Anno XXXI, 1989, Numero 2, Pagina 164

 

 

JOHN ROBERT SEELEY
 
 
«Nell’ambito della storiografia politica è ben difficile trovare autori che abbiano più felicemente realizzato l’ambizioso proposito di combinare una narrazione, lucida e dal solido costrutto, d’un periodo del passato con affermazioni che portassero direttamente ai problemi politici del presente». Questo giudizio di Sir A.W. Ward[1] stabilisce nei termini più precisi il carattere generale del contributo di Sir John Robert Seeley[2]. Di cultura liberale e animato da un forte impegno civile, Seeley era convinto che «è impossibile rendere interessante la storia di qualsivoglia Stato, se con il racconto non si riesce a mostrare una qualsiasi linea di sviluppo»[3], e che «nessuno può occuparsi a lungo di storia senza essere assillato dall’idea di svolgimento e di progresso»[4]. E’ qui in questione non tanto il problema pratico del come si possa più efficacemente catturare l’interesse del lettore o mantenere attivo quello dello storico, quanto piuttosto quello teorico di definire la natura della ricerca storica.
E’ infatti evidente che quelle affermazioni non comportano soltanto un atteggiamento di rigetto della cosiddetta «histoire événementielle», o di certe stravaganze della storiografia positivistica che tende a ridurre lo storico al rango d’un pignolo raccoglitore di documenti e considera arbitrario qualsiasi sforzo di attribuire un senso ai fatti. Esse comportano anche il convincimento che la storiografia, se per un verso, come ovvio, deve avvalersi d’un metodo scientifico nel corso della sua ricerca, non è, per altro verso, affatto avalutativa nella scelta del suo oggetto (che dipende dalla posizione che lo storico assume nei confronti del mondo, cioè dal suo sistema di valori), nella selezione dei fatti (il criterio dell’«importanza» implica giudizi di valore) e nell’attribuzione agli stessi di significato, (cioè nella loro interpretazione che è necessariamente legata al «risultato», la cui definizione si colloca sul terreno della filosofia della storia). Seeley, in effetti, non la pensava diversamente. La sua opera più impegnativa si apre significativamente con quest’affermazione: «Una delle mie massime predilette è questa: che la storia dovrebbe essere scientifica nel metodo, ma proporsi uno scopo pratico; che cioè non dovrebbe semplicemente appagare la curiosità del lettore sul passato, ma modificare la sua visione del presente e le sue previsioni sull’avvenire»[5].
E’, dunque, sulla base di questi convincimenti che nel pensiero di Seeley sfumano i confini tra storia e politica. «Lo scopo ultimo del mio insegnamento, scrive in termini lapidari, è di stabilire questa connessione fondamentale, di dimostrare che la politica e la storia non sono se non aspetti diversi di un medesimo studio. V’è una concezione volgare della politica che la riduce a una pura lotta d’interessi e di partiti, e v’è un genere di storia tutta azzimata che mira unicamente all’effetto letterario e produce libri piacevolissimi ondeggianti tra prosa e poesia. Questi pervertimenti derivano, secondo me, dall’innaturale divorzio di due soggetti fra loro connessi. La politica è volgare quando non è innalzata dalla storia, e la storia si riduce a semplice letteratura quando perde di vista le sue relazioni con la politica pratica»[6]. E’ naturale che, di fronte ad affermazioni di questo genere, chi abbia presente le falsificazioni storiche che sono state prodotte dal nazi-fascismo e più in generale dal nazionalismo, per tacere di quelle più recenti dello stalinismo, non possa reprimere un sentimento di sospetto. Questo sospetto è legittimo. Ma la consapevolezza delle aberrazioni cui ha condotto — e continua a condurre — la subordinazione della storia alla politica non cancella i legami che le uniscono. Seeley ne era profondamente convinto: «Se ammettiamo che la verità storica è raggiungibile, com’è in realtà, allora non vi può più essere discussione sulla sua suprema importanza. Essa si occupa di avvenimenti vastissimi e importantissimi, delle cause della decadenza e dello sviluppo degli imperi, della guerra e della pace, delle sofferenze o della felicità di milioni di uomini. Per queste considerazioni io unisco la storia alla politica. Io dico che quando studiate la storia, non studiate soltanto il passato, ma anche l’avvenire»[7]. Se le cose stanno cosi, il vero problema, che si pone allo storico che non si nasconda la propria responsabilità politica e che anzi sappia di non potersi spogliare del proprio punto di vista, è semplicemente quello, rigorosamente etico, dell’onestà; e la sua soluzione sta semplicemente nel dichiarare senza infingimenti da che parte si sta. Seeley lo ha fatto.
 
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Come molti liberali britannici del suo tempo, del pari sconosciuti sotto questo profilo, Seeley era un federalista[8]. Un grande federalista. Il saggio dal titolo «Gli Stati Uniti d’Europa», il cui testo, qui ripubblicato in versione integrale, riproduce per iscritto quello di una conferenza rivolta nel 1871 ai membri della Peace Society, può a buon diritto annoverarsi tra i più lucidi contributi della letteratura federalista. Il lettore che avrà la pazienza di scorrerlo potrà forse convenire che, quando Beveridge presentò Il pacifismo non basta di Lord Lothian definendolo — con ragioni indiscutibili — come «il testo che merita d’esser letto più d’ogni altra cosa che si sia scritta intorno ai problemi internazionali»[9], forse non conosceva questo lavoro di Seeley.
Non vorrò privare il lettore del piacere di scoprire da sé stesso in questo saggio la limpidezza del ragionamento, la ricchezza dell’argomentazione, la straordinaria perspicacia nel cogliere problemi e indicare quelle soluzioni che solo faticosamente alcuni federalisti hanno individuato nel corso della loro lotta in questo dopoguerra. Vorrei solo sottolineare i concetti nodali che costituiscono la struttura di questa riflessione e che risultano di straordinaria attualità proprio con riferimento alla lotta che i federalisti stanno conducendo oggi, in Europa e nel mondo.
Come nel saggio di Lothian, anche in questo — e si tratta di una lezione che i militanti federalisti non dovrebbero mai dimenticare — la polemica più sferzante, anche se condotta con il linguaggio misurato dello studioso e con un garbo tipicamente britannico, è indirizzata ai pacifisti: «Guardando alla situazione dell’Europa, constaterete che la vostra causa non sta facendo molti progressi… Anche voi converrete che, giustificabile o no, la guerra non sarà eliminata finché non si troverà un altro sistema per comporre le controversie». La guerra ha infatti una sua razionalità, perché costituisce, in ogni caso, uno strumento per porre rimedio alla ingiustizia internazionale. A nulla vale dunque esorcizzarla. Occorre invece identificare, proporre e affermare un sistema alternativo per conseguire lo stesso risultato. E in verità v’è un sistema alternativo per porre rimedio all’ingiustizia internazionale che consente di non ricorrere al barbaro strumento della guerra. Si tratta del sistema federale, il solo capace di realizzare la pace, ogni altro espediente che non subordini gli Stati a un potere sovrannazionale appartenendo al sistema della sovranità assoluta, cioè al sistema dell’anarchia internazionale o, per dirla più icasticamente, al mondo della guerra. Ai pacifisti, alle anime belle che combattono i fatti duri della violenza con le parole, Seeley ricorda che, nelle conferenze diplomatiche, quando si raggiunge un accordo che evita la guerra, la composizione avviene «in termini di forza e non di diritto»; che non è sufficiente invocare l’arbitrato internazionale e la fondazione di una Corte delegata a gestirlo perché «la Corte implica lo Stato e, come conseguenza, una Corte internazionale implica uno Stato internazionale o federale»; che, per realizzare la pace non basta instaurare una semplice lega di Stati come la Confederazione americana o il Bund tedesco, ma occorre creare «una federazione con un apparato completo di poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, e completamente indipendente dai governi dei singoli Stati»; che condizione indispensabile di questa indipendenza è che «il potere di coscrizione sia affidato solo alla federazione e sia assolutamente negato agli Stati».
Si potrebbe osservare che, se s’eccettua l’efficace polemica contro i pacifisti, questi concetti, illustrati nella prima parte del saggio, si ritrovano già in gran parte nei Federalist Papers. L’osservazione non sarebbe infondata. Ma non scalfirebbe il sentimento di ammirata sorpresa che la riflessione di Seeley suscita per la così viva coscienza che vi traspare del valore supremo della pace e dell’impareggiabile importanza della lezione del federalismo americano al riguardo, nonostante che la cultura politica europea del suo tempo — tutta indistintamente: dalla liberale, alla democratica, alla socialista — fosse impegnata nel dibattito sulle forme di regime da instaurare negli Stati esistenti, considerasse lo Stato nazionale un quadro naturale, e quindi immutabile, della lotta politica, e ritenesse la pace un sottoprodotto spontaneo del regime interno. Ciò che d’assolutamente originale si ritrova nell’analisi di Seeley emerge nella seconda parte del suo saggio. Indicare la soluzione istituzionale adeguata a realizzare la pace non è sufficiente. La pace, innanzitutto, sta divenendo il valore supremo. E ciò non solo per il carattere sempre più distruttivo della guerra moderna, ma anche perché il principio nazionale è destinato ad avvelenare sempre più le relazioni internazionali. «Le guerre, osserva Seeley, appaiono sempre più spaventose e più gigantesche; più vittorie riporta il principio della nazionalità e più rapidamente sembra approssimarsi un periodo in cui baldanzosi Stati fondati sulla legittimità popolare si faranno guerra l’un l’altro con irriducibile furia di odio nazionalista». In verità, «mezzo secolo fa si sarebbe potuto pensare che la guerra fosse solamente il gioco colpevole di ree aristocrazie, e che l’instaurazione di regimi fondati sulla sovranità popolare l’avrebbe fatta scomparire, ma credo che abbiamo visto abbastanza per convincerci che i popoli possono litigare quanto i re; che praticamente nessuna delle cause di guerra che dispiegò i suoi effetti nell’Europa monarchica cesserà di dispiegarli nella futura Europa dei popoli; e che le guerre dei popoli avranno dimensioni ben più gigantesche, e spargeranno più sangue e sofferenze di quanto non abbiano mai fatto le guerre dei re». E il suo sguardo di storico che studia il passato «per essere saggi prima degli avvenimenti»[10], giunge sino a vedere cosa potrebbe significare per l’Europa un tentativo egemonico della Germania: «La storia degli ultimi due secoli mostra che la forza combinata di tutti gli Stati europei non è sempre maggiore di uno solo di essi. Luigi XIV e Napoleone furono piegati solo con enorme difficoltà ed oggi cominciamo a dubitare che l’Europa sarebbe effettivamente in grado di resistere ad una Germania unita, se la Germania dovesse avviarsi sulla via dell’ambizione».
Dunque, gli Europei devono unirsi in una Federazione che «deve avere una costituzione come gli Stati che la compongono». Obiettivo difficile, ma non impossibile. Innanzitutto, poiché «la federazione che noi vogliamo non è semplicemente un accordo tra governi, ma una vera unione di popoli», «essa non sarà mai raggiungibile con mezzi puramente diplomatici o attraverso la mera azione dei governi, ma solo grazie ad un generale movimento popolare». E questo movimento, da «creare in ciascuno Stato europeo» dovrà diventare «sufficientemente forte da imporre il proprio progetto a governi che in molti casi per interesse gli sarebbero istintivamente ostili». Anche questo ambizioso obiettivo strategico non è utopistico. Infatti «è un equivoco giudicare la possibilità di riuscita di un’impresa solo in base agli ostacoli da rimuovere: ciò che conta è il rapporto tra tali ostacoli e la forza di cui si dispone». E nel valutare la possibile consistenza di questa forza occorre tener conto della coscienza sempre più diffusa del carattere efferato della guerra, dei valori universalistici della cultura, dei sentimenti religiosi, delle speranze dei popoli oppressi.
L’ultima riflessione concerne il significato storico della Federazione europea. La Federazione americana non ha impresso purtroppo alcun segno profondo nel corso della storia. «Se gli Americani hanno attuato ciò che ora si propone per l’Europa, le loro condizioni erano assai più favorevoli»; al punto che «si può affermare che la Federazione è stata data loro dalla Provvidenza». Significato ben diverso avrebbe «stringere insieme indissolubilmente tante razze rivali, tanti Stati rivali, tante religioni rivali, Inglesi e Francesi, Tedeschi e Slavi, Tedeschi e Italiani». Benché ciò possa apparire irriguardoso per i padri della Federazione americana, è un fatto che la Federazione europea costituirebbe la prima grandiosa costruzione sulla strada della pace perché sorgerebbe «come un tempio maestoso dalla tomba della guerra».
 
