Anno LI, 2009, Numero 2, Pagina 128

 

 

John Jay
 
 
John Jay (1745-1829) non è solo l’autore di cinque Federalist papers. Egli è anche uno dei padri fondatori della federazione americana senza il quale, secondo le parole del secondo Presidente degli Stati Uniti John Adams, «gli Stati Uniti non sarebbero diventati indipendenti; Washington non sarebbe diventato il loro comandante in capo; centinaia di milioni di acri di territorio non sarebbero stati inclusi nei nostri confini; non avremmo avuto libero accesso al commercio e alla pesca nell’Atlantico; non sarebbero state scritte le costituzioni del Massachusetts, di New York e degli Stati Uniti d’America».[1] E’ alla luce di questa testimonianza che è opportuno leggere il saggio n. 4 del The Federalist scritto da Jay nel 1787,[2] che ripubblichiamo in questa rubrica.
 

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Sarebbe sufficiente un breve cenno ai momenti salienti dell’attività politica di John Jay per capire le ragioni del giudizio di Adams e intuire l’influenza che egli ebbe, come federalista, nella storia americana.

 

John Jay entrò a far parte del primo Congresso continentale nel 1774 come delegato dello Stato di New York. Venne eletto Presidente del Congresso nel 1778-79, per poi essere inviato come Ministro plenipotenziario in Spagna e in Francia. A Parigi, insieme a Benjamin Franklin e John Adams, negoziò la pace con la Gran Bretagna. Tornato a New York nel 1784, fu Segretario di stato della confederazione fino al 1789. Nel 1791 fu nominato Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti e, contemporaneamente, rappresentò di nuovo per un breve periodo gli Stati Uniti a Londra come Ministro plenipotenziario per prevenire una nuova guerra con la Gran Bretagna, e per porre le basi dei diritti di transito e commercio in Nord America con le altre potenze europee. Portata a termine questa missione, dopo il 1795 venne eletto per due volte governatore dello Stato di New York. Infine nel 1800, dopo aver rinunciato ad un secondo mandato di Presidente della Corte Suprema e a correre come candidato federalista alla Presidenza degli Stati Uniti contro Jefferson, si ritirò dalla scena politica in un sobborgo non lontano da New York.

 

Ovviamente, per il solo fatto di aver avuto una simile brillante carriera, John Jay è a giusto titolo ricordato come uno dei padri fondatori. Ma per mettere in evidenza il ruolo che egli ha avuto nella battaglia per fondare il primo Stato federale della storia, è opportuno soffermarsi brevemente su alcuni momenti salienti della sua attività politica. Momenti che sono emblematici sia del momento storico in cui è vissuto, sia della rara lucidità con la quale, insieme ad altri federalisti, seppe indirizzare su una strada di pace e prosperità il corso della politica americana.

 
 

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Quando John Jay si avvicinò alla politica partecipando alla vita delle istituzioni continentali e di quelle del suo Stato, lo fece sperando, come gran parte degli americani prima della Dichiarazione di Indipendenza, che i contrasti con la Gran Bretagna si sarebbero presto risolti pacificamente, come era già accaduto nei decenni precedenti, e che alla fine si sarebbe potuta instaurare una proficua unione tra le due rive dell’Atlantico. Questo era lo stato d’animo prevalente tra i rappresentanti del Congresso nel 1775, ben testimoniato dall’Address to the British people, una sorta di appello alla fratellanza e alla collaborazione tra americani e inglesi, che fu redatto principalmente da Jay. Tuttavia nell’arco di pochi mesi queste speranze si sarebbero infrante contro l’intransigenza della Corona e del Parlamento britannici che non volevano in alcun modo delegare poteri reali di tassazione e di autogoverno alle colonie. Molti anni dopo Jay, in una testimonianza storica, avrebbe ricordato questo momento come quello in cui gli americani furono costretti a battersi davvero per l’indipendenza, non solo a parlarne. Il repentino passaggio da uno stato d’animo cauto e riluttante alla lotta, ad uno rivoluzionario, è sancito per Jay e per i newyorkesi dalla risoluzione — redatta dallo stesso Jay e approvata all’unanimità dal Congresso provinciale di New York nel 1776 —, in cui nel ribadire il rammarico per la «crudele necessità che ha reso la Dichiarazione di Indipendenza inevitabile», si annunciava la ferma determinazione a sostenerla insieme alle altre colonie «a rischio delle nostre vite e delle nostre fortune».[3]

