Anno XXXIII, 1991, Numero 3 - Pagina 256

 

 

EDWARD H. CARR

 

 

Nel corso del secondo conflitto mondiale, mentre le vicende della guerra sembravano volgere inesorabilmente a favore delle potenze dell’Asse, un grande studioso britannico di relazioni internazionali, Edward H. Carr,[1] scriveva un agile volume dal titolo Le condizioni della pace.[2] Lo studio appariva come una dura requisitoria contro il nazionalismo, che era presentato come la causa profonda della guerra.[3] In particolare, la requisitoria s’indirizzava contro il principio di autodeterminazione nazionale, che, cardine della cultura del nazionalismo, era stato assunto dagli artefici della pace di Versailles come il criterio fondamentale per ridefinire l’assetto dell’Europa dopo il collasso degli imperi centrali e di quello ottomano. I risultati nefasti scaturiti da questo orientamento erano sotto gli occhi di tutti. Ma non tutti ne erano convinti, se è vero che si continuava a imputare la guerra al carattere autocratico dei regimi, o al capitalismo o, persino, alla malvagità dei Tedeschi. Era evidente che, sulla base di diagnosi così superficiali, grande era il rischio che, una volta sconfitto il mostro hitleriano, si ricadesse negli stessi errori che avevano prodotto la catastrofe. Di qui la critica di Carr, una critica che, per la ricchezza della documentazione storica e la sagacia delle argomentazioni, risulta forse la più compiuta analisi che mai sia stata svolta su questo tema e, in ogni caso, un contributo di straordinario valore alla cultura del federalismo che ha da tempo individuato nello Stato nazionale (in generale nel nazionalismo) il nemico storico. Il testo di questa critica costituisce il capitolo terzo del volume di Carr e abbiamo ritenuto di doverlo proporre nella sua versione integrale all’attenzione dei nostri lettori a dispetto del fatto che Carr si sia presentato sempre con un’identità politica affatto diversa e abbia addirittura irriso alla posizione federalista, come è possibile rilevare da alcuni passaggi di questo stesso capitolo. Ma, al di là di queste affermazioni che paiono a dir poco avventate e che segnaleremo nel corso di questa breve introduzione, resta che Carr, come si conviene a un grande studioso e come sovente accade nel mondo anglosassone, non riesce a dimenticare di essere in primo luogo al servizio della scienza e semmai, e comunque in via subordinata, a quello della sua passione politica.

 

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Non si può certo dire che questo encomiabile e straordinario contributo di Carr abbia prodotto gli esiti sperati. Quando i popoli del Terzo mondo si sono resi conto che il crollo del sistema europeo degli Stati aveva travolto anche quelle che furono un giorno le grandi potenze della storia europea – Francia e Regno Unito – e hanno dato avvio al processo di decolonizzazione, il principio da tutti invocato fu quello di autodeterminazione. Analogamente fece ogni popolo che ambiva all’indipendenza. Ed è sotto gli occhi di tutti la relazione che si è stabilita tra questo principio e il collasso dell’impero sovietico e della stessa Unione Sovietica, con conseguenze la cui gravità nessuno può prevedere. Il tragico conflitto che oppone oggi Serbi e Croati potrebbe risultare una semplice prova generale di uno spettacolo ben più funesto il giorno in cui dovessero confrontarsi in armi ex repubbliche sovietiche, divenute Stati indipendenti e sovrani con la propria moneta e, soprattutto, con il proprio bagaglio di armamenti nucleari.

 

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Non vogliamo privare il lettore del piacere di scoprire da sé le ricche e convincenti argomentazioni di questa requisitoria, il cui tenore, anche negli aspetti lessicali, coincide in larga misura con quello di autorevoli analisi federaliste. E’ necessario invece isolare due punti, di grande interesse, che pur presentano assai strette relazioni con la cultura federalista, ma che se ne discostano o nella formulazione o nelle conclusioni. Il primo concerne il concetto di nazione. Carr, pur rendendosi conto di quanto poca fortuna essa abbia avuto al di fuori di un ristretto gruppo d’intellettuali, accetta la definizione di Renan secondo cui il suo elemento costitutivo è dato da un «plébiscite de tous les jours». «Da questo punto di vista, tipico del nazionalismo ottocentesco, un Francese era diverso da un Italiano o da un Tedesco semplicemente perché desiderava essere un Francese. Con una manifestazione di volontà egli avrebbe dunque potuto trasformarsi in un Tedesco o in un Italiano».[4] I Francesi sono dunque coloro che desiderano vivere insieme come francesi. Al riguardo, Mario Albertini così scriveva nel 1960: «... per dare un contenuto concreto all’idea di Renan secondo la quale le nazioni sarebbero costituite dalla volontà di vivere insieme, bisognerebbe precisare il come di tale vivere insieme, e quindi dire come nazione, e che a questo punto risorgerebbe la difficoltà che si voleva evitare».[5] Sul terreno teorico, l’osservazione di Albertini è assolutamente ineccepibile. Ma questo non è il terreno su cui sembra volersi collocare Carr che riconosce apertamente il carattere ambiguo (Albertini direbbe: «ideologico», nel senso in cui l’avrebbe detto Marx) del termine nazione. Carr utilizza la formula di Renan piuttosto come un criterio adeguato a definire dimensioni e competenze degli Stati, consentendo a singoli individui di scegliersi la comunità politica, intesa come apparato capace di tutelare determinati interessi collettivi. La formula di Renan non definisce quindi un principio per legittimare un potere, come quello nazionale, che pretende un lealismo esclusivo, se è vero che «vi sono molte buone ragioni per ritenere che molti Gallesi, Catalani e Uzbeki abbiano risolto in modo soddisfacente il problema di sentirsi buoni Gallesi, Catalani o Uzbeki per certi scopi e buoni cittadini inglesi, spagnoli o sovietici per certi altri».[6] La loro volontà di vivere insieme sarebbe dunque una volontà di vivere insieme come cittadini di uno Stato. Ciò porterebbe ad affermare un diritto che dovrebbe riconoscersi a ogni uomo: quello di scegliersi la propria comunità politica.

Questo punto di vista può essere disinvoltamente accettato. Del resto, quando i federalisti hanno cominciato a rivendicare il riconoscimento del diritto costituente del popolo federale europeo, rivendicavano esattamente il riconoscimento del diritto a scegliersi, al di là delle comunità politiche esistenti, una comunità politica in grado di tutelare la loro sicurezza e garantire la crescita economica. Può ricordarsi al riguardo come i federalisti rivendicassero – come rivendicano – quel diritto in nome e per conto di un popolo potenziale, cioè di un insieme di cittadini, diversi per nazionalità, ma accomunati – per rapporti economici e sociali e per ragioni di sicurezza – da uno stesso destino, cittadini che avrebbero costituito un popolo in atto il giorno in cui la loro pretesa a costituire uno Stato fosse stata riconosciuta. Va osservato al riguardo che l’uso di un soggetto collettivo – il popolo – è in questo caso legittimo perché, a differenza del termine «nazione», che è solitamente pensata come un soggetto naturale che esiste ed è titolare di diritti indipendentemente dagli individui che la compongono, «popolo» è un termine impiegato in questo contesto come un’espressione riassuntiva, riducibile cioè ai concreti individui che lo costituiscono. Il che del resto è proprio il punto di vista di Carr quando afferma: «Il principio di autodeterminazione non è un diritto di certe nazioni, riconosciute e preesistenti, ma è un diritto di singoli uomini e singole donne».[7]

Il secondo punto concerne i «limiti» entro i quali Carr ritiene legittimo ed efficace il ricorso al principio di autodeterminazione. Questi limiti sono posti in modo preciso dalle esigenze dell’ordine internazionale. L’autodeterminazione non può più concepirsi come un diritto assoluto all’indipendenza, ma come un diritto che si può esercitare solo in un quadro di obbligazioni: «Il diritto di autodeterminazione nazionale vale solo nel quadro di precise obbligazioni sul terreno militare ed economico».[8] In sostanza il diritto all’indipendenza comporta il dovere all’interdipendenza. Ciò è quanto hanno dimenticato gli artefici della pace di Versailles. Questo errore è stato fatale. Bisognava non ripeterlo, anche perché il mondo di cui parla Carr, che pur era un mondo prima di Dresda, Hiroshima e Chernobyl, mostrava inequivocabilmente come il fattore militare ed economico avessero ormai reso anacronistica la sovranità nazionale.

 

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Carr non aveva alcuna fiducia nel diritto internazionale che «benché istituisca organismi giurisdizionali per comporre le controversie, non dispone di alcun potere sanzionatorio».[9] Questa sfiducia, che richiama quasi letteralmente i termini della critica kantiana, si manifesta anche nella sua radicale opposizione, ispirata agli stessi principi, nei confronti di un ipotetico revival della Società delle Nazioni anche se questo revival venisse subordinato all’introduzione di «qualche correttivo concepito in vista del suo rafforzamento».[10] Ciò non stupisce affatto. Stupisce invece che Carr ponga sullo stesso piano questi falsi profeti dell’ordine internazionale e coloro che propongono una Unione federale,[11] dimenticando, a dispetto di un’intera letteratura che a far tempo da Hamilton ha fortemente caratterizzato il pensiero politico britannico, che una cosa è la collaborazione tra gli Stati e la sua istituzionalizzazione (Società delle Nazioni et similia) e altra cosa è la federazione, cioè la statualità al livello delle relazioni internazionali, la sola formula politica capace di sancire il diritto internazionale, di comporre giuridicamente le controversie tra gli Stati, di garantire la pace. Che Carr conosca i federalisti e ne valuti l’influenza è detto chiaramente in questo passo: «Un atteggiamento molto diffuso è quello di chi vorrebbe tuffarsi nell’elaborazione di qualche disegno costituzionale che concerna il mondo intero o almeno l’intero continente – una federazione, una nuova versione della Società delle Nazioni, gli Stati Uniti d’Europa – un disegno da realizzarsi con un accordo al termine della guerra».[12] Ma, «se si eccettua il contributo che i partigiani di progetti come quello dell’Unione federale possono portare nel mantener viva nell’opinione pubblica la coscienza di quanto siano necessari cambiamenti radicali, costoro esercitano un’influenza semplicemente perniciosa per il fatto che riducono il problema a termini semplicistici e nascondono il bisogno di studiare con umiltà e pazienza la prospettiva storica e l’organizzazione economica del mondo per il quale ritengono di poter prescrivere così facili ricette».[13] Non basta: «V’è infatti una sorta d’ingenua arroganza nel ritenere che si possa risolvere a priori sulla base di qualche accurata costruzione di carta il problema del governo mondiale, un problema che ha costituito una sfida per lo spirito e per l’esperienza umana nel corso d’interi secoli. Si tratta dell’ingenua arroganza di entusiasti sempliciotti».[14] Spinelli dunque era, per non parlare della sua ingenuità e della sua arroganza, un entusiasta sempliciotto al pari di Lord Lothian, Clarence Streit, Emery Reves, Albert Einstein, ecc.!

