Anno XXIX, 1987, Numero 1, Pagina 75

 

 

CLARENCE K. STREIT
 
 
Pubblichiamo alcune pagine inedite di Clarence K. Streit che vertono sulla fondazione della Federazione americana. Si tratta del capitolo 14 della terza versione di Union now,[1] espunto insieme ad altri, per ragioni di economia editoriale, nella quinta versione, pubblicata nel 1939.
La ragione di questa scelta è duplice. In primo luogo, corre quest’anno il duecentesimo anniversario della Costituzione di Filadelfia, quella che diede vita agli Stati Uniti d’America. Molti sono ancora i miti correnti in ordine al modo in cui si giunse alla fondazione della prima federazione della storia. In generale, la storiografia ha imposto la propria automistificazione ideologica — nazionale — anche alla ricostruzione di fatti che nulla avevano a che fare con quelli della vita nazionale perché l’età del nazionalismo non era ancora iniziata. Che una vera e propria falsificazione storiografica sia avvenuta nel corso dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, in Europa, dove la cultura nazionale è cresciuta ed è giunta sino alla sua più piena maturazione, non stupisce. Non stupisce neppure che ciò sia avvenuto anche negli Stati Uniti a causa di una cultura affermatasi sulla base dei modelli europei e dell’accentramento dei poteri che ha squilibrato il sistema federale. Stupisce invece che si continui a guardare a Filadelfia con disattenzione nell’Europa di oggi, dove si ha a che fare con il problema della fondazione di una federazione a cominciare da un primo gruppo di paesi, ma nella prospettiva di estenderla a tutta l’Europa e di realizzare, in ogni modo, un modello di superamento dello Stato nazionale valido per il mondo intero.
E’ un fatto che in Europa si insiste a considerare non pertinente il precedente storico americano perché troppo diversi ne sarebbero gli elementi costitutivi. Bisogna dunque cominciare col tener presente che anche gli Americani non erano affatto, o non erano completamente, accomunati dalla lingua, né dalla religione, né dai costumi, né dal modo di pensare e di agire determinato dall’orizzonte della vita quotidiana, molto più frammentato allora in America di quanto lo sia oggi in Europa. In effetti, a fianco delle differenze ci sono tali analogie fra il caso americano e quello europeo che noi possiamo perfino tentare di descrivere la fondazione della Federazione americana con i termini con i quali stiamo cercando di comprendere la lotta per la Federazione europea. La società americana presentava allora tratti del tutto analoghi a quelli di ciò che si configura oggi come la base sociale (nel senso ampio del termine) necessaria per la fondazione della Federazione europea: il riferimento tanto alla propria nazione quanto all’Europa come entità che dovrebbe essere presente: cioè, almeno in embrione, la divisione territoriale del lealismo tra l’Europa e le nazioni.
Allora come oggi, la confederazione mostrava tutta la sua inadeguatezza rispetto ai problemi che si ponevano e la federazione era, obiettivamente, il solo mezzo per risolverli. Allora come oggi, le spinte oggettive al superamento della confederazione non avrebbero prodotto risultato alcuno senza l’intervento di una iniziativa — Hamilton — non inquadrabile nel processo politico normale, così come questa iniziativa sarebbe venuta invano se non avesse incontrato sul suo cammino una leadership occasionale — Washington — affermatasi nel processo politico confederale e occasionalmente applicata al problema della trasformazione federale della confederazione. Né si deve infine passare sotto silenzio come, una volta affermatasi l’iniziativa costituente a Filadelfia — una sede costituente anch’essa occasionale — la battaglia si giocò e si vinse in primo luogo sul terreno della procedura (il testo venne portato alla ratifica degli Stati senza che alcuna conferenza diplomatica venisse investita del problema) e, in secondo luogo, sul fronte dei singoli Stati dove, tra l’altro, cruciale si rivelò ancora una volta il ruolo dell’avanguardia federalista, cioè di Hamilton, che riuscì ad ottenere la ratifica in uno Stato decisivo, lo Stato di New York. Ebbene, questo è quanto Streit, più o meno esplicitamente, ricorda in queste pagine, e ciò, a parer nostro, vale a giustificarne la scelta come il modo migliore di commemorare a duecento anni di distanza la nascita della prima federazione della storia. In esse troveranno non pochi motivi di riflessione non solo quanti si battono oggi in Europa per il federalismo, ma anche coloro che si battono in altre parti del mondo per unificarle con un vincolo federale e costruire i pilastri del governo mondiale del futuro.
Ma c’è una seconda ragione non meno convincente. Ed è che l’autore di questa analisi è scomparso da poco, non solo ingiustamente dimenticato dal sistema dell’informazione, ma, nonostante la sua azione di pioniere del federalismo della nostra età, mal conosciuto anche da molti tra i federalisti che, nel contesto della tragedia della seconda guerra mondiale e dell’incombente catastrofe nucleare ed ecologica, hanno maturato il disegno di battersi per il superamento della sovranità nazionale e per la fondazione della Federazione mondiale, dando vita a fatti di lotta organizzata in diverse parti del mondo. Eppure Streit, seppure agli albori di questa contraddittoria età perennemente in bilico sul crinale che separa la catastrofe dalla salvezza, seppe vedere lucidamente questi fenomeni e indicare la strada del governo mondiale come la sola alternativa della ragione.