Negli anni successivi, soprattutto nel periodo in cui ricoprì la carica di Presidente del Congresso, Jay avrebbe avuto modo di sperimentare l’estrema debolezza della cooperazione intercoloniale e l’impotenza delle istituzioni dell’Unione nel condurre la guerra. Fragilità ed impotenza di cui avrebbe constatato le conseguenze anche come plenipotenziario americano in Spagna dove, giunto senza copertura finanziaria delle spese della missione da parte della confederazione, non venne neppure ricevuto dai rappresentanti della corona spagnola, che era sì alleata della Francia contro la Gran Bretagna, ma che non voleva in alcun modo legittimare le rivendicazioni di indipendenza delle colonie del Nord America. Quando poi la sua missione si trasferì a Parigi, si rese presto conto dell’ingenuità del mandato conferitogli dal Congresso di trattare la pace con gli inglesi collaborando sempre e comunque con il governo francese. In questa difficile situazione solo grazie all’aiuto di Franklin Jay riuscì a reperire i crediti e le garanzie necessari per mantenere la missione. E con l’aiuto di Adams riuscì a farsi un quadro della situazione internazionale più realistico rispetto a quello che avevano in Nord America. La Spagna non era, come credevano a New York, una potenza imperiale ancora in ascesa. E gli alleati francesi, con buona pace del Congresso, volevano sfruttare la guerra americana per guadagnare vantaggi militari e commerciali a discapito della Gran Bretagna. D’altra parte la diplomazia di quest’ultima era ben consapevole delle potenzialità di sviluppo delle colonie — più di quanto lo fossero queste ultime —, al punto che aveva elaborato delle proiezioni di sviluppo demografico e commerciale del Nord America fino alla metà dell’ottocento. Jay, Adams e Franklin si resero poi conto che, a causa dei crescenti costi e delle sconfitte militari che stava sopportando per domare la «ribellione» delle colonie americane, il governo della corona britannica (più del Parlamento) era ormai disposto a negoziare un accordo con gli americani.

Tutto ciò convinse Jay della necessità di aggirare il mandato assegnatogli dal Congresso, che comunque era lontano, mandava messaggi contraddittori ed era sostanzialmente mal informato della situazione europea. D’accordo con Adams, Jay fissò quelli che sarebbero stati i punti di riferimento essenziali della delegazione americana durante il negoziato con Londra. Questi punti riguardavano: il rifiuto di sedersi al tavolo delle trattative con chi non avesse prima riconosciuto l’indipendenza degli Stati Uniti (questo escludeva de facto la Spagna, che non voleva offrire pretesti di ribellione alle proprie colonie americane, dagli interlocutori privilegiati); slegare l’esito del Trattato dalla necessità di raggiungere accordi preventivi con la Francia; riconoscere che l’interlocutore degli americani era innanzitutto il governo britannico.[4]
 

