Anno XL, 1998, Numero 3, Pagina 249

 

 

RIPENSANDO LA CITTADINANZA MONDIALE*
 

 

    L’argomento di questo articolo è il cambiamento in corso nell’attuale sistema della cittadinanza nazionale, cui fa riscontro l’emergere del concetto di cittadinanza mondiale. I problemi trattati sono tre: in primo luogo, si esamina l’attuale assetto della «cittadinanza», che trae origine dal cosiddetto «sistema di Westfalia» degli Stati nazionali; in secondo luogo, si analizzano i mutamenti delle caratteristiche della cittadinanza nazionale; infine si suggerisce l’ipotesi che stia nascendo una forma di cittadinanza mondiale.
 
1. L’ordine attuale basato sugli Stati nazionali.
 
    a) Il sistema di Westfalia. L’umanità ha attraversato due fasi di sviluppo dell’organizzazione politica e attualmente si sta avviando verso una terza fase. Il primo ordine globale era basato su tribù e città-Stato e sulle loro rispettive ambizioni imperiali (quali quelle di Atene e Roma). Per esempio, l’Impero romano dal III al V secolo è stato periodicamente attaccato dai Goti. Michael Grant, il biografo di Costantino (?272-337), afferma che fu senza dubbio una fortuna per Roma che i Goti, così come le altre popolazioni germaniche, fossero disuniti e disorganizzati: ogni unità geografica del territorio dei Goti aveva suoi mercati, separati dagli altri, i quali vendevano beni a chiunque fosse pronto a comprarli, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica o razziale. Ma il vero svantaggio per i Goti consisteva nel fatto che la frammentazione si estendeva anche alla vita politica: la loro società, normalmente, non aveva alcun leader, né essi furono in grado di introdurre e rafforzare qualche forma di centralizzazione[2].
    L’attuale sistema degli Stati — basato sugli Stati nazionali — è spesso chiamato «sistema di Westfalia», in quanto ha avuto inizio nel 1648 con il Trattato di Westfalia, alla fine della guerra dei Trent’anni in Europa, e con la caduta del Sacro Romano Impero. Il termine «nazione» si riferisce ad un gruppo etnico e lo Stato è l’apparato politico che governa tale gruppo.
Una caratteristica del sistema è l’accentramento del potere nelle mani di chi governa, che, grazie allo sviluppo tecnologico, può tenere sotto controllo vasti territori. Una seconda caratteristica è la presenza di frontiere ben definite che dividono il mondo in un ordinato mosaico di Stati nazionali, fra i quali esiste (ed è la terza caratteristica) un certo grado di uniformità. Ad esempio, essi presentano molte somiglianze sotto il profilo delle istituzioni politiche (anche se possono funzionare in modo diverso) e ciò consente ai governi di cooperare l’uno con l’altro.
 