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Proprio perché adottò questo punto di vista, Seeley poté dare un contributo storiografico di eccezionale valore. Bastino qui pochi cenni. Seeley aveva raccolto da Leopold von Ranke il principio hegeliano che «la storia debba occuparsi dello Stato, che essa indaghi lo sviluppo e i mutamenti di una certa società organizzata, che agisce per mezzo di certi magistrati e di certe assemblee… La storia non si occupa degli individui»[11]; ed aveva ancora raccolto da Ranke il principio che non lo Stato, ma il sistema politico è il quadro del processo storico. L’analisi di Ranke al riguardo è però riduttivamente eurocentrica, non nel senso di certa storiografia e di certa antropologia culturale contemporanee che, affermata l’indifferenza delle civiltà, negano il concetto stesso di processo storico, ma perché la sua disattenzione verso gli spazi esterni all’Europa e al suo sistema politico, gli avevano impedito di cogliere nella sua pienezza proprio quel processo storico ch’egli intendeva capire e descrivere, un processo storico che si mostrava compiutamente in Europa ma aveva già una dimensione mondiale. Seeley infatti osservava che le lotte del XVI, XVII e XVIII secolo «sono considerate dagli storici dell’Equilibrio delle Potenze da un punto di vista troppo esclusivamente europeo. Ciò mi colpisce in particolar modo nel loro racconto delle imprese napoleoniche. Essi vedono in lui semplicemente un dominatore, che aveva l’ambizione d’intraprendere la conquista di tutta l’Europa e che, col suo genio, fu quasi sul punto di riuscire… Egli intendeva far grandi conquiste, e le compì, ma le sue conquiste non furono quelle ch’egli si proponeva… La sua ambizione era tutta rivolta verso il Nuovo Mondo. Egli è il Titano, il cui sogno consiste nel restaurare l’Impero francese, ch’era caduto nelle lotte del XVIII secolo, e nell’abbattere l’Impero britannico, ch’era sorto sulle sue rovine»[12]. E ancora: «Gli storici di quei secoli hanno tenuto d’occhio soprattutto due o tre grandi movimenti: anzitutto la Riforma e le sue conseguenze, in secondo luogo il movimento costituzionale che, sorto in tutti i paesi d’Europa, condusse in Inghilterra alla libertà, in Francia alla rivoluzione attraverso il dispotismo. Essi hanno del pari tenuto presente le grandi preponderanze che sorsero in Europa di tempo in tempo: quella della Casa d’Austria, quella della Casa di Borbone, e infine quella napoleonica. Questi grandi movimenti sono stati, per così dire, l’impalcatura alla quale essi hanno adattato tutti i fatti particolari. Ma l’impalcatura è insufficiente e troppo esclusivamente europea. Essa non lascia posto per un’infinità di fatti importantissimi ed esclude un movimento forse più grande, certo più continuo e durevole, di quelli che riconosce.
Ciascuna di queste concezioni della storia europea, presa separatamente, risponde a verità. L’Europa è una grande Chiesa e un grande Impero che si scinde in regni distinti e in Chiese nazionali o libere, come affermano coloro che fissano lo sguardo sulla Riforma; essa è un gruppo di monarchie, nelle quali la libertà popolare si è venuta gradatamente sviluppando, come dice lo studioso di diritto costituzionale; essa è un gruppo di Stati, che si equilibrano difficilmente fra loro e che sono quindi soggetti a perdere il loro equilibrio per la preponderanza dell’uno e dell’altro, come dice lo studioso di diritto internazionale. Ma tutte queste spiegazioni sono incomplete e trascurano quasi la metà dei fatti. Noi dobbiamo aggiungere: «Essa è un gruppo di Stati, dei quali i cinque più occidentali hanno subito una costante gravitazione verso il Nuovo Mondo e hanno trascinato dietro di sé i grandi imperi del Nuovo Mondo»[13]. Ne è prova il fatto che «la causa nascosta che faceva sorgere e cadere i ministeri, che sconvolgeva l’Europa e la spingeva alla guerra e alla rivoluzione era, assai più di quanto si supporrebbe, la rivalità costante degli interessi nel Nuovo Mondo»[14].
In questa prospettiva è possibile per Seeley una nuova visione delle vicende europee nell’evo moderno: «Nella storia delle relazioni del Vecchio col Nuovo Mondo, i tre secoli, XVI, XVII, XVIII, hanno ciascuno un carattere speciale. Il secolo XVI può essere indicato come il periodo ispano-portoghese. Il Nuovo Mondo è allora monopolizzato dalle due nazioni che l’hanno scoperto — dalla patria di Vasco de Gama e dalla patria adottiva di Colombo — finché nella seconda metà del secolo Spagna e Portogallo formano un unico Stato nelle mani di Filippo II. Nel secolo XVII gli altri tre Stati — Francia, Olanda e Inghilterra — scendono in gara per le colonie. Gli Olandesi prendono il sopravvento. Nel corso della loro guerra con la Spagna s’impadroniscono della maggior parte dei possedimenti portoghesi — divenuti allora spagnoli — nelle Indie orientali, e per un certo tempo riescono anche ad annettersi il Brasile. Subito dopo Francia e Inghilterra stabiliscono le loro colonie nel Nord America… Durante il secolo XVIII avviene qualche mutamento nell’importanza relativa dei loro imperi coloniali. Il Portogallo declina: così pure, più tardi, l’Olanda. La Spagna rimane in una condizione d’immobilità; i suoi possedimenti non sono perduti, non s’accrescono più, e rimangono, come la Cina, tagliati fuori dalle comunicazioni col resto del mondo. Inghilterra e Francia hanno progredito ambedue risolutamente; Colbert ha fatto della Francia uno fra i primi paesi commerciali d’Europa, ed essa ha esplorato il Mississipì. Ma le colonie inglesi hanno un netto vantaggio nella popolazione. Così il XVIII secolo assiste alla grande contesa tra Francia e Inghilterra per il Nuovo Mondo»[15], una contesa che Seeley ha definito «la seconda Guerra dei Cento Anni» apertasi con la rivoluzione del 1688[16]. Ne segue che il giudizio rankiano su Napoleone, che avrebbe avuto esclusivamente un progetto egemonico europeo, è limitato e per ciò scorretto. Napoleone «non vede mai nell’Inghilterra l’isola, lo Stato europeo, ma sempre l’impero mondiale» e «per conseguenza si persuade e persuade il Direttorio che il miglior modo per condurre la lotta contro l’Inghilterra è di occupare l’Egitto e al tempo stesso di spingere il sultano Tippoo in guerra contro il governo di Calcutta»[17].
Insieme al conflitto di potere tra gli Stati, Seeley identifica un fondamentale fattore di cambiamento nello sviluppo della scienza e della tecnica. Così il commercio, che già agli albori del XVI secolo cominciava a dispiegarsi su scala planetaria, gli appariva come «una grande causa storica» che «produsse gradatamente l’effetto di abbattere la vecchia struttura medioevale della società e d’iniziare l’età industriale»[18]. Ma lo sviluppo della scienza e della tecnica non è solo un fondamentale fattore di cambiamento sociale, esso segna anche il destino delle comunità politiche: «…le stesse invenzioni che rendono possibili grandi unioni politiche, tendono a rendere malsicuri, insignificanti, secondari, gli Stati che serbano le antiche dimensioni». Questo meraviglioso respiro sugli ampi spazi della scena mondiale, che costituiscono, sin dall’inizio dell’evo moderno, il quadro effettuale del processo storico, il quadro cioè dello sviluppo delle forze produttive e del conflitto di potere tra gli Stati, consente a Seeley una previsione che, formulata nel lontano 1883, appare semplicemente mirabile: «Se gli Stati Uniti e la Russia conservano per un altro mezzo secolo la loro unità, alla fine di questo periodo avranno soffocato alcuni degli antichi Stati europei come la Francia e la Germania, e li avranno ridotti a potenze di second’ordine. La stessa cosa accadrà all’Inghilterra»[19]. «La Russia e gli Stati Uniti supereranno in potenza quelli che ora chiamiamo grandi Stati, come i grandi Stati territoriali del secolo XVI superarono Firenze»[20].
Fermiamoci qui. Ma non senza aver formulato un’ultima considerazione. E’ noto che fu proprio Seeley ad aprire a Ludwig Dehio nuovi orizzonti. E ciò non solo perché molti giudizi cruciali che sono stati dianzi ricordati si ritrovano nel suo Equilibrio o egemonia[21], ma anche e soprattutto perché fu proprio l’analisi di Seeley a consentirgli di superare quel limite dell’indagine rankiana che lo storico inglese aveva così chiaramente identificato e, come Seeley aveva potuto interpretare in termini affatto nuovi il grande disegno di Napoleone, così Dehio poté collocare Guglielmo II e Hitler nella giusta prospettiva storica, quella degli albori del sistema mondiale degli Stati e dell’agonia del sistema europeo degli Stati. Ed è proprio in questi due grandi storici, così strettamente legati, che i federalisti possono trovare preziosi elementi di riflessione per ripensare, con categorie nuove e a partire da un punto di vista nuovo, il passato. «Rinnovare il quadro storico è uno dei grandi compiti dell’ora presente», diceva Dehio[22]. E aveva ragione; perché, posti i legami fra storia e politica che Seeley ha stabilito, rinnovare il quadro per pensare il passato è la stessa cosa che rinnovare il quadro per pensare l’avvenire.
 
