Anno XXX, 1988, Numero 3, Pagina 241

 

 

JEAN MONNET
 
 
Il centenario della nascita di Jean Monnet è stato solennemente celebrato a Parigi con la traslazione delle sue spoglie al Panthéon. Non era mai accaduto che un personaggio la cui vita si è identificata con la battaglia per l’unità dell’Europa fosse accolto nel tempio in cui riposano le glorie della Francia. Nel corso della suggestiva cerimonia che si è svolta sulla piazza del Panthéon è riecheggiata, ripresa da una vecchia registrazione, la voce di Jean Monnet che ricordava come «gli Stati Uniti d’Europa siano l’unica eredità che possiamo lasciare ai nostri figli».
Non si trattava, per Monnet, di una frase di circostanza. Nelle sue memorie, pubblicate nel 1976, aveva sottolineato come nessuno possa trasmettere agli altri la propria saggezza. Il solo patrimonio che possiamo lasciare in eredità ai nostri successori sono delle buone istituzioni. E a questa regola Monnet non è mai venuto meno.
Nato a Cognac nel 1888, si scontrò con la dura realtà della politica agli inizi della prima guerra mondiale. Esentato dal servizio militare per ragioni di salute, Monnet sentiva di non poter restare indifferente di fronte alla sorte di tanti suoi coetanei falcidiati dalla guerra. La sua impazienza diventò ancora maggiore non appena si rese conto che le strutture organizzative del XIX secolo erano del tutto inadeguate ad affrontare un conflitto di proporzioni infinitamente maggiori di quelli passati («le condizioni della guerra erano cambiate, la macchina della guerra era chiamata a stritolare tutte le risorse di una nazione e bisognava inventare delle forme di organizzazione senza precedenti»).
Grazie ad un amico di famiglia Monnet riuscì ad incontrare il Presidente del Consiglio francese Viviani che accolse i suoi suggerimenti. Da allora in poi egli partecipò attivamente alla soluzione dei maggiori problemi europei e mondiali. Contribuì ad organizzare i collegamenti fra gli alleati durante la prima guerra mondiale, partecipò al risanamento economico e finanziario di numerosi paesi colpiti dalla crisi post-bellica, promosse l’unità della Resistenza francese ad Algeri, guidò il Commissariato francese al piano, inventò la formula delle Comunità europee (a cominciare dalla CECA), promosse la creazione del Consiglio europeo quando si accorse che la CEE languiva a causa della mancanza di iniziative e, negli ultimi anni della sua vita, sostenne vigorosamente la necessità dell’ elezione a suffragio universale del Parlamento europeo.
Jean Monnet raggiunse il punto più alto della sua attività creatrice quando, di fronte al vicolo cieco in cui erano finiti gli Stati europei all’indomani della seconda guerra mondiale, intuì che la sola via d’uscita sarebbe stata la costruzione di una salda unità europea, che avrebbe restituito la propria dignità alla Germania, offerto solide garanzie di pace alla Francia, e assicurato l’indipendenza dell’ Europa nei confronti degli Stati Uniti. Da questa intuizione nacque il progetto della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Alle sue origini stava la chiara consapevolezza che il nodo da sciogliere era costituito dalla rivalità franco-tedesca. Ma se l’obiettivo era ben identificato, non altrettanto lo erano i mezzi per raggiungerlo. A poco a poco nella mente di Monnet si fece strada l’idea che il problema non dovesse essere aggredito nella sua complessità, ma che si dovesse invece promuovere «una azione concreta e risoluta su un punto limitato ma decisivo, che provochi un cambiamento fondamentale su questo punto e modifichi progressivamente i termini stessi dell’insieme dei problemi».
E’ questo il metodo che ispirò il memorandum scritto il 3 maggio 1950, e pubblicato per la prima volta da Le Monde il 9 maggio 1970 con la seguente nota esplicativa: «Il 28 aprile 1950 Jean Monnet indirizza a Georges Bidault, Presidente del Consiglio, un testo di poco più di tre fogli a macchina, nel quale egli esprime la famosa proposta di ‘mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una Alta Autorità comune, in una organizzazione aperta alla partecipazione degli altri paesi d’Europa’. Monnet vede in questa realizzazione ‘la prima base di una Federazione europea indispensabile per la salvaguardia della pace’. Questo testo è trasmesso lo stesso giorno a Robert Schuman, Ministro degli Esteri, per mezzo di Bernard Clappier che funge da intermediario. Era un venerdì. Il lunedì mattina, primo maggio, al ritorno da un viaggio nel suo collegio di Metz, Schuman dice semplicemente a Clappier: ‘Me ne occupo io’ . Il 4 maggio Jean Monnet trasmette a Bidault e a Schuman un nuovo memorandum, datato 3 maggio, che spiega le ragioni che l’ hanno condotto a formulare la sua proposta del pool carbone-acciaio».
Le Monde sottolinea giustamente che Monnet vedeva nella CECA «la prima base di una Federazione europea indispensabile per la salvaguardia della pace». Egli aveva saputo cogliere con grande lucidità la natura del problema da risolvere, aveva identificato con chiarezza l’obiettivo finale (la federazione), ma aveva ingenuamente creduto che il metodo funzionalistico sarebbe stato sufficiente a raggiungerlo. La storia dell’unificazione europea ha dimostrato che la cieca fiduicia nutrita da Jean Monnet sull’evoluzione spontanea della Comunità verso la federazione era infondata. Ma non per questo la sua opera è stata meno importante: grazie ad essa i dati del problema europeo sono radicalmente cambiati. Le Comunità hanno eliminato le tensioni ancora presenti fra gli Stati dell’Europa occidentale, hanno garantito un periodo di prosperità senza precedenti, hanno aperto la strada alle battaglie per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. E resta il fatto che l’intuizione di Jean Monnet secondo la quale è necessaria «una azione concreta e risoluta su un punto limitato ma decisivo», ha costituito, e costituisce ancora, un insegnamento essenziale per la lotta dei federalisti.
  