 
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Clarence K. Streit (21 gennaio 1896 — 6 luglio 1986) nasce a Missouri, in California. Sin dalla giovinezza è un americano sui generis. Volontario nella prima guerra mondiale, membro della delegazione americana alla Conferenza di Versailles, borsista ad Oxford nel 1920, si sposa a Parigi con Jeanne Defrance nel 1921 e inizia una lunga carriera di reporter in tutte le parti del mondo: dal Medio Oriente all’America latina. Nel 1929 diviene corrispondente del New York Times presso la Società delle Nazioni, di cui segue con occhio attento la lenta e inesorabile crisi. Streit non è il giornalista di rito che crede esaurito il proprio compito con il raccontare — magari con malcelato compiacimento — il corso perverso degli avvenimenti. La crisi della Società delle Nazioni non lo lascia affatto indifferente. Egli si preoccupa pertanto di identificarne le ragioni e di ricercarne il rimedio. Scrive Ira Straus, segretario generale dell’AUD (Association to Unite the Democracies) e continuatore dell’azione politica di Streit: «Seguendo da vicino il processo di disintegrazione della Lega, egli ne trasse la conclusione che se le istituzioni preposte a garantire l’ordine mondiale vogliono avere successo ,esse devono intaccare la sovranità nazionale e agganciarsi saldamente alla lealtà dei cittadini. Per raggiungere questo risultato esse avrebbero dovuto basarsi sui principi democratici e federalisti, quali quelli della Costituzione degli Stati Uniti. Così egli auspicò non una mera Lega di Stati, ma una Unione di popoli». Questo è in effetti il tema centrale del suo volume più noto, Union now, apparso nel 1939. Non è qui il caso di ricordarne lo straordinario successo editoriale che portò la tiratura del volume a raggiungere le trecentomila copie. Né va detto, se non con breve cenno, dell’influenza che il suo lavoro esercitò su Lord Lothian — il quale intrattenne con Streit una fitta corrispondenza, riconoscendone apertamente la straordinaria levatura intellettuale e morale — e sui giovani fondatori di Federal Union nel Regno Unito. Vale invece la pena di trarre da questo volume, che dovrebbe in ogni caso figurare nella biblioteca di ogni militante federalista, le due tesi fondamentali. Le presenteremo facendo ricorso, nella misura del possibile, alle stesse parole di Streit.
La prima tesi è che l’obiettivo primario è il governo mondiale. Il secondo capitolo di Union now ha, in effetti, questo titolo: «Il problema prioritario: il governo mondiale». Eccone l’esordio: «La premessa è che il problema più urgente con cui la parte più civilizzata dell’umanità si trova oggi a confrontarsi è di costituire efficaci mezzi di governo in tutti quei campi in cui la civilizzazione ha ormai già praticamente unificato il mondo» (p. 31). Chi lo afferma? Il senso comune. «Il senso comune ci dice che il nostro interesse individuale è di garantire la sicurezza di tutti a livello mondiale e che non possiamo ottenere ciò in assenza di efficaci mezzi per governare il nostro mondo. Il senso comune ci dice che alcune cause della depressione economica, della dittatura, della guerra stanno all’interno dello Stato, ma che altre stanno al di fuori di esso. Ci dice che i meccanismi di governo di cui oggi disponiamo ci consentono di influire efficacemente sulle condizioni di vita all’interno dello Stato, ma non al di fuori di esso; e che tutto ciò che ogni popolo ha fatto per venire a capo dei pericoli interni è stato pregiudicato da un pari fallimento di fronte a quelli esterni o è, in ogni caso, rimasto alla mercè di queste forze anarchiche. Il senso comune ci consiglia di volgere la nostra attenzione alla ricerca di mezzi per governare le forze che trascendono ancora il nostro controllo, cioè alla costituzione di un governo mondiale efficace. Esso ci avverte che per quanto forte e perfetto ciascuno di noi renda il proprio governo nazionale, questo giammai potrà porre fine a quei pericoli esterni e che nessuno di noi sa di quanto tempo si possa ancora disporre per mettere fine a quei pericoli prima che essi mettano fine a noi» (p. 24).
La seconda tesi è che, siccome la federazione — in quanto forma di governo democratico delle relazioni internazionali — presuppone la democrazia, la responsabilità storica di promuovere la fondazione del governo mondiale spetta agli Stati democratici. «Questo limitato numero di democrazie è, tuttavia, sufficiente a costituire il nucleo del governo mondiale con il potere finanziario, monetario, economico e politico necessario sia per assicurare la pace ai suoi membri in modo pacifico sin dagli inizi, grazie semplicemente alla schiacciante preponderanza e alla invulnerabilità, sia per porre praticamente fine al disordine monetario e al marasma economico che oggi flagellano il mondo intero. Questi pochi Stati concentrano nelle loro mani una tale ricchezza e un tale potere che la cosiddetta anarchia mondiale, sia quella politica che quella economica e monetaria, è alla fin fine null’altro se non la loro anarchia, dal momento che essi possono porvi termine unendosi per istituire un ordine giuridico che li vincoli tutti insieme» (p. 10). In effetti, «i dittatori hanno ragione quando biasimano le democrazie per le attuali condizioni del mondo, ma hanno torto quando imputano queste condizioni alla democrazia. L’anarchia deriva dal rifiuto delle democrazie di rinunciare a una parte sufficiente della loro sovranità nazionale per consentire l’istituzione di un ordine giuridico efficace a livello mondiale» (p. 11).
 
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Nonostante il grande successo editoriale, di cui s’è detto, il disegno di Streit di rispondere all’arroganza delle autocrazie con l’unità federale delle democrazie non esercitò alcuna influenza apprezzabile sul corso della politica mondiale. Anche nel suo paese — in cui, pure, le sue tesi erano ben conosciute perfino in ambienti vicini al Dipartimento di Stato — la preoccupazione di avvalersi, nel corso della guerra contro l’Asse, dell’aiuto sovietico impedì che prendesse corpo il disegno, di ben diverso respiro storico, di Streit. Ma, come sempre accade, i buoni semi gettati lasciano una qualche traccia. Non è quindi casuale il ruolo che William Clayton, che non ha mai nascosto di ispirarsi all’insegnamento di Streit, ha giocato nella costruzione dell’ordine atlantico e, soprattutto, in occasione del Piano Marshall e dello European Recovery Plan, nella promozione dell’unità federale europea.