 
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GLI STATI UNITI D’EUROPA*
 
Signori, se non me l’aveste chiesto, non mi sarei mai cimentato con questo argomento. Non pretendo di saperne trattare con la completezza e la precisione che esso richiede, ma non posso rifiutarmi di farvi parte delle mie opinioni, in un momento in cui ogni parola può assumere valore, e quando una associazione come questa, aperta e organizzata in modo particolare per trarre vantaggio da ogni suggerimento, sollecita il mio parere.
Non vi è necessità di convincervi che, se fosse possibile, la guerra andrebbe abolita; e poiché anch’io ne sono convinto, possiamo dare questo punto per scontato. Ma vorrei molto rapidamente rispondere ad uno o due argomenti grazie ai quali la gente è convinta che la guerra è, se non una cosa buona, almeno una cosa che ha in sé tanto di buono che, considerando l’enorme difficoltà di abolirla, si può consentire che continui ad esistere; o che la guerra è così profondamente radicata nella natura umana, e così strettamente connessa con la parte migliore di questa, che abolirla significherebbe dover rifare l’uomo, e rifarlo forse di un tipo meno nobile. E’ assai comune, innanzitutto, sentir dire che la guerra non è che l’espressione naturale delle passioni malvagie, e di conseguenza che non la si può eliminare se non dopo avere eliminato tali passioni. Dobbiamo, si dice, iniziare dalle radici.
 
«This huckster put down war! can he tell
Whether war be a cause or a consequence?
Put down the passions that make earth hell;
Down with ambition, avarice, pride;
Jealousy, down! cut off from the mind
The bitter springs of anger and fear;
Down too, down at your own fireside
With the evil tongue and the evil ear,
For each is at war with mankind»[23]
 