b) La cittadinanza e il sistema dello Stato nazionale. La cittadinanza è una componente essenziale del sistema di Westfalia. Ognuno deve essere cittadino di uno Stato nazionale (perfino i rifugiati continuano a nutrire il desiderio di essere cittadini del loro paese d’origine o di uno nuovo). La cittadinanza, in termini legali e politici, è ciò che unisce l’individuo al suo governo nazionale.
    Non c’è, tuttavia, accordo su come la cittadinanza venga acquisita. Per esempio, in Francia i cittadini sono gli abitanti del territorio francese. L’essere francesi viene associato alla lingua ed alla cultura francesi — ed esse vengono acquisite attraverso l’apprendimento. Per contro, la nozione tedesca di cittadinanza è etnica: chiunque sia di origine tedesca può rivendicare la cittadinanza tedesca. Così, il discendente di una famiglia tedesca, vissuta, ad esempio, in Ucraina per due secoli, potrà acquisire la cittadinanza tedesca più facilmente di una persona nata in Germania da genitori turchi (Gastarbeiter). Il termine Gastarbeiter (lavoratore ospite) è un’espressione con cui i Tedeschi rimuovono la questione della presenza turca — Berlino è oggi la quarta più grande città «turca» del mondo — considerandola solo un problema temporaneo. Tuttavia, ormai vi sono più di tre generazioni di tali «lavoratori ospiti» residenti sul suolo tedesco, tuttora privi della cittadinanza tedesca. Analogamente, per diventare cittadino giapponese, una persona deve essere nata da genitori i cui genitori stessi erano giapponesi. Ciò spiega come mai i nippo-coreani, le cui famiglie risiedono in Giappone da un secolo, ancora oggi non abbiano la cittadinanza giapponese.
    Al polo opposto troviamo la cittadinanza australiana e quella americana, acquisite in forza del fatto di risiedere in quei paesi e subordinatamente ad alcuni criteri stabiliti dal governo, che oggi si basano sulle competenze di chi richiede la cittadinanza o sul numero di suoi parenti già presenti nel paese.
Michael Dobbs-Higgins, nel suo studio sulla regione asiatica del Pacifico, ha descritto alcuni dei problemi creati dal colonialismo occidentale: le nazioni colonizzatrici spesso hanno disegnato delle frontiere sulle mappe senza tenere in alcuna considerazione i confini etnici o geografici. Per questa ragione, ad esempio, molti Thailandesi vivono al di fuori della Thailandia... Molte nazioni nell’area asiatica del Pacifico hanno combattuto, e in alcuni casi stanno ancora combattendo, guerriglie innescate da minoranze che non nutrono sentimenti di fedeltà nazionale per il paese in cui vivono. Quell’insieme di culture tribali costituito dalle Filippine non ha praticamente altro che il suo passato coloniale come criterio unificante. La stessa cosa vale per Malaysia, India ed Indonesia[3].
    Questo autore ha inoltre identificato quattro gruppi di «Cinesi»: coloro che appartengono alla Repubblica popolare cinese, a Hong Kong e a Taiwan, oltre ai Cinesi della Diaspora. Riguardo all’ultimo gruppo, ci sono circa 43 milioni di Cinesi nella regione il cui status è cambiato nel corso degli anni. Egli afferma che «durante gli anni Cinquanta, Mao Zedong, parlando dei Cinesi all’estero, si riferiva ad essi come a persone di nazionalità cinese. Sulla base di ciò esortava i Cinesi d’oltreoceano a tornare in patria per contribuire alla costruzione della nuova Cina. Ma durante gli anni Sessanta e Settanta, la leadership cinese ha cambiato atteggiamento, invitando amici e parenti d’oltreoceano ad integrarsi nel paese in cui vivevano, così da creare dei gruppi di potere e, allo stesso tempo, continuare ad inviare rimesse in valuta straniera alle proprie famiglie rimaste in patria. Den Xiaoping, quando tornò al potere in Cina, cercò a sua volta di blandire i Cinesi d’oltreoceano»[4].
    Così, paradossalmente, benché la cittadinanza sia una delle componenti chiave del sistema di Westfalia, non c’è affatto accordo su un problema basilare quale quello del modo con cui la cittadinanza è acquisita. Comunque, ora questo problema sta diventando meno rilevante, poiché questo sistema è in declino.
 