Nel 1949, insieme a William Clayton e a Owen Roberts, Streit fondò l’Atlantic Union Committee con l’obiettivo di riformare l’Alleanza atlantica secondo i principi della democrazia e del federalismo. Questo diventerà da allora lo scopo precipuo del suo impegno politico, un impegno che lo portò a proporre nel 1962 una True Atlantic Community, primo passo verso una vera e propria federazione atlantica tra le democrazie e, in prospettiva, verso una federazione mondiale. Il progetto riscosse interesse anche in Europa. Esso fu, in ogni caso, costantemente agitato da Streit, che per sostenerlo diede vita, negli Stati Uniti, alla Association to Unite the Democracies, che è ancor oggi attiva, con un buon numero di militanti e che costituisce un punto di riferimento, negli Stati Uniti, per quanti nel mondo si battono per il governo mondiale.
Si è già detto che questo inedito appartiene al manoscritto del 1936. Il titolo di questo capitolo era «The Washington-Hamilton-Lincoln Plan». I brani qui riportati si riferiscono esclusivamente alla prima parte del capitolo. Questi brani non sono stati in seguito più rivisti dall’autore. Ciò spiega i non pochi difetti che si ritrovano nel testo. La seconda parte — qui omessa — è stata pubblicata sul numero di gennaio-febbraio 1972 della rivista Freedom and Union.[2]
 
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«E’ del tutto probabile che nessuno dei piani che proponiamo sarà adottato. Forse dovremo sostenere un’altra dura battaglia. Ma se, per far piacere alla gente, offriamo ciò che noi stessi disapproviamo, come potremo poi difendere il nostro operato? Alziamo dunque un vessillo sotto il quale i saggi e gli onesti possano trovare riparo».
Questo è l’appello di Washington che segnò la svolta nella Convenzione di Filadelfia contro la semplice revisione degli Articoli della Confederazione e portò alla Costituzione dell’Unione americana.
«Dite loro che la Convenzione non si scioglierà finché non sarà adottata la Costituzione».
Così affermò Hamilton, prima di riuscire a rovesciare, nello Stato di New York, una maggioranza di due terzi contraria alla Costituzione in una maggioranza favorevole di tre voti.

 

 
Abbiamo tentato di neutralizzare il germe dei nostri mali con l’esperienza americana della Lega dell’Amicizia. Abbiamo scoperto che quel germe, il nazionalismo, provocò allora tra i tredici popoli d’America la stessa identica malattia della quale i quindici popoli liberi[3] stanno ora soffrendo. Abbiamo visto come l’eliminazione di quel germe mediante l’unione dei liberi conduca alla guarigione. Non è necessario che noi sosteniamo questa affermazione solo con la logica ed il buon senso. Possiamo verificarne la verità con l’esperimento riuscito in quello stesso laboratorio americano. Possiamo studiare con profitto come quell’esperimento fu condotto a termine nel 1787, nonché i risultati che ne conseguirono. Il grande vantaggio che questo studio ora ci arreca sta nel fatto che l’Unione americana non fu il risultato né di un matrimonio — libero o combinato — né di un accidente. Dobbiamo considerare quanto l’Unione americana fu un esperimento volontario e razionalmente deliberato per scoprire ciò che i quindici popoli liberi possono fare oggi e conseguire domani, pensando in modo chiaro e applicando coraggiosamente i loro principi. Dobbiamo vedere come la ragione umana creò come via d’uscita alla depressione economica l’Unione, dopo che la stessa guerra non era riuscita a realizzarla e come con la ragione umana —quindi ancor più chiaramente — quella Unione affrontò la prova del fuoco con un successo quasi impensabile. Dobbiamo considerare ciò che gli uomini hanno fatto con la ragione per sapere se gli uomini possano farlo di nuovo.
I mali politici, economici, finanziari, monetari e sociali dei quali i tredici soffrivano nel 1787 non furono curati con molti costosi tentativi di affrontarli uno per uno. Né furono curati lasciando che la natura seguisse il suo corso. Quei mali furono sanati dagli uomini che si resero conto con la ragione che essi costituivano una sola comune malattia politica e trovarono quindi per essi, con la ragione, la cura dell’unione. Quegli uomini erano molti e non ci interessa qui conoscere il ruolo che ciascuno ebbe. Li raggrupperemo tutti sotto i nomi di due uomini la cui preveggenza portò l’Unione americana fuori dal caos della Lega dell’Amicizia. Questi due uomini erano George Washington e Alexander Hamilton.
Si è cercato di stabilire quale di loro ebbe più importanza per l’Unione. A noi basta dire questo: se Hamilton ebbe la lucidità della mente e se cifu il suo pensiero dietro al Farewell Address e ad altre dichiarazioni di Washington, tuttavia fu questi ad avere — sia pure in virtù della sua posizione e della sua popolarità assolutamente uniche — la responsabilità del potere; e Washington ebbe sia la visione dell’Unione sia la saggezza di mettere il grande peso, in termini di potere, della sua personalità al servizio delle idee del giovane che aveva nominato, a soli vent’anni, suo aiutante di campo.
Siamo d’accordo con Oliver che nella sua Life of Alexander Hamilton scrive: «Non si va oltre il vero dicendo che solo Hamilton capì appieno il pensiero di Washington su questo problema e comprese fino in fondo la grandezza della politica dell’unione. Sicché fra le aspirazioni di questi due uomini e quelle del resto del partito nazionale c’era qualcosa di più di una differenza di intensità. La maggioranza sosteneva il movimento costituzionale sotto la spinta della paura, questi due uomini lo facevano sotto quella della speranza. (…) La leadership passa, in un certo senso, nelle mani di Hamilton. E’ il suo pensiero che spinge sempre avanti, costruendo, rafforzando e preparando la strada. Hamilton è l’interprete dell’idea federale ed il suo principale appoggio è l’istinto di Washington che approva, è il carattere di Washington che lo sostiene in ogni momento difficile della lotta. Senza sminuire la sua dignità o il suo amor proprio, senza abdicazioni o rinunce riguardo alle sue convinzioni personali, Washington pone tutta la forza della sua grande influenza a disposizione di Hamilton, ravvisando in lui il genio dello statista e senza curarsi troppo della propria gloria personale. Solidarietà di questo genere sono rare, ma sono il germe dal quale possono scaturire grandi eventi».[4]
Prima che Washington sciogliesse l’esercito nel 1783, intercorse tra i due un’abbondante corrispondenza sulla necessità dell’Unione. Già allora, come osserva Oliver, nella loro mente «c’era chiarezza sia sul male sia sui mezzi per porvi rimedio».