La poesia è buona, ma non posso condividerne il contenuto. Dunque, sarebbe impossibile controllare o prevenire le cattive azioni tranne che estirpando le male passioni dalle quali esse sono suscitate? Se è così, tutta la società civile si fonda su un errore, perché il suo obiettivo primario è quello di impedire la guerra tra i privati e per conseguirlo non segue affatto quel metodo. Se la guerra tra individui, tra città, tra contee può essere evitata senza estirpare le passioni che la suscitano, perché ciò non può avvenire tra gli Stati? Eppure la guerra tra individui è stata abolita. Anzi, è facile citare casi nei quali la guerra è stata permanentemente abolita tra determinate nazioni. L’Inghilterra e la Scozia hanno combattuto per secoli come cani e gatti, e ora sono unite da vincoli indissolubili di concordia. Si tratta di un grande risultato della politica. Siamo di fronte al trionfo di quel tipo di capacità che riesce a rendere felici le società. E in che modo è stata appianata questa secolare contesa? Vi si è giunti avendo forse prima eliminato dagli animi degli Inglesi e degli Scozzesi la loro avversione reciproca? No: prima sono venute l’unione politica e quella economica. La consapevolezza di un interesse comune ha dato origine ad un governo comune e il governo comune, creando l’abitudine a certi rapporti sociali, ha gradualmente fatto scomparire i sentimenti ostili. L’odio reciproco è stato estirpato dai cuori delle due nazioni, ma ciò non è stato la condizione preliminare per l’unione, ma il risultato finale. Quando sentiamo dire che Inglesi e Francesi, o Francesi e Tedeschi per secoli non abbandoneranno la loro reciproca avversione al punto di potersi unire, ricordiamoci dell’Inghilterra e della Scozia e rispondiamo: «Ma essi possono essere sufficientemente uniti da dimenticare i contrasti».
Un altro argomento è che la guerra, con tutti i suoi orrori, ha pur tuttavia in sé qualcosa di grandemente benefico. Non è solo l’accozzaglia di distruzione e dolore che può a prima vista apparire. Non è mero ricorso alla forza fisica. Al contrario, gli esiti di una guerra sono sempre guidati dalla giustizia della Provvidenza. Il lato più debole, essendo nel giusto, trionfa inaspettatamente; il potere arrogante e vessatorio crolla all’improvviso nel momento del giudizio. Intricati grovigli negli affari umani vengono recisi dalla spada della guerra; controversie internazionali protrattesi per lungo tempo vengono decise una volta per tutte, e nel complesso in modo giusto. Questo manifestarsi della giustizia della Provvidenza, che agisce su ampia scala, appare così esaltante e incute tanto rispetto che non possiamo far a meno di pensare che il mondo sarebbe un luogo meno sacro, e la vita umana più squallida, se non dovesse più verificarsi. Non più Maratona, non più Morgarten! Non più tragedie come I Persiani, non più inni come il trionfo di Isaia su Sennacherib! La poesia e le profezie non perderebbero i loro temi più elevati, e non regnerebbero forse mera agiatezza e rozza prosperità là dove si erano scatenati i grandi conflitti tra il bene e il male, e dove erano state pronunciate le gravi sentenze divine?
Sarebbe errato confondere questa teoria con quella medioevale, sulla quale si fondava il giudizio di Dio. Tuttavia, vale la pena ricordare che nonostante i nostri antenati credessero che nei conflitti tra individui e tra Stati si rivelasse una giustizia della Provvidenza, pure col tempo il giudizio di Dio cadde in disuso, e nessuno ai giorni nostri se ne augura il ritorno. Eppure, io credo che persino quella teoria dei nostri antenati non fosse pura superstizione. Il cimento nel giudizio di Dio non metteva in questione soltanto la forza fisica. La coscienza di essere nel torto spesso indeboliva uno dei combattenti, mentre la consapevolezza di essere nel giusto rendeva forte l’altro. Talvolta, probabilmente, si verificavano casi come quello di Bois-Guilbert di Scott, nei quali gli spettatori unanimemente accoglievano con rispetto il giudizio di Dio. Ma anche se in tali decisioni poteva esservi una qualche giustizia, d’altro canto essa non era certamente giustizia piena. La coscienza di combattere per una causa giusta era forse in grado di influire in una certa misura, ma la forza fisica, l’abilità, l’agilità, il caso potevano risultare anch’essi determinanti. E ancora, non avrebbe potuto la contesa seguire un altro percorso, e la questione essere risolta esclusivamente in termini di merito? Nel giudizio di Dio, la giustizia poteva essere solo un ingrediente; con la ricognizione giuridica del merito, se gli sforzi compiuti erano adeguati, si poteva giungere ad una giustizia perfetta e completa.
Senza dubbio, in una lotta tra Stati le forze morali operano in modo molto più potente che non nelle lotte tra individui. In guerra, il successo di uno Stato è determinato tanto dall’abnegazione e dalla disciplina quanto dalla forza numerica, dalla ricchezza e dalla scienza militare. Ora, l’abnegazione e la disciplina sono in pratica sinonimi di virtù, così che a proposito della guerra si può ben affermare che la virtù è potere. Inoltre, la causa giusta attrarrà la simpatia di altri Stati, mentre la causa ingiusta la alienerà. E ancora, la causa giusta darà allo Stato unanimità di consensi anche durante la lotta, mentre lo Stato che combatte per una causa ingiusta vedrà probabilmente crescere il malcontento per il peso della guerra, e la disaffezione e la discordia ne paralizzeranno il governo. Se si può dunque ritenere che l’antico giudizio delle armi fosse più che un semplice ricorso alla forza fisica, non vi è dubbio che ciò valga a maggior ragione per gli Stati: e allora, tutto quello che i poeti ed i profeti hanno detto sulla manifestazione della giustizia divina attraverso il corso delle guerre, potrebbe ben essere vero.
Se non vi fossero altri mezzi per risolvere le controversie internazionali, trarrei consolazione da questa conclusione. Sarebbe piacevole pensare che, nel momento della carneficina e della desolazione, la giustizia è pur sempre, e talvolta clamorosamente, sostenuta; che anche quando gli uomini si abbandonano a passioni distruttive, non possono sfuggire alle leggi che a tali passioni pongono un freno; che lo spirito dell’ordine, dell’armonia, della costruttività aleggia meravigliosamente sopra il caos della discordia. Questa è una di quelle antitesi delle quali si impadronisce l’immaginazione poetica — scure nubi che minacciano di soffocare il mondo e poi, nell’attesa costernata, il tenero arcobaleno che improvvisamente e silenziosamente lo cinge.
Ma se gli antichi profeti che parlavano del Signore degli Eserciti fossero vissuti oggi, penso che avrebbero parlato un linguaggio molto diverso. E’ nel raffronto con la mancanza totale di giustizia che può apparire apprezzabile la giustizia della guerra: in confronto a qualsiasi sistema legale adeguatamente organizzato, essa è senza dubbio deplorevole. Come ho già detto, se pur vi è una qualche giustizia nella guerra, essa non può essere nemmeno lontanamente sufficiente. Una decisione giuridica corretta non è quella nella quale ha spazio la giustizia, ma quella nella quale non ha spazio che la giustizia. E a meno che noi ipotizziamo negli affari che concernono gli Stati non solo la Provvidenza, ma una Provvidenza tanto speciale che considereremmo superstizione riferirla agli individui, a meno di ciò è impossibile pensare che i verdetti forniti dalle guerre possano rientrare in quella categoria. Il valore di una nazione è una delle sue armi: è vero, ma è solo una tra le tante. Inoltre, esso si differenzia dalla giustizia della causa specifica per la quale la nazione sta lottando. La guerra è un giudice che non presta molta attenzione alle prove, ma decide in base alle credenziali. Ad esempio, si può sostenere che la sconfitta dei Francesi nella guerra attuale[24] è frutto della loro mancanza di moralità, della corruzione che un governo immorale ha introdotto nella organizzazione militare; ma tutte queste ragioni avrebbero prodotto i loro effetti anche se la loro causa contro la Germania fosse stata giusta: con ogni evidenza, il loro insuccesso sarebbe stato altrettanto grande.
Ma supponiamo che la guerra, invece di aver in sé semplicemente qualche elemento di giustizia, consenta di giungere ad una decisione veramente equa, come lo consentono un giudice o una giuria: sarebbe per questo difendibile? Credo che voi la riteniate comunque ingiustificabile. Io direi che sarebbe giustificabile se non vi fossero altri mezzi per ottenere la giustiziaa livello internazionale. Anche voi converrete che, giustificabile o no, la guerra non sarà abolita finché non si troverà un altro sistema per comporre le controversie. Guardando alla situazione dell’Europa, constaterete che la vostra causa non sta facendo molti progressi. Mezzo secolo fa, si sarebbe potuto pensare che la guerra fosse solamente il gioco colpevole di re e aristocrazie e che l’instaurazione di regimi fondati sulla legittimità popolare l’avrebbe fatta scomparire: ma credo che abbiamo visto abbastanza per convincerci che i popoli possono litigare quanto i re; che praticamente nessuna delle cause di guerra che dispiegò i suoi effetti nell’Europa monarchica cesserà di dispiegarli nella futura Europa dei popoli; e che le guerre dei popoli avranno dimensioni ben più gigantesche, e spargeranno più sangue e sofferenze di quanto non abbiano mai fatto le guerre dei re. E non è allora tempo di abbandonare concetti che risultano convincenti per così pochi individui, soprattutto se è possibile seguirne altri, che tutti in ugual misura sono disposti ad ascoltare? Finché si dice: «La guerra non è difendibile in alcun caso, e le nazioni devono essere pronte a sopportare soprusi piuttosto che farvi ricorso», si sa per lunga esperienza che si predica ai sordi. Ma ciascuno ha sufficientemente chiari gli orrori della guerra per ascoltare avidamente chi suggerisce una via praticabile per comporre pacificamente le controversie internazionali. Se diventasse evidente per un gran numero di individui che vi è una alternativa soddisfacente alla guerra, anch’essi incomincerebbero a considerarla come voi: il più smisurato e intollerabile dei mali. Se gli uomini conoscessero con chiarezza questa alternativa, state certi che non dovreste più lamentarvi della loro indifferenza o della loro freddezza per la vostra causa.
A torto o a ragione, la maggior parte della gente pensa che il tribunale della guerra, con tutti i suoi difetti, sia meglio della mancanza di tribunali. Voi direte: «Nessuno propone di abolire la guerra senza sostituirla con qualcosa d’altro»; in realtà, essa va sostituita con l’arbitrato. Ma l’errore di tutti i sostenitori della pace che ho fino ad ora incontrato è che essi non entrano nei dettagli a proposito di questo arbitrato, in modo tale da convincere che è attuabile. Creare un sistema di arbitrato internazionale non è sicuramente facile: per la maggior parte della gente è semplicemente una chimera. L’impressione comune al riguardo — a mio parere completamente errata — è che tali progetti presuppongano una natura umana molto migliore; e che ci sarà tempo di prenderli in considerazione quando l’umanità sarà stata ingentilita da altri cinque secoli di civiltà. Fin quando la gente penserà così, e se voi non la costringerete a pensare altrimenti, essa non prenderà mai in seria considerazione alcun piano per abolire la guerra; perché gli individui non sono pronti ad abolirla senza un’alternativa, e voi non proponete loro alcuna alternativa che possa essere considerata realizzabile. Ma questa indifferenza che la gente mostra non deve essere fraintesa, così come fanno tanti fautori della pace, e guardata come insensibilità ai mali che la guerra provoca. Cura adeguata non sono le invettive contro la guerra, o i romanzi di Erckmann-Chatrian, per quanto eccellenti. Cura adeguata è un progetto di arbitrato attuabile e autorevole, che tenga conto anche dei dettagli, e proponga meccanismi adeguati per superare le difficoltà pratiche. Se la Peace Society avesse elaborato un tale progetto, e disponesse di uomini di Stato determinati a difenderlo e a portarlo avanti, credo che il problema della pace entrerebbe istantaneamente in una nuova fase. Non si tratterebbe più, come è ora per la maggior parte degli individui, di controversie risolte con la guerra o non risolte affatto, della «giustizia selvaggia della vendetta» o di nessuna giustizia, né selvaggia né civile; diventerebbe una questione di giudizio affidato alle armi o giudizio affidato al diritto, una questione alla quale non si potrebbe dare che una risposta. Se venisse una volta dimostrato che è possibile risolvere le controversie internazionali con il diritto, quali argomenti rimarrebbero a favore della guerra, e chi sarebbe tanto pazzo da spendere una sola parola per giustificarla? Voi vedreste tutta l’indifferenza della quale vi lagnate sparire in un batter d’occhio; non vi sarebbero più occasioni per denunciare gli orrori della guerra e il sangue versato, il numero di vite perdute, il numero degli orfani, la rovina dei beni, il ritardo nel progresso, il prolungarsi della schiavitù politica, e tutte le altre conseguenze di questa grande piaga sociale.