 

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Carr non può esimersi dal giustificare un’affermazione così avventata. Ma la giustificazione ha un po’ troppo il carattere del dejà vu: «Una costituzione, per dirla con Burke, è un vestito che deve attagliarsi al corpo che veste».[15] Sono banalità che, ancor prima di Burke, aveva già detto Montesquieu. E le aveva dette anche Marx (influendo in maniera catastrofica sull’atteggiamento della sinistra rispetto al problema dell’unità europea nel secondo dopoguerra) quando relegava le istituzioni politiche al rango di meri fenomeni sovrastrutturali. In verità, il fatto che si tratti di affermazioni banali non dice nulla circa la loro consistenza o inconsistenza. E quella di Carr è una banalità inconsistente. Seguiamone il ragionamento. Qual è il «corpo» che occorre costruire? La risposta è semplice: una serie di autorità settoriali che organizzino la cooperazione sul terreno militare, economico e monetario in Europa e, a partire dall’Europa, nel mondo.[16]

Perché queste autorità siano efficaci, è necessario che due condizioni siano soddisfatte. La prima è che «Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica mettano a loro disposizione il loro preponderante potere militare e le loro preponderanti risorse economiche».[17] Anche in questo caso ci troviamo sul terreno del déjà vu: Vienna, a differenza di Versailles, definì un assetto stabile dell’Europa perché le grandi potenze s’impegnarono a garantirlo.[18] Ma la stabilità è una cosa, la pace un’altra. E forse che Carr non si occupa qui delle condizioni della pace? E ancora: il corpo di cui parla non ha forse anch’esso un vestito, un vestito che, sprovvisto di istituzioni giuridiche democratiche capaci di sancire il diritto internazionale, coincide con il «concerto» delle grandi potenze, cui quella capacità viene attribuita? In sostanza, di fronte al dilemma: federazione o egemonia, Carr opta per la seconda.

Più interessante ancora la seconda condizione che mostra apertamente come Carr non trascuri affatto l’importanza del fattore democratico, ma ne interpreti la funzione in modo abbastanza singolare: «Forse è giusto considerare queste diverse autorità europee, il giorno in cui verranno create, come rappresentative non tanto dei governi, delle nazioni, dei popoli d’Europa, ma semplicemente della gente».[19] Ma perché mai e come organismi di cooperazione intergovernativa possono essere rappresentativi della gente più di una istituzione le cui decisioni siano fondate sul fatto elettorale? Questo Carr non lo spiega. Al contrario è convinto che «si potrà istituire un ordine europeo e forse un giorno un ordine mondiale attraverso un appello diretto alla gente, ai semplici cittadini di ogni paese, piuttosto che attraverso qualsiasi processo costituente che conduca alla fondazione di una federazione».[20] In sostanza, meglio l’OECE e la NATO, con il loro robusto sostegno popolare (atlantismo e anticomunismo), che una Federazione europea – con il suo governo responsabile di fronte a un parlamento eletto che affermi vigorosamente il federalismo nel mondo e apra la strada alla Federazione mondiale!

Questa affermazione è davvero paradossale. Qualcuno potrà dire che, a guerra conclusa, le cose sono andate esattamente come aveva indicato Carr. Ma, in questo caso, qualcun altro potrà obiettare che, come spesso accade nella storia, il paradosso sta dalla parte dei fatti.

 

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LA CRISI DEL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI

 

Dal tempo della rivoluzione francese in poi, venne universalmente accettato che tanto le nazioni quanto gli individui avevano diritto anzitutto alla libertà; o, come tale diritto venne definito in seguito, all’autodeterminazione. La liberazione dei «popoli oppressi» continuò, fra l’applauso dei radicali, ovunque, durante il secolo XIX. Nel corso di questo trionfale progresso, il principio di autodeterminazione nazionale e la democrazia progredirono d’accordo. L’indipendenza poteva infatti venir considerata implicita nell’idea di democrazia; poiché, se a ognuno viene riconosciuto il diritto di essere consultato sugli affari della comunità politica cui appartiene, è possibile supporre che abbia un eguale diritto a essere consultato circa la sua forma e la sua estensione. «Proclamare che la sovranità appartiene al popolo conduce inevitabilmente a porsi la domanda: a quale popolo?... L’astratta logica della democrazia tende al cosmopolitismo, ma, attuata, questa logica aveva e doveva avere l’effetto psicologico di accentuare il nazionalismo».[21] Uomini e nazioni erano considerati come entità assolutamente analoghe. La comunità delle nazioni, come quella democratica, era una comunità di membri ognuno dei quali godeva di certi inalienabili diritti che gli altri membri della comunità erano obbligati a rispettare. Nella filosofia liberale del secolo XIX la libertà costituiva il diritto basilare delle nazioni come degli individui.

Il riassetto del 1919 costituì il trionfo del principio di autodeterminazione dei popoli. Ciò che seguì ne offuscò lo splendore. Le persone intelligenti non possono più ritenere che lo sfacelo sia dovuto soltanto alla mancata applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli su scala sufficientemente ampia e giusta. Woodrow Wilson e altri ritenevano nel 1918 che il principio avesse in sé un valore taumaturgico, il che non era vero affatto; esso cadde in discredito perché era manifestamente la causa dei più gravi problemi politici ed economici che ci si trovò ad affrontare nel periodo tra le due guerre. La crisi del principio di autodeterminazione nazionale s’è sviluppata in parallelo con quella del principio democratico. Per ambedue corrono ora brutti tempi, dato che ci siamo accontentati di recepirli dalla cultura dei diritti politici affermati nel diciannovesimo secolo senza adattarli al complesso dei problemi economici e militari del secolo XX e senza capire che il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, al pari di ogni altro diritto, è solo distruttivo se non è inserito in un quadro di obbligazioni. Oggi bisogna reinterpretare l’autodeterminazione nazionale in questa nuova luce. Non vi è compito che più di questo si imponga a coloro che si sono votati a definire i contorni del nuovo mondo che deve emergere dalla guerra.

 

 

Autodeterminazione e nazionalità.

 

La prima fase delle nostre indagini deve essere costituita dal chiarimento dei notevoli equivoci che sorgono per la confusione che comunemente si fa tra il diritto soggettivo all’autodeterminazione ed il fatto oggettivo della nazionalità. Il principio di autodeterminazione, nella sua essenza, vuol dire che un numero abbastanza elevato di persone che desideri costituirsi in Stato ha il diritto di farlo. Ma questa affermazione, nella sua formulazione ottocentesca, ha finito spesso per trasformarsi in quella che una «nazione» ha il diritto di costituirsi in Stato.

La fede nell’autodeterminazione come corollario naturale della democrazia trovò la sua espressione concreta nell’alleanza fra democrazia e nazionalismo o, per usare l’espressione più corrente, fra democrazia e principio di nazionalità. Questa alleanza che identificava autodeterminazione e nazionalismo, e che considerava la nazione il fondamento naturale dello Stato, continuò a dominare il pensiero politico fino al 1918.

Le parole «nazione» e «Stato» evocano numerosi significati indefiniti e ambigui che hanno prodotto in passato ed ancor oggi producono molte confusioni. Lo Stato è il quadro del potere politico, sia che lo si consideri nel suo aspetto di apparato di governo, sia che lo si consideri come l’ambito nel quale si svolge l’azione di governo. La nazione è una comunità di uomini; e, benché l’uso moderno della parola tenda in modo riduttivo a denotare comunità politiche esistenti o che aspirino a diventare tali, la nazione costituisce pur sempre un complesso di individui e non certo un territorio o un apparato di governo. Da ciò consegue che, grosso modo, si può defInire lo Stato come un’entità «artificiale» o «convenzionale», e la nazione come un’entità «naturale» od «organica». Uno Stato può essere creato, mutilato o distrutto in ventiquattr’ore con un documento redatto nella debita forma prescritta dalla legge internazionale. Una nazione cresce o decade con un processo indipendente da qualsiasi singolo atto della volontà umana.

La rivoluzione francese diede origine all’idea (che prevalse nel secolo XIX in gran parte dell’Europa occidentale e che appariva nient’altro che un modo diverso di definire il principio di autodeterminazione) secondo cui «Stato» e «nazione» dovevano coincidere, lo Stato doveva costituirsi su una base nazionale e le nazioni dovevano costituire degli Stati.[22] Questo sembrò un corollario naturale del diritto all’autogoverno che era ugualmente valido per le nazioni e per gli individui. Questo modo di vedere conduce però a un complicato dilemma. Se si definisce una nazione come un complesso di individui che desiderano vivere sotto una forma di governo che le unisca e le distingua dal resto del mondo sulla base della nazionalità, allora si preserva l’identità fondamentale di autodeterminazione e nazionalità, democrazia e nazionalismo, ma si perde il carattere naturale e organico delle nazioni. Se, invece, questo carattere viene affermato come qualcosa di indipendente dalla volontà degli individui, allora il principio di nazionalità, come sostiene Acton, è potenzialmente incompatibile con la democrazia, poiché «esso pone dei limiti al manifestarsi della volontà popolare subordinandola a un altro principio».[23] La maggior parte degli studiosi di politica ottocenteschi non aveva alcun dubbio circa la soluzione che andava data al dilemma. Una nazione costituiva semplicemente un insieme di persone che voleva essere una nazione. Una celebre frase di Renan dice che la vera e propria esistenza di una nazione è data da «un plébiscite de tous les jours». Da questo punto di vista, tipico del nazionalismo ottocentesco, un Francese era diverso da un Italiano o da un Tedesco semplicemente perché desiderava essere un Francese. Con una manifestazione di volontà egli avrebbe dunque potuto trasformarsi in un Tedesco o in un Italiano. Questa teoria trovava la sua applicazione nella pratica, nient’affatto inconsueta e riconosciuta da tutti gli Stati, della «naturalizzazione». Nell’Europa occidentale l’assimilazione degli ebrei continuava a intensificarsi e veniva approvata dalla maggioranza delle persone illuminate, ebree o non ebree che fossero: l’ebreo, con una manifestazione di volontà, poteva diventare tedesco, francese o inglese. Nell’emisfero occidentale, Inglesi dissidenti ed emigrati provenienti da ogni parte d’Europa stavano creando una nuova nazione americana. Essere membro di una nazione s’identificava con un atto di consapevole lealismo; e il diritto di una nazione all’autodeterminazione costituiva un corollario del principio democratico.