«Se il Congresso non avrà poteri adeguati su tutte le questioni di interesse generale», scriveva Washington, «le sventure che abbiamo sopportato, le spese che abbiamo sostenuto e il sangue che abbiamo versato non saranno serviti a niente». Hamilton rispondeva: «Ora non ci resta che rafforzare la costruzione all’interno e rendere permanente la nostra Unione… Purtroppo questo sarà un lavoro duro poiché, mutuando un concetto dalla meccanica, fra questi Stati la forza centrifuga è molto più forte di quella centripeta — il seme della disunione è molto più abbondante di quello dell’unione. Aggiungo che l’opera della vostra Eccellenza è essenziale in questo frangente come lo fu per raggiungere l’indipendenza».
Ciò che Washington fece per conseguire l’indipendenza americana è tuttora molto meglio conosciuto del ruolo non meno decisivo che egli ebbe nel fondare l’Unione americana. Come capo di un esercito lacero egli ha avuto più occasioni di qualsiasi altro per constatare quanto i diritti degli Stati costino in termini di vite dei loro cittadini. Washington si pose, fin dall’inizio e coraggiosamente, alla testa di coloro che si battevano per l’Unione. Prima di lasciare il comando mandò una lettera ai capi dei tredici Stati come suo testamento per il popolo americano. In essa insisteva su quattro elementi fondamentali ed il primo ed il quarto di questi riguardavano l’Unione. Il primo elemento fondamentale era «una unione indissolubile degli Stati sotto un governo federale». Il quarto era «la prevalenza nel popolo degli Stati Uniti di quella pacifica e amichevole disposizione che li indurrà a dimenticare i loro pregiudizi e le loro politiche locali, nonché a fare quelle concessioni materiali che costituiscono il requisito della prosperità generale ed anche, in certi casi, a sacrificare i vantaggi individuali all’interesse generale».
Da allora troviamo Washington in posizione di leadership in ogni fase del cammino che in sei anni portò faticosamente dalla Lega all’Unione. Lo vediamo nel 1785 accettare la presidenza di una società costituita per estendere a ovest la navigazione sul Potomac. Il suo interesse in questo era soprattutto politico. Aveva sognato in gioventù la grandezza futura dell’America e, sempre da giovane, aveva compreso sia l’importanza dell’Ovest per l’America sia l’importanza dei trasporti nella politica e fu per questo che egli ebbe un ruolo così importante nella cacciata dei Francesi dall’Ovest. Rendendo in questo modo le colonie meno dipendenti dall’Inghilterra per quanto riguardava la loro sicurezza, Washington gettò le basi dell’indipendenza americana mentre conquistava nello stesso tempo la fama che lo portò al comando dell’esercito americano — rendendo anche possibile la decisiva alleanza di questo con i Francesi.
Il Padre della patria, che aveva usato l’esercito inglese per cacciare i Francesi e poi l’esercito francese per cacciare gli Inglesi, non dimenticò mai l’Ovest dove la lotta aveva avuto inizio. Si può ben dire che fu l’Ovest che attraverso di lui portò all’Unione. Washington, nella sua prima spedizione nei territori inesplorati, studiò le possibilità di collegare l’Ovest con l’Atlantico attraverso vie d’acqua. Questo problema fu sempre presente alla sua mente. Nel 1770 sosteneva l’importanza di mezzi di collegamento con l’Ovest. Prima di lasciare l’esercito aveva esplorato la Mohawk Valley e previsto l’importanza di questa via che più tardi venne seguita dallo Erie Canal e dalla New York Central Railroad. Si era appena ritirato a Mount Vernon e già il suo pensiero si volgeva a Ovest lungo il Potomac che scorreva davanti alla sua casa. I modi di pensare così come le merci vanno nel senso della corrente, rifletteva Washington pensando ai coloni oltre gli Allegheny, i cui fiumi scorrono tutti dall’altra parte — a ovest e a sud, verso New Orleans tenuta da una potenza straniera. «Leghiamo questi popoli a noi con una catena che non possa essere più spezzata», diceva Washington e cominciò a lavorare allo sviluppo di linee di comunicazione che alla fine divennero il canale dell’Ohio e del Chesapeake e la ferrovia di Baltimora e dell’Ohio. Era impegnato soprattutto in questo lavoro mentre il caos si diffondeva nella Lega dell’Amicizia. Fu così che divenne presidente della Compagnia del Potomac, ciò che portò direttamente all’Unione. La Compagnia gli fece dono di 150 azioni. Egli non le accettò e rifiutò ogni compenso, spiegando che il suo scopo era di convincere la gente dell’importanza politica dell’impresa. Un interesse economico personale avrebbe potuto sminuire il suo solo obiettivo che, disse ripetutamente, era di promuovere lo spirito d’unione.