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Dopo la firma del Trattato di Parigi (1783), gli americani sperarono che il loro avvenire dipendesse ormai dal mantenimento e dal rafforzamento delle istituzioni comuni che si erano dati con gli Articles of confederation. Ma anche questa speranza, condivisa inizialmente da Jay e dalla maggior parte dei federalisti, sarebbe presto svanita. Ancora una volta, il cambiamento di stato d’animo richiese solo pochi mesi. Alla fine del 1784 Jay aveva scritto fiducioso a Franklin che «l’attuale Congresso promette bene, in quanto vi sono parecchi suoi membri che hanno idee federaliste». In un’altra lettera aveva confidato a Lafayette che «le idee federaliste si stanno facendo strada». Ancora nel marzo del 1785 Jay annotava che, «sebbene molto resti da fare, stiamo gradualmente avanzando verso un sistema di governo ordinato». Ma alla fine dello stesso anno, nella corrispondenza con Adams, il tenore dei suoi giudizi era cambiato: «l’attuale governo federale è semplicemente incompetente, per questo bisognerebbe lavorare per renderlo più efficace e vigoroso». Mentre agli inizi del 1786 comunicava sconfortato a Jefferson che «la Confederazione è imperfetta, ma temo che sarà difficile correggere i suoi difetti finché l’esperienza non renderà palese e urgente la necessità di farlo». E in un’altra lettera a Jefferson concludeva: «la costruzione del nostro governo federale è fondamentalmente sbagliata».[5] L’impotenza del Congresso, il crescente disordine nelle ex-colonie, i problemi economici e finanziari, gli irrisolti motivi di tensione con la Gran Bretagna, il timore di nuove guerre: ecco alcuni dei motivi che erano all’origine di queste considerazioni. Neppure la convocazione della Convenzione di Filadelfia sembrava sufficiente per allontanare gli Stati Uniti dal caos verso il quale stavano marciando. Ma questa, secondo i più, rimaneva una delle ultime chance per cercare di invertire la rotta. Per questo Jay si prodigò per convincere Washington a prendervi parte e, con la sua autorevole presenza, a orientarla. Sempre per questo, nel 1787 gli scrisse una lettera per esporre i suoi dubbi e per cercare di delineare una sorta di programma minimo di lavoro della Convenzione (Washington portò con sé a Filadelfia una copia di questa lettera). In concreto, che cosa si sarebbe dovuto e potuto fare? Come e con quali istituzioni sarebbe stato possibile creare un vero governo americano fondato sulla volontà del popolo e degli Stati?[6] Il problema era che, nonostante le deficienze del governo dell’Unione fossero palesi, le resistenze a sanarle erano enormi. Basti pensare che la legislatura di New York fece di tutto (e con successo) per escludere Jay dalla delegazione dello Stato a Filadelfia. Il boicottaggio degli antifederalisti di New York nei confronti di Jay non fu tuttavia sufficiente per scalfire la sua popolarità e familiarità con quasi tutti i delegati alla Convenzione, che da anni lo conoscevano, frequentavano la sua casa, gli chiedevano regolarmente consigli, ne rispettavano l’autorità morale oltre che la competenza giuridica e politica. Egli fu così costantemente informato dello stato del dibattito a Filadelfia e indirettamente partecipò addirittura alla formulazione di alcuni fondamentali articoli della nuova Costituzione, come l’Articolo 6, che introduceva la Supremacy Clause, una norma che stava particolarmente a cuore a Jay.[7]
 

