Anno XXXIX, 1997, Numero 2, Pagina 100

 

 

THOMAS PAINE
 
 
Solo con la Convenzione di Filadelfia, nel 1787, il consolidamento istituzionale dell’Unione divenne l’obiettivo politico prioritario della rivoluzione americana. Alla convenzione di Annapolis, un anno prima, uno dei padri del federalismo americano, Madison, disperava ancora di poter giungere alla convocazione di una Convenzione per riformare la Confederazione, e sperava si potesse giungere almeno ad una commercial reform. E solo tre mesi prima della conclusione della Convenzione di Filadelfia, un altro padre della rivoluzione americana, Washington, scriveva a Hamilton di disperare che questa avesse un esito favorevole. Durante e dopo Filadelfia praticamente solo Hamilton colse lucidamente il senso rivoluzionario di quel che stava accadendo, e ancora oggi, al di fuori dei movimenti federalisti, l’aspetto federalista della rivoluzione americana viene preso raramente in considerazione. Non bisogna quindi meravigliarsi se chi, come Thomas Paine (1737-1809), non prese parte a quell’ultima fase della rivoluzione, riteneva che la battaglia federalista si fosse esaurita con la vittoria della guerra di indipendenza nel 1783. Per costoro la nuova Costituzione non era altro che un passaggio meccanico ed ineluttabile che la saggezza avrebbe prima o poi imposto alle ex-colonie.
Thomas Paine, che come vedremo prese attivamente parte alla prima fase della battaglia federalista, è noto soprattutto per il suo impegno a favore dei diritti civili. Tuttavia la sua esperienza ed il suo contributo rappresentano un esempio di quanto radicate fossero ormai le aspirazioni federaliste in America già durante la guerra di indipendenza e sono una interessante testimonianza di quanto fosse diffusa, fra gli Americani, la consapevolezza del compito costituente che avevano intrapreso.
Paine, imbevuto di ideali illuministi e antesignano della rivoluzione permanente, non seppe sempre temperare la tensione rivoluzionaria con una lucida analisi della realtà. Questo gli impedì, in momenti cruciali della storia americana ed europea, di conciliare la sua totale dedizione alla battaglia per affermare i valori universali dell’umanità con un impegno politico paziente, continuo e concentrato sugli obiettivi strategici del momento. Spesso si imbatté nella contraddizione tra i fatti ed i valori, e con rara abilità ed efficacia la denunciò. Ma, come egli stesso ammise, non fu un politico. Egli si considerò, e fu, un autore rivoluzionario prestato alla politica. Sicuramente durante la guerra di indipendenza fu uno dei più efficaci profeti della causa federalista, intuendone, come pochi suoi compagni di lotta di quegli anni, i possibili sbocchi.
Cittadino inglese per nascita, cittadino americano e francese per meriti rivoluzionari, poté a ragione scrivere nel suo testamento «di aver vissuto onestamente ed utilmente al servizio dell’umanità».[1]
 