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IL MEMORANDUM MONNET DEL 3 MAGGIO 1950
 
 
Nella situazione attuale del mondo, da qualunque parte ci si volga non si incontrano che dei vicoli ciechi, sia che si tratti della rassegnazione crescente ad una guerra ritenuta inevitabile, del problema della Germania, della continuazione del risollevamento francese, dell’organizzazione dell’Europa, o del posto stesso della Francia nell’Europa e nel mondo.
Da una situazione simile si può uscire in un solo modo: con una azione concreta e risoluta su un punto limitato ma decisivo, che provochi un cambiamento fondamentale su questo punto e modifichi progressivamente i termini stessi dell’insieme dei problemi.
E’ in questo spirito che è stata formulata la proposta presentata in annesso.[1] Le riflessioni che seguono riassumono le constatazioni che hanno condotto a questa proposta.
1. Gli animi si cristallizzano su un obiettivo semplice e pericoloso: la guerra fredda.
Tutte le proposte, tutte le azioni vengono interpretate dall’opinione pubblica come un contributo alla guerra fredda.
La guerra fredda, il cui obiettivo essenziale è quello di far cedere l’avversario, è la prima fase della guerra vera e propria.
Questa prospettiva crea nei dirigenti la rigidità che risulta dal perseguimento di un solo obiettivo. La ricerca della soluzione dei problemi scompare. Questa rigidità dell’obiettivo e del pensiero procede inevitabilmente, da una parte e dall’altra, verso il cozzo che è nella logica ineluttabile di questa prospettiva. Da questo cozzo nascerà la guerra.
Di fatto, noi siamo già in guerra.
Bisogna cambiare il corso degli avvenimenti. Bisogna cambiare, per questo, lo spirito degli uomini. Non bastano delle parole. Solo un’azione immediata su un punto essenziale può smuovere l’attuale situazione di stasi. E’ necessaria un’azione profonda, reale, rapida e drammatica che cambi le cose e faccia entrare nella realtà le speranze alle quali i popoli stanno per non credere più. Così si potrà dare ai popoli dei paesi «liberi» un motivo di speranza anche per gli obiettivi più lontani che verranno loro affidati, e si creerà in essi l’attiva determinazione di perseguirli.
2. La situazione tedesca non può non diventare rapidamente un cancro pericoloso per la pace in un avvenire prossimo, e immediatamente per la Francia, se il suo sviluppo non viene diretto — per i Tedeschi — verso la speranza e la collaborazione con i popoli liberi.
Questa situazione non può essere regolata con l’unificazione della Germania perché ci vorrebbe un accordo USA-URSS impossibile da concepire in questo momento.
Essa non può essere regolata con l’integrazione dell’Ovest tedesco nell’Occidente,
— perché a causa di ciò i Tedeschi dell’Occidente si metterebbero, nei confronti dell’Est, nella situazione di aver accettato la separazione, mentre l’unità deve essere il loro obiettivo costante;
— perché l’integrazione pone il problema del riarmo della Germania e porterebbe alla guerra costituendo una provocazione per i Russi;
— per delle questioni politiche insolubili.
E tuttavia gli Americani insisteranno perché l’integrazione si faccia,
— perché essi vogliono che si faccia qualche cosa e non hanno altre idee attuabili subito;
— perché essi dubitano della solidità e del dinamismo francese. Alcuni pensano che si debba promuovere la creazione di un sostituto della Francia.
Non bisogna cercare di risolvere il problema tedesco che non può essere risolto sulla base dei dati attuali. Bisogna cambiarne i dati trasformandolo.
Bisogna intraprendere un’azione dinamica che trasformi la situazione tedesca e orienti lo spirito dei Tedeschi, e non cercare una sistemazione statica sulla base dei dati attuali.
3. La continuazione del risollevamento della Francia diventerà impossibile se non sarà risolta rapidamente la questione della produzione industriale tedesca e della sua capacità concorrenziale.