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Scritta la nuova Costituzione, si trattava di ratificarla in un numero sufficiente di Stati per farla entrare in vigore. Consapevole dell’opportunità che si presentava agli americani di cambiare il corso della loro storia,[8] Jay si batté tenacemente per farla ratificare. Egli accettò subito la proposta di Hamilton di sostenere la campagna di propaganda a favore della ratifica della Costituzione con la serie di articoli che sarebbero poi diventati noti come The Federalist. Quindi, scrivendo l’Address to the people of New York, contribuì a disinnescare l’insidioso argomento degli antifederalisti che chiedevano di rinviare la ratifica della Costituzione, o comunque di ratificarla sub iudice di una seconda convenzione. E infine nella Convenzione del suo Stato giocò un ruolo decisivo con Hamilton nel convertire la maggioranza antifederalista, che era stata eletta dai newyorkesi e che si opponeva alla ratifica della Costituzione, nella stretta maggioranza che alla fine la ratificò.[9]
Vinta questa decisiva battaglia, si trattava però di incominciare a consolidare il sistema di governo federale che era stato creato e, per Jay, di affermare la sovranità del nuovo Stato nelle aree che la Costituzione gli aveva attribuito, a partire dalla politica estera e dall’amministrazione della giustizia secondo le leggi federali e non più secondo gli interessi dei singoli Stati. E anche a questo proposito il contributo di Jay, questa volta in qualità di primo Presidente della Corte suprema e ministro plenipotenziario, si sarebbe rivelato importantissimo. In politica estera, ben consapevole del fatto che qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nel nuovo confronto che si stava profilando tra la Gran Bretagna e la Francia rivoluzionaria sarebbe stato letale sul piano commerciale e militare per gli americani, sostenne la politica di neutralità del Congresso e del Presidente Washington contro chi, come per esempio l’allora Segretario di stato Thomas Jefferson, avrebbe voluto un pronunciamento contrario della Corte. Jay semplicemente licenziò queste richieste come «abstracts questions» sul piano giudiziario. Sul fronte interno, con delle celebri sentenze, spiegò che con la ratifica della nuova Costituzione, gli Stati non erano più i soli a poter legiferare ed amministrare la giustizia e che avrebbero dovuto accettare di comparire in giudizio alla pari di ogni cittadino e annullare provvedimenti legislativi in contrasto con la Costituzione federale.[10]

Certamente molto restava ancora da fare. L’interpretazione del ruolo della Corte, della Costituzione e della Supremacy clause, sarebbe stata infatti più volte messa in discussione nel corso della storia degli Stati Uniti, sia dai sostenitori del ritorno della sovranità agli Stati sia da coloro i quali temevano, a volte con ragione, possibili abusi del potere federale. Ci sarebbero stati accesi dibattiti, emendamenti costituzionali accettati e respinti, profonde lacerazioni, addirittura una guerra civile, invocando o combattendo questa interpretazione. Resta il fatto che il principio e l’esercizio della sovranità del popolo nel nuovo Stato federale attraverso il sistema di governo ed i checks and balances che Jay aveva contribuito ad introdurre e a cominciare a far vivere, sarebbe rimasto radicato nella vita politica americana e, nel bene e nel male, ne avrebbe determinato il corso.
 