Altri avevano usato il Potomac per separare gli Stati della Virginia e del Maryland e Washington se ne servì per unirli e per unire tutti i tredici Stati. Sia la Virginia che il Maryland avevano bisogno di estendere la navigazione sul Potomac: nessuno dei due Stati poteva farlo senza l’altro. Il presidente della Compagnia invitò i rappresentanti di entrambi nella sua casa a Mount Vernon e i due Stati si accordarono per collaborare. Ma il pensiero di Washington era rivolto a Ovest; il suo piano era di collegare il Potomac col corso superiore dell’Ohio e per fare ciò — sottolineava — era indispensabile l’adesione della Pennsylvania all’accordo. Si servì di quell’incontro anche per far notare che la navigazione era solo un mezzo per commerciare e suggerì che Maryland e Virginia prendessero in considerazione anche accordi per tariffe, moneta e regolamenti commerciali uniformi. Questi suggerimenti vennero sottoposti ai due Parlamenti, insieme all’accordo sulla navigazione del Potomac. Questo venne ratificato. Il Maryland propose poi che il suo vicino, il Delaware, fosse ammesso alla trattativa insieme alla Pennsylvania e che tutti e quattro gli Stati si incontrassero per considerare le proposte di Washington per uniformare le tariffe. Il Maryland inoltre fece presente, in un poscritto, che, dopo tutto, sarebbe stato opportuno invitare tutti i tredici Stati a discutere sulla questione del commercio. Così si fece e i due Stati invitarono tutti gli altri a mandare delegati ad Annapolis, Maryland, nel settembre del 1786.
Lo stato di disunione di quel tempo è chiaramente testimoniato dal fatto che solo cinque dei tredici Stati si preoccuparono di inviare i propri delegati a quell’incontro — e questi cinque non comprendevano neppure Maryland, Delaware, New Jersey e New York. Poi New York mandò Hamilton, e fu proprio la presenza di Hamilton, il quale non era mai così efficace come quando il pronostico gli era decisamente contro, a risultare decisiva. Quattro delegazioni avevano ricevuto il mandato di discutere soltanto un sistema commerciale uniforme, ma la delegazione del New Jersey aveva istruzioni per discutere «fino a che punto sarebbe stato necessario, per il comune interesse e la permanente armonia fra i diversi Stati, un sistema uniforme per regolamentare il commercio e altre importanti questioni».
Hamilton si aggrappò a questa clausola aggiuntiva. Analizzando i malesseri economici dei quali i membri della Lega soffrivano allora (si era alla vigilia della ribellione di Shay, quando la follia monetaria era al culmine), Hamilton riteneva che non ci fosse nessun possibile rimedio monetario o commerciale o economico. Egli dichiarò che l’unico vero rimedio era politico e che i delegati non avrebbero potuto far nulla perché solo il New Jersey aveva autorizzato la sua delegazione a considerare «altre importanti questioni», ossia i radicali mutamenti istituzionali nelle relazioni fra gli Stati che essi dovevano esaminare.
Con un colpo di genio Hamilton mutò l’assenza di delegati e la mancanza di istruzioni in una drammatica ed eloquente esortazione per tutti i tredici Stati a seguire l’esempio del New Jersey nei termini in cui egli stesso l’aveva messo a punto. Convinse i delegati ad adottare all’unanimità e ad inviare a tutti gli Stati il documento che aveva preparato. In esso i delegati, dopo aver fatto rilevare agli Stati che «l’idea di estendere i poteri dei loro rappresentanti oltre a quelli relativi al commercio… era un miglioramento del progetto originale», sostenevano che «il potere di regolamentare il commercio è di portata talmente vasta ed entrerà così addentro nel sistema generale del governo federale, che, per dare ad esso efficacia e per rispondere a dubbi e a questioni relative alla sua vera natura ed ai suoi limiti, richiederebbe un corrispondente adeguamento di altre parti del sistema federale stesso». Il discorso di Hamilton concludeva audacemente chiedendo agli Stati di mandare i delegati a una Convenzione, da tenersi a Filadelfia il 14 maggio 1787, «per prendere in esame la situazione degli Stati Uniti e per adottare quegli ulteriori provvedimenti che si riterranno necessari per rendere la Costituzione del governo federale adeguata alle esigenze dell’Unione».
E fu quella Convenzione a redigere la Costituzione che ancora governa gli Stati Uniti. A tal punto crebbe, con l’aiuto di Hamilton, il piccolo seme gettato da Washington a Mount Vernon nel 1785.
Tuttavia la mancanza di unità era tale che il Congresso si ribellò a questa «usurpazione» dei suoi diritti, mentre il caos nel paese peggiorò al punto che il Congresso era incapace di riscuotere le tasse. La paura dell’anarchia però rese dovunque gli uomini meno timorosi dell’Unione e, sotto la guida di Madison, la Virginia, senza attendere oltre l’approvazione del Congresso, annunciò che avrebbe inviato George Washington come uno dei suoi delegati alla Convenzione. La mossa si rivelò decisiva. Ad un tratto tutti cominciarono a manifestare interesse per la Convenzione. Uno dopo l’altro, tutti gli Stati, eccetto il Rhode Island, nominarono i propri delegati ed il Congresso approvò la Convenzione. Ma solo il 25 maggio — undici giorni dopo la convocazione il quorum richiesto di sette delegazioni si ritrovò a Filadelfia e la Convenzione poté iniziare i lavori. Patrioti come Patrick Henry, Samuel Adams e Richard Henry Lee erano così contrari all’Unione che rimasero a casa e non vollero aver nulla a che fare con la Convenzione.
Nella discussione informale dell’esordio emerse la tendenza a non tentare niente di più di una revisione degli Articoli della Confederazione. I delegati sostenevano che non c’era nessuna speranza di portare tutti gli Stati alla ratifica di qualche cosa che andasse al di là di mezze misure. Fu sollevata la questione che ogni conferenza internazionale si trova ad affrontare: se cercare, cioè, il successo mirando al raggiungimento di un accordo a basso livello, ma su comuni punti di convergenza, oppure presentando proposte avanzate, ma solide a tal punto da attirare alla fine il consenso della maggioranza. Su tale questione fondamentale Washington, eletto presidente della Convenzione, ancora una volta intervenne in modo decisivo.