E’ dubbio che questo giudizio razionale sulla natura delle nazionalità abbia davvero convinto l’opinione pubblica e non solo una ristretta cerchia d’intellettuali. La maggior parte degli Inglesi, che cantava il coro gilbertiano: «Nonostante tutte le tentazioni di appartenere ad altre nazioni egli resta un Inglese», considerava probabilmente con ironia non soltanto l’idea che un Inglese potesse preferire di essere francese o prussiano, ma anche la sua logica conseguenza, cioè che la nazionalità potesse venir decisa da una scelta personale. Se le distinzioni nazionali si basavano su differenze fisiche o del linguaggio, della cultura, delle tradizioni, era evidente a tutti che esse avevano un carattere oggettivo. La nazionalità non dipendeva soltanto dalle opinioni politiche o dalla scelta di un lealismo diverso. Un Francese non poteva diventare inglese con la stessa facilità con cui un monarchico poteva diventare repubblicano o un liberista protezionista. Nella maggior parte dei paesi, un crescente spirito di esclusivismo nazionale rese la naturalizzazione sempre più difficile anche per quanti la desideravano più ardentemente. La nazionalità, una volta definita come una determinazione oggettiva, diveniva potenzialmente incompatibile con l’autodeterminazione. Se era vero che un Francese o un Italiano erano tali per ragioni obiettive, non era possibile dedurre dall’esistenza di una nazione francese o italiana il fatto che i cittadini di queste nazioni volessero la creazione o il mantenimento di uno Stato, francese o italiano, indipendente. Gli artefici della pace del 1919, che non erano affatto consapevoli della discrepanza e persino della distinzione che esiste fra il principio di autodeterminazione e quello di nazionalità, hanno ignorato questa potenziale contraddizione. Woodrow Wilson aveva con molta enfasi insistito, prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, sul diritto di autodeterminazione: «Ogni popolo ha il diritto di scegliersi lo Stato sovrano in cui vivere».[24] Ma passando alla elaborazione dei Quattordici punti, egli non parlò più di autodeterminazione, ma di nazionalità come di un fatto accertabile oggettivamente: «Un riassetto delle frontiere italiane dovrebbe effettuarsi seguendo precisi confini nazionali... Amichevoli consigli dovrebbero indurre i numerosi Stati balcanici a fondare le loro reciproche relazioni sulla base di confini tracciati seguendo quelli storicamente consolidati che delimitano nazionalità diverse e lealismi diversi». Altri, che pure avevano il compito di dare un nuovo assetto pacifico all’Europa, erano egualmente ciechi dinanzi alla contraddizione che esisteva tra i due principi. Alcune discussioni ebbero luogo circa l’opportunità di derogare al principio di nazionalità o a quello di autodeterminazione sui piani strategico ed economico. Però si affermava in tono minore che nazionalità e autodeterminazione significavano la stessa cosa e, quindi, che, se un individuo aveva le caratteristiche oggettive e specifiche di un Polacco o di uno Jugoslavo, ciò implicava che egli volesse necessariamente essere cittadino di uno Stato polacco o jugoslavo. La confusione prevalse ancora per molti anni. «Le nuove frontiere politiche europee sono wilsoniane, scriveva Fischer nella sua Storia d’Europa, e sono tracciate in maniera tale che solo il tre per cento dell’intera popolazione del continente vive sotto un governo straniero. Giudicate dal punto di vista dell’autodeterminazione, mai prima d’allora le frontiere dell’Europa erano state così soddisfacenti».[25]

Il non aver fatto alcuna distinzione fra il principio di autodeterminazione e quello di nazionalità era dovuto a un motivo molto semplice. Nell’Europa occidentale e nella maggior parte di quei paesi d’oltremare la cui civiltà derivava dall’Europa occidentale, la distinzione non aveva praticamente più alcuna importanza; e il pensiero politico dominante nel 1919 era ancora quello ottocentesco prodotto dalla civiltà occidentale. In quei paesi il sentimento nazionale si era sviluppato all’interno di Stati esistenti e in funzione della loro crescita. Il nazionalismo significava lealtà verso lo Stato. E benché non fosse vero che gli uomini erano francesi od olandesi semplicemente perché volevano essere francesi od olandesi, tuttavia era vero, in generale, che Francesi od Olandesi volevano effettivamente essere cittadini di Stati indipendenti chiamati Francia od Olanda. In Germania e Italia la situazione storica era diversa. I nazionalismi tedesco e italiano cominciarono a svilupparsi prima che si costituissero il Reich tedesco o il Regno d’Italia e contribuirono a costituirli. Ma tra il 1870 e il 1914, in entrambi i paesi, il nazionalismo s’identificò con la lealtà allo Stato, benché fosse rimasto irrisolto un problema virtualmente sconosciuto in Europa occidentale: quello dell’irredentismo tedesco e italiano nei territori esterni alle loro frontiere. La maggior parte dei Tedeschi e degli Italiani voleva appartenere alla Germania e all’Italia. Al di là dell’Atlantico, si poteva ritenere con altrettanta certezza che quanti abitavano negli Stati Uniti volessero essere cittadini americani. Nei territori occupati dai popoli più evoluti e progrediti del mondo, il principio di nazionalità e quello di autodeterminazione sostanzialmente coincidevano. Non pochi studiosi progressisti, come quelli i cui scritti avevano ispirato l’organizzazione della pace nel 1919, sostenevano perciò che i due principi coincidevano comunque.

Tale convinzione era sintomo della profonda ignoranza regnante nell’Europa occidentale circa la situazione a est di Berlino e di Vienna. In Europa orientale, come in molte parti dell’Asia, il sentimento nazionale imperversava. Ma, eccettuato forse l’Estremo Oriente, non v’era pressoché nessuno di quegli Stati nazionali che costituiscono l’aspetto caratteristico della civiltà occidentale. In taluni casi, il sentimento nazionale manteneva unito un gruppo dominante che esercitava un’influenza su popolazioni non omogenee. In altri, il sentimento nazionale univa popolazioni soggette e desiderose di liberarsi dalla dominazione straniera. In questi casi, problemi sociali complicavano problemi nazionali e tendevano a metterli in ombra. In altre aree, le differenze nazionali si confondevano con quelle religiose e se ne distinguevano in maniera impercettibile. In tutti questi paesi, il sentimento nazionale era molto meno diffuso che in Europa occidentale ed era avvertito da una parte ben più esigua della popolazione. Se un contadino di quelle che furono le marche orientali della Polonia fosse stato invitato a formulare il suo concetto di autodeterminazione, probabilmente avrebbe pensato al suo desiderio di servirsi della propria lingua, di conservare i costumi locali del suo villaggio, di ricevere i conforti della Chiesa cattolica od ortodossa e di mutare il proprio padrone cattivo in uno buono, e forse, se fosse stato capace di un audace volo di fantasia, di diventare padrone del proprio pezzo di terra. E’ assai probabile che l’essere membro di uno Stato nazionale polacco o russo non entrasse nelle sue aspirazioni. L’idea, tipicamente occidentale, di comunità strettamente integrate e tenute assieme sia dal principio di nazionalità che da quello dell’autodeterminazione era altrove quasi del tutto insignificante. Prima che avessero portato a termine il loro lavoro, gli artefici della pace del 1919 intuirono, in certo qual modo, che il problema era complicato. Essi compresero pienamente che la promiscuità di popoli diversi sullo stesso territorio faceva sì che il tracciare le frontiere dell’Europa orientale sulla base delle nazionalità diventasse una questione estremamente difficile. Essi compresero in parte che non si poteva sempre rilevare con chiarezza oggettivi caratteri nazionali, sicché era impossibile affermare apoditticamente che gli Ucraini erano una nazione separata o solo dei Russi che parlavano un dialetto diverso, o che i Macedoni che parlavano una lingua slava erano Serbi, Bulgari, o solo Macedoni.[26] Ciò che non compresero affatto era che, anche laddove i caratteri nazionali erano perfettamente chiari, il possesso di questi caratteri non forniva necessariamente indicazioni per conoscere i sentimenti di chi aveva quei caratteri. Ipnotizzati dalla fede che principio di nazionalità e principio di autodeterminazione conducessero necessariamente a risultati identici e dal fatto che questa fede aveva prodotto risultati generalmente soddisfacenti in tutta l’Europa occidentale, politici e propagandisti ritennero che gli uomini che parlavano polacco o serbo o lituano volessero per ciò stesso appartenere a uno Stato polacco, serbo o lituano. Soltanto nel caso in cui le «frontiere nazionali» non fossero state «chiaramente identificabili» o in cui per altre ragioni la sorte cui destinare una certa area fosse particolarmente discutibile, allora si adottava l’espediente di un plebiscito. Accertare la volontà popolare era un modo d’applicare il principio di nazionalità cui si faceva ricorso solo quando modi più semplici per determinare la nazionalità erano, per qualche particolare ragione, inadeguati.