2. Il declino del sistema di Westfalia.
 
    Il sistema di Westfalia è messo in discussione a causa di due fattori in qualche modo correlati: da una parte l’emergere di nuovi problemi che trascendono i confini nazionali (questo articolo si occuperà solo di quelli connessi all’ambiente ed all’economia)[5], dall’altra la presenza di nuove istituzioni transnazionali, quali le organizzazioni intergovernative (come le Nazioni Unite), le imprese transnazionali e le organizzazioni non-governative (ONG).
    a) L’ambiente. Sulla base del sistema di Westfalia è difficile affrontare i problemi ambientali globali, e qui di seguito vedremo quattro esempi dei limiti che incontra una gestione basata sui governi nazionali.
    Il primo esempio riguarda l’inquinamento, che non è una novità, ma il cui carattere mondiale certamente lo è: per esempio, la pioggia acida si genera in un paese, ma cade su un altro; nel 1986, il disastro nucleare nell’ex URSS ha avuto come risultato una contaminazione radioattiva che ha coinvolto tutta l’Europa. Un secondo esempio è il cosiddetto riscaldamento globale, causato da molti paesi che non necessariamente ne subiranno le conseguenze. L’Australia, ad esempio, su base pro capite è uno dei paesi che maggiormente contribuiscono ad aggravare questo problema, ma l’aumento del livello del mare (se si verificherà) procurerà danni, più che alla stessa Australia, ai suoi vicini, nel Sud-Pacifico e nelle isole dell’Oceano Indiano. In altre parole, chi vive in un dato paese subirà le conseguenze dello stile di vita di chi vive altrove. Consideriamo inoltre le malattie come l’AIDS: oggi possono diffondersi più facilmente da un paese all’altro per i progressi nei mezzi di trasporto che permettono alla gente di viaggiare da un continente all’altro. Si deve infine constatare che l’orizzonte temporale dei governi nazionali è di breve termine ed è in funzione delle successive elezioni o del cambio della guardia. I problemi ambientali, per contro, si sviluppano con gli anni e non diventano necessariamente manifesti nell’arco di vita di un solo governo.
    b) L’economia. Le economie occidentali sono ancora fortemente influenzate dalle idee di J. M. Keynes (1883-1946). La sua idea di fondo era che, in caso di recessione, il governo dovrebbe compiere degli interventi economici, finalizzati a mettere in circolazione del denaro per stimolare l’attività economica.
    Questo precetto non funziona in un’economia nazionale «globalizzata». Ad esempio, un’iniezione di denaro nell’economia italiana, oggi, non necessariamente si ferma in Italia. Circa la metà di ciò che oggi è chiamato «commercio internazionale» avviene all’interno di differenti componenti delle stesse imprese transnazionali. Il tentativo di stimolare un’economia nazionale con i tradizionali metodi keynesiani non necessariamente funziona: una riduzione delle tasse degli Italiani non necessariamente avrà ricadute sulla produzione interna, in quanto la spesa potrebbe indirizzarsi verso beni e servizi giapponesi, sud-coreani o americani.
    Kenichi Ohmae, un consulente economico giapponese, ha coniato un nuovo termine: la Inter-Linked Economy (ILE), riferendosi alla triade Stati Uniti, Europa e Giappone, cui si aggiungono le «tigri» asiatiche, cioè Taiwan, Hong Kong e Singapore.
    La comparsa della ILE ha creato molta confusione, particolarmente tra chi era abituato ad avere a che fare con politiche economiche basate sulle statistiche macro-economiche tradizionali che mettono a confronto una nazione con l’altra. Queste teorie non funzionano più. Mentre gli economisti keynesiani si aspettano che, con la crescita economica, aumenti il lavoro, ciò spesso non avviene perché il lavoro potrebbe anche essere creato all’estero. Se il governo restringe l’offerta di moneta, può anche accadere che giungano prestiti dall’estero, con il risultato di rendere praticamente senza senso la politica monetaria di una nazione. Se la Banca centrale di un paese aumenta il tasso di interesse, possono arrivare capitali meno costosi da altre zone dell’ILE. A tutti i fini pratici, quest’ultima ha reso dunque obsoleti i tradizionali strumenti delle Banche centrali — tassi di interesse e riserve di denaro[6].
    Le campagne «compra australiano» o «compra britannico», finalizzate a cambiare i modelli di consumo, sono comunque destinate all’insuccesso: il coinvolgimento di imprese straniere riguarda così tanti aspetti della vita economica australiana o britannica, che è spesso difficile comprare prodotti specificamente australiani, ad esempio. Neppure il marchio può servire, perché il made in Australia può includere anche beni stranieri assemblati in Australia (ad esempio, molti succhi di frutta australiani sono fatti con succhi prodotti oltreoceano e confezionati in Australia).
    Inoltre queste campagne sono minate dai mezzi di comunicazione di massa. L’impatto della televisione globale comporta, nel bene e nel male, lo sviluppo di una cultura globale del consumatore, che ha come simboli la Coca-cola (la bibita globale), Big Mac (il fast food globale) e Madonna. La Coca-cola è venduta e la Cable News Network (CNN) è guardata in un numero di paesi che supera di gran lunga quelli appartenenti alle Nazioni Unite. Ogni 14 ore viene aperto, in qualche parte del mondo, un punto di vendita Mac Donald, impresa che utilizza uno staff di persone tre volte maggiore di quello dell’ONU. Se i consumatori vogliono prodotti stranieri e non sono interessati ai loro equivalenti domestici, ciò significa che ciascuno Stato nazionale deve esportare beni e servizi per finanziare le importazioni dei prodotti richiesti dai suoi consumatori.