Scoprireste ben presto che l’apatia che attribuivate ad insensibilità era in realtà dovuta alla disperazione, e che si è dissipata come nebbia al primo raggio di speranza razionale. Invece di scontrarvi con l’assenza di risposte, sareste sorpresi dall’unanimità e dalla profondità della simpatia che riscuotereste. Scoprireste che, se l’opera alla quale vi siete accinti è la più grande che sia mai stata intrapresa, avete peraltro a disposizione una forza molto maggiore di quanto non ne abbia mai avuta alcun politico. Se un’opinione, fattasi strada tra la gente e man mano rafforzatasi attraverso l’apporto razionale di uomini d’azione, è stata in grado di costringere parlamenti freddi o riluttanti ad accettare l’Emancipazione dei Negri ed il Libero Scambio, vi assicuro che il fermento allora sollevato era tutt’altro che vasto, un movimento quasi impercettibile, in confronto a quello che scuoterebbe l’Europa, e intimidirebbe i governi, e renderebbe insignificanti le tradizioni, vecchie come il mondo, delle monarchie militari il giorno in cui l’uomo riuscisse a scorgere la verità, cioè che la guerra non è solo una cosa terribile, o dannosa, o incivile — tutto ciò lo si sa da tempo — ma che non è necessaria, e può essere abolita. Il gigante della guerra, che noi ora teniamo in vita come teniamo invita il boia, e che consideriamo un giustiziere esecrabile ma necessario, con quanta gioia trionfante il popolino liberato gli si volgerebbe contro! Sarebbe «assassinato in una spedizione punitiva da donne armate di vanghe e ragazzi armati di pietre»!
Scopo di questa conferenza è, dunque, di dare alcuni suggerimenti a coloro che vorrebbero capire come si può concretamente realizzare un sistema di arbitrato internazionale. Si vedrà che l’adozione di tale sistema comporta un certo numero di cambiamenti rilevanti sul piano politico. Questo ovviamente per voi non è una novità, abituati come siete a sentir definire «utopistico» il vostro disegno. Ma mi sento d’affermare che il progetto, per quanto vasto, non merita affatto di essere definito utopistico, perché un progetto è utopistico non solo perché è vasto, ma anche perché si propone uno scopo sproporzionato ai mezzi di cui si dispone; mentre i mezzi qui disponibili, le forze e l’influenza che possono essere chiamate a raccolta per portare a compimento l’opera, sono enormi, tanto quanto lo è la difficoltà del disegno stesso.
Tenterò ora di dimostrare le seguenti affermazioni:
1. Il sistema internazionale che si deve instaurare è qualcosa di essenzialmente diverso da quello ora esistente, per il quale gli affari europei vengono definiti in Congressi[25] delle grandi potenze, e non potrà perciò derivare da esso.
2. Questo sistema comporta necessariamente una federazione di tutte le potenze che dovranno goderne i frutti.
3. Per essere veramente forte ed efficace, tale sistema richiede necessariamente una federazione in senso stretto; vale a dire, una federazione non secondo il modello del passato Bund tedesco, ma secondo il modello degli Stati Uniti — una federazione con un apparato completo di poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, e completamente indipendente dai governi dei singoli Stati.
4. La condizione indispensabile per il successo di tale sistema è che il potere di coscrizione sia affidato solo alla federazione, e sia assolutamente negato ai singoli Stati.
Mi sembra superfluo dilungarmi a spiegare che l’attuale sistema dei Congressi non è affatto quello che vogliamo. Tale sistema è utile per uno scopo particolare, ma il nostro obiettivo è affatto diverso. Vogliamo qualcosa di simile a un tribunale per le controversie internazionali. Ora, un Congresso europeo non somiglia affatto ad un tribunale, e quando lo si definisce un Areopago, o si usano altri sinonimi del termine «Corte», ci si rende senza dubbio colpevoli di una palese inaccuratezza. Un tribunale può naturalmente avere molti difetti, e tuttavia non cessare di essere un tribunale; ma il difetto del Congresso europeo non è né lieve né casuale, bensì intrinseco e perciò fatale. Cosa penseremmo di una Corte i cui membri fossero tutti strettamente legati da interessi con le parti, e nella quale sedessero invariabilmente, nei casi più importanti, gli stessi contendenti? Vi sono state occasioni nelle quali il Congresso europeo ha avuto una parvenza di imparzialità. Si potrebbe sostenere che quando fu creato il regno del Belgio, il Re d’Olanda fu convenuto davanti a una Corte europea, e che il giudizio nei suoi confronti fu reso in nome di un generale sentimento di giustizia. Ma chi ignora, tuttavia, quanto profondamente falsa sarebbe tale affermazione? Chi ignora che gli autori principali di tale accordo avevano in mente tutt’altro che la giustizia, che tra Inghilterra e Francia era in corso una disputa diplomatica, e che la vera questione non erano gli interessi, e tanto meno i diritti, delle parti convenute davanti alla Corte, ma la conciliazione dei vantaggi per due membri della Corte stessa, così da evitare una guerra tra di essi? In breve, i giudici, lungi dall’essere, come avrebbero dovuto, indifferenti alla questione dibattuta, ne erano assai profondamente coinvolti, e non si curavano di nasconderlo. L’accordo raggiunto fu dunque una composizione in termini di forza e non di diritto; tale composizione si è rivelata importantissima e positiva, ma non per tale ragione merita che le sia riconosciuto carattere giuridico.
Tuttavia non è in particolare per questi casi che si vuole una Corte internazionale. Il mondo è in pericolo non tanto per le piccole divergenze tra Olandesi e Belgi, quanto per i drammatici scoppi di gelosia nazionalista tra Francia e Germania, Inghilterra e Russia. Ora, in casi di tale rilevanza il Congresso europeo non pretende di avere neppure la parvenza di un tribunale. Se i giudici sono dichiaratamente parziali, ciò è sufficiente a togliere loro ogni carattere di giudizialità; e se i contendenti sono alcune tra le grandi potenze europee essi sono giudici nella loro stessa causa. Non ho certamente bisogno di aggiungere altro su questo punto.
In breve, un ambasciatore non può al tempo stesso essere giudice, e un Congresso di plenipotenziari un tribunale. Sullo scanno di un giudice gli interessi non debbono trovare rappresentanza. Una buona Corte è quella in cui non entrambe le parti sono rappresentate, ma quella in cui non lo sono né l’una né l’altra.
Siamo così abituati a vedere tribunali efficienti nelle controversie tra privati, che a prima vista non ci appare difficile concepire una buona Corte anche per le questioni internazionali. Pensiamo che manchi solo la volontà. In Inghilterra anche ai giorni nostri sono state create diverse nuove Corti, e tutte hanno funzionato in modo soddisfacente. Che difficoltà potrebbe esservi a crearne un’altra? Una difficoltà molto ovvia! Una cosa è dar vita ad una Corte all’interno di uno Stato, e si è imparato da tempo come farlo; ma costituire una Corte fuori dal raggio di azione di una qualsivoglia organizzazione politica è cosa ben diversa, e nessuno fino ad ora vi è riuscito con buoni risultati. E’ evidente che il sistema giudiziario è strettamente legato alle altre istituzioni di uno Stato; che esso cresce con la crescita del sistema nel suo complesso, e che si modifica nel corso di tale sviluppo. Potremmo immaginare le Corti a Westminster in una condizione di isolamento, avulse dagli altri organi dello Stato ai quali sono così strettamente connesse? Eppure ciò è simile a quello che si propone quando si suggerisce l’idea di una Corte internazionale. Perché le Corti vivono all’interno degli Stati, si propone di istituire una Corte, per così dire, all’aperto, una Corte non collegata ad alcun potere esecutivo o legislativo.
Non intendo affermare che tale Corte non potrà mai essere creata, semplicemente perché fino ad oggi non ne abbiamo avuto alcun esempio. Ma voglio sottolineare che non possiamo trarre alcuna previsione di successo da quello delle Corti esistenti, perché queste operano in condizioni del tutto differenti. Per il fatto che le mele crescano facilmente e in gran numero sugli alberi, non possiamo certo presumere di poterle produrre senza alberi — o almeno, non possiamo contarci.
Ma voglio spingermi oltre e porre in rilievo che non solo le Corti sono sempre storicamente esistite nell’ambito degli Stati, ma hanno tratto da questi le loro caratteristiche e la loro efficienza. Infatti i giudici non possono autocostituirsi, né darsi dettagliate regole di procedura; e ancora, i giudici cessano di essere tali, e diventano qualcosa di profondamente diverso, se alle loro decisioni non viene data esecuzione. Un giudice non è semplicemente una persona che valuta le prove ed emette verdetti: è una persona che è stata investita di quell’ufficio da un potere riconosciuto competente a conferirlo, ed è anche una persona le cui decisioni vengono regolarmente rese esecutive da un potere cui è riconosciuta tale competenza. I giudici, perciò, o i tribunali, non possono esistere isolati, ma sono necessariamente collegati ad altri poteri: un potere di nomina, un potere di disciplina, e un potere di attuazione. Ma là dove si incontrano tutti questi poteri, un potere di nominare i funzionari, un potere di regolazione o legislativo, un potere giudiziario, e un potere di eseguire le sentenze, si ha l’organizzazione completa dello Stato; ciò dimostra che la Corte implica lo Stato e, come conseguenza necessaria, che una Corte internazionale implica uno Stato internazionale o federale.
Forse qualcuno risponderà: «Uno Stato, se volete chiamarlo così, o qualcosa di equivalente ad uno Stato sarà senza dubbio necessario, ma esso non sarà neppure lontanamente ingombrante o complesso come lo è generalmente l’organizzazione statale. Si dovrà predisporre un certo apparato federale per regolare e sostenere la Corte internazionale, ma il meccanismo sarà dei più semplici e dei meno costosi». Sarà davvero così? Ma anche se lo fosse, avremmo sempre di fronte a noi il problema di creare la federazione, non solo la Corte. Se gli Stati europei non daranno vita a una federazione purchessia, la Corte internazionale non potrà mai vedere la luce. L’assemblea giudiziaria è inconcepibile senza una assemblea legislativa, benché con competenze limitate, benché raramente convocata; è inconcepibile senza funzionari che diano esecuzione alle sentenze.
Una volta compreso che il problema è quello di dar vita ad una confederazione[26] di Stati europei, istintivamente facciamo riferimento ai vari esperimenti di federazione che la storia ricorda. Ciò che vogliamo scoprire è quale possa essere il legame federativo più lasso possibile ma che risponda allo scopo, perché è evidente che quanto più stretto è tale legame, tanto più complessa è l’organizzazione che esso richiede, e maggiore è il sacrificio imposto ai singoli Stati. Il nostro motto sarà «federazione», ma la più agile possibile: il compito sarà già comunque abbastanza difficile, cerchiamo di ridurre al minimo le complicazioni.
Ora la storia ci suggerirà — e questa è la cosa più importante che ho da dirvi — che dobbiamo abbandonare il progetto, così facile da concepire, di una federazione agile ma efficiente. Come i termini stessi del problema ci hanno condotto al concetto di federazione, così saremo indotti dalla storia a ritenere che solo un vincolo federale molto stretto possa essere efficace. La costruzione di una federazione compare nella storia come un problema spesso affrontato ma raramente risolto con successo. La storia non ci propone tipi diversi di federazione, tutti ugualmente soddisfacenti, e ciascuno adatto a particolari esigenze. Al contrario, quello che vi rinveniamo sono una o due federazioni che hanno avuto successo, e diverse altre che sono fallite nel modo più disastroso e vergognoso. Ciò mostra come affermare che la creazione di una Corte internazionale implica una federazione equivalga ad affermare che ciò implica la soluzione di uno dei problemi più difficili; e come, anziché prendere alla leggera la questione dell’apparato federale che la creazione di quella Corte richiederebbe, considerandolo facilmente costituibile, si debba invece rivolgervi la massima attenzione, in quanto questa è la parte più delicata del nostro compito, e quella dove gli insuccessi vanno maggiormente temuti.
Per trovare esempi di federazioni che sono fallite, non è necessario che io vada a ritroso nel tempo fino alla debole lega anfizionica dell’antica Grecia, che rappresentò un’ottima arma per l’ambizione di Filippo, né a quella del Sacro Romano Impero, scompaginato e beffato da Federico di Prussia. Mi rifarò invece a due esempi più recenti, il Bund tedesco che crollò nel 1866, e la vecchia Confederazione americana che nel 1789 lasciò il passo all’Unione americana. Si tratta di due federazioni che fallirono entrambe perché non erano sufficientemente strette. Il caso della Confederazione americana è particolarmente istruttivo per noi, perché le ragioni del suo fallimento vennero allora comprese tanto chiaramente che fu possibile sostituirla con una versione corretta, la quale ha risposto alle aspettative dei suoi autori mostrandosi all’umanità come la federazione di maggior successo chela storia annoveri. Il Bund tedesco è istruttivo da un altro punto di vista, in quanto esso comprendeva alcune delle nazioni alle quali si riferisce la federazione da noi proposta. La maggior parte dei progetti di arbitrato internazionale dei quali ho sentito discutere dopo che le calamità di questi ultimi sei mesi ci hanno costretto ad occuparcene, erano già stati attuati, a mio parere, nel Bund tedesco, e il loro fallimento è dimostrato dalla storia della sua inefficienza e della sua caduta.