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Abbandonata l’Inghilterra su consiglio di Franklin, dopo che aveva da tempo lasciato la provincia inglese in cui era nato e aveva conosciuto le molteplici possibilità d’azione e di studio offerte da una grande città come Londra, giunse a Boston nell’autunno del 1774 e, solo dopo poco più di un anno pubblicò a Filadelfia Common Sense (1776), il documento politico della rivoluzione, che mostrò ad Americani ed Europei il vero carattere della lotta per l’indipendenza americana. Common Sense fu uno dei più grandi successi editoriali dell’epoca (già nell’anno della sua apparizione ne furono vendute circa 150.000 copie). Indipendenza e Costituzione furono le parole chiave del successo di questo libro, parole che solo timidamente, prima della pubblicazione di Common Sense, erano circolate in America. L’identità dell’autore di questo pamphlet rimase a lungo anonima, tanto che inizialmente si ritenne, come ammise Jefferson, che Common Sense fosse opera di Franklin. Per anni Paine continuò a firmarsi e fu noto al pubblico americano ed europeo come Common Sense o, più concisamente, C.S.
Con questo scritto egli non solo aveva abbracciato la causa dell’indipendenza, ma anche quella federalista, abbozzando un piano per giungere alla costituzione federale in cui sosteneva che l’America aveva bisogno di una nuova forma di governo continentale, un sistema repubblicano di due livelli di potere federati. «La nostra attuale condizione egli scrisse — è quella di avere una legislazione al di fuori della legge; la saggezza priva di un piano; una costituzione senza un nome; e, quel che è più sorprendente, una indipendenza di fatto che deve ancora battersi contro la dipendenza».[2] Paine scriveva in un momento in cui non erano ancora maturi i tempi per definire i contenuti federalisti della nuova Costituzione americana. Ma dal brano di Common Sense che pubblichiamo di seguito emerge la sua consapevolezza della necessità di coinvolgere il popolo nel processo costituente e di proporre un piano costituente. Infatti un governo è legittimo, secondo Paine, solo se si fonda su di una costituzione. Non a caso egli definisce rispettivamente i paesi con e senza una costituzione come paesi con un governo legittimo e paesi con «una forma temporanea di governo»[3] (includendo fra questi la Gran Bretagna, per la quale nutriva ormai un profondo disprezzo).
La sua fama e la sua abilità di polemista erano sufficienti per giustificare l’incarico segreto affidatogli nel 1782, quando era già segretario del Comitato per gli Affari esteri del Congresso, dal Generale Washington, dal Sovrintendente alle Finanze Robert Morris e dal Segretario di Stato Livingston per «informare il Popolo ed incitarlo all’Azione». Essi cercavano infatti «l’aiuto di un’abile penna per far pressione sulle Assemblee degli Stati affinché approvassero le tasse necessarie».[4] L’obiettivo era quello di convincere l’opinione pubblica delle colonie che era necessario dare all’Unione una nuova struttura istituzionale, dotata di un livello di governo federale con poteri indipendenti di tassazione. Ma tutto ciò non poteva essere raggiunto senza il rafforzamento dei poteri del Congresso, e quindi senza una nuova costituzione appoggiata dal popolo. Il compito di Paine sarebbe stato quello «di preparare il popolo ad accettare tutti quei controlli e tutte quelle imposte necessarie al suo benessere».[5] Paine era consapevole del fatto che tra la stesura degli Articles of Confederation nel 1777 e la loro entrata in vigore nel 1781, molti Americani avevano ormai raggiunto la conclusione che era necessaria una profonda riforma costituzionale. Era infatti sempre più evidente che gli Articles of Confederation altro non erano se non una tappa appena più avanzata degli Articles of Association del 1774. Nei saggi e nelle lettere pubblicati sui giornali americani dell’epoca, egli riprese i temi trattati in Common Sense e condivise ed appoggiò gli scritti che Hamilton andava contemporaneamente pubblicando su The Continentalist.
Uno degli anelli deboli dell’Unione era a quel tempo costituito dalla ferma opposizione del Rhode Island a sottomettersi alla richiesta del Congresso di imporre una tassa su tutti i beni importati in America. Questa misura richiedeva l’accordo unanime di tutti gli Stati e il voto contrario a questo provvedimento da parte del Rhode Island aveva provocato una grave crisi della Confederazione. Paine espose a Morris il suo piano di interventi sulla stampa dopo che aveva già diffuso la sua prima lettera: «la seconda lettera sulla convenienza e sulla giusta distribuzione dell’imposta… La mia terza lettera sarà attentamente studiata per sostenere la necessità di un’unione più stretta, poiché ora siamo così poco legati tra noi che rischiamo di impiccarci a vicenda… Tutte queste difficoltà nascono dalle condizioni in cui versa l’Unione. Poiché ogni singolo Stato non sa quel che fa l’altro, difficilmente intraprende qualcosa».[6] Paine espresse quindi a Morris la convinzione che ormai il solo modo per superare l’ostacolo del veto delle Assemblee legislative dei singoli Stati fosse quello di proporre un sistema di governo in cui all’esecutivo spettassero «il diritto di fare la guerra e la pace, gli affari esteri, il comando dell’esercito e della marina, quando ne avremo una»,[7] mentre il legislativo, comprendente da tre a cinque delegati per Stato, avrebbe dovuto occuparsi delle leggi di interesse continentale riguardanti il commercio, il sistema postale e i dazi. Ma proprio all’indomani della decisione del Congresso, su proposta di Hamilton, di inviare una commissione in Rhode Island per convincere la sua Assemblea a tornare sui propri passi, e mentre Paine, su incarico di Morris, stava per scagliare una nuova campagna di stampa contro i nemici dell’Unione, tutto venne vanificato dal voto contrario alla tassa continentale da parte della Virginia.
Questa vicenda non ebbe il tempo di influire negativamente sull’esito della guerra contro gli Inglesi, ormai giunta a conclusione, ma rappresentò un gravissimo segnale d’allarme per l’avvenire dell’Unione.
 