    I pesci non sono consapevoli che stanno nuotando nell’acqua. Essi danno l’acqua per scontata. Lo stesso si può dire a proposito dei condizionamenti sociali degli uomini. Noi diamo per scontato il nostro ambiente sociale e spesso non consideriamo sino a che punto siamo condizionati dalla cultura globale del consumatore.
    Harry Stein era un giornalista australiano di sinistra (in gioventù è stato membro del partito comunista). Nelle sue memorie egli rievoca il suo primo viaggio in Inghilterra e ricorda come fosse infastidito dal fatto che i comunisti inglesi si riferissero a lui come ad un «colono»[7], dimostrando di essere succubi della mentalità imperialistica, benché fossero oppositori dell’imperialismo. Ma in realtà si può dire più o meno la stessa cosa dello stesso Stein. Ricordando la sua giovinezza e il modo in cui amava spendere il suo denaro egli affermò: «lo ero esigente nel vestire ed ero un avido lettore dell’Esquire, giornale americano, sia per le sue storie che per gli articoli sulla moda»[8]. Questo membro di spicco della Lega dei giovani comunisti era un oppositore della politica degli Stati Uniti e, nello stesso tempo, seguiva la moda ed era parte integrante della emergente società dei consumi.
    Il consumismo ha una grande capacità seduttiva e una persona può non rendersi conto di quanto i suoi gusti vengano forgiati dalle imprese globali o fino che punto essi contrastino con le convinzioni politiche che va professando.
    c) Le nuove istituzioni globali. Le nuove istituzioni globali sono le organizzazioni internazionali, le imprese transnazionali e le organizzazioni non governative[9]. I governi nazionali hanno ritenuto necessario creare organizzazioni internazionali (o, più precisamente, «intergovernative») per facilitare la cooperazione fra gli Stati. Il mero fatto che queste organizzazioni esistono è di per sé stesso una prova che i governi, benché riluttanti, riconoscono di dover affrontare insieme un crescente numero di questioni, come la salute e la protezione dell’ambiente.
    L’ONU è l’esempio più noto di organizzazione intergovernativa. Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica per le Nazioni Unite si è focalizzata sulla cooperazione politico-miltare (ad esempio, sulle operazioni di peacekeeping), i progressi più significativi sono stati fatti nel campo della cooperazione economico-sociale. Fino alla fine degli anni Ottanta, periodo in cui sono aumentati gli interventi di peacekeeping, almeno l’80% delle risorse delle Nazioni Unite era impiegato nella cooperazione economico-sociale. Ad esempio, l’ONU ha coordinato la campagna per sradicare il vaiolo (terminata nel 1980) e per creare una nuova legge sul mare (1982). E’ innegabile che il ruolo delle organizzazioni intergovernative sia oggi in crescita.
    Le imprese transnazionali hanno contribuito a creare un’economia globale. L’ex URSS e la Cina hanno provato a restarne fuori, ma hanno dovuto soccombere: «Se non puoi batterli, unisciti a loro». Nel quadro dell’economia globale, per esempio, il denaro si muove più liberamente, essendosi indebolito, negli anni Ottanta, lo stretto controllo dei sistemi bancari nazionali. Il denaro è di per sé stesso una fonte di altro denaro nella misura in cui le imprese speculano sulle fluttuazioni del valore di cambio delle monete: più di 600 miliardi di dollari americani possono muoversi in un solo giorno attraverso le operazioni sui cambi. Gli operatori possono condizionare verso l’alto o verso il basso il valore delle monete. Per esempio, nel luglio 1993, gli speculatori hanno attaccato il franco francese, iniziando a vendere e i banchieri centrali (specialmente quelli di Francia e Germania) si sono mossi per proteggerlo comprando franchi con valute straniere. Ciò non ne impedì la svalutazione, nonostante la Banca centrale tedesca abbia speso 69 miliardi di dollari (il denaro finì nelle mani degli speculatori, uno dei quali è riuscito a guadagnare la somma di 1,5 miliardi di dollari in meno di una settimana).
     Le imprese transnazionali operano superando le barriere nazionali, ed hanno il potere di mettere i governi l’uno contro l’altro: se un governo crea delle difficoltà a un’impresa, essa cercherà un ambiente più congeniale in un altro Stato.
Le imprese creano inoltre una cultura globale del consumatore attraverso le tecniche di marketing e la creazione di nuovi bisogni globali (ad esempio hamburger o dinosauri).