 
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Il Federalista n. 4 (Jay)*
 
Al popolo dello Stato di New York
 
Il mio ultimo saggio elencava svariate ragioni, per le quali l’Unione avrebbe meglio garantito il popolo dai pericoli verso cui lo avrebbero potuto spingere delle giuste cause di guerra offerte ad altri paesi: e queste argomentazioni dimostravano come, con un governo nazionale al posto dei governi statali o delle piccole confederazioni proposte, non soltanto si avrebbe un minore ricorrere di tali incidenti, ma anche sarebbe più facile comporli, qualora essi si verificassero.
Tuttavia, la salvezza del popolo americano rispetto ai pericoli di violenza esterna, non dipende solo dalla sua capacità di astenersi dal fornire delle giuste cause di guerra agli altri paesi, ma anche dalla sua possibilità di mantenersi in posizione tale da non attirarsi ostilità o provocazioni, dacché come è superfluo rilevare, accanto alle vere cause di guerra, vi sono cause artificiose, create a bella posta.
Per quanto ciò possa non tornare a vantaggio della natura umana, è purtroppo vero che le nazioni, in genere, saranno sempre disposte a far guerra, ogniqualvolta avranno la minima prospettiva di guadagnarci qualcosa; peggio ancora, i monarchi assoluti spesso si imbarcheranno in guerre da cui i propri popoli non hanno nulla da guadagnare, per fini e obiettivi meramente personali, quali la sete di glorie guerriere, il desiderio di vendicare dei torti e degli affronti personali, per ambizione, o, infine, per accordi di carattere privato tendenti a sostenere e a sollevare le sorti proprie e della propria fazione. Questi, e molti e svariati altri motivi, che hanno un peso solo nell’animo del sovrano, lo portano spesso a impegnarsi in guerre non giustificate dalla giustizia o dalla voce e dagli interessi del proprio popolo.
Ma, anche indipendentemente da questi elementi che favoriscono il sorgere di conflitti e che prevalgono in regimi di monarchia assoluta, altri ve ne sono che influiscono sulle nazioni stesse come sui re, ed alcuni, ad un attento esame, appariranno scaturire dalla nostra stessa condizione e dalle circostanze in cui ci troviamo.
Noi siamo rivali di Francia ed Inghilterra nell’industria della pesca, e possiamo inondare i loro mercati con merce più a buon mercato di quanto esse stesse non possano fare, nonostante gli sforzi che esse hanno compiuto per contrastarci, lasciando completamente libero il pesce nazionale e gravando il pesce di provenienza estera con dazi di importazione.
Di questi medesimi paesi e della maggior parte dei rimanenti paesi europei siamo concorrenti in tema di navigazione e trasporti; e ci inganneremmo se ritenessimo che uno qualsiasi di essi godrebbe a vedere fiorire queste industrie; giacché, dato che la nostra industria di trasporti non potrebbe svilupparsi senza determinare una qualche diminuzione delle loro attività nel campo, è loro diretto interesse piuttosto di soffocarla che di incoraggiarla, e a questa politica si atterranno di preferenza.
Quanto ai commerci con la Cina e l’India, siamo in concorrenza con varie nazioni, dacché tale commercio ci rende partecipi di privilegi che esse avevano, in certo qual modo, monopolizzato e ci permette di rifornirci direttamente di prodotti che eravamo soliti acquistare da loro.
L’espansione delle nostre attività commerciali, utilizzando le nostre stesse navi, non può far piacere a nessun paese in possesso di territori su questo continente o ad esso vicini, perché l’eccellenza ed i minori prezzi dei nostri prodotti, uniti al fattore vicinanza, e allo spirito d’iniziativa e all’abilità dei nostri mercanti e marinai, ci offrirà assai maggiori opportunità di guadagno in quei territori di quanto non gradirebbero o non si riprometterebbero i rispettivi sovrani e governanti.