Il risultato di questi plebisciti (che furono effettuati con sufficiente scrupolo per garantire che tutti, o virtualmente tutti, i votanti esprimessero la loro preferenza senza interferenze o intimidazioni) fu molto illuminante. Due si svolsero in Europa occidentale: nello Schleswig e nella Saar. In entrambi i casi i risultati non furono troppo diversi dai dati statistici relativi alla lingua. In termini generali, apparve chiaro che quanti parlavano tedesco o danese o francese desideravano essere cittadini dello Stato tedesco o di quello danese o di quello francese. I risultati degli altri plebisciti – in Allenstein, Marienwerder e Klagenfurt[27] – furono ugualmente limpidi in senso opposto. In Allenstein il censimento del 1910 aveva mostrato che il 46% della popolazione era di madre lingua polacca; ma, nel plebiscito, solo poco più del 2% dei votanti scelse la Polonia. In Marienwerder i dati corrispondenti furono del 15 e del 7,5%; nell’Alta Slesia del 65 e del 40%. A Klagenfurt il censimento rivelò l’esistenza di un 68% di Sloveni, il plebiscito meno del 40%. L’esperto che ha esaminato questi dati osserva che «i dati statistici relativi alla lingua fornirono scarse indicazioni circa le simpatie nazionali». Infatti, «in certe parti dell’Alta Slesia, di Allenstein e di Klagenfurt, il voto diede risultati esattamente opposti a ciò che ci si sarebbe atteso da quei dati».[28] Da queste osservazioni può forse trarsi comunque una conclusione positiva. Le divergenze, benché disomogenee nella loro ampiezza, erano tutte coerenti nel loro senso. Da questi risultati sembra giustificato inferire che, mentre i Tedeschi di madre lingua desideravano regolarmente essere cittadini di uno Stato tedesco, solo in parte gli individui di lingua polacca o jugoslava (in un caso, una parte assai esigua; in nessuno, una parte superiore ai due terzi) preferivano essere cittadini di uno Stato polacco o jugoslavo piuttosto che di uno Stato tedesco. Questa inferenza conferma la conclusione già raggiunta sulla base di altre considerazioni e cioè che la pretesa coincidenza fra il principio di nazionalità e quello di autodeterminazione è valida, in generale, per i popoli dell’Europa occidentale ma non per gli altri.

Questa conclusione è ovviamente molto importante. In un certo senso ogni governo poggia sul consenso dei governati. Nessuna comunità politica è sufficientemente forte e durevole se non può contare sul lealismo, più o meno spontaneo, di una considerevole parte della sua popolazione. Una comunità è tanto più efficiente quanto più numerosi sono i membri che vogliono costituire una comunità e sono preparati a sostenere i sacrifici necessari per conservarla. Si devono perciò dire molte cose a proposito del principio di autodeterminazione. Ma non c’è quasi nulla da dire circa il principio di includere in una particolare comunità politica degli individui per il fatto che parlano una certa lingua. In avvenire, se cercheremo di applicare il principio di autodeterminazione al di fuori dell’Europa occidentale, dovremo aver cura di non associarlo arbitrariamente con quello nazionalistico così come ha fatto la cultura europea occidentale del secolo XIX.

Riconoscere alle nazioni il diritto di autodeterminarsi comporta dunque la seguente domanda: «Quali nazioni?». E questa domanda esige non una risposta generica, ma una risposta precisa basata su fatti e casi concreti. In ultima analisi, i soli diritti sono quelli degli individui. Per affermare il diritto di una nazione ad autodeterminarsi, occorre prima accertare se gli individui in nome dei quali si pretende quel diritto desiderano essere una nazione e accertare anche che genere di diritti essi pretendano. Il problema è di grande difficoltà e di vasta portata pratica. Gli artefici della pace del 1919, ossessionati dal convincimento che le nazioni fossero entità ben definite e con diritti altrettanto ben definiti, presero talora sul serio le aspirazioni di piccoli gruppi di individui che si erano autoproclamati rappresentanti di una nazione; molti erano da parecchio tempo esiliati dalla loro patria e si presentavano come depositari delle aspirazioni all’indipendenza della propria nazione, anche se non s’erano mai posti lo spinoso problema di sapere fino a qual punto la loro richiesta corrispondesse ai desideri o agli interessi della «nazione» in nome della quale pretendevano di parlare. Bisogna evitare di ripetere questo errore. Si può evitarlo tenendo sempre presente una fondamentale verità: il principio di autodeterminazione non è un diritto di certe nazioni, riconosciute e preesistenti, ma è un diritto di singoli uomini e di singole donne, un diritto che include, entro certi limiti, quello di costituire gruppi nazionali.

 

 

I limiti dell’autodeterminazione.

 

A prescindere dall’equivoco wilsoniano fra autodeterminazione e nazionalità, è ormai palese a tutti gli osservatori che gli artefici della pace del 1919 attribuirono un valore troppo assoluto al principio di autodeterminazione come se potesse costituire la chiave per risolvere ogni problema politico. Woodrow Wilson lo definì «un principio imperativo dell’azione»;[29] e perfino coloro che avevano presente l’importanza di altri criteri per fissare le frontiere fra gli Stati quasi si scusavano di farne menzione.[30] L’autodeterminazione è un importante principio, che deve essere preso in considerazione per decidere della forma e dell’estensione della comunità politica. Ma non lo si deve considerare come l’unico criterio o il criterio fondamentale cui subordinare ogni altra considerazione. Non vi può essere un diritto assoluto all’autodeterminazione così come non vi può essere, in democrazia, un diritto assoluto a far ciò che piace. Una minoranza di persone residente nel cuore della Germania o della Gran Bretagna non può pretendere, in virtù del principio di autodeterminazione, di aver diritto a costituire una comunità politica autonoma e indipendente. Allo stesso modo è difficile ammettere che Galles, Catalogna o Uzbekistan possano pretendere un diritto assoluto all’indipendenza, anche se la maggioranza dei loro abitanti la dovesse desiderare; una simile pretesa di esercitare il diritto all’autodeterminazione andrebbe subordinata ai ragionevoli interessi della Gran Bretagna, della Spagna o della Russia Sovietica. I ragionevoli interessi altrui devono esser tenuti in considerazione anche quando si tratta di comunità che già godono dell’indipendenza.

Se si accetta questo punto di vista il concetto di diritto all’autodeterminazione diviene inevitabilmente più vago. Non vi possono essere standards prestabiliti per decidere quando la dimensione di un gruppo è sufficiente a legittimare la fondazione di una comunità politica indipendente; questi standards variano da un periodo della storia all’altro, e da un luogo all’altro. Nella Grecia classica 100.000 persone potevano costituire senza difficoltà una comunità politica indipendente. Nessuno oserebbe pretendere che ciò sia possibile oggi. Ne consegue che ogni paese è tendenzialmente incoerente quando afferma o nega il diritto all’autodeterminazione. I coloni americani lo pretesero e l’ottennero contro la Gran Bretagna nel 1787. Tre quarti di secolo più tardi alcuni loro discendenti lo rifiutarono ai discendenti di altri. Ciò non impedì a un presidente democratico degli Stati Uniti, mezzo secolo dopo, di asserire, con la frase già citata, che «ogni popolo ha il diritto di scegliersi lo Stato sovrano in cui vivere». Il commento di Lansing, convincente benché tardivo, è ben noto: «Quando il presidente parla di autodeterminazione, a quale entità si riferisce? Intende forse alludere a una razza, a un territorio, oppure ad una comunità? Se non ci si riferisce a una entità concreta e definita, l’applicazione di tale principio è pericolosa per la pace e per la stabilità».[31] Tuttavia sembra che persino Lansing non avesse capito che questa incertezza era insita non nel modo di pensare di Wilson, ma nel principio stesso. Benché si sia spesso censurata la contraddittorietà con la quale il principio di autodeterminazione venne applicato nell’organizzazione della pace del 1919, pochi critici hanno compreso che quel principio non era intrinsecamente passibile di applicazione concreta.

Se ci si domanda quindi come mai «la liberazione dei popoli oppressi», che a ragione venne ritenuta un principio di progresso nel secolo XIX, finì per configurarsi come un principio reazionario e regressivo che aiutò a mettere indietro le lancette dell’orologio nel 1919, la risposta più semplice è che Woodrow Wilson e i suoi colleghi non capirono che il principio era ambiguo e richiedeva continui adattamenti per adeguarlo a condizioni politiche ed economiche diverse, così come non capirono che applicare il principio in modo indiscriminato come si fece a Versailles era del tutto contraddittorio con le tendenze politiche ed economiche del ventesimo secolo. Considerando il principio di autodeterminazione nazionale come un principio di valore assoluto e applicandolo indiscriminatamente come mai s’era fatto prima, favorirono la disintegrazione di comunità politiche esistenti e la creazione di un gran numero di comunità più piccole; e ciò proprio mentre fattori strategici ed economici richiedevano una maggiore integrazione e un ordine mondiale costituito da comunità politiche meno numerose e più estese. Gli artefici dell’assetto del 1919 riconobbero in realtà che l’autodeterminazione delle piccole nazioni era incompatibile con una loro potenza militare non sottoposta a limiti e con una loro completa indipendenza sul terreno militare. Ma non avevano la menoma idea di quelli che sarebbero stati gli sviluppi della moderna tecnica militare; e le garanzie che inclusero nel Patto istitutivo della Società delle Nazioni non erano adatte né adeguate. Analogamente non capirono che l’autodeterminazione delle piccole nazioni era assolutamente incompatibile con una loro potenza economica non sottoposta a limiti e con una loro completa indipendenza economica «Non è possibile creare un gran numero di nuovi Stati, disse Stresemann negli ultimi tempi della sua vita, trascurando del tutto il problema del loro inserimento nel sistema economico europeo».[32]

Ma gli artefici della pace del 1919 non capirono nulla del sistema economico europeo e della necessità d’inserire nello stesso i nuovi membri; e si accontentarono di una pia aspirazione, per di più non del tutto sincera: «Una gestione giusta delle relazioni commerciali fra i diversi membri della Società delle Nazioni». Così l’autodeterminazione nazionale, come venne applicata nel 1919, entrò sempre più in conflitto con la situazione economica e militare. L’avvenire del principio di autodeterminazione deve essere anzitutto studiato in relazione con queste due situazioni.

 

 

Autodeterminazione e potere militare.

 

La crisi dell’autodeterminazione in relazione allo sviluppo degli armamenti consiste nel fatto che il principio di autodeterminazione è stato invocato per giustificare la creazione di un numero sempre più grande di piccoli Stati indipendenti, in un momento in cui la loro sopravvivenza era resa problematica dallo sviluppo degli armamenti.

Il problema dell’indipendenza dei piccoli Stati emerse per la prima volta al congresso di Vienna, dove gli affari delle piccole potenze furono trattati senza il loro consenso e furono decisi dalle grandi potenze. Il sistema allora seguito non era soddisfacente in teoria, ma era tollerabile in pratica, e consisteva in ciò che venne chiamato il «Concerto europeo» del diciannovesimo secolo. Le piccole potenze vennero sollecitate a condurre i propri affari in base al presupposto che non avevano voce nelle grandi questioni europee. Nelle guerre fra le grandi potenze dovevano mantenersi neutrali. Durante il secolo XIX la politica degli Stati e lo zelo dei giuristi internazionali misero a punto un codice molto preciso per regolare le situazioni di neutralità in tempo di guerra; e, in generale, questo codice venne abbastanza rispettato quando si trattò di guerre locali e limitate. In quelle circostanze, gli Stati minori poterono fruire di un’indipendenza reale anche se limitata.

