i cristiani non dovrebbero essere inclini alla lotta, pronti ad attaccare chiunque e, soprattutto, a causa delle gioie futili e incerte di questo basso mondo. Ecco un vasto campo d’azione per il reverendo clero d’Europa, che tanto controlla i principi e i popoli. Che questo clero raccomandi i miei pacifici strumenti, intesi a metter fine allo spargimento di sangue, se non alle dispute. Sarà allora la ragione, in libero dibattito, a giudicare e non la spada. Cosicché la giustizia e la pace, che sono gli ideali e i frutti dei governi saggi e le benedizioni più preziose di qualsiasi nazione, potranno forse risultare dalla messa in pratica di questa proposta.
Il terzo beneficio è costituito dal risparmio di denaro, sia da parte del principe che da parte del popolo. In questo modo si evitano fra principi e popoli quegli scontenti e quegli equivoci che seguono alle enormi spese per la guerra e i principi sono messi in condizione di spendere per l’istruzione, la carità, le manifatture e simili, che sono le virtù dei governi e l’ornamento delle nazioni. Né è questo il solo vantaggio, che sotto specie di denaro e di prosperità, viene agli Stati sovrani, al cui servizio e per la cui felicità questo breve saggio è dedicato.
Il nostro progetto permette di risparmiare le enormi spese che le numerose e splendide ambasciate, con la loro appendice di spie e di informatori, da noi richiedono e che, perfino sotto i governi più oculati, hanno assorbito grandissime somme di denaro, somme al cui dispendio si accompagna altresì un insieme di pratiche immorali, quali la corruzione dei servitori perché tradiscano i loro padroni rivelandone i segreti. Corruzione questa, che certamente non raccomandano né le virtù cristiane, né le antiche virtù romane. Ma quando non c’è nulla da temere, c’è ben poco che possa suscitare la necessità di sapere, talché il beneficio derivante da tali informazioni è ben poca cosa o scompare del tutto. Potrei menzionare anche le pensioni alle vedove e agli orfani di coloro che muoiono in guerra o agli infelici che ne tornano menomati. Queste pensioni rappresentano una voce importante e cospicua per i bilanci di talune nazioni.
Il quarto beneficio è rappresentato dal fatto che i paesi, le piccole e le grandi città che possono venire distrutte dalla rabbia della guerra sono, con la messa in pratica di questo progetto, preservate. E’ questa una benedizione che sarebbe certo ben vista e ben capita nelle Fiandre e in Inghilterra e, d’altra parte, non solo in queste nazioni, ma anche in quelle che sono quasi sempre teatro di distruzione e di rovina. Di ciò ci è testimone la storia d’Inghilterra e della Scozia e non abbiamo bisogno di chiedere conferme provenienti d’oltre oceano.
Il quinto beneficio di questa pace è l’agio e la sicurezza dei viaggi e dei traffici, una felicità non più conosciuta da quando l’Impero romano si è disgregato, dando luogo alla nascita di un così gran numero di Stati. E’ tuttavia facile immaginare la comodità di poter viaggiare tranquillamente attraverso l’Europa, muniti di un salvacondotto di una qualunque delle nazioni europee, salvacondotto che sarà naturalmente autenticato da questa Lega. Coloro che hanno viaggiato per la Germania, composta di un così gran numero di piccoli Stati, conoscono il valore e la necessità di questo documento per via delle numerose soste e dei molteplici controlli che vengono fatti lungo il viaggio. Non parliamo poi di quelli che hanno girato tutta l’Europa. Questo sistema porta ai benefici di una monarchia universale, ma non agli inconvenienti che di solito ad essa si accompagnano. Infatti, benché gli individui di tutte le nazioni, quando queste facevano parte di un unico impero, godessero nel fatto di questi vantaggi, le province, che ora formano i regni e gli Stati d’Europa, gemevano per le grandi somme di denaro rimesse al trono imperiale, per l’ambizione e la cupidigia di tanti proconsoli e governatori, nonché dei gravi tributi pagati alle folte schiere di soldati, che esse mantenevano per esserne soggette, capi e soldati che non erano altresì avvezzi, né disposti a interessarsi delle genti in loro soggezione, per trovarsi in quelle terre in stato di incertezza, per aver colà da fare quella fortuna che i lor propri sovrani sempre facevano balenare loro. Per contro, esser governati dai principi e dai governi nazionali, in una con il beneficio di quella pace e di quella sicurezza, che sole possono rendere una monarchia universale desiderabile, è fatto peculiare della nostra proposta ed è per questa ragione che essa va preferita ad altre.