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La fine della guerra di indipendenza segna per Paine, come abbiamo già accennato, il raggiungimento di un obiettivo intermedio, da cui sarebbe quasi meccanicamente scaturito un ulteriore rafforzamento dell’Unione, come spiega in The Last Crisis (1783). Ma per l’inquieto Paine, la rivoluzione non poteva fermarsi al continente americano.
Nella lettera all’Abbé Raynal (1782) egli aveva chiarito come la rivoluzione americana dovesse essere considerata un trampolino di lancio per affermare i valori universali della pace, della cittadinanza universale, della libertà nel resto del mondo e, innanzitutto, in Europa. Prendendo spunto dal saggio dell’Abbé Raynal Révolution d’Amerique (1781), Paine aveva preparato un saggio propagandistico di risposta, che discusse con Morris, in cui contestava l’opinione di molti Europei secondo cui i fatti d’America erano semplicemente il frutto di una esagerata accentuazione di un contrasto fiscale fra la madrepatria e le sue colonie. Egli rifiutava la definizione conservatrice e limitativa dell’Abbé Raynal del termine rivoluzione: un processo ciclico che, come nel moto dei pianeti, sarebbe tornato da dove era partito. Per Paine, invece, gli eventi americani erano rivoluzionari in quanto avevano abbattuto un modo preconcetto di pensare il governo degli affari umani, mutando irreversibilmente una struttura di potere e i comportamenti politici ad essa legati.
Egli era così convinto della necessità di esportare la rivoluzione americana che non esitò nel 1787 a ritornare in Europa, a Parigi, dove visse da protagonista anche la rivoluzione francese, diventandone uno dei principali sostenitori e divulgatori. Questa scelta lo emarginò dalla scena americana. Con Rights of Man (1791-92), la più famosa difesa della rivoluzione francese, superò addirittura in popolarità Common Sense. Divenuto membro della Convenzione nazionale francese, si batté nel 1793 contro la pena di morte votata per Luigi XVI. La sua mozione su Reasons for Wishing to Preserve the Life of Louis Capet non passò ed egli fu duramente e pubblicamente attaccato da Marat durante il dibattito che ne seguì alla Convenzione. Anche in relazione a questo episodio, venne sospettato di tradimento ed imprigionato durante il Terrore, mentre stava per pubblicare The Age of Reason. Ripudiato dalla Gran Bretagna, considerato ormai un cittadino francese dal Congresso degli Stati Uniti, e un traditore dal governo francese, Paine perse ogni diritto di cittadinanza. Riflettendo amaramente su questo stato di cose in uno scambio di lettere con l’allora ambasciatore americano a Parigi, James Monroe, scriveva: «Perché gli individui di una nazione non possono, attraverso i loro rappresentanti, esercitare il diritto di conferire la cittadinanza ad eminenti individui di altre nazioni senza con ciò mettere in alcun modo in discussione i propri diritti di cittadinanza, resta un problema irrisolto».[8] E Monroe gli rispondeva: «Essendo stato al nostro fianco durante la rivoluzione, appartenete al nostro paese esattamente come se vi foste nato e non siete più inglese di chiunque sia nato in America».[9] Questa certificazione indiretta di cittadinanza americana gli valse finalmente la scarcerazione dopo quasi un anno di prigionia in cui aveva tra l’altro rischiato di essere mandato a morte insieme a Danton.
All’indomani del colpo di Stato di Bonaparte, nel 1799, Paine decise di lasciare Parigi per tornare in America, dove visse gli ultimi anni della sua vita in costante polemica con la maggior parte dei suoi vecchi compagni di lotta federalisti. Egli era ormai ossessionato dal timore che la nascente vita politica americana, che si stava organizzando attorno alla competizione fra il partito repubblicano e quello federalista, degenerasse negli eccessi della rivoluzione francese, i cui «principi erano buoni, erano quelli dell ‘America, e gli uomini che li propugnavano erano onesti. Ma lo spirito fazioso presto soffocò i primi e condusse al patibolo i secondi».[10]
Ma l’America non seguì il destino della Francia, proprio perché, oltre a beneficiare della sua lontananza dalle lotte egemoniche europee, poté godere appieno e ancora per lungo tempo proprio di quel regno della legge che Common Sense aveva propugnato.
 