Il primo colpo serio a questa condizione della neutralità e dell’indipendenza, concepite come uno status onorevole e giuridicamente garantito, fu vibrato nella guerra del 1914-18. Due piccoli Stati, il Belgio e la Grecia, furono direttamente costretti con un’azione militare a entrare in guerra. Altri vennero indotti a parteciparvi con generose promesse o con svariate forme di pressioni militari ed economiche. Altri sentirono che, poiché i loro interessi erano collegati con la vittoria di una parte, costituiva un vantaggio ed un onore combattere da quella parte ed affrettarne la vittoria. Coloro che rimasero neutrali trovarono che le esigenze del blocco forzavano, quasi fino al punto di infrangerli, molti dei diritti di cui avevano sino ad allora goduto i neutrali e che essi erano immuni dalle conseguenze della guerra non molto meno di quanto lo fossero gli stessi belligeranti. Un numero considerevole di piccoli Stati riuscì, perfino in prossimità delle zone di guerra, a mantenere intatta la propria neutralità nel corso della guerra e ad evitare le sventure delle operazioni militari. Nondimeno non v’era alcun dubbio che la neutralità, e perciò anche l’indipendenza effettiva dei piccoli Stati, avesse ricevuto una seria scossa.

Alla fine della guerra fu vagamente intuito in molte sfere che il concetto di neutralità e di indipendenza dei piccoli Stati era stato in qualche modo distrutto o modificato. Nel medesimo tempo, gli artefici della pace si sentirono indotti, in virtù del principio di autodeterminazione, a creare un sempre maggior numero di piccoli Stati. Una possibile soluzione degli inconvenienti che ne derivavano fu trovata nella Società delle Nazioni, il cui Patto dichiarava che ogni guerra era «una questione che riguardava tutti i membri della Società» e che ognuno che vi avesse fatto ricorso violando gli obblighi del Patto «sarebbe stato immediatamente ritenuto responsabile di un atto di guerra contro tutti gli altri membri della Società». «Tra i membri della Società, dichiarò il governo britannico, non possono esservi diritti alla neutralità perché non possono esistere paesi neutrali».[33] I piccoli Stati, la cui indipendenza non era più garantita dall’impegno a rispettare la loro neutralità, avrebbero dovuto schierarsi, in avvenire, con le grandi potenze e combattere in alleanza con «la vittima dell’aggressione» contro «l’aggressore». Questo fu il sistema che poi divenne noto come sistema della «sicurezza collettiva».

V’erano molte lacune in questo sistema. La prima era costituita dall’illusione che tutti avrebbero rispettato un impegno fondato sul mantenimento dello status quo: in verità la Società delle Nazioni non riuscì mai ad annoverare più di cinque delle sette grandi potenze e per di più questo numero massimo fu raggiunto solo per un breve periodo. La seconda fu quella di ritenere che il criterio dell’aggressione fosse o applicabile con giustizia o moralmente valido. La terza e più grave fu costituita dal fatto che la guerra moderna richiede mesi o anni di preparazione e che, se gli Stati vogliono collaborare effettivamente in guerra, debbono concertare in anticipo la loro preparazione, il che è impossibile specialmente per i piccoli paesi situati ai confini di uno dei paesi belligeranti, perché sono costretti ad attendere che un «atto di aggressione» crei uno stato di guerra per decidere a fianco di chi combattere. L’unica concezione della sicurezza collettiva che non fosse così disperatamente illusoria fu quella francese di un’alleanza europea contro un nemico specifico e sotto la guida francese; ma questa concezione non poteva essere accettata dalle piccole potenze. La dottrina in auge negli anni Venti, che quello della neutralità fosse oramai un principio superato, fu screditata dalla dottrina alternativa della sicurezza collettiva, che veniva offerta come surrogato di quella della neutralità. Il riconoscimento della inconsistenza di questo surrogato, congiunto a un istintivo conservatorismo, indusse i piccoli Stati ad aggrapparsi disperatamente al simulacro della loro indipendenza ottocentesca. Negli anni Venti, quando la prospettiva di una guerra sembrava puramente teorica, la Svizzera e la Germania, allora molto debole, stabilirono prudentemente accordi al di fuori di qualsiasi obbligo societario che avrebbe potuto coinvolgerli in violazioni della neutralità. Negli anni Trenta, quando la prospettiva di una guerra divenne realistica, le piccole potenze proclamarono apertamente la loro intenzione di rimanere neutrali.[34] Così faceva fallimento la dottrina della sicurezza collettiva che ispirava le diverse disposizioni del Patto. Fu però necessaria l’esperienza del 1940 per dimostrare quanto fosse egualmente impraticabile il ritorno al concetto ottocentesco della neutralità e dell’indipendenza dei piccoli Stati.

Due caratteristiche della guerra moderna hanno concorso a distruggere l’indipendenza dei piccoli Stati fondata sul principio di autodeterminazione. La prima è stata il rapido aumento dello squilibrio militare fra le potenze forti e quelle deboli. Ai tempi in cui il fucile rappresentava la principale arma offensiva e una fortezza rappresentava una barriera insuperabile, una piccola potenza risoluta poteva opporre una seria resistenza all’attacco di un nemico molto più forte, specialmente se il grosso delle sue forze era impegnato altrove. In tali circostanze una potenza anche forte aveva interesse a rispettare l’indipendenza dei paesi neutrali non foss’altro che per non aumentare il numero dei suoi nemici. Nel 1914 tali condizioni stavano già tramontando. Allora, tuttavia, le eroiche gesta dell’esercito belga nell’impegnare il nemico e ritardarne l’avanzata furono un elemento importante di quella campagna che si concluse con la battaglia della Marna. Ma nel 1940, la resistenza delle piccole potenze servì solo a disturbare il nemico. Oramai l’andamento delle guerre dipendeva anzitutto dall’accumulazione e dal rapido impiego di una vasta attrezzatura meccanizzata, il che rendeva insufficienti le risorse industriali di un piccolo paese. La Danimarca non tentò di difendersi, e le difese della Norvegia, dell’Olanda e del Belgio, anche se aiutate dall’esterno, non riuscirono a impegnare le forze tedesche per un periodo di tempo abbastanza lungo né ad infliggere loro perdite tali da influire comunque sul corso degli avvenimenti. D’allora in poi, l’unica maniera in cui un piccolo paese avrebbe potuto sperare di difendersi contro la grande potenza A era quella di affidarsi con molto anticipo alla protezione della potenza B. Ma una simile azione non soltanto sarebbe stata interpretata come un’infrazione della neutralità da parte della grande potenza A,[35] ma avrebbe significato una virtuale subordinazione alla grande potenza B, poiché la potenza responsabile della difesa di un paese avrebbe dovuto per forza controllarne la politica, almeno nei suoi aspetti fondamentali. «La neutralità assoluta, scriveva il giornale russo Izvestia nell’aprile del 1940, è illusoria in difetto di un potere effettivo capace di sostenerla. I piccoli Stati sono privi di tale potere».[36] Date le condizioni della guerra moderna, un piccolo Stato non può difendere la sua indipendenza contro una grande potenza se non con metodi che di per sé costituiscono un’abdicazione alla propria indipendenza militare. L’interdipendenza è divenuta una condizione inevitabile di sopravvivenza.

Il secondo fattore che ha distrutto l’effettiva indipendenza degli Stati piccoli e deboli è costituito dal fatto che, stanti le tecniche altamente progredite della guerra moderna, la mera esistenza di un territorio neutrale in prossimità dei belligeranti può ben presto trasformarsi in uno svantaggio per una parte e in un vantaggio per l’altra, così anche una neutralità passiva è ben di rado effettivamente neutrale.[37] La crescente importanza del fattore economico nella guerra contribuisce d’altra parte più di ogni altra cosa a determinare una simile situazione. Prima del 1914, un belligerante poteva a buona ragione, anche in vista di un qualche vantaggio militare, esitare ad attaccare un paese confinante che, mantenendo il suo stato di neutralità, avrebbe potuto fornire approvvigionamenti o favorirne il transito. Quando, nei primi di questo secolo, lo Stato Maggiore tedesco elaborò il piano per invadere la Francia passando attraverso il Belgio, nessuno dei suoi esponenti pensò di occupare l’Olanda poiché la neutralità del porto di Rotterdam era indispensabile alla Germania per ricevere dai paesi d’oltremare quelle merci che le erano necessarie. La creazione, durante la guerra, di un nuovo blocco, che impedì alla Germania di fruire dei vantaggi economici che s’attendeva dalla neutralità olandese, provocò un rimescolamento delle carte. Quando lo Stato Maggiore tedesco concepì i suoi piani per l’invasione del 1940, si può con sicurezza supporre che non avesse alcuna intenzione d’escludere l’Olanda. Oramai era palese che i paesi costieri dell’Europa occidentale non potevano più servire alla Germania, in tempo di guerra, come canali per approvvigionarsi dall’oltremare. Al contrario, grazie al controllo britannico dei mari, essi erano fonti di approvvigionamento per la Gran Bretagna; e, cosa ancor più importante, essi contribuivano a difendere le coste inglesi contro un eventuale attacco tedesco. Una Rotterdam neutrale non era più possibile come entrepôt per il commercio tedesco, mentre una Rotterdam in mani tedesche, poteva essere un’utile base per attaccare la Gran Bretagna. La neutralità olandese, belga, norvegese e danese, indipendentemente da qualsiasi loro disegno o condotta, era conveniente alla Gran Bretagna. Lo Stato Maggiore tedesco ne trasse le logiche conseguenze.