Da un lato, la Spagna ritiene opportuno escluderci dal Mississippi, dall’altro l’Inghilterra ci preclude il Saint Lawrence; e né l’una né l’altra consentiranno che gli altri corsi d’acqua, che si interpongono tra loro e noi, divengano le vie di scambievoli rapporti e traffici commerciali.
Da queste considerazioni e da altre consimili che potrebbero, ove prudenza non lo sconsigliasse, venire ampliate ed esposte in maggiore dettaglio, è facile vedere come le invidie e i malcontenti possano, poco per volta, infiltrarsi nelle menti degli altri popoli e informarne i governi, sicché noi non ci dovremo sorprendere se essi non dimostreranno indifferenza ed equilibrio per l’accrescersi della nostra unità, della nostra potenza e del nostro prestigio sulla terra e sui mari.
Il popolo americano è ben consapevole del fatto che da tali circostanze possono nascere motivi di guerra e che qualora questi ultimi ricorressero in un momento adatto, non sarebbe troppo difficile trovare pretesti per giustificarli. Saviamente, dunque, esso considera l’unità e un buon governo nazionale indispensabili a porli e a mantenerli nei limiti di una situazione che scoraggi ed impedisca la guerra, invece di sollecitarla.
Una situazione del genere significa il miglior apparato di difesa possibile e, logicamente, dipende dal governo, dalle armi e dalle risorse di cui disporrà il paese. Dacché la sicurezza di tutti è interesse di tutti e non vi si può provvedere senza governo, sia esso uno, o molti; vediamo, ora, se un solo buon governo non rappresenti, nei riguardi della questione specifica, un migliore strumento di quanto non potrebbe essere costituito da un numero indeterminato di governi separati.
Un governo unico può far tesoro delle abilità e dell’esperienza degli uomini migliori, scelti in ogni parte dell’Unione, e valersene. Esso si potrà muovere su dei principi d’impostazione uniformi. Esso può armonizzare, assimilare, proteggere le varie parti e i singoli membri, ed estendere a ciascuno i benefici della propria evidenza e delle proprie precauzioni. Nella negoziazione di accordi internazionali esso terrà presenti gli interessi del tutto, e gli interessi particolari delle parti in quanto si compongano con quello generale. Esso può valersi delle risorse e della potenza del tutto, a difesa di ogni singola parte, e ciò con maggiore facilità ed efficacia di quanto non sarebbe possibile a confederazioni separate e distinte cui mancherebbe concordia ed unità d’indirizzo. Esso può organizzare in un unico ordinamento e disciplinare tutto l’esercito e, ponendone gli ufficiali alle dirette dipendenze del Magistrato supremo, lo consoliderà come corpo unitario, rendendolo assai più efficiente di quanto non potrebbe mai essere, se diviso in tredici, o anche in tre o quattro armate autonome e distinte.
Che sarebbe mai dell’esercito della Gran Bretagna qualora le forze armate inglesi rispondessero al governo dell’Inghilterra, quelle scozzesi al governo della Scozia e quelle gallesi al governo del Galles? Immaginate che si verifichi un’invasione: potrebbero, in un tal caso, quei tre governi, sempre ammesso che riuscissero a mettersi d’accordo tra loro, opporsi al nemico con i loro rispettivi eserciti, così efficacemente, come sarebbe invece possibile all’unico governo di Gran Bretagna?
Abbiamo udito un gran parlare della flotta inglese, e tempo verrà, se noi opereremo con saggezza, che la flotta americana potrà attirare su di sé altrettanto interesse. Ma se in Inghilterra un unico governo centrale non avesse regolamentato la navigazione facendo del paese un vivaio di marinai, se un unico governo centrale non avesse radunato tutte le energie e le risorse nazionali per formare una flotta, la potenza e la superiorità marinara dell’Inghilterra non sarebbero mai state celebrate. Se l’Inghilterra avesse avuto una sua propria flotta con un proprio traffico marittimo — se la Scozia avesse avuto una sua flotta con un proprio traffico marittimo — se il Galles avesse avuto una sua flotta con un proprio traffico marittimo — se così fosse stato, infine, per l’Irlanda, se queste, che sono quattro parti che costituiscono l’Impero inglese, fossero state rette ciascuna da un governo autonomo e distinto, è facile raffigurarci come ciascuna di esse sarebbe, presto e fatalmente, caduta in una relativa mediocrità.