Altro beneficio è quello che, stante la lor maggiore floridezza, verrà ai cristiani da un’accresciuta sicurezza contro le invasioni dei Turchi. Sarebbe stato infatti impossibile per la Porta prevalere con tanta frequenza, a dispetto della gran lontananza di quell’impero dalla cristianità, se non fosse stato o per la incuria o per la volontaria connivenza, quando non addirittura per il sostegno di qualche principe cristiano. Per la medesima ragione, acciocché nessun monarca cristiano si avventuri a opporsi o a distruggere una tale unione di Stati, lo stesso Gran Signore si vedrà egli stesso obbligato a concorrervi al fine di garantire la sicurezza di quanto possiede in Europa e colà, a dispetto di tutta la sua forza, si troverà in presenza di un potere che lo sovrasta. Preghiere, lacrime, tradimenti, sangue, devastazioni di guerra, tutto quanto ha sofferto la cristianità specie in queste due ultime generazioni, non possono che aggiungere credito alla nostra proposta, come alla benedizione della pace che umilmente qui raccomandiamo.
Il settimo beneficio, consentito da una Dieta imperiale d’Europa, da un Parlamento o da Stati generali siffatti, sta nel fatto che produrrà e accrescerà quell’amicizia personale fra principi e Stati, che tende a sradicare la guerra e a impiantare la pace in un terreno solido e fecondo. I principi, infatti, hanno la curiosità di vedere le corti e le città degli altri paesi, a guisa dei privati, e lo farebbero, se potessero con sicurezza e semplicità secondare le proprie inclinazioni. Sarebbe grande incentivo per la tranquillità del mondo che essi potessero conversare faccia a faccia e personalmente dare e ricevere i segni della civiltà e della gentilezza. Un’ospitalità capace di destare siffatte impressioni ben difficilmente lascerà che gli affari ordinari prevalgano fino a provocare errori o liti. L’emulazione si risolverebbe in esempi di atti di bontà, di leggi, di buoni costumi, di istruzione, di arte, di edifici, nonché in particolare negli atti di carità, vera gloria dei governi di taluni Stati, nei quali i mendicanti sono un caso tanto raro quanto lo sarebbe altrove non vederne alcuno.
Né, d’altronde, è tutto questo il beneficio che verrebbe da questo libero muoversi e intrattenersi dei principi fra loro. Ne sarebbe infatti preservato quel naturale affetto per le figlie e le sorelle dei principi, affetto che vediamo poco meno che smarrito, allorché vanno spose in corti straniere, giacché il presente stato di insincerità, in cui versano i principi, impedisce loro di godere quel conforto di natura, che è posseduto dalle famiglie comuni. Dal momento, infatti, che una figlia o una sorella travasi sposa di altra testa coronata, la natura è sottomessa all’interesse e, per la più parte, non basata su solide e commendevoli fondamenta, bensì sull’ambizione e la criminale cupidigia. Dico perciò che la libertà dei principi, che nascerebbe per effetto della nostra proposta di pace, restaura la natura nei suoi diritti e restituisce alle famiglie dinastiche la dignità loro, donando ai principi quel conforto che essa porta con sé, quando è preservata nel suo giusto posto. Ivi le figlie potrebbero intrattenere di persona i loro padri, le sorelle i loro fratelli, stante la buona comprensione regnante fra esse e i loro mariti, e la natura, non conculcata dal non aver stanza o da sinistri interessi, per contro resa forte dalla vista e dalla vita di tali facili relazioni, è quasi certo che prevarrebbe. I principi non possono resistere facilmente alle voci affezionate di sollecitatori tanto potenti quanto possono esserlo i loro figli e nipoti, o le loro sorelle e i figli e figlie di queste e, all’inverso, non potrebbero i figli resistere ai genitori, le sorelle ai fratelli all’invito di mantenere in vita e preservare le loro famiglie, in forza di una buona intesa fra sé e i rispettivi coniugi.