Come questi due esempi dimostrano cosa evitare in una federazione, così l’Unione americana ci mostra cosa imitare. Quando affermo che questa è la federazione di successo par excellence, non intendo lanciarmi in un elogio indiscriminato delle istituzioni americane. Gli Americani sono una nazione tesa alla produzione, una nazione perciò nella quale la cultura si è scontrata con grandi difficoltà; la loro vita politica è appesantita dallo sciame composito di emigranti ai quali essi hanno dato potere troppo facilmente e troppo presto. Il loro sistema può avere cento difetti, ma questo non gli impedisce una eccellente riuscita come federazione. Essi hanno scoperto per l’intera umanità una forma più alta di unità politica; hanno trovato un nome più alto di quello di Stato; hanno creato una virtù che trascende il patriottismo. Quell’unione di nazioni, che qui è desiderio, utopia, religione, dall’altro lato dell’Atlantico ha compiuto un grande balzo verso l’attuazione pratica. Là esiste già ciò che qui sembra tanto chimerico: Stati che convivono fianco a fianco, in amicizia, come dipartimenti o contee. Per proteggere frontiere come quelle della Francia, non vi è bisogno di una Metz o di una Strasburgo più di quanto non ve ne sia sul confine tra il Middlesex e lo Hertfordshire; e in bilanci di Stati grandi come l’Inghilterra, non vi sono fondi destinati ad apparati militari. Senza dubbio la loro situazione era molto più favorevole della nostra in Europa, ma ciò che essi hanno realizzato non aveva precedenti, mentre l’Europa ha ora il vantaggio dell’esempio dell’America.
Ma si dirà: «Se volete abolire la guerra, guardate ovunque tranne che in quella direzione. Gli Stati Uniti sono usciti non molto tempo fa da una delle guerre più gigantesche della storia». E’ vero, la loro pace è stata spezzata, ma essi l’hanno riconquistata: la vera pace americana, una pace sconosciuta in Europa, una pace senza apparati militari. E la loro guerra, che pur è stata gigantesca, non va confusa con le guerre europee. No, ricordate che si trattava di una guerra contro la guerra. Era una guerra in nome dell’unità, una guerra contro la divisione, non più simile alle guerre europee di quanto la violenza usata da un poliziotto sia simile alla violenza criminale, o l’omicidio del boia paragonabile ad un assassinio. Se l’avessero avuta vinta i secessionisti, due eserciti, o forse più, starebbero in questo momento fronteggiandosi in America, e si sarebbe instaurato anche là il pernicioso, sventurato sistema europeo. Ma gli Americani, dopo essere passati attraverso un conflitto gigantesco, sono stati capaci di disarmarsi, e possono coltivare una ragionevole speranza di non essere più costretti a scendere ancora in guerra, almeno all’interno dell’Unione. Il Presidente Lincoln ha giustamente affermato di aver combattuto non per abolire la schiavitù, ma per mantenere l’Unione. La conservazione dell’Unione era di gran lunga l’obiettivo più importante, perché era il passo più grande che l’umanità avesse mai compiuto verso l’abolizione della guerra.
Dunque, nonostante quella guerra interna, si può dire che l’Unione americana ha risolto il problema dell’eliminazione dei conflitti, e noi possiamo vedere in essa il modello al quale l’Europa, di molto superiore all’America per perfezione della cultura e per ricchezza letteraria ed artistica, dovrebbe ispirarsi nei suoi rapporti internazionali. Ebbene, questo grande trionfo dell’Unione è stato raggiunto proprio là dove una preesistente confederazione[27] aveva clamorosamente fallito nella stessa impresa. Le due federazioni erano simili: ma evidentemente il segreto del successo va ritrovato in ciò che esse avevano di diverso. Ora, esse differivano soprattutto nel grado di forza e di indipendenza attribuito alla organizzazione federale. Quando l’organizzazione federale era stata lassa, e non nettamente svincolata da quella degli Stati, la federazione era fallita: ma ebbe successo quando il vincolo federale venne rafforzato.
La particolare lezione che ci deriva dall’esperienza degli Americani è che i provvedimenti emanati dalle federazioni non devono essere affidati, per la loro esecuzione, a funzionari dei singoli Stati, e che la federazione deve disporre di un esecutivo indipendente e separato, attraverso il quale far direttamente valere la propria autorità sui singoli. L’individuo deve essere cosciente dei suoi obblighi nei confronti della federazione, e della sua appartenenza ad essa: le federazioni che siano solo il frutto di intese tra governi non sono che una farsa.
Ne concludo che non aboliremo mai la guerra in Europa se non ci risolveremo ad assumere una cittadinanza del tutto nuova. Non dovremo più essere solo Inglesi, Francesi, Tedeschi, ma incominciare ad essere orgogliosi di chiamarci Europei. L’Europa deve avere una costituzione, come gli Stati che la compongono. Dovranno esservi un potere legislativo ed un potere esecutivo forti come quelli che si riuniscono e prendono provvedimenti a Washington. Ma ciò non porterà a nulla se le differenze di lingua, razza, cultura e religione non verranno superate gradualmente e i membri del nuovo Stato non impareranno a dar valore alla loro cittadinanza nuova, quanto e più che non a quella vecchia. Così che, di fronte a prove importanti, quando l’appartenenza allo Stato spinga in una direzione e l’appartenenza alla federazione nell’altra, essi possano, come hanno fatto gli Americani nel loro conflitto, deliberatamente preferire l’Unione allo Stato.
Ne deduco, allo stesso tempo, che fallirà qualsiasi disegno che si proponga di unire l’Europa semplicemente facendo la sommatoria degli Stati che la compongono. Anche gli individui, non solo gli Stati, debbono entrare in un rapporto preciso con la federazione. Nel legislativo della Federazione europea, come nel Congresso americano, non solo gli Stati devono essere rappresentati, ma anche il popolo.
Ma è ancora più importante che la federazione abbia una forza esecutiva maggiore di quella dei suoi Stati membri. lo non riesco a comprendere cosa intendano coloro che vorrebbero creare una Corte internazionale senza darle i poteri sufficienti a porre in esecuzione i propri provvedimenti, o addirittura senza il diritto di vederli attuati. Buoni consigli! E’ forse con i buoni consigli che pensate di eliminare le guerre? Se è così, ricordate che vi state avviando su un sentiero nel quale non avete precedenti, o casi analoghi che possano fungere da guida. Se fino ad oggi non si fosse mai riusciti ad abolire la guerra, non avrebbe senso alcuno discutere sui mezzi per abolirla. Ma io constato che essa è stata abolita numerosissime volte; che è stata abolita la guerra tra privati, che piccoli Stati una volta costantemente in lotta l’uno contro l’altro sono divenuti province di Stati di maggiori dimensioni, perdendo così il diritto di dare origine a guerre; che Inghilterra e Scozia, dopo secoli di conflitti, hanno raggiunto una pace perpetua nei loro reciproci rapporti; e infine, che oltre Atlantico un certo numero di vasti Stati è riuscito, e apparentemente per sempre, ad eliminare la possibilità di farsi guerra. In tutti questi casi il risultato è stato raggiunto con gli stessi mezzi. Ma non si è trattato di buoni consigli. Non dite: «Questa è una visione cinica; la natura umana è migliore di quanto non si pensi; in molti casi gli individui accettano i buoni consigli se sono offerti con lealtà». Ammetto che, a mente fredda, gli individui siano generalmente disposti ad accettare consigli; ma quando si scatenano le passioni, o sono in pericolo gli interessi personali, e ancor più quando ciò accade ad una nazione, io credo, anzi sono certo che i buoni consigli sono gettati al vento. Come si può parlare di efficacia dei buoni consigli quando sappiamo che sei mesi or sono la Francia li ha con insofferenza rifiutati, e che con la stessa insofferenza li sta rifiutando ora la Germania? E a che giova citare casi nei quali i buoni consigli hanno evitato la guerra, quando se ne potrebbero citare altrettanti nei quali ciò non è avvenuto? Potrà far piacere all’umanità sapere come si possa abolire la guerra e renderla desueta, ma con ciò non arriverete a suscitare interesse per progetti che potrebbero forse e in qualche caso dare dei risultati.
Fino ad ora non è stata trovata che una sola alternativa alla guerra, un’alternativa coronata da successo in innumerevoli occasioni del passato e destinata alla riuscita ovunque si riesca a realizzarla. Si tratta di togliere la controversia dalle mani dei contendenti, di deferirla ad un terzo di accertata perspicacia, imparzialità e diligenza, e d’imporre alle parti la decisione di questo terzo, con forza vincolante. L’ultimo passaggio del processo è indispensabile esattamente come quelli che lo precedono, e se esso manca, tanto vale che non vi siano neppure gli altri. E’ questa infatti la lezione che abbiamo imparato dalla caduta del Bund tedesco. Attendersi che potenze militari quali la Prussia e l’Austria potessero venire forzate dal Bund, era come mettere la nutrice agli ordini del pargoletto che ha in braccio. E di conseguenza il Bund poté esistere fintanto che Prussia e Austria non evitarono di sottoporre a decisione una loro controversia, e crollò a pezzi proprio nel momento in cui si verificò quell’emergenza per affrontare la quale esso era stato creato.
Per impedire i conflitti non è sufficiente che il potere della giustizia sia un po’ superiore a quello dei contendenti. Il potere della giustizia deve essere così schiacciante da non rendere neppure concepibile la possibilità di resistergli. Per questo divenne impossibile tollerare gli eserciti mercenari dei signori medioevali. Ora, come rendere la forza della Federazione europea superiore a quella di qualsiasi Stato, come ad esempio la Francia o la Prussia? La storia degli ultimi due secoli mostra che la forza combinata di tutti gli Stati europei non è sempre maggiore di quella di uno solo di essi. Luigi XIV e Napoleone furono piegati solo con enorme difficoltà ed oggi incominciamo a dubitare che l’Europa sarebbe effettivamente in grado di resistere ad una Germania unita, se la Germania dovesse avviarsi sulla via dell’ambizione egemonica. E’ evidente che il corso della giustizia internazionale non potrà mai essere irresistibile finché gli Stati avranno eserciti permanenti. Il diritto di arruolare truppe deve spettare alla federazione ed essere sottratto agli Stati. Lo Stato è il signore feudale dell’Europa moderna, e il regno dell’anarchia non avrà mai termine finché non sarà vietato agli Stati di mantenere mercenari armati.
Sono fortunato ad avere un pubblico disposto ad ascoltare ragionamenti che alla maggior parte degli Inglesi apparirebbero insopportabili fantasie. L’Europa unita in un solo Stato, con un esecutivo ed un legislativo federali, con sede in una Washington centrale! Stati famosi come Inghilterra e Francia senza più il potere di arruolare eserciti, ridotte a poco a poco al rango di contee all’interno della federazione, la quale per contro accresce costantemente il suo prestigio, e attira per forza di gravità le capacità intellettuali e le aspirazioni prima legate ai vari governi nazionali! Una rivoluzione di tale portata nelle relazioni umane, ne sono convinto, non si è forse mai vista.
Ma il mio scopo non è quello di valutare se questi cambiamenti siano praticabili o no; sto parlando a persone che hanno già deciso che la guerra deve e può essere abolita. Se abbiate ragione o torto è un’altra questione. Ma quello che io ho tentato di dimostrare è che abolire la guerra richiede ed implica cambiamenti politici di vasta portata in Europa, e che ciò sarà attuabile solo se lo saranno questi ultimi. Se ho ritenuto opportuno soffermarmi un poco su tali cambiamenti, non è perché ci si accinga a darvi immediatamente corso, ma perché si possa valutarne i costi: così che sia voi, che siete membri della Peace Society, che noi, che non lo siamo, si possa avere una qualche idea del compito, che va o intrapreso o abbandonato senza speranza. Ciononostante, per concludere, varrà la pena di esaminare brevemente da un lato le difficoltà dell’impresa, e dall’altro le forze, gli strumenti ed i congegni che si renderebbero necessari ad essa.