Già all’inizio egli spostò il dibattito dalla questione se ci dovesse essere o no l’Unione a quella relativa a quale Unione ci doveva essere. Non si parlò più di evitare il nodo politico fondamentale della sovranità, non si ebbero più inconcludenti tentativi di curare un male politico con palliativi economici e monetari, non fu più messo in discussione il suo appello solenne che così diceva: «Se, per far piacere alla gente, offriamo ciò che noi stessi disapproviamo, come potremo poi difendere il nostro operato? Alziamo dunque un vessillo sotto il quale i saggi e gli onesti possano trovare riparo; quel che accadrà è nelle mani di Dio».
A questo punto Edmund Randolph presentò alla Convenzione il progetto della Virginia. Era stato redatto in gran parte da Madison, ma la sostituzione di «unione di uomini» in luogo di «lega di Stati» fu dovuta all’essenziale intervento di Washington e di Hamilton. Sembrava che Randolph descrivesse la situazione attuale dei quindici Stati nella Società delle Nazioni quando, all’inizio del suo discorso, così presentò la situazione di allora dei tredici Stati nella Lega dell’Amicizia: «La Confederazione nacque nell’infanzia della scienza costituzionale, quando non si conosceva ancora l’inefficacia delle requisizioni, quando le dispute commerciali non erano ancora nate fra gli Stati, quando non vi erano ancora trattati stipulati tra Stati gelosi della propria sovranità. Ma essa non forniva nessuna sicurezza contro l’invasione straniera poiché il Congresso non poteva evitare la guerra né condurla, né punire l’infrazione dei trattati o del diritto internazionale né impedire che singoli Stati provocassero un conflitto. Il governo confederale non ha nessun potere costituzionale di comporre una disputa tra Stati; né di reprimere una ribellione in uno di essi; né di imporre tributi in misura sufficiente; né di contrastare i regolamenti commerciali di altre nazioni; né di difendere se stesso dagli abusi degli Stati. La Confederazione, a causa del modo con cui è stata ratificata in molti degli Stati, non può essere invocata come preminente rispetto alle costituzioni dei singoli Stati; cosicché c’è una prospettiva di anarchia proprio nella intrinseca debolezza del governo. L’unico rimedio è che il governo che stiamo per istituire abbia come suo fondamento il principio repubblicano».
Abbiamo visto come la Convenzione abbia sancito il grande cambiamento dalla Lega all’Unione. Non è necessario raccontare come i dettagli del progetto della Virginia siano stati modificati da quello del New Jersey e dal progetto di Hamilton. E’ sufficiente notare appena che quando la proposta del New Jersey per il mantenimento della sovranità degli Stati venne offerta alla destra come alternativa al progetto della Virginia, l’astuto Hamilton (che credeva nella tattica di chiedere molto di più di quanto sperasse di ottenere proprio per ottenerlo) prontamente propose, in un efficace discorso, un progetto unionista ancora più radicale di quello della Virginia e così, offrendo un’alternativa alla sinistra, ottenne che la parte essenziale del progetto della Virginia costituisse il nucleo e la base della discussione.
Non è rilevante a questo punto notare che la Convenzione saggiamente respinse alcune idee care a Washington, Hamilton e Madison. Basti sottolineare che, a dispetto di ciò, nessuno lavorò più duramente di loro per far ratificare la Costituzione dagli Stati e che nessuno fece quanto Hamilton per conseguire questa difficile vittoria per l’Unione. Fu Hamilton — del quale Lord Acton disse: «I suoi meriti difficilmente possono essere sopravvalutati» e che Talleyrand riteneva senza uguali che diede allora al popolo americano e al mondo The Federalist. Scrisse la maggior parte dei suoi articoli difendendo la Costituzione dagli attacchi portati contro di essa in nome della libertà da colui che aveva proposto la dichiarazione d’indipendenza, Richard Henry Lee, da Patrick Henry e da altri patrioti per i quali Hamilton e Madison erano «giovani visionari».
Si può valutare quanto la Costituzione ebbe bisogno di The Federalist dal fatto che il Massachusetts la ratificò con soli 187 voti contro 168 — dopo il decisivo intervento di Washington che, con l’introduzione dei primi dieci emendamenti, rispose alla diffusa obiezione sulla mancanza nella Costituzione di una Dichiarazione dei Diritti. Dopo che la Virginia aveva ratificato con 89 voti contro 79 (ancora grazie all’influenza di Washington), fu Hamilton che, da solo, portò lo Stato di New York nell’Unione. In nessun altro Stato (tranne il Rhode Island) l’opposizione contro la Costituzione, questo «mostro con tre teste», fu più dura; la Costituzione era anche descritta come «la più profondamente malvagia cospirazione che mai sia stata tramata nei secoli più bui contro i diritti di un popolo libero». L’importanza strategica di New York per l’Unione era tale, da ogni punto di vista, che si diceva che se lo Stato di New York avesse respinto l’Unione, bisognava conquistarlo e introdurvelo a forza. La Convenzione di New York cominciò col respingere la Costituzione con 46 voti contro 19, ma Hamilton rifiutò di accettare il «no e poi no». Egli provvide a mantenere riunita la Convenzione nonostante i molti voti contrari e nel frattempo, settimana dopo settimana, portò avanti la discussione, finché, alla fine, la sua eloquenza convinse il capo dell’opposizione e New York ratificò con 30 voti contro 27.
Così l’Unione americana fu condotta in porto. Così la depressione fece ciò che non aveva saputo fare la guerra, senza rattoppi economici o monetari, senza opportunismo, senza eludere le questioni reali, senza accondiscendere in pubblico a ciò che si denunciava in privato, senza rifiuto di affrontare i fatti, senza porsi sulla difensiva di fronte al male solo perché era forte, senza tentare di avere la meglio con trucchi infantili. Così, e non per accidente, non con il laissez faire, ma col piano Washington-Hamilton per l’Unione. Così, con lo sforzo freddo e razionale, con la tenace perseveranza contro le prospettive disperate di sei lunghi anni, con l’attacco frontale alle radici del male, pensando con chiarezza ed esprimendosi con chiarezza, alzando un vessillo sotto il quale il saggio e l’onesto potessero riparare, superando gli ostacoli, preparando la via al popolo, levando alta una bandiera per il popolo, ricordando che «dove non c’è prospettiva il popolo perisce», e che, quando c’è una prospettiva chiara, nulla può resistere all’uomo per lungo tempo. Così fu costituita l’Unione americana.