Concludendo questa sezione, c’è un altro manifesto buon vantaggio, che segue a questo buon commercio e a questa benigna intesa, che parmi starebbe molto a cuore ai principi, vale a dire il fatto che essi potrebbero scegliersi le spose da soli, seguendo l’amore e non già meramente l’intento di secondare il loro interesse, che è motivo ignobile e che di rado genera o fa perdurare quella gentilezza che avrebbe a usarsi fra gli uomini e le loro mogli. E’ questa una soddisfazione che ben pochi principi conobbero e alla quale tutti gli altri piaceri non possono che esser secondi. E’ cosa questa che mi ha sovente indotto a pensare che la superiorità degli uomini comuni, quanto a gioie familiari, è sufficiente contrappeso a fronte della maggior potenza e gloria di quelli, per esser la potenza e la gloria cosa che si dà piuttosto nell’immaginazione che nella realtà e per esser sovente fondata sull’assenza del diritto, e, al contrario, per esser quel beneficio degli uomini comuni naturale, solido e commendevole. Oltre a ciò, genitori che si amino avanti a sposarsi, cosa che raramente accade ai principi, hanno buona e generosa influenza sulla loro prole, talché i figli, in forza dell’esempio ricevuto, si fanno mariti e mogli migliori. E’ cosa questa che al massimo impedisce gli amori illegittimi e le jatture di quegli intrighi che per solito ne conseguono. Quanti dissensi prolungati, guerre, desolazioni non sono scaturiti nei tempi più diversi dalla mancanza di affetto e di buona e gentile intesa fra i principi e le loro mogli? Quante innaturali divisioni fra i loro figli, quale rovina mai per le loro famiglie non ne sono derivate, anche a non voler considerare la rovina dei loro figli? Ecco che vi propongo un mezzo per prevenire tutto ciò, un mezzo insieme naturale ed efficace, in grado di rendere felici tanto i principi, quanto i loro popoli. La natura, infatti, rinnovata e rafforzata dai mutui pegni e dalla reciproca affezione da me menzionati lascerà nell’animo dei principi impressioni dolci e gentili a tal punto che la corte e il popolo non mancheranno certamente di coglierne e avvertirne gli effetti, specie ove popolo e corte abbiano la saggezza di mostrare quanto abbiano a cuore la felicità dei figli e dei parenti dei loro principi. Questo palese interesse non soltanto inclinerebbe i principi a esser buoni, ma indurrebbe i parenti dei principi a farsi parte diligente presso costoro, ove per avventura avesse sciaguratamente a sorgere un qualche dissapore fra popolo e loro sovrano. Con il che ho finito. Non mi resta ora che concludere questo discorso che, quand’anche con esso non abbia avuto a piacere allettare o a rispondere alle sue aspettative, cionondimeno mi offre il conforto di aver dato espressione alle mie buone intenzioni e di non essergli costato che poco denaro e tempo; la brevità è una scusa, se non una virtù, quando il soggetto del discorso non sia gradevole o si mostri mal seguito.
 
Conclusione.
 
Intendo concludere questo mio progetto intorno a uno Stato europeo, o Dieta imperiale o Parlamento d’Europa, o a Stati generali d’Europa, tornando per un momento ai temi prima affrontati e che possono riguardare quanti siano interessati, una volta in patria, a riferire queste cose alla particolare esperienza che ciascuno di essi ha compiuto entro il suo proprio Stato.