La base della superiorità che gli industriali francesi riconoscono tradizionalmente alla Germania sta nella sua produzione di acciaio a un prezzo al quale la Francia non può fare concorrenza. Deriverebbe da ciò, secondo loro, la posizione di svantaggio di tutta la produzione francese.
La Germania chiede già di aumentare la sua produzione da undici a quattordici milioni di tonnellate. Noi rifiuteremo, ma gli Americani insisteranno. Alla fine noi faremo delle riserve ma cederemo. Intanto la produzione francese non cresce, o addirittura diminuisce.
Basta menzionare questi fatti, anche senza illustrarli, per rendersi conto delle loro conseguenze: Germania in espansione, dumping tedesco all’esportazione; richiesta di protezione per le industrie francesi; arresto o contraffazione della liberalizzazione degli scambi; ricostituzione dei cartelli d’anteguerra; eventuale orientamento dell’espansione tedesca verso l’Est, preludio ad accordi politici; Francia ricaduta nella routine di una produzione limitata, protetta.
Le decisioni che condurranno a questa situazione stanno per essere impostate, se non prese, alla conferenza di Londra, a causa della pressione americana.
Orbene, gli USA non desiderano che le cose si sviluppino in questo modo. Essi accetteranno una soluzione diversa a patto che sia dinamica e costruttiva, soprattutto se essa sarà proposta dalla Francia.
Con la soluzione proposta scompare la questione del dominio della produzione tedesca, che provocherebbe, se si manifestasse, un turbamento costante, e, infine, impedirebbe l’unione dell’Europa e causerebbe di nuovo la perdita della stessa Germania. Questa soluzione crea invece per l’industria tanto tedesca, quanto francese ed europea, le condizioni di una espansione comune nella concorrenza ma senza il dominio di alcuno.
Dal punto di vista francese, questa soluzione mette l’industria nazionale su una base di partenza eguale a quella dell’industria tedeca, elimina il dumping all’esportazione che sarebbe altrimenti praticato dall’industria tedesca dell’acciaio, fa partecipare l’industria francese dell’acciaio all’espansione europea senza la paura del dumping e senza la tentazione del cartello. Sarà così eliminata la paura che spinge gli industriali verso il malthusianesimo, il blocco della «liberalizzazione», e, infine, verso il ritorno alle pratiche del passato. Il maggiore ostacolo per la continuazione del progresso industriale francese sarà tolto di mezzo.
4. Noi siamo stati, fino ad ora, impegnati in uno sforzo di organizzazione dell’Ovest nel campo economico, militare e politico: OECE, patto di Bruxelles, Strasburgo.
L’esperienza di due anni, le discussioni dell’OECE sugli accordi per i pagamenti, la liberalizzazione degli scambi, ecc., il programma di riarmo sottoposto all’ultima riunione di Bruxelles, le discussioni di Strasburgo, gli sforzi — che restano senza risultati concreti — per giungere ad una unione doganale franco-italiana mostrano che non stiamo facendo alcun progresso reale verso il fine che ci siamo assegnati, e che è l’organizzazione dell’Europa, il suo sviluppo economico, la sua situazione collettiva.
L’Inghilterra, per desiderosa che sia di collaborare con l’Europa, non acconsentirà a nulla che possa avere come conseguenza quella di allentare i suoi legami con i Dominions, o di impegnarla in Europa al di là degli impegni presi dalla stessa America.
La Germania, elemento essenziale dell’Europa, non può essere impegnata nell’organizzazione europea allo stato attuale delle cose per le ragioni esposte sopra.
E’ certo che la continuazione dell’azione intrapresa sulle vie nelle quali ci troviamo ora impegnati conduce ad un vicolo cieco, e rischia inoltre di lasciar passare il tempo durante il quale questa organizzazione dell’Europa sarebbe ancora possibile.