Il rimedio era stato trovato. Il rimedio era stato prescritto. Il rimedio era stato assunto. Nel 1789 il nuovo governo dell’Unione entrò in funzione. E la guarigione? La guarigione andò ben al di là delle più rosee speranze di Washington, Hamilton e di tutti i fondatori dell’Unione. Fu tale che nessuno di loro vi credette neanche quando avvenne, anzi, tutti disperavano della sua persistenza. La guarigione che l’Unione portò ai tredici popoli sarebbe ancora incredibile, se fosse tuttora possibile in qualche modo dubitare di essa o negarla. Non ci fu mai guarigione tanto rapida e completa, o successo così duraturo nella scienza politica applicata. L’Unione americana di oggi parla da sé. Tuttavia si possono sottolineare alcuni risultati immediati, in termini di prosperità, di pace e di libertà, che seguirono l’adozione della Costituzione.
La sola convocazione della Convenzione costituente fu sufficiente, per le speranze che generò, a far cambiare il vento. L’anarchia raggiunse il culmine con la ribellione di Shay, tre mesi prima che si riunisse la Convenzione, anche se mancavano due anni all’entrata in funzione del nuovo governo. Ciò dimostra che il potere risanatore di uno sforzo costruttivo ha inizio nel momento in cui comincia un serio tentativo di rimedio.
Il pericolo di una guerra per il Vermont cessò di colpo e per sempre: il Vermont fu ammesso nell’Unione nel 1790 come quattordicesimo Stato. Tutte le altre controversie territoriali tra gli Stati furono composte pacificamente. Svanì anche il pericolo di guerra con la Spagna per il Mississipi.
La libertà si diffuse nel mondo, come abbiamo visto, e assicurò nuovi diritti agli uomini. Su uno in particolare possiamo soffermarci. Quando la Costituzione fu adottata, l’America era il luogo più libero del mondo; tuttavia, dovunque, perfino in America, il voto era allora strettamente limitato dalla proprietà e da altre prerogative. Non fu con la sovranità della Virginia, il cui mantenimento era chiesto da Patrick Henry in nome dei diritti dell’uomo, che tutti gli uomini bianchi della Virginia conquistarono il diritto di voto; fu attraverso l’Unione, che egli condannava, e grazie a quell’Ovest verso il quale Washington si era rivolto. Il primo Stato ad ovest degli Allegheny ad entrare nell’Unione, il Kentucky, ammesso nel 1792 come quindicesimo Stato, portò con sé, nella sua Costituzione, il suffragio universale maschile.
Nel 1790 c’erano solo 109.000 uomini bianchi ad ovest degli Allegheny. Nel 1815 erano dieci volte tanto, nel 1830 erano raddoppiati rispetto al 1815 e dieci Stati erano stati ritagliati nelle zone selvagge e ammessi all’Unione. Alla frontiera, l’espressione «tutti gli uomini sono nati uguali» significava che tutti gli uomini liberi avevano uguale diritto al voto. Il suffragio universale maschile non era peculiare del Kentucky, ma di tutti questi nuovi Stati dell’Ovest. Da essi si diffuse ad est negli Stati originari, soprattutto dopo che l’Ovest, nel 1828, conseguì per la prima volta il controllo dell’Unione con l’elezione di Andrew Jackson. La Virginia, che aveva portato il Kentucky nell’Unione, non concesse il suffragio universale maschile fino al 1850.
Il risultato del progetto di Washington e Hamilton più facilmente quantificabile è il risanamento economico che esso arrecò. E’ difficile stimare quanto la situazione si fosse degradata nel caos della Lega dell’Amicizia, ma se ne può avere un’idea dalla solidità che comincia ad apparire con l’Unione. Un anno dopo l’Unione, nel 1790, il commercio estero ammontava a 23 milioni di dollari di importazioni e 20.295.000 dollari di esportazioni. Solo cinque anni più tardi le cifre erano rispettivamente 69.756.000 e 47.990.000 dollari. Cinquant’anni dopo che gli Americani avevano mutato la Lega in Unione (1840) le cifre erano: 98.259.000 dollari per le importazioni e 123.669.000 dollari per le esportazioni. In quegli stessi cinquant’anni i tredici Stati erano diventati ventisei. Il territorio dell’Unione era più che raddoppiato per la pacifica cessione della Louisiana e della Florida da parte della Francia e della Spagna — con la quale la Lega aveva saldato il suo debito già nel 1787. Quando l’Unione fece il suo primo censimento nel 1790, la popolazione ammontava a 3.929.214 individui, compresi 697.674 schiavi. In soli cinquant’anni il numero di uomini ai quali l’Unione assicurava la libertà era quadruplicato, la popolazione era salita a 17.069.453 e gli immigrati, che nel 1790 erano troppo pochi per essere menzionati, si riversavano al ritmo di 84.000 all’anno. Era la terra gratuita la ragione di questo? Anche la Lega aveva terreno a iosa, ma non esercitava questo magnetismo sugli uomini in ogni parte del mondo.