 
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COMMON SENSE*
 
Se c’è qualche fondato timore a proposito dell’indipendenza, è perché finora non è stato predisposto alcun piano. Gli uomini non vedono il loro futuro. Per contribuire a squarciare questo velo, propongo questi suggerimenti; allo stesso tempo affermo modestamente di non avere altra intenzione se non quella di far nascere qualche idea migliore. Possano i pensieri vaganti degli individui essere raccolti da uomini più saggi e capaci per essere migliorati.
Le assemblee [delle colonie] siano annuali, con un solo Presidente. La rappresentanza sia più equa. La loro competenza sia solo interna, e soggetta all’autorità del Congresso continentale.
Ogni colonia sia divisa in sei, otto o dieci opportuni distretti, e ciascun distretto elegga un appropriato numero di delegati al Congresso, in modo che ciascuna colonia invii almeno trenta delegati.
Il numero totale dei delegati al Congresso sia almeno di 390. Ogni Congresso venga convocato per scegliere un Presidente nel seguente modo. Quando i delegati si riuniscono, si scelga a sorte una colonia fra le tredici, dopodiché il Congresso scelga (per scrutinio) un Presidente fra i delegati di quella colonia. Il Congresso successivo scelga a sorte una colonia fra dodici, escludendo dal sorteggio quella che ha fornito il Presidente nel precedente Congresso, e si proceda in questo modo fino a quando il Presidente non sarà stato attribuito a rotazione a tutte le colonie. E affinché diventi legge solo ciò che è giusto, si fissi la maggioranza a tre quinti…
Ma poiché emerge una difficoltà peculiare nell’individuare chi, o come un simile meccanismo potrebbe essere avviato, e poiché appare più conveniente e coerente che ciò prenda il via da un organo intermedio fra i governati e i governanti, si convochi una CONFERENZA CONTINENTALE, secondo questa procedura e a questo scopo: un comitato di ventisei membri del Congresso, cioè due per ogni colonia; due membri per ciascuna assemblea, o Convenzione provinciale; cinque rappresentanti del popolo, eletti nelle capitali o nelle città di ciascuna provincia, per, e per conto dell’intera provincia, da tanti votanti quanti si ritiene possano giungere da ogni parte della provincia stessa per esprimere il loro voto; oppure, qualora fosse più conveniente, i rappresentanti potrebbero essere scelti in due o tre delle province più popolose. In questa Conferenza sarebbero così riuniti i due grandi principi della conoscenza e del potere. I membri del Congresso, delle assemblee o delle Convenzioni, avendo avuto esperienza delle questioni di Stato, saranno utili e capaci consiglieri, e il tutto, derivando il potere dal popolo, avrà una effettiva autorità giuridica.
Una volta riuniti, i membri della CONFERENZA dovrebbero definire una CARTA CONTINENTALE, o una Carta delle Colonie Unite (sull’esempio della Magna Charta inglese), con la quale verranno fissati il numero e le modalità di elezione dei membri del Congresso e dei membri delle assemblee, i periodi di seduta e le rispettive competenze (ricordando sempre che la nostra forza è continentale e non provinciale). Essa garantirà la libertà e la proprietà privata a tutti gli uomini, e innanzitutto la libertà di religione e di coscienza, e conterrà ogni altra disposizione che deve essere fissata in una Carta. Dopo aver fatto ciò, la Conferenza si scioglierà, ed i legislatori e i governanti del continente saranno quelli che saranno stati designati sulla base della Carta…
Agli organi che dovessero essere costituiti per assolvere a questi compiti propongo i seguenti passi di quel saggio osservatore della natura dei governi che era Dragonetti. «La scienza del politico», egli dice, «deve consistere nel fissare il punto di equilibrio fra la felicità e la libertà. Coloro i quali scopriranno una forma di governo capace di conciliare la massima felicità individuale con il minimo di Stato, meriteranno la gratitudine nei secoli — Dragonetti su virtù e premio».
Ma alcuni diranno: dov’è il re d’America? Amici, vi dico che egli regna in cielo, e non fa scempio dell’umanità come il Bruto Regale di Britannia. Tuttavia, per non venir meno agli onori terreni, si celebri il giorno della proclamazione della Carta, e la si ponga sotto la legge divina, la parola di Dio. Venga incoronata in modo che il mondo intero sappia che, ammesso di accettare la monarchia, in America la LEGGE E’ IL RE. Poiché come nei regni assoluti il re è la legge, così nei paesi liberi la legge dovrebbe essere il re, e nessun altro. Ma per prevenire qualunque abuso di questa cerimonia, si distrugga la corona, ed i suoi frammenti vengano sparsi tra i depositari del diritto, cioè tra il popolo.
Il governo è un nostro diritto naturale. Quando si riflette seriamente sulla precarietà degli affari umani, ci si convincerà di come sia infinitamente più saggio e sicuro elaborare noi stessi in modo freddo e consapevole una nostra costituzione, finché ciò è in nostro potere, piuttosto che fidare sul tempo e sul caso. Se non lo facciamo ora, verrà qualche Masaniello1 che, sulla spinta delle inquietudini popolari, raccoglierà attorno a sé disperati e scontenti e, assumendo il governo, come un diluvio si abbatterà sulle libertà del continente. Se il governo d’America dovesse tornare in mani britanniche, la vacillante situazione spingerà qualche disperato avventuriero a tentare a sua volta la fortuna. E in questo caso, che aiuto ci potrà venire dalla Britannia? Prima che le possano giungere notizie, il fatale misfatto potrebbe essere stato compiuto e noi ci troveremmo a soffrire come i Britanni oppressi da Guglielmo il Conquistatore. Chi si oppone all’indipendenza ora, non sa quel che fa, perché rischia di aprire le porte all’eterna tirannia per non voler creare un governo subito. Migliaia, decine di migliaia di individui pensano già che sarebbe un atto glorioso espellere dal nostro continente quel potere barbaro ed infernale che ha aizzato contro di noi Indiani e Negri per distruggerci, rendendo così la crudeltà inglese doppiamente colpevole, in quanto si serve perfidamente di quelli e viene esercitata brutalmente contro di noi.
Parlare di amicizia per coloro verso i quali la ragione ci vieta di avere fiducia, e che i nostri affetti feriti ci insegnano a detestare, è pura follia. Ogni giorno si porta via quel che rimane dei legami fra noi e loro, e c’è forse ragione di sperare che, con l’affievolirsi di questi legami, l’affetto aumenti, l’accordo ritorni, nel momento in cui abbiamo dieci volte più motivi di lamentarci?
Chi ci parla di armonia e riconciliazione, può forse riportarci il tempo passato? Può forse costui restituire alla prostituta la primitiva innocenza? Allo stesso modo potrebbe sperare di riconciliare la Britannia con l’America. L’ultimo legame si è spezzato, il popolo d’Inghilterra si rivolge ora contro di noi. Ci sono torti che la natura non può perdonare, perché cesserebbe di essere natura se lo facesse. L’amante può perdonare il violentatore dell’amata come il continente può perdonare gli assassini della Britannia. L’Onnipotente ci ha dato l’inestinguibile capacità di riconoscere ciò che è buono e saggio. Questa capacità è il guardiano della sua immagine nei nostri cuori e ci distingue dagli animali. Il contratto sociale si dissolverebbe, e la giustizia sarebbe sradicata da questa terra o avrebbe una precaria esistenza se rimanessimo insensibili ai richiami dei nostri sentimenti. Il ladro e l’assassino resterebbero impuniti, se i torti che riconosciamo non ci spingessero a fare giustizia.
Voi che amate l’umanità! Voi che osate opporvi non solo alla tirannia, ma anche al tiranno, mostratevi! Il vecchio mondo è invaso dall’oppressione. La libertà è cacciata in tutto il mondo. L’Asia e l’Africa l’hanno da tempo espulsa. L’Europa la considera una straniera e l’Inghilterra le ha intimato di andarsene. Oh! Accogliete la fuggitiva, e preparate per tempo un rifugio per l’umanità.
 