In effetti, i popoli d’Europa odono soltanto parole. Ben presto essi non crederanno più all’ideale che i governi persistono ad offrire loro senza però andare al di là di vani discorsi e di riunioni futili.
L’opinione pubblica americana non sosterrà più l’azione comune e la partecipazione americana se l’Europa non si mostrerà dinamica.
Per la pace futura, la creazione di una Europa dinamica è indispensabile. Un’associazione di popoli «liberi», alla quale parteciperanno gli USA, non esclude affatto la creazione di una Europa; al contrario — siccome questa associazione sarà fondata sulla libertà, dunque sulla diversità — l’Europa, a patto che venga adattata alle nuove condizioni del mondo, svilupperà le sue facoltà creatrici e si rivelerà come una forza di equilibrio.
Bisogna dunque abbandonare le forme del passato ed entrare in una via di trasformazione sia con la creazione di comuni condizioni economiche di base, sia, nel contempo, con l’instaurazione di nuove autorità accettate dalle sovranità nazionali.
L’Europa non è mai esistita. Non è la somma di sovranità riunita in consigli che crea una entità. Bisogna creare davvero l’Europa, bisogna che essa si manifesti a sé stessa e all’opinione americana, e che abbia fiducia nel suo avvenire.
Questa creazione, nel momento in cui si pone il problema di un’associazione con una America tanto forte, è indispensabile per dimostrare che i paesi d’Europa non si abbandonano alla facilità, non cedono alla paura, credono in sé stessi e creano senza indugi il primo strumento della realizzazione di una Europa in seno alla comunità dei paesi liberi e pacifici, alla quale essa apporterà equilibrio e la continuazione del suo pensiero creativo.
5. Nel momento presente, l’Europa non può nascere che dalla Francia. Solo la Francia può parlare ed agire. Ma se la Francia non parla e non agisce ora che cosa accadrà?
Un raggruppamento si opererà intorno agli Stati Uniti, ma per condurre con più forza la guerra fredda. La ragione evidente di ciò, sta nel fatto che i paesi d’Europa hanno paura e cercano aiuto. L’Inghilterra si avvicinerà sempre più agli Stati Uniti; la Germania si svilupperà rapidamente, noi non potremo evitare il suo riarmo. La Francia ricadrà nel malthusianesimo di un tempo, e questa evoluzione si concluderà fatalmente con il suo tramonto.
6. Dopo la liberazione, i Francesi, ben lungi dal lasciarsi abbattere dalle difficoltà, hanno dato prova di vitalità e di fede nell’avvenire: sviluppo della produzione, modernizzazione, trasformazione dell’agricoltura, messa in valore dell’Unione francese, ecc.
Orbene, durante questi anni i Francesi hanno dimenticato la Germania e la sua concorrenza. Essi credevano nella pace. Essi ritrovano di colpo la Germania e la guerra.
La crescita della produzione della Germania e l’organizzazione della guerra fredda risuscitano nel loro animo i sentimenti di paura tipici del passato, e farebbero rinascere i riflessi malthusiani. Essi ricadrebbero così nella loro condizione psicologica di paura proprio nel momento in cui l’audacia permetterebbe loro di eliminare questi due pericoli, e farebbe compiere allo spirito francese quei progressi per i quali esso è preparato.
In questa congiuntura, la Francia è designata dal destino. Se prende l’iniziativa che eliminerà la paura, che farà rinascere la speranza nell’avvenire, che renderà possibile la creazione di una forza di pace, essa avrà liberato l’Europa. E in una Europa liberata, lo spirito degli uomini nati sul suolo di Francia, viventi nella libertà le in condizioni materiali e sociali costantemente in progresso, continuerà ad apportare il suo contributo essenziale.
 
(a cura di Giovanni Vigo)


[1] Si tratta della proposta riguardante la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

 

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