Il debito pubblico sotto la Lega era incalcolabile. Due anni dopo l’Unione, Hamilton unificò e consolidò tutti i debiti della Lega e dei suoi Stati membri e fu l’Unione a sopportarne tutto il peso. Nel 1791 il debito nazionale ammontava a 75.463.000 dollari. In meno di cinquant’anni, nel 1835, l’intero debito era stato pagato insieme all’intera spesa per la guerra del 1812, ai 15 milioni di dollari che costò la Louisiana nel 1803 ed ai 5 milioni di dollari per la Florida; inoltre un’eccedenza di 28 milioni di dollari, ottenuta in gran parte attraverso la vendita di terreni demaniali, era stata distribuita alle varie banche degli Stati. Terreno a buon mercato? Nel grande territorio di nord-ovest la Lega possedeva terre che non erano costate niente, e tuttavia non era più in grado di ottenere un centesimo in prestito da nessuno. Sotto l’Unione quello stesso territorio non solo contribuì a pagare i debiti, ma si trasformò nei cinque ricchi Stati dell’Ohio, dell’Indiana, dell’Illinois, del Michigan e del Wisconsin.
Questo naturalmente è solo un accenno ai primi risultati del progetto di Washington e Hamilton. Non occorre ricordare qui lo sviluppo ancora più favorevole che si ebbe dopo il 1840, poiché i risultati posteriori sono evidenti nell’Unione americana di oggi.
 
(a cura di Luigi V. Majocchi)


[1] Clarence K. Streit, Union now, Postwar edition, Washington, Federal Union, 1976.
[2] In quella occasione Streit ha raccontato la vicenda di questa parte del manoscritto rimasta inedita: «Ho redatto la prima stesura manoscritta di questo volume nell’inverno 1933-34 e l’ho inviata, nella primavera, alla casa editrice Viking presso la quale avevo sino allora pubblicato. I buoni amici sui quali potevo contare declinarono l’offerta, ma dichiararono la loro disponibilità a raccomandarla alla casa editrice Harpers. lo la inviai e ne ottenni un altro rifiuto. Deluso, decisi di riesaminare il progetto.
La via che seguirono i miei pensieri fu questa: se l’idea di fondo era giusta, cosa di cui ero ancora convinto, ciò che dovevo fare era di rendere più chiara l’esposizione al fine di rendere la cosa così chiara agli altri come lo era per me. Ma vi poteva essere una trappola in questo proposito, una trappola che la mia fiduciosa aspettativa avrebbe potuto nascondermi. lo sapevo che molte proposte plausibili si erano dimostrate illusorie: perché avrei dovuto sposarne un’altra? Il lavoro di giornalista mi aveva già condotto a imbattermi in una grande verità di Lord Acton: ‘L’esperienza in politica è di primaria importanza, perché il calcolo politico è così complesso che non è possibile fondarsi sulla pura teoria senza fornirle il supporto dell’esperienza’.
La prova più forte che si poteva trarre dall’esperienza in favore della mia proposta di una Unione federale atlantica era, ovviamente, quella degli USA. Mi resi conto allora che io ne avevo una conoscenza soltanto elementare — una caratteristica che da allora ho scoperto spaventosamente diffusa nel mio paese. La mia istruzione, sino al compimento del college, poteva contare su un solo anno di studi di storia degli Stati Uniti, a livello di high school. Vero è che le mie letture non scolastiche erano state abbastanza ampie, ma resta il fatto che io scrissi il primo manoscritto senza aver letto The Federalist né il Madison’s Journal of the Federal Convention. Ero allora corrispondente del New York Times presso la Società delle Nazioni: la sua biblioteca era ben fornita di documenti relativi alla storia degli Stati Uniti. Cominciai con lo studio dei primi ordinamenti delle colonie e proseguii con quello dei tre secoli successivi. Ciò valse a chiarire non poco il mio pensiero e mi rafforzò nel convincimento che la proposta del libro era corretta.
Riscrissi il libro due volte; ne vennero due volumi, soprattutto a causa delle nuove analisi che vi avevo aggiunto sull’alternarsi di confusione e chiarezza nel pensiero politico americano tra il 1620 e il 1936 — particolarmente nel periodo tra il 1750 e il 1789, in quello della guerra civile e in quello della Lega wilsoniana. Il “Washington-Hamilton-Lincoln Plan” era il capitolo 14 di questa terza versione manoscritta, che terminai nel 1936. Nessuno avrebbe pubblicato un lavoro così lungo. Decisi dunque di lasciar cadere tutti gli argomenti che mi erano stati offerti dall’esperienza storica nord-americana (nella speranza di pubblicarli in seguito separatamente) e riformulai il resto.
Questa quarta versione del manoscritto — del 1938 — fu, ancora una volta, rifiutata da tutti gli editori che ne presero visione, finché la crisi cecoslovacca che scoppiò quel settembre convinse Harpers a New York e Cape a Londra ad esprimere il consenso alla pubblicazione di esso, o meglio di quello che avevo riscritto una quinta volta e al quale avevo dato un nuovo titolo: Union now. Questo fu pubblicato all’inizio del 1939. Da allora in breve tempo ne furono vendute 300.000 copie. I suoi lettori diedero vita all’organizzazione che oggi pubblica questa rivista.
Non ho cercato di pubblicare questi capitoli relativi alla storia degli Stati Uniti perché ciò avrebbe richiesto, nel riformularne gran parte, molto più tempo di quanto io desiderassi sottrarne ai compiti che ritenevo più urgenti».
(Il corsivo che figura sopra è nostro. Con esso vorremmo attirare l’attenzione del lettore sul fatto che, persino negli USA, il federalismo si è sviluppato in modo adeguato solo sul piano tecnico-giuridico, ma non è ancora pervenuto allo stadio di un pensiero capace di interpretare il senso della nostra epoca e il significato delle istituzioni federali per il destino del genere umano. Questo limite culturale si ripercuote su tutte le questioni — da quella della pace a quella dell’unità europea e di tutte le altre unità regionali — che non possono essere affrontate in modo efficace senza una lotta di carattere federalistico).
[3] Si tratta delle democrazie che nel 1936 si trovavano a confrontarsi con la minaccia delle autocrazie e che Streit sollecitava, con il suo libro, all’unione (N.d.R.).
[4] Oliver, Life of Alexander Hamilton, Nelson, pp. 110.0. La citazione è incompleta nel manoscritto (N.d.R.).

 

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