Infine, tali imprese operano spesso al di fuori del controllo nazionale. Ad esempio, uno dei maggiori scandali finanziari degli ultimi anni è stato il collasso della Banca di credito e di commercio internazionali (BCCI). Come ha scritto il quotidiano inglese The Guardian: «La prima lezione da trarre dal collasso della BCCI è la necessità di creare un meccanismo internazionale capace di sorvegliare i miliardi di capitali, legali ed illegali, che possono essere spostati in tutto il mondo premendo la tastiera di un computer, senza un adeguato controllo: gli anni Ottanta ci hanno dato la deregulation internazionale, ma non il controllo internazionale che sarebbe dovuto essere una sua diretta conseguenza. La BCCI si è sviluppata nei paradisi fiscali segreti di Lussemburgo e delle isole Cayman. Posseduta dagli Arabi e gestita dai Pachistani, non solo era senza timone ma anche senza Stato, senza una Banca centrale alle spalle. La Banca di Inghilterra ha fatto bene ad ordinare un giro di vite globale con un breve preavviso, ma questo non spiega come mai sia potuta sopravvivere così a lungo una banca che è stata accusata di riciclare il denaro della droga e che si è assicurata in segreto il controllo di due banche americane. Il governatore della Banca di Inghilterra ha osservato che `l’insinuazione è una cosa’, l’evidenza è tutt’altra cosa. Il punto è proprio questo. In assenza di un organismo internazionale in grado di esercitare la sorveglianza sulle frodi globali, ci sarà solo l’insinuazione sino a che una banca non diventerà così spregiudicata da rischiare, come è accaduto alla BCCI, di impiccarsi con le sue stesse mani»[10].
    Una organizzazione non governativa è qualunque tipo di organizzazione non controllata dal governo e dal mondo degli affari. Le ONG da tempo giocano un ruolo importante nella vita dei paesi occidentali sviluppati. Gli unici paesi che, in questo secolo, hanno cercato esplicitamente di fare a meno delle ONG sono stati quelli comunisti, in particolare l’Unione Sovietica, che riteneva che il governo stesso fosse in grado di fornire tutti i servizi, dalla culla alla bara, e di sapere che cosa fosse meglio per la gente. Perciò, tutte le ONG dell’Europa dell’Est hanno operato ai margini dell’esistenza ufficiale e a volte sono state anche dichiarate illegali. Con la fine del comunismo, queste ONG hanno costituito la base della cosiddetta «società civile» in Europa orientale.
Ci sono molte ragioni che spiegano la recente rapida espansione delle ONG: i) una generale crisi di fiducia ha colpito i sistemi politici occidentali. C’è un diffuso scetticismo fra gli elettori nei confronti dei politici, che sembra del tutto giustificato dal fatto che, come si è dimostrato con i due esempi precedenti, i governi nazionali non riescono più ad esercitare un controllo adeguato né sull’ambiente, né sull’economia nazionali[11]. ii) Le ONG mobilitano lo spirito comunitario. Esse consentono agli individui di impegnarsi in prima persona per costruire una società migliore, ad esempio con il servizio volontario che, attraverso le ONG, coinvolge centinaia di migliaia di persone: la gente offre volontariamente tempo, denaro e competenze a queste organizzazioni, mentre non è disposta a fare lo stesso con organismi governativi ufficiali. iii) Esse sono capaci di fare ricerca e spesso si impegnano in progetti che le università non sono in grado di condurre in porto per mancanza di fondi. Inoltre, buona parte della ricerca realizzata in ambito accademico è troppo staccata dal grande pubblico: gli accademici troppo spesso parlano tra di loro e raramente si rivolgono al pubblico esterno. Le ONG invece realizzano le loro ricerche, sanno tradurre in un linguaggio chiaro le ricerche poco accessibili svolte in università, e sono anche abili nell’usare i mass media per divulgare i risultati delle loro indagini. iv) le ONG dimostrano come, per realizzare un cambiamento, bisogna concepire un modello che ne mostri il risultato. In altri termini, non è sufficiente esprimere delle esigenze: bisogna anche presentare una alternativa. Per questo le ONG sono spesso all’avanguardia del cambiamento e con il loro impegno promuovono l’innovazione, un nuovo pensiero e nuove prospettive. Sono esse, più che i governi, a tenere il passo con i tempi. v) Le ONG sopravvivono alle mode e alle illusioni dei governi e vivono oltre le scadenze dei governi eletti, prestando una attenzione costante ai temi della giustizia sociale, quando i governi preferirebbero ignorare tali questioni. vi) Molte ONG superano i confini nazionali. I membri di Amnesty International, ad esempio, possono impegnarsi in campagne a favore di coloro che sono prigionieri solo al di fuori del loro paese. I gruppi per lo sviluppo del Terzo mondo stanno raccogliendo fondi al di fuori del loro rispettivo paese. L’appartenenza a una ONG è un passaporto per occuparsi di questioni internazionali.
    Perciò le Organizzazioni non governative rappresentano una forza crescente nella politica globale. Esse si impegnano per assicurarsi la copertura dei media, fanno appello alle persone deluse dalle tradizionali scelte politiche dei partiti e offrono una prospettiva ed una continuità che superano la visione di breve periodo dei governi.
    d) Implicazioni per i concetti tradizionali di cittadinanza. Il declino dell’importanza degli Stati nazionali ha ovvie implicazioni per il concetto tradizionale di cittadinanza. Il governo nazionale e lo Stato nazionale a cui una persona appartiene non sono più così importanti per il suo senso di lealtà. La sua salute, i suoi stili di consumo e la sua attività politica, ad esempio, possono essere influenzati da fattori esterni. Continueranno ad essere cittadini di un certo Stato, ma quest’ultimo avrà una rilevanza progressivamente decrescente ai loro occhi.
 