L’Europa può raggiungere e preservare la pace fra gli Stati sovrani con quelle medesime regole di giustizia e di prudenza con le quali i genitori e i padroni governano le loro famiglie, i magistrati le loro città, gli Stati generali le loro repubbliche, i principi e i re i loro principati e i loro regni. D’altronde le guerre non sono che duelli fra principi e, al modo stesso in cui il governo, nei regni e negli Stati impedisce agli uomini di farsi da sé giudici e giustizieri, controlla le private passioni perché incitamento all’offesa o alla vendetta, e assoggetta tanto il grande quanto il piccolo a quella regola di giustizia, per la quale il potere non può né vanificare, né opprimere il diritto, così non può uno Stato far valere la propria indipendenza e la propria sovranità a spese di uno Stato vicino — giacché l’uno e l’altro hanno dismesso quell’originaria pretesa, a beneficio e conforto della società — del pari tenendosi conto di questo nell’insieme non meno che nelle parti, non sarà difficile concepire o mettere a punto, se non addirittura portare ad effetto, il disegno da me testé proposto.
Al fine di meglio intendere e rendere più perfetta l’idea che qui presento ai principi e agli Stati sovrani d’Europa, ai fini della sicurezza e tranquillità di questa, è opportuno io raccomandi loro di fare attenta lettura della disamina che Sir William Temple ha fatto delle Province Unite. Lo studio del Temple è un esempio e una risposta concreta alle obiezioni che possono esser avanzate contro la praticabilità della mia proposta. E’ anzi un’esperienza che non solo soccorre al caso nostro, ma che aitresì supera le difficoltà che possono rendere opinabile l’attuazione del progetto.
Nel saggio del Temple ritroviamo, infatti, quei tre livelli che danno vita, negli Stati generali, a una sovranità così articolata: in primo luogo gli Stati generali medesimi; in secondo luogo le immediate istanze sovrane che li costituiscono, istanze che sono quelle delle province, corrispondenti a quegli Stati sovrani d’Europa che, con i loro delegati, sono destinati a costituire la Dieta europea ovvero Parlamento europeo o Stati generali d’Europa contemplati nella mia proposta; infine le tante città di ogni provincia che sono altrettanto indipendenti o distinte istanze sovrane, che compongono le sovranità delle province d’Europa, così come quelle delle province compongono gli Stati generali dell’Aja.
Confesso tuttavia di aver la passione di aspirare con tutto il cuore a che l’onore di proporre e di mandare ad effetto un così grande e buon progetto possa doversi, fra tutti i paesi d’Europa, all’Inghilterra, in quanto l’indole del nostro disegno sarebbe in qualche modo simile, sotto il profilo del progetto e della preparazione, a ciò in cui si dispiegarono la saggezza, la giustizia e i talenti di Enrico IV di Francia, le cui superiori qualità, elevandone la natura al di sopra dei suoi ascendenti come dei principi coevi, ben gli meritarono il titolo di Enrico il Grande. Era infatti Enrico sul punto di obbligare principi e Stati d’Europa a consentire al concerto politico, quando la fazione spagnola del suo regno ebbe a progettarne ed eseguirne l’assassinio per la mano di Ravaillac. Non avrò certo tema di esser contestato nel proporre tali strumenti per la presente e futura pace d’Europa, quando questi costituirono sostanza non solo del disegno, bensì della gloria di uno dei più grandi principi che ebbero mai a regnare su di essa, ed ebbero tali strumenti a trovare pratico impiego in uno dei più illuminati e potenti Stati europei. In conclusione, non ho pertanto nella proposta da me fatta che poca o nulla forma di responsabilità, così come non avrei alcun merito, qualora essa dovesse aver successo. L’esempio infatti che ci presenta questo grande re ci dice che è cosa opportuna a farsi, così come la storia narrataci da Sir William Temple ci mostra, con un insuperabile esempio, che il progetto può essere attuato, come ci mostra che l’Europa, con le sue miserie che non trovano somiglianza alcuna, ce ne impone la necessità. Quanto a me, la mia parte si risolve unicamente nel porvi mente in questa congiuntura e darne pubblica evidenza ai fini della pace e della felicità d’Europa.
 
(a cura di Carlo Guglielmetti)

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