Cerchiamo ora di applicare queste circostanze al nostro caso. Immaginiamo che l’ America rimanga divisa in tredici, o se così vi piace, in tre o quattro Stati sovrani — quali eserciti mai potrebbero essi formare e pagare? — quali flotte potrebbero mai sperare di arrivare a possedere? Se uno di tali territori venisse attaccato, accorrerebbero gli altri in suo soccorso e sarebbero disposti in sua difesa a versare il proprio denaro e il proprio sangue? o non vi sarebbe, piuttosto, il pericolo che essi potrebbero venire attratti dalle speciose lusinghe offerte dalla neutralità o sedotti da un troppo vivo amore della pace, che non permetterebbe loro di azzardare la propria tranquillità e sicurezza presenti per il bene dei propri vicini, di cui essi potrebbero perfino essere invidiosi fino al punto da rallegrarsi di una loro diminuita importanza? Sebbene non savia, una tal condotta sarebbe naturale. La storia degli staterelli greci e di molti altri paesi ne fornisce abbondanti esempi, e non è improbabile affatto che ciò che è già così spesso accaduto, torni, in circostanze consimili, ad accadere di nuovo.
Ma ammettiamo pure che essi siano disposti a venire in soccorso dello Stato o della confederazione invasa. In tal caso come, e quando ed in quali proporzioni si manifesterebbe l’aiuto di uomini e danaro? Chi sarà a capo delle forze armate alleate, e da quale governo esse dovranno ricevere le direttive? Chi stabilirà i termini della pace e, in caso di controversie, quale potere superiore prenderà le decisioni finali obbligando tutti ad accettarle? Difficoltà e inconvenienti vari sarebbero indissolubilmente legati ad una siffatta situazione; mentre un governo centrale, cui stessero a cuore gli interessi comuni e generali, e che potesse organizzare e dirigere le risorse di tutti, non sarebbe imbarazzato da questo tipo di preoccupazioni e potrebbe assai meglio garantire la sicurezza del popolo.
Quale che sia, comunque, la nostra situazione, vuoi che siamo uniti fermamente sotto un unico governo centrale, vuoi che siamo divisi in varie confederazioni, quel che è certo è che gli stranieri ben la conosceranno e da essa faranno dipendere il loro modo di agire nei nostri riguardi.
Se essi vedranno che il nostro governo nazionale è efficiente e ben amministrato, il nostro commercio regolato con prudenza, il nostro esercito bene organizzato, le nostre risorse e le nostre ricchezze sfruttate discretamente, il nostro credito rinsaldato, se essi vedranno, infine, che il nostro popolo è libero, felice ed unito, essi saranno ben più disposti a coltivare la nostra amicizia che a provocare il nostro risentimento.
Se, d’ altro canto, essi vedranno noi privi d’ogni governo efficiente (con ogni Stato che agirà bene o male a seconda che così piaccia ai propri governanti), poi divisi in tre o quattro repubbliche o confederazioni autonome e probabilmente rivali, di cui una sia favorevole alla Gran Bretagna, un’altra alla Francia ed una terza alla Spagna, e, magari, messe una contro l’altra da questi tre paesi — quale misera, pietosa figura l’America farà allora ai loro occhi! Essa si offrirebbe non soltanto al loro disprezzo, ma alle loro offese; e ben presto un’esperienza, duramente pagata, ci insegnerebbe che se un popolo o una famiglia si dividono, ciò non manca di tornare a proprio esclusivo svantaggio.
 