 
THE LAST CRISIS
 
Il debito che l’America ha contratto, paragonato con la causa che ha guadagnato, ed i vantaggi che ne avrà, non merita di essere menzionato. L’America può scegliere di fare e vivere felicemente come vuole. Il mondo è nelle sue mani. Essa ora non ha potenze straniere che possono sfruttare il suo commercio, intralciare la sua legislazione, controllare la sua prosperità. La battaglia è finita, cosa che prima o poi doveva accadere e che, forse, non sarebbe mai potuta accadere in un tempo migliore…2
E’ l’UNIONE DEGLI STATI, che comprende e rende lievi altre questioni minori, che deve imprimersi profondamente nelle menti. Il nostro grande carattere nazionale dipende da questo. E’ l’Unione che ci rende importanti all’estero e sicuri all’interno. E’ solo attraverso questo fatto che noi siamo riconosciuti come nazione nel mondo. E’ la bandiera degli Stati Uniti che rende le nostre navi ed il nostro commercio sicuri sui mari o nei porti stranieri. Lo stesso deve accadere per i nostri diritti di transito nel Mediterraneo. Tutti i nostri trattati, di alleanza, di pace, o per il commercio, devono essere stipulati sotto la sovranità degli Stati Uniti, e l’Europa ci deve conoscere così, non sotto altro nome o titolo.
Per quanto riguarda gli affari interni dei singoli Stati, è nel loro interesse mantenere la vecchia divisione dell’Impero [britannico], e oltre non possono spingersi. Ma nei confronti dell’esterno questa distinzione cessa. Infatti, se anche dovessero essere impiegate le entrate dello Stato più ricco dell’Unione, queste non basterebbero per difenderne la sovranità contro un attacco esterno. In breve, non abbiamo altra sovranità nazionale al di fuori degli Stati Uniti. Sarebbe fatale averne altra troppo costosa per essere mantenuta, impossibile da difendere. Gli individui o i singoli Stati possono chiamarsi come vogliono; ma il mondo, e soprattutto il mondo dei nemici, non può essere tenuto in soggezione dal suono di un nome. La sovranità deve avere il potere di proteggere tutte le parti che la compongono e la costituiscono: come STATI UNITI siamo pari all’importanza del nome, altrimenti no. La nostra unione, saggiamente ben regolata e cementata, è la via meno onerosa per essere grandi — la via più facile per essere potenti, e la più felice invenzione di governo che l’attuale situazione dell’America può consentire. Poiché prendendo da ciascuno Stato ciò che di per sé sarebbe inutile ed inadeguato, essa forma nell’insieme un aggregato che serve a tutti.
Gli Stati dell’Olanda sono uno sfortunato esempio degli effetti delle sovranità individuali. La loro condizione di divisione li espone ad intrighi, perdite, calamità e nemici; e la quasi impossibilità di prendere una decisione, e di eseguirla, è per essi, e sarebbe per noi, fonte di disgrazie infinite.
Per gli Stati confederati accade ciò che accade per gli individui nella società: si deve trasferire qualcosa per rendere più sicuro il tutto. In questa ottica si guadagna ciò che si concede, e si ha un profitto che supera il capitale. Sono colpito quando sento maldicenze sull’unione, il grande tempio della nostra libertà e sicurezza. E’ la cosa più sacra nella costituzione dell’America, di cui ogni uomo dovrebbe essere orgoglioso e avere cura. La nostra cittadinanza negli Stati Uniti è il nostro carattere nazionale. La nostra cittadinanza in ogni singolo Stato è solo la nostra caratteristica locale. Attraverso questa noi siamo riconosciuti all’interno, con la prima siamo riconosciuti nel mondo. Il nostro grande nome è AMERICANI; gli altri nomi secondari variano da luogo a luogo.
Per quel che hanno potuto i miei sforzi, essi sono sempre stati rivolti a conciliare gli affetti, unire gli interessi, dirigere e tenere unito lo spirito del paese; e per meglio contribuire a questo lavoro che ha posto le basi della rivoluzione, ho evitato incarichi vantaggiosi e cariche, sia nello Stato in cui vivo, che negli Stati Uniti; mi sono tenuto lontano da tutti i partiti e da legami di partito, accantonando le questioni private e marginali. E quando avremo di fronte il grande lavoro compiuto, e percepiremo, come dovremmo percepire, la sua giusta importanza, ci accorgeremo che le piccole zuffe e le indecenti contese private disonorano il nostro carattere e sono un’offesa alla nostra armonia.
La causa dell’America mi ha fatto diventare autore. La forza con la quale mi ha colpito, e la pericolosa situazione in cui versava il paese quando si tentava una impossibile ed innaturale riconciliazione con coloro i quali l’avevano ridotto in quello stato, invece di spingerlo verso il solo obiettivo che poteva unirlo e salvarlo, UNA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA, mi hanno impedito di restare in silenzio…
Ma con la fine della guerra, mentre ogni uomo si prepara a tornare a casa e a vivere tempi più felici, prendo congedo da questa impresa, che ho sempre seguito dall’inizio alla fine, ed in tutte le circostanze. E in qualunque paese mi dovessi trovare in futuro, sarò sempre orgoglioso della parte che ho avuto e di ciò che ho fatto, grato alla Natura ed alla Provvidenza per avermi concesso di essere in qualche modo utile all’umanità.
 