In primo luogo, dunque, va sottolineato che se gli Americani hanno attuato ciò che ora si propone per l’Europa, le loro condizioni erano assai più favorevoli. In realtà, si può affermare che la federazione è stata data loro dalla Provvidenza, e che la loro abilità è stata quella di impedirle di sgretolarsi. Il problema nel caso americano non era mettere assieme nazioni diverse, già esistenti e in passato ostili tra loro, ma arrestare una tendenza al separatismo ed alla dissoluzione che incominciava a mostrarsi in una popolazione omogenea, legata da lingua, istituzioni e religione. Se è da considerarsi un capolavoro l’aver risolto questi problemi, come considerarsi lo stringere assieme indissolubilmente tante razze rivali, tanti Stati rivali, tante religioni rivali, Inglesi e Francesi, Tedeschi e Slavi, Tedeschi e Italiani? Cosa rappresenterebbe trovare una unità federale da calare come una coltre su tante discordie secolari, così da nascondere d’un tratto le tante e inveterate ferite? Cancellare con un solo atto tutte le antipatie più profondamente radicate, riunire in una azione politica comune i sudditi di uno Zar, di un Kaiser, di una Regina costituzionale, e della Repubblica svizzera; assuefare a rapporti amichevoli coloro che lingue diverse hanno per tanto tempo reso reciprocamente estranei! Nazioni che erano state unite in precedenza sono ora separate da differenze di religione; nazioni che si trovavano a stadi diversi di sviluppo, è stato difficile tenerle unite; profonde gelosie sono state scatenate da diverse condizioni economiche; lingue rivali hanno creato gravi imbarazzi ai governi. La Federazione europea è dunque un’opera ancora da compiersi, e che, una volta compiuta, dovrà essere preservata superando non uno, ma tutti questi ostacoli.
Oltre che di tale difficoltà intrinseca, va tenuto conto anche delle dimensioni dell’impresa. Che compito enorme è già quello di persuadere, tante popolazioni dell’opportunità di dar vita ad una federazione! Creare in ciascuno Stato europeo un partito della federazione sufficientemente forte da farsi ascoltare, sufficientemente forte con il passare del tempo da conquistare la nazione alla propria causa, e infine sufficientemente forte da imporre il proprio progetto a governi che in molti casi per interesse gli sarebbero istintivamente ostili! Ma in realtà non vale la pena insistere su difficoltà che nessuno può nascondersi. Queste, ciascuno di noi le vede fin troppo chiaramente, o forse tendiamo a vedere solo queste. Il problema è, piuttosto, perché non le consideriamo insormontabili.
In primo luogo, non è qui questione di realizzare questo disegno immediatamente o in tempi brevi. Se il progetto risultasse immensamente vantaggioso per un grandissimo numero di persone, si potrebbe pensare che il trascorrere del tempo varrà a rimuovere la maggior parte degli ostacoli determinati esclusivamente dal numero, o dall’inerzia, o dalla indifferenza, di coloro che devono essere ancora convinti. Si tratterebbe di diffondere in Europa nuove convinzioni. Ma ciò è stato fatto più volte in passato, anche quando le circostanze apparivano ancor meno favorevoli. Nuovi convincimenti religiosi sono stati accettati con incredibile rapidità in Europa nel sedicesimo secolo; principi di governo ispirati alla democrazia si sono diffusi in gran parte del continente dopo il 1789; chi non crede che anche la federazione avrà il suo momento? Chi dubita che presto o tardi questa idea albergherà in ogni cuore, e verrà unanimemente accettata — sic volvere Parcas? E se è così, quanto quel giorno sia vicino senza dubbio dipenderà in gran parte dallo zelo e dalle energie degli individui. Potrà essere un lungo viaggio, ma sarà un viaggio con venti e maree, il vento costante e la marea irresistibile del destino segnato. In secondo luogo, è un equivoco giudicare la possibilità di riuscita di un’impresa solo in base agli ostacoli da rimuovere: ciò che conta è il rapporto tra tali ostacoli e le forze di cui si dispone. Se un’impresa di vaste proporzioni è impossibile, allora la Federazione europea lo è sicuramente, come lo erano lo scavo del canale di Suez e la deposizione del cavo attraverso l’Atlantico. Ma se le grandi imprese si possono ragionevolmente attendere da grandi forze, allora coloro che dispongono di grandi forze possono cimentarsi in disegni più strabilianti di quelli di Colombo, senza neppure un briciolo di quell’entusiasmo visionario e romantico che in Colombo era giustificato solo dal successo. Per quanto mi ricordi, coloro che deposero il cavo attraverso l’Atlantico non hanno mai smentito la loro reputazione di serietà e avvedutezza. Un progetto quale la Federazione europea merita forse un po’ di quell’entusiasmo che rifiuta di scorgere gli ostacoli, e non vede altro che l’auspicabilità del fine da raggiungere. Tale entusiasmo sarebbe senza dubbio stato necessario in passato: ma non sono forse mutate le condizioni? Quando accettiamo di essere schiacciati dal peso di ciò che dobbiamo rimuovere, teniamo sufficientemente conto delle leve che abbiamo a disposizione?
Poiché ho chiarito che la Federazione che noi vogliamo non è semplicemente un accordo tra governi, ma una vera unione di popoli, sono convinto che essa non sarà mai raggiungibile con mezzi puramente diplomatici, o attraverso la mera azione dei governi, ma solo grazie ad un generale movimento popolare. Cento anni or sono tale movimento popolare, a livello europeo, era inconcepibile, ma al momento attuale non vi è nulla che si possa concepire più facilmente. Questi movimenti popolari sono esattamente ciò che fa presa ai giorni nostri. Quasi tutti i paesi europei, durante il nostro secolo, sono stati teatro di vasti fermenti, nel corso dei quali riforme politiche, più tardi realizzate da uomini politici, sono state invocate da grandi agitatori, e accolte con favore dalle masse. Nell’intervallo tra i trionfi di O’Connell e di Kossuth, la figura dell’agitatore s’è smarrita e la gente ha imparato l’arte di esprimere i propri desideri, e in molti paesi anche quella di esprimerli con moderazione. Gli individui hanno imparato come muoversi per ottenere determinati cambiamenti, e a farlo con successo, anche quando la realizzazione dei cambiamenti auspicati comportava meccanismi istituzionali che la maggior parte dei loro fautori non riusciva a comprendere. Quello che si richiede, perciò, non è nulla di nuovo: non è che un movimento simile a quelli di cui ogni popolazione in Europa ha già avuto esperienza; un movimento nuovo, solo in quanto di dimensioni senza precedenti, in quanto investe contemporaneamente molte nazioni, ed esige perciò una guida più attenta. E per un movimento che non ha precedenti si possono sicuramente trovare ragioni che non hanno precedenti. Il male che voi combattete non è incerto, non è parziale, non è di poco conto. E’ il peggiore di tutti i mali cui si possa porre rimedio; esso aggredisce tutte le classi della società, e tutte le età; non le attacca con armi insidiose, o nascondendosi dietro una maschera, ma con aperti massacri, fame e rovina. Chiede con urgenza che vi sia posto rimedio, perché sembra divenire sempre più grave. Le guerre appaiono sempre più spaventose e più gigantesche; più vittorie riporta il principio della nazionalità, e più rapidamente sembra approssimarsi un periodo in cui baldanzosi Stati fondati sulla legittimità popolare si faranno guerra l’un l’altro, con irriducibile furia di odio nazionalistico. Hanno mai avuto gli agitatori un argomento migliore per le loro orazioni? Cosa furono l’Emancipazione Cattolica, le Leggi sul Grano, anzi, cosa è stato il Mercato degli Schiavi in confronto a questo? Sarebbe difficile suscitare un movimento europeo contro una sventura che non risparmia nessuno, che mette a repentaglio la vita di tutti, e dei figli di tutti, e che porta con sé non solo morte, ma tutta una serie di altri mali, alcuni dei quali, forse, peggiori della morte stessa?
Ripeto, vi sono stati in questa nostra era grandi movimenti politici e grandi movimenti religiosi. Paesi nei quali la coscienza politica non si è sviluppata pienamente hanno spesso espresso una forte coscienza religiosa; e anche negli individui, questa si ritrova quando quella manca. Ora, vi è un solo problema nel quale politica e religione convergono e si confondono. I sentimenti religiosi e quelli politici sono ugualmente feriti dalla guerra. La guerra calpesta il concetto di ragione e torto, e i precetti cristiani, con la stessa efferatezza con la quale distrugge la felicità degli individui. E su questo punto non vi sono divisioni settarie tra i cristiani. Una setta di cristiani può forse denunciare la guerra con maggiore veemenza di un’altra; alcune di esse possono proclamare che vi sono giustificazioni a che i cristiani vi si lascino trascinare; ma tutte indistintamente considerano la guerra un male, tutte indistintamente credono fermamente che tra i più grandi trionfi futuri della fede vi sia l’eliminazione della guerra dal mondo. A questo proposito, tutte le grandi confessioni della cristianità hanno dei meriti. La Chiesa greca ha sempre protestato violentemente contro i conflitti, anche nei periodi più bui; la Chiesa latina ha fornito il primo esempio di quella Federazione europea, e di quella Corte internazionale che dovranno sostituire il ricorso alle armi; fu una setta protestante che per prima proclamò la Pace il più importante tra i dogmi cristiani, e fu in seno al protestantesimo che crebbe e prosperò la grande Repubblica dell’Occidente[28]. Se la cristianità in un certo senso s’è riconciliata con la guerra, lo si deve soprattutto alla mancanza di un apparato che abbia saputo garantire la pace: se i politici fossero stati in grado di concepire un meccanismo di tal fatta, la religione avrebbe posto fine da molto tempo ai conflitti in seno alla cristianità. Considerando perciò le leve a vostra disposizione, dovrete aggiungere al motore dell’agitazione politica quello dell’agitazione religiosa e, oltre a far appello ai più semplici interessi degli uomini, contare tra le vostre risorse anche la religione e la coscienza dell’umanità.
Ma potreste forse prescindere dai gruppi etnici cui si reca offesa in Europa? Tutti i torti che loro s’arrecano discendono dalle guerre, sono perpetuati da queste, e con queste sparirebbero. Nell’Unione americana non solo nessuno Stato fa guerra ad un altro, ma anche nessuno di essi tiene uno Stato confinante in un’ingiusta condizione di dipendenza. Nell’Unione non vi sono una Polonia, o una Alsazia e Lorena. Se là uno Stato si sente parte lesa, è certo perché il danno gli è stato arrecato dalla federazione nel suo complesso, e non potrà mai essere sentito così acutamente come una ingiustizia. Nessuno Stato può ragionevolmente lagnarsi di doversi sottomettere alla federazione, più di quanto una città o una contea non si dolgano per la superiorità dello Stato. La Russia non ha alcun diritto sulla Polonia, eppure non può e non intende cederla, a meno che la Polonia non trovi qualche alleato insospettato. L’Europa soffre di molti di questi mali cronici e incurabili, il cui numero sta attualmente aumentando. Sono sottoprodotti del nefasto sistema che nutre le ambizioni e tiene vivi i timori dello Stato: essi sono conseguenze della guerra. In una Europa federata, la Polonia e la Russia potrebbero vivere fianco a fianco come il Maryland e la Virginia, e l’antico antagonismo finirebbe per apparire inspiegabile e incredibile. Nel contempo, la prospettiva di una federazione offrirebbe ai Polacchi una soluzione alle loro difficoltà. Essi potrebbero cessare di rivendicare la loro antica indipendenza (una indipendenza perduta a causa delle loro stesse divisioni, e che la Russia non potrà mai garantire) e divenire al contrario gli apostoli di una Federazione europea, perseguendo la quale scomparirebbero non solo tutte le tracce della vecchia anarchia europea, ma anche le loro sofferenze ed i loro mali.
E’ evidente che le forze a disposizione sono ora maggiori di quante non ne siano mai state invocate per provocare rivolgimenti politici. Interessi universali e pressanti, sentimenti religiosi, speranze delle razze oppresse — questi sono poteri enormi. E non dovranno sostenere questa causa anche quanti in Europa si definiscono rivoluzionari? I principi della legittimità popolare non sono nulla, o sono addirittura peggio di nulla, senza principi europei; la libertà dei popoli non è nulla senza la loro solidarietà. Gli Stati fondati sulla legittimità popolare combattono guerre più terribili di quelle combattute dagli Stati fondati sulla legittimità monarchica o aristocratica: ed è perciò doppiamente necessario che essi si uniscano in una federazione. Il partito repubblicano parla molto della sua vocazione alla pace: è obbligato, perciò, a fare la sua parte nel rafforzarla attraverso solide garanzie.
Queste forze insieme danno corpo a qualcosa di più che a un semplice sistema antagonistico nei confronti delle forze centrifughe, delle differenze di lingua, di istituzioni, di condizioni economiche, di religione. Tutte queste differenze sono state qua e là superate. La Prussia ha una regione protestante e una cattolica. In Svizzera convivono lingue diverse. Nell’Austria-Ungheria vi sono nazionalità e persino governi differenti. In breve, i problemi non hanno precedenti se si considera solo il loro numero e la loro gravità, e sarebbero certamente insormontabili se i vantaggi dell’unione fossero soltanto modesti. Rimane da stabilire se essi apparirebbero insormontabili a una opinione pubblica europea, gradualmente educata a vedere una nuova federazione sorgere come un tempio maestoso dalla tomba della guerra, simile alla Federazione di oltre-Atlantico per prosperità e compattezza, ma assai superiore a quella per ricchezza di cultura, educazione e sapere scientifico, e consacrata da tutte le tradizioni e le reliquie del mondo antico.
 