(a cura di Franco Spoltore)


[1] Una recente biografia, la prima di un certo rilievo sulla sua vita dopo oltre mezzo secolo, ha contribuito a ricreare un po’ di interesse sul ruolo di John Jay. La testimonianza di Adams è riportata in questa biografia di Walter Stahr, John Jay, Hambledon and London, New York, 2005, pag. 386.
[2] Si tratta del saggio in cui Jay trattò il tema cruciale della collocazione internazionale degli Stati Uniti e della necessità di una politica estera e di difesa unica a livello federale.
[3] Op. cit., pag 62.
[4] Jay aveva prontamente colto la natura diabolica dei rapporti di forza tra gli Stati. Natura che non avrebbe mai cessato di ricordare ai suoi concittadini, come fece attraverso il discorso scritto in collaborazione con Hamilton per Washington: «Non c’è errore più grande di quello di contare sui favori che uno Stato può fare ad un altro. Si tratta di una illusione che l’esperienza deve sanare e che il giusto orgoglio dovrebbe bandire» (Messaggio di commiato al popolo, firmato da George Washington nel 1796
(http://press-pubs.uchicago.edu/founders/documents/v1ch7s22.html).
[5] Op. cit., pag 241.
[6] «...La situazione dei nostri affari richiede non solo riflessione e prudenza, ma anche applicazione. Che fare? E’ una domanda che tutti ciponiamo, e alla quale non è facile rispondere.
Sarebbe sufficiente dare più poteri al Congresso? Ne dubito… L’esercizio della sovranità dipende ora da tante volontà, dietro le quali si nascondono tanti interessi contraddittori, da rendere ogni decisione debole e vana.
La sovranità, per quanto considerata solo sul piano teorico, non può esprimersi con efficacia attraverso i vari dipartimenti e funzionari senza un’adeguata amministrazione.
Perciò non mi aspetto niente di positivo da qualsiasi riforma che non divida la sovranità nei suoi rami di governo: il Congresso faccia le leggi, il governo governi ed i giudici giudichino.
Questo significa che dovremo avere un re? Non credo, almeno finché non abbiamo tentato altre strade. Perché non pensiamo ad un Governatore generale con poteri limitati e in carica per un tempo limitato? Perché non pensiamo ad un Congresso diviso in una Camera alta ed una bassa — la prima composta di membri a vita e la seconda con durata annuale — con il Governatore generale incaricato di mantenere l’equilibrio fra di esse, coadiuvato da un Consiglio cui affidare il compito di vigilare sui loro atti? Il nostro governo dovrebbe in qualche modo conformarsi ai costumi del nostro tempo che, come sapete, non sono del tutto democratici.
Che poteri dovrebbero essere attribuiti a un simile governo è una questione su cui occorre riflettere attentamente. Personalmente ritengo che più poteri riusciremo a dargli, meglio sarà — lasciando agli Stati solo quei poteri necessari a governare localmente, facendo in modo che i loro funzionari civili e militari possano essere commissariati e rimossi in caso di necessità dal governo generale.
Questi sono ovviamente solo degli spunti. Ma ulteriori dettagli andrebbero al di là dello scopo di questa lettera e sarebbero per voi superflui.» (Lettera di John Jay a George Washington 7 Jan. 1787, http://press-pubs.uchicago.edu/founders/documents/v1ch5s15.html).
[7] «La presente costituzione e le leggi degli Stati Uniti che verranno fatte in conseguenza di essa, e tutti i trattati conclusi, o che si concluderanno, sotto l’autorità degli Stati Uniti, costituiranno la legge suprema del paese; e i giudici di ogni Stato saranno tenuti a con-formarsi ad essi, quali che possano essere le disposizioni in contrario nella costituzione o nella legislazione di qualsiasi singolo Stato» (Secondo comma dell’Art. 6 della Costituzione degli Stati Uniti). Questa formulazione venne ripresa dalle note esplicative ed applicative del Trattato di pace redatte da Jay, Op. cit., pag 246.
[8] Nel saggio n. 64 del The Federalist Jay, riprendendo ed adattando i versi del Giulio Cesare di Shakespeare («Vi è una marea nelle cose degli uomini…»), ammonisce sul rischio di perdere l’occasione di ratificare la nuova Costituzione federale: «Chi si è mai occupato degli affari degli uomini, deve essersi accorto che si presentano particolari situazioni di varia durata, consistenza e direzione e che ben poche volte si ripetono nello stesso modo, nella stessa forma e nella stessa misura», Il Federalista, Bologna, Il Mulino, 1997, pag. 539.
[9] E’ ragionevole credere che la maggioranza della convenzione di questo stato sarà composta da antifederalisti; ma è lecito dubitare che i loro leader saranno in grado di governare il loro schieramento. Molti tra loro sono amici dell’Unione ed hanno buone intenzioni, ma chi li guida è ben poco preoccupato del destino dell’Unione» (dalla lettera a Washington alla vigilia della proclamazione degli eletti alla convenzione di New York), Op. cit., pag 255.
[10] Si veda in proposito la sentenza Chisholm v. Georgia (1793), http://www.cornellcollege.edu/politics/courses/allin/365-366/documents/chisholm_v_georgia.html.
* Da Alexandder Hamilton, James Madison, John Jay, Il Federalista, Bologna, Il Mulino, 1997.

 

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