 
LETTER ADDRESSED TO THE ABBE’ RAYNAL
 
E’ ancora troppo presto per scrivere la storia della rivoluzione, e chiunque cerchi di farlo avventatamente confonderà protagonisti e circostanze e si imbatterà in errori e difficoltà. I fatti, come gli uomini, raramente possono essere compresi fin dall’inizio. Ma l’Abbé sbaglia proprio nelle parti fondamentali del suo lavoro, in quanto si è fatto un’opinione errata e generica delle cause che hanno prodotto la frattura fra l’Inghilterra e le sue ex-colonie, e che hanno condotto, passo dopo passo, senza premeditazione e studio alcuno da parte dell’America, ad una rivoluzione che ha attirato l’attenzione, ed ha influenzato gli interessi, dell’Europa.
Per provare quello che ho detto, citerò un passaggio che, sebbene posto nell’ultima parte del lavoro dell’Abbé, è strettamente connesso con l’inizio e in cui, parlando delle cause del conflitto, si esprime in questo modo: «Nessuna di quelle vigorose cause che hanno prodotto tante rivoluzioni nel nostro globo esisteva in Nord-America. Né la religione, né la legge sono state oltraggiate. Il sangue di martiri e patrioti non è colato dai patiboli. I principi morali non sono stati insultati. Usanze, costumi, abitudini, nessun simbolo caro alle nazioni è stato deriso. Nessun potere arbitrario ha strappato dalle braccia delle famiglie gli abitanti di quei luoghi, per portarli in una tetra cella. L’ordine pubblico non è stato sovvertito, i principi dell’amministrazione non sono stati cambiati, e le norme del buon governo hanno sempre goduto di buona fama laggiù. L’intera questione può dunque ridursi al fatto di decidere se la madrepatria aveva, oppure no, il diritto di imporre, direttamente o indirettamente, una qualche tassa alle colonie».
 
[...]
 
All’inizio dei contrasti la domanda che in generale ci si poneva in America era: saremo sempre legati, in ogni circostanza, al Parlamento britannico, oppure no? Sottomettersi alla tassa sul the avrebbe significato un riconoscimento del declaratory act, o, in altre parole, della supremazia universale del Parlamento che era ormai necessario sfidare nel momento stesso in cui cercava di far eseguire il suo atto, anche se non avevamo mai avuto intenzione di farlo.
 
[...]
 