La guerra in corso ha rivelato quanto sia insignificante l’indipendenza dei piccoli Stati. L’unica scelta che rimane loro aperta è quella di una politica di pace a ogni costo, il che costituisce la negazione di ogni politica; e le umiliazioni che conseguono a una tale scelta, anche nel caso in cui si riesca a sfuggire all’orrore fisico della guerra, sono state ampiamente mostrate da quanto è occorso a paesi come la Svezia e la Turchia. I piccoli Stati non possono più mantenersi in dignitoso equilibrio sul filo teso della neutralità. Tanto meno essi possono fidarsi di un sistema indeterminato di sicurezza collettiva che mantiene nascosta l’identità del futuro nemico e del futuro alleato. Un piccolo paese può soltanto sopravvivere procurandosi un’alleanza permanente con una grande potenza. Gli obblighi che tale associazione comporta non possono limitarsi all’impegno contingente di fare certe cose in certe eventualità, cioè il massimo che la Società abbia tentato di fare. Deve esservi invece l’impegno di perseguire una comune politica militare ed economica e di mettere le risorse militari ed economiche sotto qualche forma di controllo comune. L’esperienza ha dimostrato in conclusione che soltanto questo può assicurare, nelle condizioni del mondo moderno, un ragionevole grado di sicurezza militare. Il diritto dell’autodeterminazione nazionale è condizionato da questa necessità militare.

 

 

Autodeterminazione e potere economico.

 

Gli artefici della pace del 1919, per poco chiara che fosse la loro conoscenza dei problemi posti dalla moderna tecnica militare, avevano capito quanto le esigenze di ordine militare potessero incrinare il diritto all’autodeterminazione nazionale e all’indipendenza dei piccoli Stati. Ma, avendo abbracciato le idee ottocentesche del laisser faire e della dissociazione fra economia e politica, essi non seppero individuare l’impatto che su quei diritti veniva ad avere l’economia. Si tratta di una delle maggiori anomalie del Patto: mentre l’esperienza concreta del 1914-18 aveva reso gli estensori dello stesso ben consci delle potenzialità del potere economico come arma di difesa, non venne loro mai in mente di considerare tale potere come un’arma potenziale di attacco. Quando, qualche anno dopo, la Russia Sovietica propose di rimediare a tale lacuna con la stipulazione di un patto di non aggressione, il suggerimento venne malamente accolto. E’ infatti vero che la definizione di aggressione economica incontra difficoltà ancor più insuperabili di quante ne incontri quella di aggressione militare; ma la proposta era innegabilmente giustificata da un punto di vista teorico. Il sistema del Patto era difettoso, non soltanto perché non riusciva a risolvere in maniera adeguata i problemi militari, ma perché ignorava i problemi economici. Una simile lacuna può essere individuata nei trattati sulle minoranze conclusi nel 1919-20. «Nel loro modo di giudicare quale fosse il problema più importante, osservò Macartney, gli artefici di tali trattati venivano naturalmente guidati dalla propria esperienza. Ora, la lotta delle minoranze in Occidente fu, durante il secolo scorso, una lotta essenzialmente politica... Il pensiero liberale era naturalmente giunto ad attribuire la massima importanza ai problemi di cui aveva maggiore esperienza».[38] Gli Stati s’impegnarono ad accordare alle minoranze i rituali diritti politici della democrazia ottocentesca. Ma tra questi non erano compresi i diritti al lavoro e a non morire di fame. Petizioni contro le discriminazioni razziali in tema di espropriazioni o di assegnazione di terra furono presentate e discusse a Ginevra. Ma vi sono centinaia di modi con cui uno Stato ben organizzato che non fa fronte con onestà ai suoi impegni può ridurre una minoranza alla povertà e alla disperazione con semplici decisioni quali il rifiuto di assegnare contratti o accordare crediti a imprese dirette da membri della minoranza o che diano lavoro a membri della minoranza. I trattati sulle minoranze e il Patto non offrivano alcuna protezione contro l’uso oppressivo del potere economico; e durante gli anni dal 1919 al 1930 fu quest’ultimo che contò soprattutto.

L’aver trascurato il fattore economico da parte degli artefici della pace del 1919 fu fatale. Ciò costituisce l’argomento principale del famoso libro sulle Conseguenze economiche della pace di Keynes. «Quale diverso avvenire l’Europa avrebbe potuto attendersi, se Lloyd George e Wilson avessero capito che il più serio dei problemi non era né territoriale né politico, ma economico e finanziario, e che i pericoli dell’avvenire non andavano ricercati nelle questioni di frontiera o di sovranità, ma in quelle dell’alimentazione, del carbone e dei trasporti!» E ancora: «Il problema economico principale di un’Europa affamata e che si disgregava sotto i loro occhi era l’unico per il quale era impossibile risvegliare l’interesse dei Quattro».[39]

Con il senno di poi – e ciò vale ancor oggi – non è difficile vedere come sarebbe stato più prudente far fronte anzitutto alla necessità urgente di un risanamento economico e poi, sulla base dell’esperienza fatta, al compromesso necessario fra le richieste d’indipendenza nazionale e le esigenze imperative dell’interdipendenza economica. Ciò che si fece fu, viceversa, d’accordare incondizionata priorità alle pretese di autodeterminazione nazionale nella misura in cui potevano essere soddisfatte a spese delle potenze sconfitte, mentre non ci si curò affatto delle conseguenze economiche. L’importanza crescente del potere economico e le sue conseguenze rivoluzionarie per l’indipendenza politica in genere e per il diritto di autodeterminazione nazionale furono ignorate.

Le cause di tale cecità possono essere facilmente individuate. Gli artefici della pace del 1919 vivevano in un mondo oramai tramontato, le cui condizioni effimere erano assunte come un presupposto del futuro assetto. Nel secolo XIX l’interdipendenza economica era in qualche modo effettiva. La Gran Bretagna, che con il suo predominio commerciale e finanziario aveva assicurato un libero flusso alle merci e al credito, aveva affermato la sua supremazia in maniera abbastanza netta e in ogni modo tale da garantire un’accettazione generale di certi standards di comportamento economico a livello internazionale. Vi erano convenzioni, che gli Stati non potevano infrangere, circa i limiti entro cui contenere la loro ostilità economica. E v’era anche una tacita intesa circa l’opportunità di mantenere qualche forma di unità economica. Paesi civilizzati accettavano il tallone aureo, non svalutavano la moneta e non disconoscevano i loro debiti. Moderate tariffe protezionistiche vigevano quasi ovunque. Ma esse erano di solito mitigate dall’accettazione della clausola della nazione più favorita, e le ingegnose astuzie con le quali tale clausola viene resa virtualmente inoperante non erano state ancora escogitate. Contingentamenti e sussidi erano al primo stadio della loro vita. Non si pensava ancora alle enormi potenzialità offensive che il potere economico nazionale può dispiegare nelle relazioni tra gli Stati. In tali condizioni relativamente idilliache, il predominio britannico assicurò un minimo d’interdipendenza economica, e perfino un debole Stato indipendente non aveva niente da temere da azioni economiche di carattere discriminatorio. Gli artefici della pace di Versailles erano convinti che queste situazioni non fossero effimere e che nessuna ragione economica sarebbe mai stata invocata contro un riconoscimento generalizzato del diritto all’indipendenza nazionale.

L’ordinamento del 1919 faceva così riferimento a condizioni economiche e militari che non esistevano più. La storia del ventennio fra le due guerre ci mostra le grandi potenze far uso della nuova arma economica nei loro rapporti e in quelli con i piccoli Stati; così come ci mostra questi ultimi comportarsi in modo analogo. Infinite sono state le discussioni per accertare chi avesse cominciato per primo. La questione non era di indole morale. Il moderno sviluppo dell’industria aveva sviluppato enormemente il potere economico e la sua importanza nella politica nazionale e in quella internazionale. Mentre si accentuava la disintegrazione e la moltiplicazione delle comunità politiche, il potere economico subiva un rapido processo di concentrazione. Come dice uno scrittore americano, «l’evoluzione contemporanea del nazionalismo ha raggiunto un punto in cui emerge la contraddizione tra la volontà delle masse di creare più piccole comunità culturalmente omogenee e la necessità di creare più vaste aggregazioni economiche».[40] Divenne presto manifesto che aver soddisfatto l’aspirazione dei popoli all’indipendenza nazionale aveva aggravato i problemi economici; e la crisi economica del 1930 aveva rivelato le insufficienze dell’ordinamento europeo molto prima che la spada di Hitler l’avesse brutalmente fatto a pezzi. L’esercizio di un potere economico, non sottoposto a limiti, da parte di una miriade di piccole comunità nazionali era oramai incompatibile con la sopravvivenza della civiltà.

Le conseguenze economiche dell’applicazione del diritto di autodeterminazione dei popoli sono forse di gran lunga più significative delle conseguenze militari, poiché quelle hanno un’influenza diretta sulla vita quotidiana dell’uomo comune. Il mondo ha cambiato aspetto. Recentemente uno scrittore irlandese citava l’osservazione di un suo giovane concittadino secondo cui il mondo «non ha la medesima estensione che aveva nel 1916». L’aspirazione alla prosperità si è estesa e si è approfondita. La giovane generazione ha cominciato ad essere scontenta di «uno Stato gaelico circondato da mura».[41] I diritti politici ormai affermati non sono riusciti ad aprire al nuovo millennio una strada sicura. Proprio come il diritto di voto sembra aver poco valore se non comporta il diritto al lavoro e a un salario decente, così il diritto all’autodeterminazione nazionale perde molte delle sue attrattive se si dimostra un fattore che limita le opportunità economiche. I diritti delle nazioni e quelli dell’uomo diventano vani se non riescono ad aprire la via al benessere economico, o almeno a risolvere il problema della sussistenza, e se non offrono una soluzione ai problemi dell’uomo della strada e di quello dei campi. Allo stesso modo in cui la democrazia politica deve, se vuole sopravvivere, essere reinterpretata in termini economici, così il diritto all’autodeterminazione nazionale va conciliato con le esigenze di una crescente interdipendenza economica.

 

 

L’avvenire del principio di autodeterminazione.