La creazione della cittadinanza mondiale.
 
    a) Verso un sistema post-Westfalico. L’alternativa al sistema di Westfalia non si potrà realizzare in una notte. Nessuno, nel 1648, si è alzato una mattina, dicendo che sarebbe stato creato un nuovo ordine globale quel giorno. L’ordine globale si è sviluppato e la gente, a poco a poco, si è resa conto che esso esisteva. Il sistema degli Stati nazionali non scomparirà completamente, e i governi nazionali avranno sempre un ruolo, anche se ridotto.
    La nuova era non sarà caratterizzata, come si pensa oggi, da nette alternative fra modelli di società. Sarà aperta a molteplici opzioni, grazie alla compresenza di molte configurazioni entro un ampio spettro di scelte. Perciò i governi nazionali resteranno, ma non saranno così importanti come i mass media implicitamente sostengono (soprattutto in tempo di elezioni).
    Si sta dunque sviluppando un nuovo ordine globale in cui i governi nazionali dovranno condividere il potere con le organizzazioni internazionali (soprattutto l’ONU), le imprese transnazionali e le ONG. L’ordine globale post-westfalico dovrà trovare soluzioni formali per inserire le imprese transnazionali e le ONG nel processo decisionale globale. Ad esempio, le imprese transnazionali traggono grandi vantaggi dalle missioni di pace dell’ONU: perché non imporre delle tasse a livello globale sulle imprese transnazionali per contribuire a finanziare l’ONU? Ciò dovrebbe essere accompagnato dall’attribuzione alle suddette imprese di un ruolo nel processo decisionale delle Nazioni Unite nel rispetto del principio no taxation without representation.
    b) La cittadinanza mondiale. Anche la nozione di cittadinanza mondiale è parte del sistema post-westfalico in formazione. Già esistono e si sono consolidate le premesse di un embrione di cittadinanza mondiale. In primo luogo, come si è osservato in precedenza, si sta sviluppando un cultura globale del consumatore che induce la gente a pensarsi come parte di un mercato globale.
    In secondo luogo, le ONG consentono ai cittadini di porre in atto delle campagne contro il loro governo su talune politiche che essi disapprovano: i governi non sono l’unico referente per progettare la società. Inoltre le ONG (come il Rotary, Greenpeace, Amnesty International) formano una comunità globale, il che significa che i normali cittadini, nel mondo, agiscono strettamente in contatto gli uni con gli altri molto più di quanto non sia mai successo in passato.
    In terzo luogo, ci sono le reti religiose globali (il bahaismo, il cristianesimo, l’islamismo) che da sempre intersecano i confini dell’ordinato mosaico di paesi.
In quarto luogo, ci sono specifiche forme di cittadinanza mondiale legate ad alcune ONG che, con la loro esistenza, incoraggiano gli individui a pensarsi come cittadini del mondo. Fra queste ONG, la cui finalità consiste precisamente nello sviluppo di tale consapevolezza, si annoverano, ad esempio, i Citoyens du Monde [12] e la World Citizens Foundation[13].
Infine, la Terra, vista dal cosmo, è un pianeta blu senza confini nazionali, è un mondo senza frontiere. Sono gli uomini ad avere creato confini politici, però ora sta emergendo una nuova visione del pianeta.
    Nel 1948, l’astrofisico inglese Fred Hoyle ha affermato: «Non appena sarà disponibile una fotografia della Terra presa dall’esterno e non appena il suo completo isolamento diverrà palese, una nuova idea, potente come nessun’altra nella storia, si farà strada». Vent’anni dopo, una delle missioni dell’Apollo ha reso disponibile quella fotografia. Noi sapevamo come sarebbe stata molto tempo prima di vederla, eravamo abituati a definizioni come «veicolo spaziale», «villaggio globale», tuttavia vedere la fotografia è stata un’esperienza eccezionale. Nel giro di 12 mesi, è stato proclamata la prima Giornata della Terra, dopo 18 mesi è stata fondata l’Agenzia per l’ambiente, è stato formato il primo partito europeo dei Verdi...: tale è stata la «potenza della fotografia»[14].
    Concludendo, l’ordine globale post-westfalico sarà caratterizzato da «cittadinanze» multiple. Una persona avrà ancora una cittadinanza nazionale, perché lo Stato nazionale esisterà ancora, anche se con un’importanza ridotta. Quella stessa persona potrebbe però avere altre cittadinanze, se lavora per un’impresa transnazionale e deve viaggiare frequentemente. Si profila anche una cittadinanza comune dell’Unione europea per gli abitanti dell’Europa occidentale — già oggi, il controllo dei passaporti all’interno dell’Unione per gli Europei è una pura formalità ed è distinto da quello dei non Europei.
    Ci saranno sempre più cittadini mondiali, in senso economico e culturale. Potrebbe anche essere previsto il pagamento di tasse direttamente all’ONU: il Segretario generale dell’ONU, per la gestione dei problemi finanziari dell’Organizzazione, ha ipotizzato che l’ONU possa fare affidamento su entrate diverse da quelle legate ai contributi dei governi nazionali, suggerendo «una tassa sul traffico aereo internazionale, che dipende dal mantenimento della pace»[15].
    Insomma, il tradizionale concetto di cittadinanza nazionale sta subendo un cambiamento radicale. La sua nuova definizione comprenderà la dimensione globale.
 