Un’osservazione che ho già fatto in precedenti pubblicazioni è che il cammino della civiltà è ancora incompleto. Una reciprocità di intenti ha unito gli individui in ciascun paese in una sorta di società nazionale; e qui il progresso della civiltà si è fermato. Infatti è facile constatare che le nazioni si comportano fra loro (nonostante ciascuna interpreti nel modo che più le conviene il diritto civile ideale), come gli individui nello stato di natura. Esse non sono sottoposte ad alcun principio, non sono governate da alcuna legge, e ciascuna fa in piena indipendenza ciò che le piace e può.
Se avessimo potuto conoscere il mondo nel suo passato stato di barbarie, avremmo concluso che non sarebbe mai stato possibile portarlo all’ordine in cui si trova adesso. Lo spirito individuale era allora rozzo, forse più rozzo, di quanto non sia oggi lo spirito nazionale. Ma se abbiamo assistito al miglioramento del primo, perché dovremmo dubitare delle possibilità del secondo?
Esiste una maggiore predisposizione nell’umanità ad estendere e completare la civilizzazione delle nazioni oggi, di quanta ce ne fosse agli albori della civiltà negli individui separati. Allo stesso modo è più facile assemblare le parti di un meccanismo dopo che queste sono state costruite, piuttosto che doverle creare prima ex novo. L’attuale condizione del mondo è così diversa da com’era in passato che un nuovo impulso ne deriva alla mente dell’uomo, più di quanto non appaia ancora. I desideri degli individui, che produssero dapprima l’idea di società, sono adesso diventati i desideri delle nazioni, e ora non si può fare a meno di aspettarsi da un altro paese quello che prima ci si aspettava da un’altra persona.
La letteratura, la lingua del mondo, ha in qualche modo avvicinato l’umanità, e la sua diffusione continua a promuovere nuovi legami. Attraverso essa nazioni lontane imparano a comunicare, e superano gradualmente la difficoltà di sentirsi estranee ed il sospetto reciproco, perché imparano a conoscersi e a capirsi. La scienza, al di sopra di tutti i paesi, ma di tutti benefica patrona, ha aperto un tempio in cui tutti possono incontrarsi. La sua influenza sulle menti, come il sole sulla Terra, sta preparando da tempo le nazioni per una più alta cultura e per ulteriori progressi. Il filosofo di un paese non vede un nemico nel filosofo di un altro paese: egli siede nel tempio della scienza senza domandarsi chi siede accanto a lui.
Queste non erano le condizioni del mondo della barbarie. Allora i desideri dell’uomo erano pochi, e gli oggetti di cui aveva bisogno erano solo quelli che aveva a portata di mano. Così egli viveva in uno stato di indipendenza tale che c’erano tante nazioni quanti individui a contendersi ciò di cui si era privi o a difendere ciò che già si possedeva. Gli uomini non si dedicavano a quel tempo ad attività e a studi con cui coltivare la mente. Il tempo era così un alternarsi di fatica ed ozio. Le sole occupazioni erano la guerra e la caccia, i soli piaceri il cibo ed il sonno.
Ora non è più così. Il mutamento del modo di vivere ha creato innumerevoli occupazioni e l’uomo ha ormai mille cose da fare che prima non aveva. Invece di impegnarsi in attività selvagge, l’uomo può oggi occuparsi dell’arte, della scienza, dell’agricoltura e del commercio, delle raffinatezze da gentiluomo come dei principi della società, e della conoscenza del filosofo.
Ci sono molte cose che in sé non sono né buone né cattive, ma che producono conseguenze che invece sono buone o cattive. Così il commercio, moralmente neutro, ha avuto una notevole influenza nel forgiare la mente umana. Nell’antichità l’avidità aveva generato guerre continue e crudeli e il tempo era sprecato in simili attività. L’indolenza in cui vivevano gli uomini trasformava il tempo libero in un male, e l’ozio era occasione di abbrutimento e non di elevazione delle menti.
Con il commercio gli uomini hanno ormai a disposizione un numero crescente di beni, ed hanno modificato il loro modo di pensare e di agire. Così essi hanno incominciato ad emanciparsi dalle attività elementari cui lo stato di indolenza ed una mente inattiva lo costringevano. Ciò ha a sua volta contribuito ad allargare ulteriormente la sfera del commercio, inducendo Stati un tempo belligeranti ad allacciare rapporti commerciali.
Così, come ho detto, la condizione del mondo è stata materialmente modificata dall’influenza della scienza e del commercio, e oggi non solo si ammette, ma si desidera un ulteriore progresso della civiltà. Resta tuttavia ancora un nemico da sconfiggere: il pregiudizio. Il mondo è passato attraverso la sua divisione in imperi e confini. Oggi non esiste più l’idea di sottomettere i paesi che avevano i Greci ed i Romani, e l’esperienza ha mostrato quanto sia illusorio cercare di ottenere profitto dalla guerra. In breve, le ragioni per promuovere la guerra sarebbero drasticamente ridotte se non fosse per quel demonio che si aggira nella società, il pregiudizio, inseparabile compagno del rancore e dell’insocievolezza.
C’è qualcosa di estremamente curioso nel modo d’essere e d’agire del pregiudizio. Esso ha la singolare abilità di adattarsi a tutte le menti umane. Alcune passioni e vizi sono poco diffusi tra l’umanità, e solo qua e là trovano accoglienza e rifugio. Ma il pregiudizio, come il ragno, alberga ovunque. Non predilige luoghi particolari, ha solo bisogno di spazio. Non ci sono situazioni, eccetto il fuoco e l’acqua, in cui un ragno non sopravvive. Perciò bisogna mantenere la mente libera come le pareti di una abitazione vuota ed abbandonata, buia come una cella, ma adorna di tutte le abilità del pensiero. Che faccia caldo o freddo, che ci sia buio o luce, in luoghi solitari o abitati, il pregiudizio, se indisturbato, tesserà la sua ragnatela, e vivrà come un ragno dove ciò sembrerebbe impossibile. Se qualcuno gli preparerà del cibo adattandolo al suo palato ed al suo gusto, qualcun altro farà lo stesso, e come possiamo dire che deriviamo molte passioni dal mondo animale, così possiamo definire il pregiudizio il ragno della mente.
Forse mai due eventi hanno operato così intensamente e congiuntamente per combattere ed espellere il pregiudizio come la rivoluzione americana e l’alleanza con la Francia. I loro effetti si sono fatti sentire e la loro influenza si estende ormai al vecchio ed al nuovo mondo. Il nostro modo di pensare ha subito una rivoluzione più straordinaria della rivoluzione politica del nostro paese. Vediamo con altri occhi, sentiamo con altre orecchie, pensiamo con altri pensieri. Possiamo finalmente osservare i nostri vecchi pregiudizi come se fossero i pregiudizi altrui. Li riconosciamo come pregiudizi e nient’altro; e liberi dai loro ceppi, godiamo di una libertà della mente che ignoravamo. Nessun argomento, per quanto potente, nessun ragionamento, per quanto elegante, avrebbe potuto produrre un simile cambiamento, così necessario all’ampliamento della mente e alla concordia del mondo, senza le due circostanze della rivoluzione e dell’alleanza.
Se l’America si fosse staccata tranquillamente dalla Gran Bretagna, non si sarebbe verificato nessun mutamento materiale nelle menti. Le stesse nozioni, gli stessi pregiudizi e presunzioni, avrebbero continuato a governare i due paesi e, ancora schiavi dell’errore e dell’educazione, avremmo continuato a navigare nella regione del pensiero volgare e consueto. Ma da quando l’America è libera grazie a noi stessi, oltre che alla Francia e alla stessa Inghilterra, ogni angolo della mente è finalmente ripulito da ragnatele, veleni e polvere ed essa è pronta per la felicità.
 