 

Il riconoscimento della natura del male può fornirci l’occasione per quella ridefinizione del principio di autodeterminazione che è tanto urgente quanto lo è quella della democrazia. Se teniamo presente che il principio di cui si discute qui è quello di autodeterminazione e si evita di confonderlo con quello di nazionalità, si vedrà chiaramente come tale principio non debba essere necessariamente disgregatore. Gli individui possono aggregarsi in comunità sia più anguste che più vaste; e la reazione che noi abbiamo già notato contro il principio di autodeterminazione, nel modo in cui venne applicato nel 1919, è sintomo di un movimento in tale direzione. E’ vero che ognuno vorrebbe appartenere ad uno Stato libero e indipendente. Ma è altrettanto vero che ognuno vorrebbe appartenere a uno Stato grande e potente per giocare un ruolo significativo in una più ampia comunità, in modo che il suo appartenervi abbia un qualche valore. Se l’azione della comunità sembra irrilevante e inefficace, il fatto di appartenervi non avrà per l’interessato alcun senso, ed egli sarà incline a trasferire il suo lealismo a comunità più vaste. Quando gli uomini sono incapaci di fare tali scelte, è facile che le facciano quelli della successiva generazione. Una volta che si siano cominciate a sentire come limitazioni alla libertà le conseguenze soffocanti del vivere in angusti mercati nazionali, in minuscoli sistemi politici e perfino in piccole culture nazionali, i giorni del piccolo Stato nazionale indipendente, incarnazione degli ideali del 1919, saranno contati.

Sia nei paesi che sono stati vittime dirette dell’attacco militare, sia in quelli che hanno mantenuto una precaria neutralità, queste tendenze si sono intensificate dopo lo scoppio della guerra per la coscienza della impotenza militare e dell’insufficienza economica delle piccole comunità nazionali. Nel dicembre del 1940, il Ministro degli Esteri norvegese, in un importante messaggio radiofonico da Londra, aveva parlato della cooperazione in tempo di guerra fra i Norvegesi e le altre «forze del mondo amanti della libertà», come di «un fatto che sarebbe stato al tempo stesso il fondamento di uno Stato che deve durare e durerà dopo la fine della guerra, istituzionalizzando una cooperazione politica capace di assicurare la nostra libertà nazionale e di proteggerci dall’attacco dei tiranni e al tempo stesso di garantire sul terreno economico la sicurezza sociale e d’impedire alle crisi finanziarie di distruggere il nostro sistema economico e di arrestare il nostro sviluppo sociale».[42] Ovunque si tende sempre più a riconoscere che il principio di autodeterminazione non è poi una questione così semplice come si pretendeva nel 1919, una questione che si possa decidere con una scelta netta tra due alternative opposte apponendo una crocetta su una scheda. Se è vero che una proliferazione di Stati indipendenti era ciò che i popoli allora desideravano, non è altrettanto sicuro che questo sarebbe oggi il loro desiderio. E’ questione di interesse vitale considerare in questa sede quali siano le condizioni, imposte da esigenze di carattere economico e militare, per una efficiente organizzazione futura del mondo, e come tali condizioni si possano conciliare con la tendenza degli uomini a formare gruppi indipendenti e potenzialmente ostili per conservare e coltivare linguaggi e tradizioni comuni, comuni costumi e abitudini, e comuni interessi.

E’ possibile arrischiare qualche conclusione che per altro sembra scaturire abbastanza chiaramente da quanto detto. Anzitutto noi dobbiamo abbandonare il dogma ottocentesco secondo cui Stato e nazione normalmente dovrebbero coincidere. Servendoci di una terminologia poco precisa ma efficace, che ebbe le sue origini nell’Europa centrale, dobbiamo distinguere fra «nazione culturale» e «Stato nazionale». L’esistenza di un gruppo etnico o linguistico, tenuto insieme da tradizioni comuni e da una cultura comune non deve più costituire un indizio solido per costituire o mantenere una comunità politica indipendente. In secondo luogo, dobbiamo attribuire un’importanza molto minore di quella che gli si attribuì nel 1919 al carattere assoluto del principio di autodeterminazione e riconoscerne una molto maggiore alle sue necessarie limitazioni. Il concetto di obbligo va invocato per controbilanciare l’impropria enfasi che nell’Ottocento si è accordata ai diritti. Il diritto all’autodeterminazione deve pertanto comportare responsabilità apertamente riconosciute e la subordinazione delle risorse militari ed economiche, nonché delle relative politiche, alle esigenze di una comunità più vasta, non come generico impegno in vista di eventualità future, ma come criterio per la gestione quotidiana degli affari. Ambedue queste conclusioni richiedono un’ulteriore delucidazione.

La differenza fra nazione e Stato o fra «nazione culturale» e «Stato nazionale», comporta semplicemente che si consenta a un popolo d’esercitare l’autodeterminazione per alcuni scopi e non per altri, e che, al limite, lo s’incoraggi a farlo. In altri termini, i popoli dovrebbero potersi «determinare» in aggregati diversi a seconda dei fini perseguiti. Non v’è nulla in questa aggregazione differenziata che contrasti con la natura umana o con le normali aspirazioni degli uomini. Quasi tutti gli uomini e le donne civilizzati appartengono a gruppi costituiti per soddisfare bisogni diversi e non trovano difficoltà a conciliare l’appartenenza a una chiesa, a un club sportivo, a una società di agricoltori o a un sindacato. In verità, è ragionevole sostenere che una vita sociale sana può esistere soltanto là dove vi è un simile intreccio di lealismi e interessi e dove nessuna istituzione – si tratti dello Stato o della chiesa o del sindacato – pretenda un lealismo esclusivo dai suoi membri per ciò che attiene alla totalità delle loro attività. E’ chiaro che questo compromesso va fatto anche quando si tratta di lealismo nei confronti dello Stato. Vi sono molte buone ragioni per ritenere che un numero considerevole di abitanti del Galles, della Catalogna e dell’Uzbekistan abbia in modo soddisfacente risolto il problema di sentirsi al tempo stesso gallesi, catalani o uzbeki per certi scopi e buoni cittadini inglesi, spagnoli o sovietici per certi altri.

La sola soluzione soddisfacente del problema dell’autodeterminazione sta proprio nell’estendere questo sistema di lealismi divisi ma non incompatibili, poiché è l’unica che possa soddisfare contemporaneamente le esigenze di una organizzazione economica e militare moderna senza cancellare quella, che tutti gli uomini avvertono, di costituire gruppi basati su comuni tradizioni, lingua e usanze. La difficoltà di tale estensione è senza dubbio grande, in un’epoca in cui il potere e l’autorità dello Stato sono ovunque sempre più forti e influenzano in maniera crescente una quantità sempre maggiore di settori della vita e in cui l’organizzazione economica, l’istruzione e l’orientamento dell’opinione pubblica su questioni vitali di sicurezza sono diventate funzioni di governo che nessuno mette in discussione. Sarebbe azzardato attendersi un capovolgimento di tali tendenze. Ma il processo medesimo di concentrazione e accentramento, che tale sviluppo inevitabilmente comporta, finisce per dar luogo a un processo inverso di devoluzione, giacché quanto più le competenze del governo si estendono e contagiano un numero crescente di cittadini sul territorio tanto più il decentramento diventa necessario per un efficiente funzionamento dell’amministrazione. E’ in questo rapporto fra accentramento e autonomia, e nel riconoscimento che alcune questioni vanno affrontate in seno a collettività sempre più ampie di quelle attuali, mentre altre in seno a collettività più piccole, che va trovata la soluzione all’angosciante problema dell’autodeterminazione. «Le difficoltà di oggi, scrive Macartney, scaturiscono dalla moderna concezione dello Stato nazionale: dall’identificazione degli ideali politici di tutti i cittadini dello Stato con gli ideali nazionali e culturali della sua maggioranza. Se venisse a cessare una buona volta questa confusione fra cose assolutamente diverse, non vi sarebbe alcuna ragione perché membri di diverse nazionalità non debbano convivere in perfetto accordo nello stesso Stato».[43] Una volta determinato con sicurezza il più ampio quadro economico e militare che deve comprenderle, non v’è limite di sorta ad aumentare il numero e le funzioni degli organismi di autogoverno più piccoli. Se questo criterio venisse adottato, si realizzerebbe compiutamente l’aspirazione naturale e profondamente radicata dei gruppi umani ad autodeterminarsi nella gestione dei propri affari.

La seconda conclusione da trarre con molta energia è quella che l’autodeterminazione nazionale, così come la democrazia, va ridefinita in maniera tale che diritti e doveri siano collocati sullo stesso piano. Nel 1919 si riteneva che, una volta che una «nazione» fosse stata riconosciuta, il diritto all’autodeterminazione le conferisse un assoluto diritto all’indipendenza nazionale e che il conferimento di questo diritto avesse carattere di priorità rispetto a qualsiasi seria discussione sugli obblighi reciproci che devono intercorrere fra le nazioni. Trascurare il rapporto fra diritti e doveri, fondandosi su un’accettazione tacita o espressa della teoria secondo cui esiste una naturale armonia tra gli interessi, fu una caratteristica del pensiero e della politica di Woodrow Wilson. Con una convinzione che non ammetteva dubbi e che oggi appare semplicemente incomprensibile, questi asseriva che il riconoscimento da parte di tutti del diritto all’autodeterminazione nazionale avrebbe portato alla pace universale. I diritti erano assoluti; riconoscere un diritto e renderlo effettivo costituiva un bene in sé; al contrario, assumersi un obbligo in contropartita era volontario e, in ogni caso, il riconoscimento del diritto non era messo in discussione.

Sarebbe pazzesco sottovalutare la rivoluzione nel modo di pensare degli uomini che si renderà necessaria per ricondurre la questione dell’autodeterminazione nazionale ai suoi giusti termini: quelli di un diritto che si può esercitare in un quadro di obbligazioni. Per le piccole nazioni, ciò comporta la rinunzia alle posizioni eccezionalmente favorevoli da esse godute nel secolo XIX, quando la neutralità era l’unico prezzo che dovevano pagare per la propria sicurezza militare e quando i loro territori ed i loro interessi (comprendenti a volte ricchi possedimenti oltremare) erano protetti da una marina eccezionalmente potente per le cui azioni non portavano alcuna responsabilità e per i costi della quale non pagavano alcun contributo. Per le grandi potenze, ciò comporta l’assunzione di una responsabilità diretta e permanente – quale le grandi potenze ben di rado sono state disposte ad assumersi – circa il benessere delle altre nazioni. Per la Gran Bretagna – per fare una caso concreto – ciò comporta di concepire almeno la difesa di alcuni paesi europei come un tutt’uno con la propria difesa e di accettare il principio di una comune politica economica che consideri gli interessi dell’industria del Belgio, o della Francia o della Germania o dell’agricoltura della Danimarca o dei Paesi Bassi alla stessa stregua dei propri interessi industriali o agricoli. La sicurezza militare così come il benessere economico delle grandi potenze dipende, non meno di quanto dipendano sicurezza militare e benessere economico dei piccoli Stati, dall’accettazione di una nuova concezione delle obbligazioni internazionali.