(a cura di Luigi V. Majocchi)
 
 


[1] Cfr. The Cambridge History of English Literature, vol. XII, Londra, 1932, p. 92.
[2] Nato a Londra nel 1834, studiò lingue e cultura classiche al Christ’s College di Cambridge. Dal 1863 al 1869 insegnò latino allo University College di Londra, dove pubblicò nel 1865 l’opera Ecce homo, una biografia di Gesù che sollevò una tempesta di critiche. Dal 1869 fu professore di storia moderna a Cambridge, ove le sue lezioni incontrarono subito largo favore. La sua concezione della storia, nei suoi stretti legami con la politica, e la sua predilezione per lo scenario europeo e mondiale dei fatti rompevano apertamente con le tradizioni accademiche. Secondo Carlo Antoni, Seeley è «il maggior storico inglese di questo periodo» e «quello che più risente l’influenza di Ranke» (cfr. Enciclopedia Treccani, vol. XXXII, p. 788), il grande storico tedesco del sistema europeo degli Stati, quello che promosse l’orientamento storiografico che ispirò l’opera di Ludwig Dehio (cfr. Il Federalista, XXX (1988), n. 2). Le opere più importanti di Seeley sono The Life and Times of Stein, or Germany and Prussia in the Napoleonic Age (Cambridge, 1878), che esamina il problema dell’origine e del carattere del primo liberalismo tedesco e il suo contrasto con il rankiano (e bismarckiano) «primato della politica estera», e The Expansion of England (Londra 1883, trad. it. a cura di G. Falco, L’espansione dell’Inghilterra, Bari, 1928), di cui si dice diffusamente nel testo. Morì di cancro a Cambridge nel 1895, dopo aver terminato l’opera The Growth of British Policy, che sarà pubblicata postuma nello stesso anno.
[3] Cfr. L’espansione dell’Inghilterra, cit., p. 104. A coloro che l’invitavano a rendere la storia interessante Seeley, dopo aver precisato che «interessante in senso proprio è ciò che tocca i nostri interessi», rispondeva con un pizzico d’impertinenza: «lo non posso renderla più interessante di quel che è, se non falsandola. E Perciò, quando m’accade d’incontrare qualcuno che trova la storia non interessante, non mi passa in mente di mutare la storia, cerco di mutare quel qualcuno» (p. 265). Queste sono le parole conclusive dell’opera.
[4] Ibid., p. 5.
[5] Ibid., p. 1. Che questo fosse un orientamento centrale del pensiero di Seeley è convincimento anche di Sir A.W. Ward (cfr. The Cambridge History, cit., p. 91). Dello stesso avviso è George Smith: «Nelle sue lezioni, pur senza averlo formulato lui stesso, egli fece suo il punto di vista secondo cui ‘la storia è la politica del passato e la politica è la storia del presente’» (cfr. The Concise Dictionary of National Biography, Oxford, 1882, p. 1175).
[6] Cfr. L’espansione dell’Inghilterra, cit., pp. 145-46.
[7] Ibid., p. 152.
[8] E’ merito di John Pinder aver illustrato quanto fosse vivo il dibattito sulla cultura federalista nell’ambito del pensiero liberale britannico nella seconda metà dell’Ottocento e sino agli scritti di Robbins e Lothian. Pinder ha mostrato come questo dibattito, al di là di Lord Acton il cui contributo teorico alla critica del nazionalismo era già largamente conosciuto, abbia coinvolto personaggi come J.S. Mill, W.E. Gladstone, J. Bryce, A.V. Dicey, F.A. Hayek, J. Bentham e E.A. Freeman (cfr. «The Federal Idea and the British Liberal Tradition», relazione presentata alla Second Lothian Memorial Conference, tenutasi al Royal Holloway and Bedford New College il 3, 4 e 5 aprile 1989 per iniziativa della Lothian Foundation. I relativi atti sono in corso di stampa). E’ sempre John Pinder che, in quella stessa relazione, ha segnalato il contributo federalista di Seeley e in particolare il testo che viene ripubblicato in questa rivista. Questo testo, che ho avuto da John Pinder, non è mai stato citato, per quanto mi consta, in altri lavori di federalisti, per i quali non è azzardato affermare che fosse sino ad oggi sconosciuto. Al di là di questo testo, Seeley ha preso aperte posizioni federaliste nel suo volume L’espansione dell’Inghilterra, cit., in cui auspica vivamente la trasformazione dell’Impero britannico, con eccezione per l’India, in una federazione. Egli ha anche militato nell’Imperial Federation League che, con diversità d’accenti, s’è battuta per lo stesso obiettivo dal 1884 al 1893 (cfr. al riguardo Michael Burgess, «Imperial Federation. The Federal PIan of the Imperial Federation League: Milestone or Tombstone?», relazione presentata alla Second Lothian Memorial Conference citata prima. L’azione di questa lega ha avuto molta importanza sulla formazione del Kindergarten, il circolo di giovani raccolto intorno a Lord Milner, cui appartenevano Philip Kerr e Lionel Curtis e da cui scaturì il progetto della federazione sudafricana (cfr. A. Bosco, Lord Lothian. Un pioniere del federalismo. 1882-1940, Milano, 1989, p. 36. Sull’influenza esercitata da Seeley su Kerr, cfr. ibid., p. 17).
[9] Cfr. Lord Lothian, Pacifism is not enough nor patriotism either, Londra, 1941, pp. 1 e 2 (trad. it. Il pacifismo non basta, Bologna, 1986, p. 119).
[10] Cfr. L’espansione dell’Inghilterra, cit., p. 148.
[11] Ibid., p. 10.
[12] Ibid., pp. 91 e 92.
[13] Ibid., pp. 90 e 91. Sempre in polemica con la storiografia dominante nel suo paese (ma non varrebbero queste osservazioni, magari per diverse ragioni, anche per storici di altri paesi?), Seeley osservava: «A me pare che gli storici inglesi cadano in errore allorché trattano degli ultimi periodi della nostra storia; essi infatti hanno tracciato un solo grande svolgimento fino al suo termine, senza avvedersi che, se volessero andare più innanzi, dovrebbero cercarne qualche altro. Più o meno consciamente essi hanno sempre davanti alla mente l’idea della libertà costituzionale… E’ falso rappresentare l’Inghilterra sotto il regno di Giorgio III come se fosse soprattutto intenta a resistere alle usurpazioni di un sovrano di mente piuttosto ristretta. L’Inghilterra era allora impegnata in altre e più vaste imprese» (pp. 104 e 105). E ancora: «Io noto costantemente, sia nelle nostre storie più note, sia in accenni occasionali al XVIII secolo, quanto sia debole e confusa l’impressione lasciata da quel periodo nella coscienza nazionale. In gran parte di esso noi non vediamo altro che ristagno; le guerre pare non conducano ad alcun risultato; non sentiamo l’azione di alcuna nuova idea politica. Sembra che quel secolo non abbia creato granché; che vada considerato piuttosto come un periodo di prosperità, che non di imprese memorabili. Le opache figure di Giorgio I e Giorgio II, il lungo, fiacco governo del Walpole e del Pelham, la guerra commerciale con la Spagna, le battaglie di Dettingen e di Fontenoy, le stoltezze del primo ministro Newcastle, gli stupidi tumulti del periodo del Wilkes, la miserevole guerra americana — in ogni parte allo stesso modo par di notare una mancanza di grandezza, una desolante banalità e volgarità negli uomini e nelle loro azioni. Ma ciò che soprattutto non riusciamo a trovare è l’unità… Noi abbiamo la disgraziata abitudine di distribuire i fatti storici sotto i singoli regni. Noi facciamo ciò meccanicamente, per così dire, anche in periodi in cui noi stessi riconosciamo, anzi esageriamo, la vanità dei monarchi… Per dare un facile esempio consideriamo il regno di Giorgio III. Che mai vi può essere di più assurdo che trattare di questo lungo periodo di sessant’anni, come se esso abbia una qualche unità storica, semplicemente perché un uomo occupò il trono per tutta la sua durata? Che cosa dobbiamo dunque sostituire al re come criterio di divisione? Non c’è dubbio: grandi avvenimenti» (pp. 18 e 19).
[14] Ibid., p. 92.
[15] Ibid., p. 93.
[16] Ibid., p. 28.
[17] Ibid., p. 32.
[18] Ibid., p. 96.
[19] Ibid., p. 67.
[20] Ibid., p. 259.
[21] Cfr. Gleichgewicht oder Hegemonie, Krefeld, 1948 (trad. it., Equilibrio o egemonia, Bologna, 1988). Per una lettura del testo di Dehio nel senso qui indicato vedasi «Ludwig Dehio», in Il Federalista, XXX, (1988), n. 2. Val la pena di ricordare come Dehio, nell’introduzione al suo Equilibrio o egemonia faccia esplicito riferimento a Seeley in questi termini: «Questi fece suo un pensiero favorito di Ranke: che dalla politica estera degli Stati deriva il principio supremo del loro operare; e guidato da questo principio pervenne ad una visuale delle attuali tendenze della politica mondiale che gli concesse uno sguardo profetico nell’avvenire. Noi siamo avvezzi a parlare di un’era di Bismarck d’importanza storica mondiale a proposito dei due decenni dopo il 1870. Ma Seeley neanche menziona il nome di Bismarck e sorvolando la Germania, anzi il vecchio continente, come una montagna-di media altezza, drizza lo sguardo alle due potenze torreggianti: la Russia e l’Unione» (p. 35).
[22] L. Dehio, Equilibrio o egemonia, cit., p. 35.
* Questo testo è stato pubblicato nel marzo 1871 sul Macmillan’s Magazine, Londra, Vol. XXIII, pp. 436-448. Le note sono state poste dal curatore in ausilio alla lettura del brano.
[23] «Questo ambulante che smercia l’abolizione della guerra! Può forse dirci se la guerra è una causa o una conseguenza? Abolite le passioni che fan della Terra un inferno; ambizioni, avarizia, orgoglio, gelosie! Cacciate dagli animi le acri sorgenti di rabbia e paura! Via dal tuo focolare male lingue e male orecchie, perché ciascuna di queste cose è in conflitto con l’umanità».
[24] Seeley si riferisce chiaramente al conflitto franco-prossiano e alla sconfitta francese di Sedan del 4 settembre 1870.
[25] Il termine «Congresso» era comunemente usato nell’Ottocento per denotare le Conferenze internazionali. Valgano per tutti il caso del Congresso di Parigi del 1855, che concluse la guerra di Crimea, e quello del Congresso di Berlino del 1878 in cui, a iniziativa di Bismarck, le grandi potenze diedero un nuovo assetto all’area balcanica.
[26] I concetti di «federazione» e «confederazione» sono definiti con rigore per la prima volta nei Federalist Papers. Lo stesso Hamilton per altro, se mantiene costantemente il riferimento ai connotati del secondo termine ogniqualvolta evoca la «confederacy» o gli «Articles of Confederation», cioè la forma costituzionale vigente prima di Filadelfia, quando parla dell’Unione, cioè della nuova costituzione, usa indifferentemente i termini «federazione» e «confederazione». Non sorprende dunque che questa ambiguità lessicale (ma nient’affatto concettuale, come è chiaramente provato dai passi che seguono e che concernono proprio la Confederazione americana, il suo fallimento e la nascita della Federazione) si trovi anche nel brano di Seeley, come mostra chiaramente anche l’uso dei termini «federazione» e «federale», alle righe seguenti, per denotare vuoi gli «Articles of Confederation» (una federazione dai vincoli lassi) vuoi la «Union» (una federazione dai vincoli stretti).
[27] Vedi nota 4.
[28] Si tratta evidentemente degli Stati Uniti d’America.

 

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