(a cura di Franco Spoltore)


[1] John Keane, Thomas Paine. A political Life, London, Bloomsbury Publishing Plc, 1995, p. 533.
[2] Thomas Paine, Common Sense, in Eric Foner (acura di), Paine, Collected Writings, NY, The Library of America, 1995, p. 50.
[3] Mark Philp, Paine, Oxford, Oxford University Press, 1989, p. 34.
[4] John Keane, op. cit., p. 218.
[5] Ibid.
[6] Ibid., p. 236.
[7] Ibid.
[8] Ibid., p. 418.
[9] Ibid.
[10] Ibid., p. 468.
* I brani qui pubblicati di Common Sense e The Last Crisis sono tratti da Eric Foner (a cura di), Paine, Collected Writings, NY, The Library of America, 1995, pp. 32-36, passim e pp. 350-53, passim. I passi della lettera all’Abbé Raynal sono stati tratti dall’edizione pubblicata a Londra da Ridgway nel 1792. Le traduzioni sono del curatore.
1 Tommaso Aniello, detto Masaniello, un pescatore di Napoli che, dopo aver aizzato i suoi concittadini contro l’oppressione spagnola, li guidò alla rivolta e, nello spazio di un giorno, divenne re.
2 Che la rivoluzione sia cominciata nel miglior momento possibile è ormai sufficientemente provato dai fatti. Ma il cardine attorno al quale girò l’intero meccanismo fu l’UNIONE DEGLI STATI. Questa unione fu il prodotto dell’incapacità di ogni singolo Stato di difendersi contro un nemico esterno senza l’aiuto degli altri.
Se gli Stati si fossero mostrati meno abili nell’intraprendere insieme la guerra, i loro sforzi non sarebbero stati in grado di assolvere al compito che avevano intrapreso e, molto probabilmente, avrebbero fallito. Se fossero stati così velleitari da intraprendere divisi la guerra, cercando di agire da soli o in piccole confederazioni, sarebbero stati conquistati uno alla volta.
Ora che non è neppure prevedibile (dovranno passare molti anni prima che ciò accada) quando uno o più Stati diventeranno sufficientemente forti da minacciare gli Stati Uniti, ora che abbiamo sperimentato quanto sia difficile portare a buon fine una guerra condotta insieme, e quanto sia difficile conservare la nostra posizione nel mondo, ora che abbiamo maturato una maggiore esperienza e conoscenza, dobbiamo, se non vogliamo disperdere la saggezza accumulata, riconoscere i vantaggi e la necessità di rafforzare quella felice unione che è stata la nostra salvezza e senza la quale saremmo un popolo in rovina.
Mentre scrivo questa nota ho davanti a me il pamphlet SENSO COMUNE, dal quale cito questo passo che ben si addice al tema che sto trattando: «Non ho mai conosciuto qualcuno, in Inghilterra o in America, che non abbia confessato di pensare che la separazione fra i due paesi avrebbe prima o poi avuto luogo…
Tuttavia, poiché tutti gli uomini concordano sull’obiettivo, ma hanno opinioni diverse a proposito dei tempi, per rimuovere ogni possibilità d’errore, prendiamo in considerazione i fatti, ed impegnamoci, se possibile, a trovare IL MOMENTO GIUSTO. In verità non dobbiamo sforzarci molto, perché la nostra indagine finirebbe subito. E’ IL MOMENTO CHE CI HA TROVATI. E’ il concorrere dei fatti e delle circostanze che lo prova.
Non è nel numero, ma nell’unione, che risiede la nostra grande forza. Il continente è giunto ad un punto tale che nessuna colonia può più mantenersi da sola, e l’insieme, se unito, può raggiungere lo scopo. E qualcosa in più o in meno di questo potrebbe avere degli effetti fatali».

 

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