Si possono applicare gli stessi principi anche al complicato problema dell’indipendenza dei popoli coloniali. Spesso s’è detto che i governi alleati si comportarono in maniera incoerente nel 1919, quando il diritto all’autodeterminazione fu considerato valido per l’Europa e non per l’Africa e l’Asia. Da un punto di vista logico tale accusa è inconfutabile. Però, a prescindere dall’incapacità di molti di questi popoli di autogovernarsi per condizioni particolari come quelle create in India dalla diversità di razza e di religione, è chiaro che il disgregare, in ossequio all’autodeterminazione, entità politiche esistenti e unite sotto il profilo militare ed economico avrebbe in effetti costituito una misura reazionaria. In Europa l’esigenza più forte è quella di costruire unità militari ed economiche più ampie, pur mantenendo le unità esistenti o creandone nuove più piccole per perseguire obiettivi diversi. In Asia e in Africa occorre mantenere vaste unità militari ed economiche su scala intercontinentale (non necessariamente quelle esistenti), creando al contempo, all’interno di queste unità, un ben maggior numero di nuove amministrazioni locali che abbiano le loro radici nelle tradizioni, nelle leggi e nei costumi locali. La soppressione affrettata e poco intelligente dei costumi locali e la meccanica trasposizione di un sistema amministrativo uniforme sono forse state cagione di decadenza e spopolamento di molte zone coloniali tanto quanto lo è stato il loro diretto e deliberato sfruttamento da parte degli interessi economici. L’idea di un’Africa costituita da un complesso di vasti territori più o meno uniformi e divisi da frontiere geografiche arbitrarie deve essere sostituita da quella di un’Africa ridisegnata sulla base del principio di autodeterminazione riconosciuto ai diversi gruppi tribali. Noi dobbiamo, da questo punto di vista, augurarci la balcanizzazione delle terre tropicali.

Dunque, se vogliamo evitare le alternative del caos totale o della brutale dominazione, le relazioni internazionali dell’avvenire debbono svilupparsi lungo due direttrici: la prima implica il riconoscimento che comunità più ampie degli attuali Stati nazionali sono necessarie per ragioni di carattere militare ed economico, così come sono necessarie massicce devoluzioni di competenze al loro interno; la seconda implica il riconoscimento che il diritto di autodeterminazione nazionale vale solo nel quadro di precise obbligazioni sul terreno militare ed economico. La crisi dell’autodeterminazione, come quella della democrazia, si trasforma alla fin fine in una questione morale. Ma essa si manifesta in termini militari e soprattutto, specialmente per la democrazia, in termini economici. Nessuna soluzione è possibile senza la soluzione della crisi economica che è il sintomo più vistoso e di maggiore portata della crisi generale dei nostri tempi.

 

(a cura di Luigi V. Majocchi)

 


[1] Si tratta del famoso storico della rivoluzione bolscevica. Ma al tempo in cui scrisse Conditions of Peace, egli era docente di Politica internazionale presso l’Università del Galles e aveva pubblicato importanti lavori in questo campo.

[2] Conditions of Peace, Londra, Macmillan,1942.

[3] Dal 1936 al 1939 Carr era stato membro di un gruppo di studio del Royal Institute of International Affairs, il prestigioso Istituto londinese di politica internazionale, noto anche con il nome di Chatham House, fondato da Lionel Curtis insieme a Lord Lothian e agli Astor. Quel gruppo, di cui faceva parte anche Amold Toynbee, aveva prodotto uno studio sul tema del nazionalismo (cfr. Edward H. Carr, The Twenty Years’ Crisis. 1919-1939, Londra, Macmìllan, 1941, p. XI).

[4] Conditions of Peace, cit., p. 40.

[5] M. Albertini, Lo Stato nazionale, Milano, Giuffré,1960, p. 23.

[6] Conditions of Peace, cit., p. 63.

[7] Ibidem, p. 47.

[8] Ibidem, p. 66.

[9] The Twenty Years’ Crisis, cit., pp. 246 e segg.

[10] Conditions of Peace, cit., p. 165.

[11] Ibidem, p. 165.

[12] Ibidem, p. 164.

[13] Ibidem, p. 164.

[14] Ibidem, p. 164.

[15] Ibidem, p. 165.

[16] Ibidem, pp. 242 e segg.

[17] Ibidem, p. 270.

[18] L. Dehio, «Versailles 35 anni dopo», in La Germania e la politica mondiale nel XX secolo, trad. it. di A. Cavalli, Milano, Comunità,1962.

[19] Conditions of Peace, cit., p. 271.

[20] Ibidem, p. 271.

[21] William Temple, Arcivescovo di York: Thoughts in War Time, pp. 112-3.

[22] La confusione linguistica che quest’idea ha prodotto mostra quanto la stessa sia radicata in profondità. Così la lingua inglese, che non s’è mai posta il problema di coniare parole derivate dal termine «Stato», usa espressioni come «debito nazionale» e «nazionalizzazione delle ferrovie». La lingua francese non conosce alcun aggettivo che derivi dal termine Etat, ma impiega termini come «Biens d’Etat» (benché esistano anche «Domaines nationaux») e altri assai utili per quanto poco eleganti come étatisme e étatisation. Negli Stati Uniti, il termine «Stato» è utilizzato per designare gli Stati membri dell’Unione mentre «nazione» è ora frequentemente usato per designare l’intera Unione. L’espressione «Società delle Nazioni» è un buon esempio di questa confusione terminologica.

[23] Lord Acton, History of Freedom, p. 288. Cfr. C.A. Macartney: «Pretendere... che ogni nazione debba formare uno Stato indipendente significa sostituire il genuino principio di autodeterminazione con altro affatto diverso che si dovrebbe piuttosto chiamare principio di determinismo nazionale» (National States and National Minorities, p. 100).

[24] Public Papers of Woodrow Wilson: The New Democracy, II, p, 187.

[25] H.A.L. Fisher, A History of Europe, III, p. 1161.

[26] Si diede per scontato che il principale carattere nazionale fosse la lingua. «In Europa centrale e orientale, scrisse il professor Toynbee richiamandosi alla filosofia dominante in seno alla Conferenza di pace, la crescente coscienza della nazionalità non è affatto legata alle frontiere tradizionali né alle nuove aggregazioni geografiche, ma quasi esclusivamente alle lingue materne» (The World After the Peace Conference, p. 18). C.A. Macartney fa risalire a Schlegel e Fichte il fatto che la lingua sia considerata come il criterio fondamentale «rispetto sia al costituirsi di un legame spirituale tra i membri di una nazione, sia al provare un’origine comune» (op. cit., p. 99).

[27] Il plebiscito di Sopron si tenne in condizioni assai differenti e i suoi risultati non possono quindi ritenersi significativi.

[28] S. Wambaugh, Plebiscites Since the World War, I, pp. 202, 493. I dati citati sono tratti da quest’opera monumentale (I, pp. 133-4, 198, 350).

[29] Public Papers of Woodrow Wilson: War and Peace, I, p. 180.

[30] Per esempio Balfour scrisse così a House: «Sono convinto che forti frontiere siano garanzia di pace; e, benché in nome di necessità strategiche si siano commessi mostruosi crimini contro il principio di nazionalità, non rinnegherei quel convincimento a favore di qualche altro principio astratto ogniqualvolta una particolare frontiera rafforzi la stabilità delle relazioni internazionali e le popolazioni interessate non siano numericamente importanti» (cfr. C. Seymour (a cura di), Intimate Papers of Colonel House, IV, pp. 52-3).

[31] R. Lansing, The Peace Negotiations: a Personal Narrative, p. 86.

[32] E. Sutton (a cura di), G. Stresemann: His Diaries, Letters and Papers, III, p. 619.

[33] Memorandum on the Signature of His Majesty’s Government in the United Kingdom of the Optional Clause, Cmd. 3452, p. l0.

[34] Significativa al riguardo è la dichiarazione resa dal Ministro degli Esteri dei Paesi Bassi di fronte alla Camera Bassa il 24 novembre 1934: «L’Olanda non muterà mai la sua tradizionale politica e si sbaglia chi crede che il territorio olandese possa essere utilizzato per la difesa di qualche altro paese. Il nostro paese non desidera porsi a rimorchio di nessuno Stato europeo e di nessun gruppo di Stati». Nel luglio del 1940, quando il carattere irrealistico di una tale posizione era stato dimostrato in maniera definitiva e drammatica, De Valera si preoccupava ancora di assicurare il mondo che il suo governo era «determinato a mantenere e difendere la sua neutralità in ogni circostanza» (The Times, 5 luglio 1940).

[35] In una nota indirizzata il l0 maggio ai governi del Belgio e dei Paesi Bassi, il governo tedesco li denunziava per aver concertato, in dispregio della loro neutralità, i loro piani di difesa con Gran Bretagna e Francia. Quest’accusa era sfortunatamente infondata. Il Ministro degli Esteri dei Paesi Bassi ha reso noto che il suo governo era stato informato dai propri servizi segreti, la settimana precedente il 10 maggio, che l’invasione era imminente «al punto che la situazione doveva considerarsi molto allarmante». Ma «anche allora il governo non avvertì gli alleati perché voleva essere assolutamente certo che non ci si potesse muovere con fondamento alcuna accusa di aver abbandonato quella neutralità che avevamo così rigorosamente rispettato» (E.N. van Kleffens, The Rape of the Netherlands, p. 110). Van Kleffens sembra preoccuparsi dell’opinione che si sarebbe indotti a farsi dei suoi concittadini quando afferma che l’aiuto non sarebbe comunque potuto arrivare in tempo utile. Può darsi che ciò sia vero nella fattispecie, ma non lo è certo in linea di principio.

[36] Izvestia (articolo di fondo), 11 aprile 1940.

[37] La Svizzera, grazie alla sua posizione geografica, è forse una delle rare eccezioni.

[38] C.A. Macartney, op. cit., pp. 281-2.

[39] J.M. Keynes, The Economic Consequences of the Peace, pp. 134, 211.

[40] Cfr. l’articolo di C.J.H. Hayes in International Conciliation, n. 369 (Aprile 1941), p. 238.

[41] Sean O’Faolain, An Irish Adventure, pp. 304-5.

[42] The Times, 16 dicembre 1940.

[43] C.A. Macartney, op. cit., p. 450.

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