Keith Suter
 
 

[*] In questa rubrica vengono ospitati interventi che la redazione ritiene interessanti per il lettore, ma che non riflettono necessariamente l’orientamento della rivista.
[2] Michael Grant, The Emperor Constantine, Londra, Weidenfeld & Nicolson, 1993, pp. 54-5.
[3] Michael Dobbs-Higginson, Asia Pacific: Its Role in the New World Disorder, Londra, Heinemann, 1993, p. 14.
[4] Ibidem, pp. 175-6.
[5] Cfr. Keith Suter, Global Agenda: Economics, the Environment and the Nation State, Sydney, Albatross, 1995.
[6] Kenichi Ohmae, The Borderless World, Londra, Collins, 1990.
[7] Harry Stein, A glance Over an Old Left Shoulder, Sydney, Hale & Iremonger, 1994, p.43.
[8] Ibidem, p. 38.
[9] Cfr. Keith Suter, Global Change: Armageddon and the New World Order, Sydney, Albatross, 1995.
[10] «After the Debacle», in Time, 16 agosto 1993, pp. 34-9.
[11] «The Bank That Got Away», in The Guardian (Londra), 8 luglio 1991, p. 5.
[12] 15, rue Victor Duruy, 75015 Parigi.
[13] 55 New Montgomery Street, Suite 224, San Francisco, CA, 94105.
[14] John Cato, «Foreword», in Kathleen Whelan, Photographs of The Age: Newspaper Photography in Australia, Sydney, Hale & Iremonger, 1993, p. 7.
[15] UN Secretary General, An Agenda for Peace, New York, United Nations Department of Public Information, 1995, pp. 67-8.

 

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